Tumore della prostata in Italia: mortalità in calo dal 2000 non solo grazie alla diagnosi precoce. Fondamentali i percorsi di cura personalizzati per ogni classe di rischio.

tumore della prostata
Il tumore della prostata in Italia fa registrare una mortalità in calo grazie al miglioramento terapeutico e alla diagnosi precoce, ma serve un approccio personalizzato

All’Istituto Nazionale dei Tumori è stato presentato il primo studio di popolazione che fotografa 4635 casi di tumore della prostata. Lo studio è stato condotto dal team di Riccardo Valdagni. Dai risultati emerge che gran parte delle diagnosi riguarda casi a bassa aggressività, che spesso non andrebbero trattati. Il consiglio ai pazienti: «Affidatevi a team multidisciplinari per ricevere trattamenti su misura a seconda della classe di rischio».

Le diagnosi sono sempre più numerose, ma al contempo i dati suggeriscono un eccessivo trattamento dei tumori meno aggressivi e il sotto-trattamento dei pazienti anziani.

Lo studio osservazionale retrospettivo sul tumore della prostata in Italia

Mettendo a confronto due distinti periodi di tempo (1996-1999 e 2005-2007), descrive l’evoluzione nella diagnosi e nel trattamento di questo tipo di tumore nel nostro Paese.

L’indagine (Prostate cancer changes in clinical  presentation and treatments in two decades: an Italian population – based study, primo autore Annalisa Trama), pubblicata sullo European Journal of Cancer, è stata realizzata dall’Istituto Nazionale dei Tumori in collaborazione con l’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), anche grazie al sostegno di AIRC e Amgen. Consiste in uno studio osservazionale retrospettivo di popolazione condotto dalla Struttura di Epidemiologia Valutativa coordinata da Gemma Gatta. Delinea una marcata evoluzione nel trattamento del cancro della prostata e suggerisce la necessità di un nuovo approccio critico a questo tipo di tumore, già a partire dalla diagnosi precoce.

In particolare, il confronto fra i due periodi di tempo presi in esame evidenzia:

  • aumento dei pazienti che arrivano alla diagnosi con classe di rischio bassa,
  • riduzione di quelli diagnosticati in fase tardiva (classe di rischio alta o metastatica)
  • miglioramento complessivo della sopravvivenza nei gruppi ad alto rischio.

A determinare questo trend hanno contribuito il miglioramento terapeutico e la diagnosi precoce.

La fotografia mostra inoltre un diverso approccio di cura a seconda della fascia di età dei pazienti: più interventi invasivi per gli uomini giovani – con incremento della prostatectomia radicale ma non della radioterapia per gli uomini sotto i 75 anni – e più rari gli interventi radicali nei pazienti sopra i 75 anni.

Lo studio mette quindi in luce un possibile overtreatment dei pazienti a basso rischio, e per converso un sottotrattamento dei pazienti più anziani.

«Grazie alla diagnosi precoce, negli anni si è verificato un calo della mortalità. Questo ci permette di avere meno casi di diagnosi in fase di tumore aggressivo – spiega Riccardo Valdagni, Direttore della Radioterapia Oncologica 1 e Direttore del Programma Prostata dell’Istituto Nazionale dei Tumori – I dati però ci mostrano anche un ‘rovescio della medaglia’, e cioè il sospetto che non manchino casi di trattamenti eccessivi e troppo radicali, spesso non necessari: effettuando diagnosi su molti pazienti, infatti, occorre utilizzare particolari cautele nei casi in cui il tumore sia poco aggressivo. In determinate situazioni cliniche non è necessario intervenire subito in modo radicale (chirurgia, radioterapia esterna, brachiterapia), ma è consigliabile sottoporre il paziente a sorveglianza attiva, cioè a un percorso di monitoraggio del tumore definito a rischio di progressione basso e molto basso. Ciò consentirebbe di limitare i casi di overtreatment dei tumori indolenti, e quindi gli effetti collaterali delle terapie, riuscendo a garantire al paziente una migliore qualità di vita».

«Per questo – aggiunge Nicola Nicolai, vice responsabile della Prostate Cancer Unit dell’INT – dalle contraddizioni emerse dal nostro studio nell’approccio al tumore della prostata, possiamo ricavare anzitutto la necessità di un approccio sistematico a questa neoplasia, e il conseguente consiglio di affidarsi a team multidisciplinari che operino in centri qualificati, e possano così seguire il paziente attraverso un percorso di medicina personalizzata».

Lo studio infatti mostra che nel periodo 2005-2007, quando l’idea di un modello di presa in carico multidisciplinare non era ancora diffuso mentre era già diffuso il test del Psa, si è assistito a un aumento delle diagnosi di tumori a basso rischio, cioè non letali, ma non a una corrispondente riduzione dei trattamenti invasivi o comunque radicali. L’opzione della sorveglianza attiva, vera alternativa al sovra-trattamento, non era ancora disponibile.

«Oggi, invece, è riconosciuto che la multidisciplinarietà del team che prende in carico il paziente e la sorveglianza attiva sono le strategie più efficaci, perché il monitoraggio e l’attesa richiedono professionalità specifiche, e sono la sola strada che può consentire di trattare al meglio le situazioni di rischio ridotto, con evidente vantaggio per i pazienti soprattutto dal punto di vista della qualità di vita» – conclude Valdagni.

Le implicazioni dello studio

«I risultati di questo studio sono di fondamentale importanza anche per fornire ai decisori politici una visione di insieme di tipo epidemiologico-sanitario, in termini di trattamento del tumore della prostata e per pianificare e implementare strategie di diagnosi, cura e monitoraggio sempre più efficaci. Si rende quindi necessario dare continuità ai flussi e ai dati in nostro possesso per programmare nuovi interventi con uno sguardo verso il futuro – commenta infine il direttore scientifico di INT, Giovanni Apolone -. Il nostro Istituto, un IRCCS di natura pubblica e non-profit,  continua ad investire in questo settore di ricerca che combina esperienze di natura clinica ed epidemiologica,  e condurce numerose ricerche di questa portata per diversi tipi di tumore: l’obiettivo è garantire azioni di tipo trasversale e traslazionale, che consentano il più rapido trasferimento delle nuove informazioni e delle evidenze, non solo alla terapia ed alla gestione clinica del paziente, ma anche al tavolo di lavoro dei decision maker sanitari».

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