La nuova Scuola per educatori in diabetologia nasce per contribuire a contrastare un fenomeno preoccupante: meno della metà dei pazienti con diabete di tipo 2 tiene la glicemia sotto controllo. L’inerzia terapeutica del clinico, che a volte ritarda il passaggio a cure più efficaci, e la non aderenza del paziente alle prescrizioni sono spesso alla base del problema.

La nuova Scuola per educatori in diabetologia
AMD avvia la nuova Scuola per educatori in diabetologia

Il mancato raggiungimento del controllo glicemico, secondo dati dell’OMS, costa in Europa fino a 125 miliardi di euro e negli USA 100 miliardi di dollari ogni anno. In Italia, secondo il Centro Studi Sanità in Cifre, i costi possono raggiungere le quote di:

  • 3,7 miliardi di euro per mancata attività di prevenzione,
  • 3,8 miliardi di euro per inefficienze dovute all’avvio ritardato del trattamento
  • 11,4 miliardi di euro per ospedalizzazione e acquisto dei nuovi farmaci.

La non aderenza del paziente alle prescrizioni e l’inerzia terapeutica dei diabetologi sono i due fenomeni che incidono maggiormente sul mancato raggiungimento di un buon compenso glicemico nei diabetici di tipo 2. Meno della metà di loro, infatti, raggiunge i livelli di emoglobina glicata consigliati dalle linee guida.

La non aderenza del paziente alla prescrizione, che riguarda il trattamento farmacologico e lo stile di vita, viene riscontrata dai diabetologi mediamente in circa la metà dei loro assistiti.

L’inerzia terapeutica è un errore diffuso tra i diabetologi e consiste nel mancato riadattamento della terapia quando questa non risulta efficace.

Proprio per fornire ai diabetologi le competenze necessarie a superare l’inerzia terapeutica e per migliorare le loro capacità relazionali e comunicative al fine di coinvolgere più attivamente il paziente, anche sfruttando social media e nuove tecnologie AMD lancia la nuova Scuola per educatori in diabetologia.

Il progetto formativo prenderà il via il 23 febbraio 2018 con il primo ciclo di lezioni. Si articolerà in più moduli nel corso dell’anno e si concluderà a novembre. Il programma ha il supporto non condizionante di Sanofi, Novo Nordisk, Menarini Diagnostics, Medtronic, Doc Generici, Astrazeneca e Abbott.

Le cause dell’inerzia terapeutica nella gestione del paziente con diabete di tipo 2

«L’inerzia terapeutica incide in modo significativo nel mancato raggiungimento degli obiettivi di cura – dichiara Paolo Di Berardino componente Comitato Scientifico della Scuola per educatori.

Di Berardino spiega che da parte del medico possono attuarsi meccanismi anche inconsci che lo rendono riluttante al cambiamento. Infatti può per esempio:

  • non confrontarsi con i colleghi,
  • non seguire una metodologia valida per l’autovalutazione,
  • sopravvalutare il proprio operato,
  • non lavorare in una équipe multidisciplinare composta da dietisti, psicologi e infermieri. Queste figure potrebbero supportarlo nella gestione globale del paziente e della terapia,
  • per motivi organizzativi non avere il tempo e le risorse necessari per educare e formare il paziente passaggio dagli antidiabetici orali alla terapia insulinica.

«L’operatore sanitario oggi è sottoposto a forti pressioni. L’innovazione terapeutica infatti permette di rivoluzionare gli scenari dell’assistenza alle persone con diabete. Tuttavia la sostenibilità del sistema sanitario impone restrizioni continue – spiega Domenico Mannino, presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD). – Quindi le istituzioni da una parte stimolano l’adozione dei PDTA necessari per garantire efficacia ed efficienza degli interventi, ma dall’altra procedono a tagli delle risorse, con riduzione del personale e accorpamento delle strutture. Lo stress cronico cui è sottoposto il diabetologo che lavora con i pazienti in queste circostanze, può essere logorante fino a causare difficoltà nell’erogazione quotidiana delle cure».

«In questo modo possono attivarsi condizioni di malessere e di burnout. La Scuola AMD, nell’ottica di generare un vero cambiamento, cercherà di supportare i diabetologi nel rinnovare la loro motivazione e la loro capacità di comunicazione. Questo porterebbe beneficio prima di tutto a loro stessi e al team con il quale lavorano nonché alla relazione con i pazienti» – conclude Mannino.

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