a cura di Daniele Colombo - giornalista
La filiera dei principi attivi farmaceutici (API) e degli intermedi chimici dovrebbe tornare al centro del dibattito industriale europeo. Non soltanto per ragioni economiche, ma anche per una sempre più evidente esigenza di sicurezza sanitaria. Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni – dall’apertura di nuovi fronti di conflitto alla crescente competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina – hanno infatti messo in luce la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali. Come nel paradosso spiegato dalla Regina Rossa ad Alice, per restare nello stesso posto bisogna correre più veloce possibile: il principio oggi vale più che mai.
Lo studio-manifesto di CPA Italy
Il tema è stato, lo scorso 10 marzo presso la sala Accademia della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, al centro della parte pubblica dell’assemblea annuale di CPA Italy, l’Associazione italiana dei produttori di principi attivi e intermedi per il mercato dei farmaci generici, che rappresenta oltre 30 imprese del settore chimico-farmaceutico italiano. Durante l’incontro è stato presentato uno studio accademico basato sui dati Eurostat Comext 2013-2024, che analizza oltre 548.035 osservazioni commerciali, relative a 670 codici prodotto (di cui 163 appartenenti al nucleo farmaceutico) e 30 Paesi fornitori extra-UE. Il focus, realizzato con il contributo di economisti e ricercatori universitari, ha riguardato dieci famiglie di intermedi chimici e API.
La globalizzazione sembrava garantire che qualsiasi prodotto potesse essere importato rapidamente e a basso costo. Eventi come la pandemia o le tensioni geopolitiche hanno dimostrato che le catene del valore possono interrompersi e che il commercio può diventare anche uno strumento di pressione politica. «La Cina è diventata un attore molto rilevante, soprattutto nel settore dei generici. Cosa succede se in qualche modo viene limitata l’esportazione di materie prime? Dobbiamo fare un friend-shoring, occorre diversificare, ma dove trovare fonti alternative è un bel punto di domanda», ha ammonito Stefano Riela, economista dell’Università Bocconi e primo relatore dello studio.
La vulnerabilità è negli ingredienti, non nei farmaci
Uno dei risultati più rilevanti dello studio riguarda la differenza tra la percezione della competitività europea nel farmaceutico e la realtà delle catene di approvvigionamento. Se si osserva il saldo commerciale dei farmaci finiti, l’Unione Europea appare forte e competitiva. La situazione cambia però se si guarda agli intermedi chimici e ai principi attivi, dove l’Europa risulta spesso importatrice netta. In altre parole, il valore aggiunto della produzione finale rimane in Europa, ma una parte decisiva della filiera industriale si è progressivamente spostata all’estero. Come sintetizza lo studio, la vulnerabilità non riguarda i farmaci sugli scaffali ma gli ingredienti a monte della filiera, mentre la quota cinese sui farmaci finiti resta intorno al 2-3% delle importazioni extra-Ue.
L’analisi mostra una crescita significativa del peso della Cina nelle importazioni europee di intermedi farmaceutici. Nel segmento degli intermedi e API la quota cinese nelle importazioni extra-Ue è passata dal 13% nel 2013 al 29% nel 2024, con un picco del 45% nel 2022. La dipendenza è particolarmente evidente in alcune famiglie di prodotti. Nel 2024 sei famiglie su dieci registrano una quota cinese superiore al 35%, mentre tre superano il 50%: glicosidi, 62%; vitamine, 56%; amino-composti, 53%.
In diversi casi la crescita è stata molto rapida. Negli ultimi undici anni gli amino-composti sono passati dal 13% al 53%, gli organo-zolfo dal 20% al 44%, gli eterociclici con azoto dall’11% al 37%. Nel caso di glicosidi e vitamine la quota cinese era già superiore al 50% nel 2013 ed è ulteriormente cresciuta negli anni successivi, segno che il fenomeno riguarda sia dipendenze storiche sia dinamiche recenti di rafforzamento della posizione cinese.
Un altro elemento di vulnerabilità riguarda la concentrazione dei fornitori. Lo studio mostra che 8 famiglie di intermedi su 10 presentano un indice HHI superiore a 2500, soglia che indica mercati fortemente concentrati. Tra i casi più critici: glicosidi (3973), vitamine (3715), amino-composti (3132). Esistono poi casi di concentrazione ancora più estrema ma su altri fornitori: ormoni (Usa 77%), solfonamidi (Svizzera 75%). In sostanza, oltre alla dipendenza geografica esiste anche una forte concentrazione industriale della produzione globale.

Spostare il baricentro verso l’India?
Di fronte a queste criticità negli ultimi anni si è affermata una strategia di diversificazione delle forniture verso Paesi considerati politicamente e commercialmente più affidabili: il cosiddetto friend-shoring. Secondo Tommaso Sonno, economista dell’Università di Bologna e co-autore dello studio, il fenomeno è reale ma ha delle strozzature. Tra il 2013 e il 2024 la quota di importazioni europee di intermedi farmaceutici provenienti da Paesi “amici” — India, Corea del Sud, Turchia, Vietnam e Messico — è passata dal 7% al 15%. Nello stesso periodo però la quota della Cina è cresciuta molto di più: dal 13% al 29%, con un aumento di 16 punti percentuali, quasi il doppio della crescita registrata dai partner alternativi (+8,4 punti percentuali). Nel contempo i Paesi partner tradizionali (Uk, Usa e Svizzera) sono scesi dal 62% al 48%.
All’interno del gruppo dei Paesi amici emerge poi l’India, che rappresenta circa il 13,6% delle importazioni europee di intermedi farmaceutici e costituisce quasi l’intero fenomeno di friend-shoring. Gli altri partner hanno un peso molto più limitato: Corea del Sud circa 1,4%, mentre Turchia, Vietnam e Messico restano quasi irrilevanti nelle quote di mercato. «Quello che definiamo friend-shoring dovremmo in realtà sostanzialmente chiamarlo India-shoring», ha sottolineato provocatoriamente Sonno. Il rischio, insomma, è che il tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina finisca per spostare semplicemente il baricentro verso un altro singolo fornitore.
Per l’Italia il tema è ancora più sensibile. Lo studio evidenzia che il Paese è più esposto della media europea in sei famiglie di intermedi su dieci. In alcuni casi il divario è molto marcato: glicosidi, Italia 89% – Ue 62%; eterociclici con azoto, Italia 84% – Ue 37%; organo-zolfo: Italia 58% – Ue 44%. Nel caso degli eterociclici con azoto il differenziale raggiunge 47 punti percentuali, uno degli scarti più elevati registrati nello studio. Il dato riflette la forte specializzazione dell’industria farmaceutica italiana e il ruolo centrale del Paese nel contract manufacturing farmaceutico europeo, che rende il sistema industriale particolarmente sensibile alla disponibilità di intermedi chimici.
Un position paper per la politica industriale
Sul tema l’Europa si sta muovendo solo negli ultimi anni. Nel dicembre 2023 l’Ema ha pubblicato la prima lista dei medicinali critici, oggi composta da 276 farmaci. Nel 2024 è stata lanciata la Critical Medicines Alliance, mentre nel marzo 2025 la Commissione europea ha presentato il Critical Medicines Act, una proposta di regolamento per rafforzare la sicurezza delle forniture. Lo studio promosso da CPA si inserisce in questo contesto e vuole contribuire al dibattito con dati sistematici. «Questa ricerca — ha spiegato Marcello Fumagalli, general manager dell’associazione – potrà essere una sorta di position paper, un manifesto dell’Associazione. Dice che occorre consolidare la nostra posizione e che l’unica possibilità è rivolgersi ai Paesi amici: il reshoring è inattuabile».
CPA intende utilizzare lo studio come base di confronto con le istituzioni italiane ed europee. L’obiettivo è rafforzare la resilienza della filiera farmaceutica attraverso diversificazione delle forniture, investimenti produttivi e cooperazione industriale internazionale. «La certezza è che esistono delle dipendenze – ha rimarcato il presidente dell’associazione Marco Ferrari – e per rilevarle occorre analizzare i dati in profondità, altrimenti non emergono. Abbiamo acceso una scintilla sulla filiera già qualche anno fa. Oggi sul tema dobbiamo fare divampare un incendio che vada nella direzione sia delle nostre istituzioni nazionali sia di quelle europee».


