Il dolore cronico rappresenta un problema di salute di notevole gravità, che affligge sia gli esseri umani sia gli animali, compromettendo significativamente la qualità della vita e limitando le normali attività quotidiane. Un elemento cruciale nello sviluppo di questa condizione dolorosa è il fattore di crescita nervoso (NGF), una sostanza che in condizioni normali svolge un ruolo essenziale nel mantenimento e nella crescita delle fibre nervose sensoriali e simpatiche. Tuttavia, come sottolineato dai ricercatori dell’Università di Perugia e dell’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore in una revisione pubblicata su Animals, in presenza di patologie l’NGF può esacerbare e prolungare i segnali del dolore, contribuendo in maniera determinante ai meccanismi di sensibilizzazione periferica e centrale e, di conseguenza, alla genesi e al mantenimento del dolore cronico.
In questo contesto, gli anticorpi monoclonali anti-NGF (bedinvetmab per il cane e frunevetmab per il gatto), originariamente sviluppati per il trattamento del dolore derivante dall’osteoartrite, si sono dimostrati estremamente efficaci. La revisione ha evidenziato che l’uso di questi farmaci in cani e gatti porta a miglioramenti significativi nelle scale di valutazione del dolore (come CBPI, LOAD, CSOM e FMPI), a un misurabile incremento dell’attività motoria, a un’ottima tollerabilità anche in trattamenti a lungo termine e a una riduzione della necessità di utilizzare altri analgesici in concomitanza. Sebbene il loro impiego clinico sia attualmente mirato principalmente alla gestione del dolore da osteoartrite, le evidenze scientifiche precliniche e cliniche suggeriscono un ampio potenziale terapeutico degli anticorpi monoclonali anti-NGF in una varietà di altre condizioni caratterizzate da dolore cronico.
Tra queste, si annoverano patologie oncologiche come l’osteosarcoma, la cistite idiopatica, le malattie infiammatorie intestinali e diverse neuropatie. La revisione fornisce dunque una panoramica aggiornata sulle possibili applicazioni cliniche di questi anticorpi al di là dell’osteoartrite, analizzando la logica fisiopatologica, le prove scientifiche disponibili, i potenziali benefici terapeutici e i limiti che dovranno essere affrontati in future ricerche.







