Nel nostro Paese, le scienze della vita rappresentano un’eccellenza, eppure da un’inchiesta condotta sul numero di maggio di NCF nel focus dedicato alle Startup emerge una realtà per certi versi sconcertante, che mette in luce la difficoltà di fare impresa in Italia, accentuata anche dalla fuga di cervelli, che ne mina la competitività sullo scenario globale.

L’amarezza emerge nelle parole di Giangiacomo Rocco di Torrepadula, che dopo aver fondato la sua startup nel 2015, si è visto costretto, un anno dopo, a trasferire l’azienda negli Usa per poter accedere agli investimenti necessari a portare avanti il progetto.

Rincara la dose Mario Marsili, chimico, membro della New York Academy of Science, metà della vita passata tra Germania, Svizzera, Giappone e Usa: «Purtroppo, una sfida che l’Italia stenta a vincere è quella della lentezza burocratica e della scarsa propensione naturale dei governanti a comprendere la necessità di fare scienza. È indicativo – dice – che ancora sussista quella che noi chiamiamo fuga dei cervelli […] la figura dello scienziato qui in Italia è vista più come fastidio che come risorsa. […] Tutto sta nella credibilità e nella competenza del capitano della nave. Purtroppo, devo citare Dante quando diceva che l’Italia “l‘è un vascello sanza nocchiero in gran tempesta…”».

La guerra dei talenti

La questione è grave, perché è sulla “guerra dei talenti” che si gioca il futuro delle nostre imprese. La sopravvivenza di tutte le aziende, in tutto il mondo, qualunque sia la loro dimensione, si basa sulla capacità di ricercare, assumere, formare e conservare i collaboratori migliori.

Ma l’attuale management delle imprese è pronto a circondarsi di professionisti preparati e in grado di orientarsi in una società ipercomplessa o nutre verso i essi un reverenziale timore – perché ha paura di non essere in grado di gestirli– e vuole continuare ad assumere professionalità meno qualificate, ma più facilmente controllabili?

E quanto i dirigenti inculcano la cosiddetta “stupidità funzionale” nella cultura aziendale, pur di evitare intoppi o obiezioni?

La risposta viene da André Spicer, docente di comportamento organizzativo alla Cass Business School della City University di Londra, e da Mats Alvesson, docente di management all’Università di Lund (Svezia), che nel loro saggio “The Stupidity Paradox: the power and pitfalls of functional stupidity at work” mettono in guardia dal pensiero acritico e irriflessivo e dal cieco ottimismo.

La richiesta di “spegnere il cervello ed eseguire ciò che dicono i superiori” sembra essere rassicurante e funzionare, ma nel medio-lungo termine mina la possibilità dell’azienda di reagire alle condizioni del mercato e alle sfide della concorrenza. “Nascondere la polvere sotto il tappeto aiuta l’armonia – affermano, – credere ciecamente che tutto andrà per il meglio solleva lo spirito. Schivare i problemi è un toccasana per l’umore aziendale. Mentre la barca affonda, gli yesmen guadagnano i favori dei piani alti. I più capaci invece si adeguano per non avere rogne, chiudendo l’intelligenza nel cassetto. In fondo è la scelta più razionale e conveniente. Molti manager sposano un paradosso: vogliono persone autonome e competenti ma anche fedeli, docili, affidabili, che non mettono in discussione i loro principi aziendali”.

Ma è proprio questo ciò che le nostre aziende cercano? Facciamocela questa domanda, perché ne va del futuro dell’intero sistema Paese.

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