È sempre più necessario un cambio di paradigma negli acquisti di prodotti sanitari da parte dei vari sistemi sanitari europei. L’indicazione viene dal report finale che riassume i contenuti della conferenza sul value-based procurement (VBP) che si è tenuta a Bruxelles a dicembre 2025, sotto l’egida di varia associazioni di settore tra cui MedTech Europe. 

Gli attuali sistemi sanitari europei, infatti, sarebbero ormai inadeguati a sostenere nel tempo la pressione e la crescente domanda di cure complesse. Il rapporto sottolinea come gli esiti clinici ottenuti a fronte di una spesa sanitaria sul PIL in aumento in quasi tutti i paesi non siano in realtà proporzionali all’investimento fatto. Il procurement rappresenterebbe il 10% della spesa sanitaria complessiva ed è stato identificato come leva critica di cambiamento, in quanto ogni prestazione a basso valore è dannosa per il paziente, per il sistema e per il pianeta. Altri aspetti problematici includono la carenza strutturale di personale sanitario e la crescente necessità di allineare le scelte in sanità agli obiettivi climatici.

Nel suo intervento, il CEO di MedTech Europe Oliver Bisazza ha sottolineato come le aziende delle tecnologie medicali si posizionino ormai come partner che offrono servizi innovativi, aiutando gli ospedali a gestire laboratori, erogare assistenza domiciliare o ridurre i tempi di ospedalizzazione. Per Bisazza, lo spazio dell’innovazione sarebbe molto ampio, ma al fine di valorizzarlo sarebbero necessari modelli di procurement non più appiattiti solo sul criterio del prezzo.

Cosa si intende per VBP

La definizione operativa di value-based procurement contenuta nel report è riferita a un approccio agli acquisti sanitari focalizzato sul conseguimento dei migliori esiti per il paziente al minor costo complessivo del percorso di cura. In tal senso, sarebbe importante considerare ogni fase del percorso del paziente, dalla prevenzione alle cure di fine vita. Un obiettivo, questo, che richiederebbe collaborazione cross-disciplinare e tecnologie adeguate alla raccolta dei Patient-Reported Outcome Measures (PROMs), anche in popolazioni fragili.

Tra le principali sfide aperte è stata citata la mancanza di metriche robuste e comparabili. L’International Consortium for Health Outcomes Measurement (ICHOM), ad esempio, sta lavorando a standard set di esiti clinici co-creati con pazienti e clinici, basati su evidenze e centrati sulle priorità del paziente. I set richiedono da 12 a 15 mesi di sviluppo e ad oggi sono stati implementati soprattutto in Medio Oriente e Sud-Est Asiatico.

È stato discusso anche il cosiddetto approccio mini-HTA, da cui è emersa la necessità di adattare i framework valutativi ai percorsi di cura locali e la difficoltà di tenere il passo con tecnologie digitali e IA in rapida evoluzione. 

Tra IA e sostenibilità ambientale 

I processi di procurement, tra cui ad esempio la generazione di offerte orientate al VBP e che tengano in conto i requisiti regolatori vigenti nelle diverse giurisdizioni, sono destinati a giovarsi sempre più delle potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale, che permette maggiore personalizzazione a fronte di tempi molto più ristretti. L’IA potrebbe anche aiutare a colmare il cosiddetto execution gap, ovvero il fatto che la maggior parte delle gare sia ancora aggiudicata in base a prezzo e compliance. I fornitori sono stati chiamati a proporre, in tal senso, indicatori di esito e modelli di risk-sharing senza aspettare che siano i compratori a farne richiesta. 

Le scelte operative a livello, ad esempio, di edifici ospedalieri, trasporti o utilizzo di gas anestetici determinano circa il 45% delle emissioni del settore sanitario. MedTech Europe ha richiamato nel corso dei lavori il suo studio su come decarbonizzare la sanità, pubblicato nel 2025, mentre l’iniziativa pubblico-privato Sustainable Healthcare Coalition sta lavorando a una linea guida per la misurazione dell’impronta di carbonio di farmaci e dispositivi lungo l’intero ciclo di vita.