È possibile garantire l’accesso a un’innovazione tecnologica che corre sempre più veloce all’interno di un sistema pubblico che appare ‘statico’? Il 21° Rapporto Sanità del C.R.E.A., presentato il 21 gennaio scorso a Roma presso il CNEL, si interroga su questo e altri quesiti chiave – la promessa dell’universalità, l’efficientamento, l’equità – ripercorrendo la storia del SSN dal 1978 ad oggi. L’analisi condotta evidenzia come il diritto alla salute e l’accesso al progresso scientifico siano oggi messi a rischio da modelli di finanziamento e di tutele che non si sono evoluti di pari passo con la scienza.
Il Rapporto chiarisce che il disallineamento tra bisogni di salute e offerta pubblica non è un fenomeno recente. La vera frattura nel modello universalistico si è consumata negli anni ’90, quando la spesa pubblica reale è cresciuta solo dello 0,8%, a fronte di una spesa privata che correva al +10,7% annuo. Questo squilibrio ha portato la quota di famiglie che spende privatamente per la sanità dal 50,8% degli anni ’80 al 70% attuale. Non è stato il Federalismo a privatizzare il sistema, bensì l’incapacità del pubblico di seguire la domanda di salute e l’evoluzione delle cure.

Il nodo della farmaceutica: tetti di spesa e risorse per il 2026
Il settore farmaceutico rappresenta uno dei terreni su cui si misura la capacità di assorbimento dell’innovazione. Il Rapporto lancia un allarme chiaro sui conti: per il 2026 si attende uno sforamento del tetto della farmaceutica pari a 6,5 miliardi di euro. Questo dato si inserisce in un contesto di sotto-finanziamento strutturale, nonostante l’importante incremento delle risorse messe a disposizione per l’anno in corso. Uno dei pilastri dell’edizione di quest’anno è la consapevolezza che l’innovazione tecnologica è ormai imprescindibile e non può essere oggetto di rinunce rappresentando un elemento chiave per migliorare o comunque mantenere esiti di salute positivi anche a fronte di risorse esigue. Basti citare, a titolo di esempio, la riduzione delle ospedalizzazioni e, ancor di più, della degenza media degli interventi chirurgici (-3,9%), realizzatasi malgrado l’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, la ‘staticità’ dell’intervento pubblico rischia di trasformarsi in una barriera all’ingresso per le nuove tecnologie. Per evitare che l’innovazione diventi un privilegio di chi può permettersela privatamente, il C.R.E.A. propone di ripensare il perimetro della tutela pubblica.
Verso il “razionamento esplicito” per tutelare il futuro
La proposta finale del C.R.E.A. per uscire dalle secche di un universalismo ormai solo teorico è il passaggio da un ‘razionamento implicito’ a un ‘razionamento esplicito’. Per non rinunciare all’innovazione tecnologica e alle cure per le patologie più severe, occorre avere il coraggio di escludere dai LEA quelle prestazioni che impattano limitatamente sul bilancio familiare o che hanno una bassa severità. Solo concentrando le risorse pubbliche su ciò che è tecnologicamente avanzato e socialmente critico, come la non autosufficienza e le cure croniche complesse, sarà possibile onorare lo spirito della riforma del 1978 e garantire un futuro al Sistema Salute.







