163 zettabyte. A tanto ammonta – secondo stime IDC in uno studio sponsorizzato da Seagate – il volume di dati da cui saremo sommersi nel 2025.
Il numero, a pensarci, mette davvero soggezione, perché uno zettabyte (ZB) è una quantità inimmaginabile di dati: la settima potenza di 1000, 1021 byte, 180 milioni di volte i documenti conservati nella più grande biblioteca del mondo (quella del Congresso di Washington, che annovera qualcosa come 158 milioni di documenti).
Una “datasfera” mondiale che cresce a dismisura, si autoalimenta senza richiedere l’intervento umano e può sfuggire così al controllo del singolo individuo per diventare patrimonio di chi riesce a intercettarla – andando a identificare e selezionare i sottoinsiemi di dati a maggiore impatto e valore – gestirla e sfruttarla.
Una sfera che arriverà a governare il funzionamento stesso delle infrastrutture, dei servizi, dei dispositivi, in definitiva della società e delle nostre vite, perché se il flusso dei dati dovesse interrompersi non si arresterebbero solamente le attività operative di un’azienda, ma anche il nostro quotidiano subirebbe pesanti ripercussioni. Un po’ come quando manca la corrente elettrica: un improvviso balzo a ritroso nel tempo. Se si considera che entro il 2025 gli utenti connessi saranno il 75% della popolazione mondiale – bambini, anziani e cittadini di mercati emergenti inclusi – si fa in fretta a capire quanto sia strategica la messa a punto di tecnologie (quali il 5G) in grado di aumentare in modo sempre più sicuro la connettività e l’accessibilità dei dati da dispositivi portatili e in tempo reale.

La bolckchain potrà davvero proteggerci?

L’esplosione della dimensione della datasfera implica una vulnerabilità senza precedenti delle informazioni che ci riguardano ed ecco che serve quindi un sistema di cui fidarsi. La blockchain – sinonimo di decentralizzazione, trasparenza, sicurezza e immutabilità – potrebbe essere la tecnologia su cui puntare, perché fornisce un’architettura sicura per lo scambio e la condivisione dei dati, lasciando il controllo delle informazioni ai legittimi proprietari.

Quanto valgono i nostri dati?

E qui viene il bello! Perché se il singolo prende coscienza del valore dei propri dati, acquista un potere contrattuale enorme. Per ora, infatti, i consumatori forniscono i propri dati personali con estrema facilità, ma, come diceva Steve Jobs, “Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu” e questo le persone hanno iniziato a capirlo e le aziende pure, correndo ai ripari, e dando di fatto il via al commercio dei dati personali, che probabilmente sarà basato sulle criptovalute. Quanto possa essere equo questo commercio è facile da intuire: il singolo non potrà certo vincere o anche solamente pareggiare l’improba sfida contro le multinazionali!
Quello che si configura è davvero un futuro nel quale “data is the new oil” e dove sarà necessario attrezzarsi per evitare di essere travolti – a tutti i livelli – da questa impetuosa valanga.

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