Anticorpi monoclonali e inibitori molecolari altamente selettivi per le cellule di Richter, responsabili della comparsa dell’omonima sindrome (una forma di linfoma particolarmente aggressivo e spesso fatale), sono l’approccio proposto dai ricercatori dell’Unità di Genomica funzionale del Dipartimento di Scienze mediche dell’Università di Torino per colpire per via farmacologica la crescita tumorale, provocando morte cellulare, riduzione e, in alcuni casi, potenzialmente anche remissione della malattia.
I risultati ottenuti dal gruppo di ricerca torinese sono stati recentemente pubblicati su Blood, in due studi distinti (si veda qui e qui).

Una possibile soluzione per un bisogno ancora disatteso

La sindrome di Richter è una forma tumorale attualmente priva di terapie efficaci, che si manifesta in circa il 10-15% dei pazienti affetti da leucemia linfatica cronica, la più diffusa leucemia nei paesi occidentali, e che è associata a un’aspettativa di vita di pochi mesi.
Alla base dell’approccio seguito dai ricercatori dell’Università di Torino, che hanno scelto come sostanze attive un anticorpo anti-ROR1 (receptor tyrosine kinase–like orphan receptor 1) coniugato con una tossina in grado di uccidere le cellule bersaglio o i farmaci duvelisib e venetoclax (già impiegati per il trattamento di altre neoplasie), importante è stata anche la determinazione del profilo molecolare delle cellule tumorali. In questo modo, è stato possibile stratificare i pazienti e individuare quelli con la maggiore probabilità di beneficiare del trattamento farmacologico rispetto a quelli meno responsivi, in quanto mancanti dei recettori bersaglio dei farmaci.
Per sviluppare delle terapie anti-tumorali efficaci è necessario conoscere la malattia. Questo è possibile attraverso l’impiego di modelli sperimentali che ricapitolano le dinamiche molecolari e patologiche della neoplasia. Studiare come queste cellule si comportano è fondamentale per poter identificare i loro punti deboli e disegnare di conseguenza degli approcci farmacologici che vadano a colpire specificamente questi punti” spiega Tiziana Vaisitti, docente e ricercatrice del dell’Università di Torino.

Il ricorso a modelli murini PDX di xenotrapianti derivati da cellule di pazienti ha rappresentato solo il primo passo delle ricerche e ha permesso di derivare il profilo molecolare delle cellule di Richter e d’identificare dei possibili bersagli. bersagli che possono essere espressi solo sulle cellule tumorali, ovvero essere rappresentati da molecole chiave nella regolazione di processi biologici attivi nelle cellule coinvolte nello sviluppo della malattia.
Questi risultati sono stati il punto di partenza per il reclutamento di pazienti affetti da sindrome di Richter per la conduzione di studi clinici che puntano a validare nell’uomo l’efficacia dell’approccio proposto dai ricercatori torinesi. Dopo la pubblicazione degli studi su Blood, è stato avviato uno studio di fase 1 con l’anticorpo monoclonale per il trattamento di pazienti affetti da sindrome di Richter e altri tumori maligni del sangue.

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