Potremmo essere arrivati al punto di massimo per le prospettive di miglioramento della salute degli abitanti del pianeta Terra, e le stime per gli anni a venire indicano che il progresso in salute a livello globale non è più da considerarsi qualcosa di inevitabile. I dati fanno parte dell’ultimo aggiornamento dello studio Global Burden of Disease (GBD), a cui è stato dedicato un numero speciale della rivista The Lancet.

Nessun miglioramento nella mortalità

Le donne hanno aumentato l’aspettativa di vita dai 52,9 anni del 1950 ai 75,6 del 2017, ma vivono un numero maggiore di anni in condizioni di salute peggiori. Gli uomini, invece, hanno portato l’aspettativa di vita da 48,1 a 70,5 anni.
Tra i dati principali segnalati dall’annuale rapporto GBD, una stagnazione dei trend di mortalità (e in alcuni paesi anche un peggioramento), e il fatto che nessun paese sia in accordo coi tempi previsti per raggiungere gli obiettivi dei Sustainable Development Goals stabiliti dalle Nazioni Unite per il 2030.

Le malattie non comunicabili continuano a rappresentare la prima causa di morte, con oltre 41 milioni di decessi nel 2017 (73,2%). Al primo posto continuano ad esserci i problemi cardiovascolari (17,8 milioni di morti), seguiti dai tumori (9,6 mln) e dalle malattie respiratorie croniche (3,9 mln).
L’ipertensione (10,4 milioni di morti), il fumo (7,1 mln), la glicemia elevata (6,5 mln) e un alto indice di massa corporea (4,7 mln) sono i principali fattori di rischio individuati, che contano da soli per la metà (51,5%) dei decessi del 2017. I dolori lombari, le emicranie e i problemi depressivi si sono confermati ancora essere le principali cause di disabilità, in un trend immutabile da trent’anni a questa parte.
Gli investimenti nei paesi poveri per le cure prenatali, l’acqua e i problemi di sanitizzazione hanno avuto una significativa differenza sulla vita delle persone. All’opposto, la combinazione degli aumentati rischi metabolici e dell’invecchiamento della popolazione continuerà a guidare i trend problematici delle patologie non comunicabili. Ciò rappresenta una sfida e un’opportunità”, ha commentato Christopher Murray, direttore dell’Instituto per le metriche sanitarie dell’Università di Washington, ente che ha coordinato lo studio GBD.

Nuovi fattori emergenti e non tradizionali che possono avere un impatto negativo sulla salute globale sono stati identificati nei crescenti pericoli derivanti da conflitti e terrorismo (che hanno portato a un aumento della mortalità del 118% nel decennio 2007-2017) e la dipendenza dagli oppioidi, che ha contato oltre 4 milioni di nuovi casi e 110 morti nel solo 2017.

Natalità ai minimi in molti paesi

Anche il tasso di fertilità femminile è molto diminuito, fino a non essere sufficiente per mantenere gli attuali livelli di popolazione in 91 paesi; il tasso più basso è stato fatto segnare da Cipro, dove una donna non partorisce più che un figlio nel corso della sua vita fertile. Altri paesi problematici sono la Spagna, il Portogallo, la Norvegia, Singapore, la Corea del Sud.

In altre 104 nazioni, invece, l’elevata fertilità femminile sta portando a un forte aumento degli abitanti; il Niger ha il tasso più elevato, con sette figli per ogni donna. “I tassi più bassi di fertilità riflettono chiaramente non solo l’accesso e la disponibilità di servizi di salute riproduttiva, ma anche il fatto che molte donne scelgono di posticipare o evitare le gravidanze, per avere più opportunità di studio e impegno”, ha aggiunto Murray.

Servizi sanitari sempre più a corto di personale

Non meno preoccupanti sono i dati sulla disponibilità di medici ed altro personale sanitario, con il 47% dei paesi (92) che hanno meno di dieci medici e il 46% (90) con meno di 30 infermieri e ostetriche ogni 10 mila persone. La stima dei fabbisogni effettuata dagli autori indica che sarebbe necessario disporre di almeno trenta dottori, un centinaio di infermieri e ostetrici e cinque farmacisti ogni 10 mila persone, cifre che rappresenterebbero un discrimine per quanto riguarda le possibilità di accesso e la qualità dei servizi sanitari.
Solo 41 paesi sui 195 considerati dallo studio disporrebbero di più di 30 medici, e solo 28 di più di cento operatori sanitari ogni 10 mila abitanti.
Le indicazioni dell’organizzazione mondiale della sanità risalenti al 2006 segnalavano che il numero minimo di medici, infermieri ed ostetriche ogni 10 mila abitanti dovrebbe essere di ventitré unità. Ma secondo gli autori dello studio GBD tale indicazione non sarebbe più attuale, sia in termini numerici che di varietà delle professionalità necessarie ad erogare un numero sempre maggiore di servizi, nell’ottica di garantire un servizio sanitario universale. Lo studio, inoltre, non ha considerato le divisioni per specialità del personale sanitario.

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