Cyberwar is the new cold war, con Cina e Usa attori principali dello scontro geopolitico ed economico in atto, combattuto con armi che si chiamano intelligenza artificiale, Internet of things, blockchain, wearable device, smart city… tutte governate da un unico sistema nervoso centrale: la rete 5G. Chi ne avrà il controllo vincerà su tutti i fronti: politico, economico e militare.

Gli schieramenti in campo

La posta in gioco è quindi altissima e gli schieramenti che si stanno delineando sono l’asse Cina-Russia da un lato e gli Usa, con un buon manipolo di seguaci, dall’altro. Estremamente preoccupati, gli americani, dalla possibile interferenza russa nelle elezioni del 2020, ma soprattutto dalla ben più grave minaccia dell’incontrollabile espansione di potere decretata dalla tecnologia della seconda economia mondiale che, con il piano “Made in China 2025”, ha dichiarato l’obiettivo di trasformarsi da “fabbrica del mondo” a “fucina dell’innovazione”. Generali dell’esercito con gli occhi a mandorla sono Huawei e Zte, colossi rispettivamente delle tlc e dei semiconduttori: 100 miliardi di dollari il business della prima, 16 miliardi il fatturato della seconda.
All’appello a stelle e strisce di boicottare la punta di diamante cinese numero uno mondiale nella produzione di infrastrutture di networking hanno risposto positivamente Australia, Nuova Zelanda e Giappone. Europa nel mezzo, con il “ban” del Regno Unito ma Deutsche Telekom che lancia il grido d’allarme: depennare Huawei significherebbe ritardare significativamente l’adozione delle reti superveloci nel Vecchio continente.
In Italia, entrambi i giganti cinesi giocano la loro partita sul 5G; insieme i due player realizzano nel nostro Paese un fatturato di quasi due miliardi di euro e se davvero rappresentassero, come paventano gli Usa, una minaccia per la sicurezza, sarebbe una bella matassa da sbrogliare su cui momentaneamente è calato il silenzio del ministero dello Sviluppo economico.

Verso il 6G

Ma mentre gli occhi del mondo sono puntati sullo sviluppo commerciale del 5G, guardare all’oggi non paga e nella guerra alla leadership tecnologica c’è chi va oltre e punta al 6G. Giocano d’anticipo i soliti cinesi: Su Xin, a capo di un gruppo dedicato del ministero dell’Industria e dell’IT, fissa nel 2030 l’anno previsto per il lancio della tecnologia che promette connessioni di 1Tbps al secondo. E sempre dall’Oriente arriva la notizia che LG ha inaugurato a Daejeon, 140 km a sud di Seoul, uno dei primi laboratori al mondo dedicati allo sviluppo del 6G. Un progetto che il colosso sudcoreano condurrà in collaborazione con il Korea Advanced Institute of Science & Technology. Anche in Europa qualcosa si muove, con il programma 6Genesis dell’Università di Oulu in Finlandia: 250 milioni di euro in otto anni stanziati dall’ateneo e da altri partner esterni per sviluppare e fornire le competenze necessarie per la società del futuro.
Quali saranno i reali vantaggi del 6G non è del tutto chiaro, ma al di là dei miglioramenti tecnologici in termini di velocità e sicurezza di scambio dati e di copertura, chi si aggiudicherà il controllo delle frequenze TeraHertz godrà di un vantaggio competitivo senza precedenti.

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