Per il momento è un prototipo, ma già candidato a diventare lo strumento di una nuova strategia di contrasto a Covid-19. Si tratta di una breve sequenza di acidi nucleici, cioè un aptamero, che si lega all’enzima ACE2, il recettore di superficie attraverso il quale il Coronavirus entra nella cellula.

L’idea di spostare l’attenzione dalle componenti di SARS-CoV-2 che rappresentano il bersaglio delle armi finora messe in campo, vaccini e anticorpi monoclonali, alla porta di accesso che apre la strada all’infezione viene da un lavoro svolto in collaborazione dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dall’Istituto Nazionale di Genetica Molecolare Romeo ed Enrica Invernizzi e dall’Università degli Studi di Milano, i cui risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero della rivista Pharmacological Research.

Un approccio innovativo

Un cambio del paradigma terapeutico che promette di aggirare il problema delle varianti, le cui differenze strutturali a questo punto non conterebbero più essendo ACE2 il sito di attacco comune a tutte, oltre che agli altri virus della sottofamiglia di SARS-CoV-2.
Al momento lo studio italiano ha portato all’individuazione di due aptameri di DNA specifici capaci di occupare la regione K353 del recettore, che riveste un ruolo chiave nel consentire l’ingresso del virus nelle cellule, e secondo i ricercatori da tale premessa potrebbero derivare in breve tempo, da qui a 12-24 mesi, i farmaci corrispondenti.
Con alcuni vantaggi aggiuntivi, oltre all’indipendenza dalle mutazioni virali, rispetto agli interventi attualmente in uso: l’assenza di immunogenicità, la scarsa tossicità e la relativa semplicità di produzione, per sintesi chimica e senza processi biologici.

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