È stato pubblicato dalla Corte dei Conti l’annuale rapporto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali, relativo all’esercizio 2016. “La guardia deve restare alta, perché la maggiore durata della vita e l’innovazione tecnologica di farmaci e dispositivi medici spingono inevitabilmente ad un aumento della spesa, occorrerà valutare se le politiche di contenimento saranno compatibili con queste esigenze. E soprattutto se il sistema economico nel suo complesso sarà in grado di sostenere la richiesta di ulteriori risorse per il mantenimento di un adeguato livello delle prestazioni sanitarie erogate ai cittadini”. è il monito lanciato dai giudici a chi si troverà, nei prossimi mesi, ad amministrare questa nuova fase della vita del Paese.

Le principali linee di tendenza

Secondo il rapporto il sistema sanitario italiano si conferma essere tra i meno costosi a livello internazionale e riesce ancora a garantire complessivamente l’erogazione di “buoni servizi”. I giudici segnalano però l’opportunità di monitorare con maggiore attenzione il crescente ricorso alle prestazioni sanitarie out-of-pocket, pagate integralmente dai cittadini ed erogate dal canale privato.
Positivo è il giudizio sul deficit, che si attesta attualmente attorno al miliardo di euro e presenta buone prospettive di rientro. Molto ingente rimane invece il debito verso i fornitori del Servizio sanitario nazionale (circa 20 miliardi di euro), nonostante la forte riduzione che si è avuta nel periodo 2012-2016 (circa 40%). La Corte dei Conti segnala anche una generale diminuzione dei crediti delle aziende sanitarie verso le Regioni, derivante da modalità più efficaci di trasferimento delle risorse tra i diversi enti territoriali. Se, da un lato, le disponibilità liquide delle aziende sanitarie sono cresciute, dall’altro rimane però una “certa vischiosità all’interno delle procedure di pagamento” che va a impattare sul debito con i fornitori.
Il conto economico 2016 consolidato a livello nazionale indica che il sistema sanitario sta raggiungendo un punto di equilibrio, anche se i giudici della Corte dei Conti segnalano che tale dato è per il momento basato solo sul computo delle coperture ed andrà confermato sulla base degli esiti dell’esercizio 2017, anche alla luce di alcune situazioni territoriali di particolare criticità.
La Corte dei Conti chiede anche una maggiore attenzione sugli investimenti in sanità, messi alle strette dalle politiche di contenimento della spesa pubblica degli ultimi anni. “Ciò non contribuisce al rilancio dell’economia e incide qualitativamente sul livello dei servizi erogati”, è il commento dei giudici a questo riguardo.

I punti per l’agenda del nuovo governo

Il rapporto della Corte dei Conti delinea anche le azioni che dovrebbero essere messe in atto per recuperare l’efficienza del sistema sanitario nazionale. A partire dal superamento del cronico ritardo nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, che impedisce di programmare in modo tempestivo le risorse disponibili per i servizi sanitari regionali. A questo riguardo, la Corte segnala come la delibera CIPE di assegnazione definitiva delle quote sia costantemente adottata ad esercizio successivo inoltrato, un fatto che rende anche opaca la rappresentazione contabile delle gestioni.
Un’altra richiesta riguarda la necessità d’individuare parametri obiettivi per la definizione del costo dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) erogati dalle Autonomie speciali, in assenza dei quali le valutazioni potrebbero risultare non coerenti con la situazione effettiva. Un passo positivo in questa direzione è rappresentato dall’inclusione delle Autonomie speciali nel percorso di monitoraggio ordinario, che i giudici si augurano possa portare a regole e prassi contabili condivise a livello nazionale. Il monitoraggio sui costi e la qualità dei servizi dovrebbe essere esteso a tutte le Regioni, e dovrebbe puntare ad assicurare condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini.
L’ultimo punto di attenzione sollevato dalla Corte dei Conti riguarda la necessità di regole per l’omogenea integrazione dei conti del perimetro sanitario di cui al Titolo II del d.lgs. n. 118/2011, con il bilancio regionale generale disciplinato dallo stesso decreto legislativo. “L’integrazione dei due ambiti potrebbe consentire una ricostruzione esaustiva dei conti regionali ai fini del coordinamento della finanza pubblica, e, conseguentemente, una più adeguata valutazione, da parte delle Sezioni regionali di controllo, dei conti delle Regioni e Province autonome anche alla luce dei risultati degli enti sanitari”, scrive la Corte.

L’andamento della spesa sanitaria

La spesa primaria corrente nel triennio 2014/2016, rispetto al 2013, è aumentata di circa 21 miliardi, di cui 3 miliardi attribuibili alla spesa sanitaria. Quest’ultima ha fatto segnare uno +0,9% nel triennio, meno della restante spesa corrente primaria (+1,0%), mentre spesa pensionistica e altre prestazioni sociali in denaro aumentano ad un tasso medio circa doppio (+1,8%). La spesa relativa al Servizio sanitario nazionale è stata del 6,7% del Pil nel 2016.

I vincoli di finanza pubblica e la rigorosa disciplina di bilancio imposta dalla crisi a partire dal 2009 hanno fortemente penalizzato le politiche di investimento, diminuìte complessivamente di 3,2 miliardi nel triennio 2014-2016 (ammontavano nel 2016 al 2,1% del Pil). Dal 2010 sono diminuiti in modo costante anche gli investimenti fissi lordi degli enti del Ssn, nel 2016 inferiori di circa il 51,4% a quelli del 2009. In termini reali, la spesa pro capite sanitaria pubblica è cresciuta del 15,8% nel periodo 2003/2010 (da 1.641 a 1.901 euro), per poi ridursi dell’8,8% negli anni 2010/2016 (da 1.901 a 1.734 euro). Un dato in controtendenza rispetto a quello delle variazioni medie della spesa sanitaria pro capite totale (pubblica e privata) nei principali paesi europei negli anni 2009/2016, che – tranne a Grecia e Portogallo – hanno visto un segno positivo.
La diminuzione della spesa complessiva è attribuita ai minori redditi da lavoro dipendente (-8,6% nel periodo considerato) conseguenti al blocco delle procedure contrattuali e del turn over nelle Regioni ove è attivo un Piano di rientro, e al calo della spesa farmaceutica convenzionata (-32%). I costi per le prestazioni sanitarie direttamente prodotte dagli erogatori pubblici sono invece aumenti complessivamente del 23%, anche a causa del crescente utilizzo dei farmaci innovativi in ambito ospedaliero.

La situazione a livello regionale

Molise, Calabria e Campania sono passate nel 2015 tra le regioni “inadempienti” per quanto riguarda il monitoraggio dei Lea (prima erano “adempienti con riserva), a causa della revisione dei criteri di assegnazione operata dal Ministero della Salute. Tra le regioni inadempienti (nove in totale), Campania e Sicilia peggiorano il punteggio rispetto al 2014. La Basilicata è la sola delle regioni del Sud ad essere adempiente, mentre le regioni più virtuose da questo punto di vista sono ancora una volta Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte (uscito quest’anno dalle regioni in Piano di rientro) e Veneto. La Corte dei Conti si attende che anche il Lazio esca dal piano di rientro entro l’anno in corso, e segnala come la corretta analisi dei dati economico-finanziari venga in parte inficiata dall’esclusione degli enti territoriali a statuto speciale dal monitoraggio sulle performance di adempimento/inadempimento nell’erogazione dei LEA.

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