I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus ricordando che la riduzione dell’incidenza dei tumori HPV-correlati stimata arriva al 90%. L’obiettivo dei ginecologi è combattere disinformazione e pregiudizi sui vaccini e diffondere una maggiore cultura della prevenzione attraverso lo screening.

I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus
I ginecologi italiani fanno chiarezza su importanza ed efficacia della vaccinazione anti-papillomavirus. L’obiettivo è rendere efficace la campagna preventiva

La SIGO (Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia), la AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) e la AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) che rappresentano l’intero panorama della ginecologia del nostro Paese, in accordo con le evidenze scientifiche e con le Istituzioni Sanitarie nazionali e internazionali e con L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), intendono fare chiarezza sull’importanza della vaccinazione anti-papillomavirus per la prevenzione del cancro del collo dell’utero e delle malattie e dei tumori dell’area ano-genitale. Ciò anche allo scopo di fugare dubbi e false informazioni che rischiano di disorientare i cittadini e di ridurre l’adesione al piano vaccinale, con la conseguenza di compromettere questa importante iniziativa pubblica sanitaria e sociale.

Il tumore del collo dell’utero (carcinoma cervicale, cervicocarcinoma) riveste grande importanza in ambito oncologico. È, infatti, il terzo tumore più frequente nella donna. Inoltre, è l’unico che può essere prevenuto grazie allo screening (Pap test e HPV test). Infine, è la prima neoplasia non ematologica a essere stata direttamente correlata a un’infezione virale: l’infezione da papillomavirus umano (HPV), in particolare dai 13 sottotipi ad alto rischio. Ciò ha reso possibile lo sviluppo di test di screening molecolari (HPV DNA test), da affiancare al Pap test, e di vaccini contro i sottotipi più diffusi e clinicamente rilevanti di HPV.

Screening e vaccinazione, insieme a corretti stili di vita, rappresentano la vera prevenzione primaria del carcinoma cervicale e di tutte le altre neoplasie correlate all’HPV a carico di vagina, vulva, ano e oro-faringe, nonché delle lesioni condilomatose a carico dell’apparato anogenitale.

I vaccini anti HPV attualmente disponibili, che coprono fino a nove sottotipi del virus (16, 18, 6, 11, 31, 33, 45, 52 e 58) rappresentano un’arma efficace di prevenzione dell’infezione persistente da HPV, delle lesioni pre-cancerose da questa causate e dei tumori ad essa correlate.

I vaccini anti HPV sono raccomandati a tutti gli adolescenti prima dell’esposizione sessuale. L’efficacia e sicurezza dei vaccini anti HPV sono state confermate dalle autorità regolatorie internazionali

In Italia, la vaccinazione anti HPV è offerta attivamente e gratuitamente a tutte le dodicenni (11 anni compiuti) dal 2007-08. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-19 ha inserito la vaccinazione anti HPV nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti di sesso femminile e maschile, da effettuarsi nel corso del 12° anno di età.

La recente pubblicazione, da parte dell’AIFA, del rapporto sulle presunte reazioni avverse dopo la vaccinazione, dimostra che, per quanto concerne i vaccini anti HPV, i dati sono in linea con quelli di tutti gli altri vaccini e smentiscono il catastrofismo legato al pregiudizio scientificamente inaccettabile sui vaccini in genere.

I vaccini anti HPV e gli esiti dei programmi di prevenzione vaccinale sono una delle aree mediche con il maggior numero di evidenze prodotte negli ultimi anni.

Le autorità competenti di tutto il mondo hanno raccomandato e raccomandano l’implementazione di programmi vaccinali contro l’HPV (OMS, EMA, FDA, ECDC, CDC, SAGE ecc.) e ne sottolineano l’importanza, la sicurezza e l’efficacia.

I dati di efficacia dei vaccini anti HPV sono il risultato di oltre 10 anni di studi clinici e ricerca che hanno preceduto la loro immissione in commercio. Il profilo di sicurezza è stato valutato attraverso studi di fase III che hanno coinvolto decine di migliaia di soggetti di ambo i sessi. Per quanto concerne possibili effetti secondari della vaccinazione, nella quasi totalità dei casi sono stati riscontrati effetti passeggeri di lieve e modesta entità.

I vaccini hanno dimostrato un’efficacia clinica di quasi il 100% nel ridurre le lesioni precancerose del collo dell’utero (CIN3) causate da HPV 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi di cervicocarcinoma invasivo. È stata altresì dimostrata l’efficacia dei vaccini nel ridurre l’incidenza di lesioni precancerose a carico di altri organi, quali vulva, ano e vagina.

Anche i primi studi di “vita reale” (real life) evidenziano l’efficacia diretta dei programmi di vaccinazione sulla popolazione, rilevando un significativo calo dell’incidenza delle patologie HPV correlate, proporzionale al tasso di copertura vaccinale della popolazione studiata.

Il raggiungimento e il mantenimento nel tempo di un’adeguata copertura vaccinale sono fondamentali per l’efficacia di un programma di vaccinazione attivo e per la sua sostenibilità economica. La percentuale di copertura auspicata dal Ministero nel 2007 (95% delle coorti attivamente chiamate) è ben lungi dall’essere stata raggiunta. Il tasso di copertura nazionale delle dodicenni, assestatosi negli ultimi anni intorno al 70%, è calato a meno del 60%.

Le ragioni della difficoltà a comunicare in modo appropriato i benefici della prevenzione vaccinale alla popolazione sono molteplici: disinformazione e pregiudizi sui vaccini in generale e ragioni più propriamente correlate alle malattie HPV correlate.

Il papillomavirus è ubiquitario, vale a dire che ognuno di noi vi entra in contatto ed è oggetto di una infezione temporanea nel corso della propria vitaIl virus interessa esclusivamente cute e mucose e non causa viremia e conseguente produzione anticorpale. Ciò significa che le difese immunitarie locali dell’ospite – se in buona salute e in assenza di altri cofattori capaci di ridurne l’efficacia – sono capaci di circoscrivere l’infezione e indurre in breve tempo (mediamente 8-14 mesi) l’eliminazione spontanea del virus. In alcuni casi, tuttavia, l’organismo non riesce ad eliminare il virus, specie i sottotipi ad alto rischio e a potenziale oncogeno, che riesce a persistere e ad integrarsi nel genoma dell’ospite immortalizzando la cellula squamosa colpita e innescando il meccanismo della trasformazione tumorale.

La lotta alla disinformazione sulla vaccinazione anti-papillomavirus

È intuitivo che sia molto difficile comunicare al cittadino la complessità della storia naturale dell’infezione e far comprendere la contemporanea innocuità della singola infezione ma la potenziale severità dell’infezione persistente e delle patologie ad essa correlate. La stessa co-disponibilità attuale di prevenzione primaria (vaccinazione) e secondaria (screening organizzato) del cervicocarcinoma è per assurdo in qualche modo fonte di problematiche comunicative. I concetti di integrazione e complementarietà delle due iniziative di salute pubblica sono ovvi, ma difficili da spiegare, in una realtà attuale dove la maggioranza dei casi di tumore invasivo diagnosticati in Italia non ha mai eseguito un Pap test.

L’obiettivo razionale della prevenzione cervicale nei paesi industrializzati, ovvero un significativo calo di prevalenza del virus in ambo i sessi, richiede la comprensione dei termini della questione.

Il cammino è ancora lungo ma l’introduzione del vaccino nonavalente rappresenta un’accelerazione positiva verso la meta, dal momento che si stima che porterà a una riduzione dell’incidenza del tumore di oltre il 90%.

Lo sforzo comunicativo e informativo da parte delle diverse figure istituzionali e professionali coinvolte (dal Ministero della Salute alle istituzioni medicali e del farmaco e le Società Scientifiche, dai medici di sanità pubblica ai pediatri, ai ginecologi, ai medici di medicina generale) deve essere sempre meglio coordinato, perché forte è il “potere della bufala” o della disinformazione, talvolta anche in perfetta buona fede, nel modello comunicativo e relazionale proprio della società attuale. È uno sforzo immane, ma la conferma che si debba affrontarlo viene dagli occhi e dalle parole di ogni donna che ancora oggi, quotidianamente, giunge nei nostri reparti per colpa di una malattia potenzialmente eradicabile.

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