La tossicità dei mezzi di contrasto al gadolinio potrebbe necessitare ulteriori approfondimenti, con nuovi studi clinici retrospettivi e prospettici: è il suggerimento che emerge dalla review comprensiva pubblicata su BioMetals dagli esperti del MedInsight Research Institute e della Ariel University.

Il gadolinio è un metallo di transizione interna comunemente usato come mezzo di contrasto in circa il 30% delle procedure diagnostiche di risonanza magnetica. Gli effetti collaterali finora riconosciuti riguardano un possibile accumulo nei pazienti affetti da insufficienza renale; un rischio che, secondo la nuova ricerca, sarebbe in realtà esteso a tutti i pazienti. Secondo l’autore principale dell’articolo, Moshe Rogosnitzky, il metallo si accumulerebbe nel cervello, nelle ossa e in altri organi, anche in persone con una normale funzione di eliminazione renale: un dato che sarebbe in contraddizione con quanto finora comunemente accettato per i pazienti considerati come non a rischio.

Un articolo su BioMetals lancia un allarme sui possibile accumulo dei mezzi di contrasto al gadolinio nell'organismo umano
Un articolo su BioMetals lancia un allarme sui possibile accumulo dei mezzi di contrasto al gadolinio nell’organismo umano (credits: pixabay/CC0)

Lo studio ha analizzato nel dettaglio i meccanismi biochimici e molecolari già noti e quelli ipotizzabili alla base della tossicità del gadolinio, l loro potenziali ricadute cliniche a livello di ritenzione e accumulo nei tessuti e i metodi che potrebbero aiutare a prevenire il rischio legato all’uso del metallo, che viene normalmente somministrato in forma chelata per agevolarne l’eliminazione da parte dell’organismo.

Nel 2007 l’FDA americana aveva richiesto di un’avvertenza in etichettatura contro i rischi potenziali dei mezzi di contrasto al gadolinio in pazienti affetti da malattie renali, per i quali era stato evidenziato lo sviluppo di fibrosi nefrogenica sistemica. Sempre l’agenzia americana nel 2015 ha avviato una valutazione del rischio di accumulo cerebrale del metallo in pazienti ripetutamenti esposti al mezzo di contrasto.

Secondo Rogosnitzky, la posizione dell’FDA, che non evidenziava nessun effetto avverso particolare in pazienti con normale funzionalità renale, non sarebbe più sostenibile e richiederebbe ulteriori approfondimenti clinici. Il direttore del Center for Drug Repurposing dell’Ariel University ha anche segnalato l’opportunità che la comunità scientifica lavori per il rapido sviluppo di antidoti contro la sovraesposizione da gadolinio. “La nostra review non ha identificato un singolo farmaco adatto a rimuovere in modo rapido il gadolinio dal corpo. C’è una mancanza critica d’informazione scientifica su come valutare la tossicità del gadolinio, e, forse più importante, su come trattarla”, ha sottilineato Rogosnitzky commentando i risultati del lavoro.

Un primo passo in questa direzione, secondo gli esperti israeliani, potrebbe includere l’approfondimento dell’utilità rispetto al gadolinio di farmaci chelanti già in uso per eliminare la tossicità di altri metalli.

 

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