La costruzione di network regionali tra diversi paesi europei, che forniscano servizi omogenei e mirati alle specifiche necessità di una certa regione dell’Unione, è per la Commissione europea uno degli scenari più probabili per il futuro della sanità del Continente, tra quelli delineati dal nuovo studio sulla cooperazione transfrontaliera in sanità.
Il documento, nato nel corso del meeting informale dei ministri della Salute del settembre 2015 in Lussemburgo, fa il punto sulle iniziative di cooperazione transfrontaliera in sanità (cross-border cooperation in healthcare, Cbhc, sancita dal capitolo IV della direttiva 2011/24/EU) condotte nel periodo 2007-2017 all’interno dei paesi EU/Eaa più la Svizzera, sia afferenti a progetti europei che ad accordi bilaterali o multilaterali tra i paesi membri.

La mappa delle iniziative di cooperazione transfrontaliera in sanità della Commissione Europea

Sette lezioni chiave per il futuro

L’analisi condotta dalla Commissione ha permesso d’individuare sette ‘lezioni chiave’ di cui gli Stati e i decisori politici a livello europeo dovrebbero tenere conto in vista della messa a punto dei modelli futuri di cooperazione transfrontaliera in sanità. Modelli che dovrebbero partire dalla considerazione che le iniziative Cbhc si sono finora dimostrate più efficienti nelle regioni che già prevedono una certa predisposizione alla cooperazione tra Stati, vuoi ad esempio a causa di un impianto simile per i sistemi sanitari o per un comune retaggio storico, puntando in modo particolare a ridurre le barriere burocratiche sia per i pazienti che per i provider/acquirenti. Lo studio fornisce anche una ‘cassetta degli attrezzi’ destinata agli attori chiave a livello regionale, come i policy maker o i manager ospedalieri, per aiutarli a gestire al meglio e a ridurre i costi delle transazioni sui progetti Cbhc.

I network regionali in grado di rispondere in modo specifico ai bisogni della popolazione insediata in una certa area del continente rappresentano, secondo la Commissione, l’opzione a costo più basso per il futuro della sanità europea, ma non sono privi di svantaggi che ne potrebbero limitare l’efficacia. Primo fra tutti la loro piccola scala, che sfavorirebbe il raggiungimento di una massa critica, e la possibilità di generare ineguaglianze tra le popolazioni afferenti a network basati su criteri diversi.
L’ultimo decennio ha segnato un particolare successo per le iniziative di cooperazione transfrontaliera in sanità mirate alla condivisione e gestione della conoscenza e alla messa a punto di sistemi condivisi di diagnosi e trattamento dei pazienti. Alcune aree d’intervento, tuttavia, richiedono un approccio molto più formalizzato; ne sono esempio gli investimenti in capitale ad alto costo o quelli nel settore della gestione daell’emergenza, per i quali i benefici economici e sociali sono più facilmente evidenti. Da ultimo, la Commissione segnala una ancora scarsa trasparenza delle informazioni sull’efficacia e la sostenibilità delle attuali iniziative di cooperazione transfrontalihera in sanità, un obiettivo che potrebbe essere perseguito grazie al finanziamento di nuovi progetti di Cbhc.

L’Europa Centrale fa da guida

Il problema della cooperazione transfrontaliera in sanità impatta su circa un terzo della popolazione europea, che vive in una regione di confine. Sono oltre 2 milioni i lavoratori trasfrontalieri in Europa, di cui un quinto nella sola Francia. Il paese transalpino è anche sede di undici delle trentasette aree urbane estese transfrontaliere europee. I territori transfrontalieri rappresentano il 40% dell’intera Unione Europea. Le regioni europee che attualmente vedono in atto la maggior parte delle iniziative collaborative sono quelle dell’Europa Centrale ed Occidentale (Germania, Francia, Benelux), mentre sul versante orientale si evidenziano in modo particolare Ungheria e Romania. Secondo i dati dello studio, l’Italia ha in essere iniziative collaborative soprattutto con Francia, Austria, Slovenia e Svizzera, ovvero i paesi confinanti sull’arco alpino.
Un quarto circa dei progetti analizzati riguarda lo spostamento dei pazienti per fini diagnostici o di trattamento. La Commissione segnala però l’opportunità di giungere ad una migliore mobilità transfrontaliera anche per quanto riguarda i provider. Una precondizione essenziale per questo tipo di progetti, sottolinea lo studio, sembra essere la collaborazione tra le autorità pubbliche e gli ospedali.
La Commissione ha anche condotto una Swot analisi di diversi scenari che potrebbero affermarsi in futuro in campo sanitario, a partire dal mantenimento della situazione attuale che vede le autorità europee incoraggiare la collaborazione tra i diversi sistemi sanitari nazionali. Nella seconda ipotesi, calata su uno scenario regionale, sarebbero le stesse regioni a diventare il motore di una collaborazione mirata sui bisogni locali e regionali. In alternativa, potrebbero essere le scelte del paziente a guidare gli sviluppi futuri della cooperazione transfrontaliera, a cui potrebbero dare un contributo importante anche le tecnologie di eHealth. Un’ipotesi, questa, che per la Commissione potrebbe essere molto selettiva e includere solo certi gruppi mirati di pazienti e tecnologie. Le ultime due ipotesi riguardano, rispettivamente, la possibile creazione di network strategici di collaborazione selettiva o il fatto che le iniziative Cbhc possano essere lanciate e mantenute dalle organizzazioni che agiscono da payers nei diversi paesi membri.
Lo studio ha anche preso in considerazione le possibili frodi nell’ambito della cooperazioni transfrontaliera in sanità e le corrispondenti attività di mitigazione del danno, un ambito ancora poco chiaro e che, secondo la Commissione, non dovrebbe comunque superare il livello di frode osservato in altri ambiti della sanità. L’Annex dello studio discute anche nello specifico le vulnerabilità presentate dai sistemi sanitari di Francia, Spagna, Belgio e Olanda e offre un ampio panorama dei progetti transfrontalieri analizzati.

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