Uno dei freni maggiori alla trasformazione digitale è la paura: lo sviluppo di conoscenza e consapevolezza sui robot permette di definire normative adeguate e rendere l’innovazione efficiente e sicura.

robot, iCub
iCub – Istituto Italiano di Tecnologia (credits: IIT)

Uno dei freni maggiori alla transizione sociale verso il digitale è rappresentato dalla paura. Un timore che si acuisce quando si parla di robot. A causa della loro somiglianza con l’essere umano e della resistenza al cambiamento tipica della nostra razza, la convivenza non sembra facile.

Temiamo che i robot possano sottrarci le già esigue possibilità di lavoro, che interferiscano con la nostra identità. Che si possa creare ambiguità fra uomini e umanoidi e che questi ultimi possano, ad un certo punto, prendere il sopravvento.

 

DI COSA SONO FATTI I ROBOT

Nell’ambito dell’iniziativa Conosciamoci meglio organizzata da Bayer nella sua sede milanese, lo speech del professor Roberto Cingolani, scioglie gran parte della tensione emotiva intorno a questa spinosa questione. Il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia lo fa ricorrendo allo strumento che gli esperti di digitale come lui prediligono: i dati. Numeri utili a sfatare i parzialmente comprensibili pregiudizi che si sono generati intorno alla trasformazione digitale.

Capire come sono fatti i robot può aiutare a creare consapevolezza su potenzialità e rischi dell’innovazione digitale.

La complessità espressa dalla struttura biologica di un essere umano è il risultato dell’estrema semplificazione indotta dall’evoluzione. La nostra fisiologia è plasmata, affinata, ottimizzata da infinite mutazioni genetiche che, vantaggiose, sono state tramandate alla progenie.

In definitiva, l’uomo può essere ridotto a sei componenti fondamentali. Sei piccoli atomi: ossigeno, carbonio, idrogeno, azoto, calcio, fosforo. Dall’altro lato, per costruire un robot devo avere a disposizione l’intera tavola periodica.

 

UN’INTELLIGENZA ALGORITMICA E RIPRODUCIBILE

Ma questo non è l’unico punto di disambiguazione. Probabilmente, parte dell’alone di sospetto che circonda la questione ha a che vedere con il termine intelligenza. Anche se qualificata dall’aggettivo artificiale, l’intelligenza è una caratteristica, almeno fino all’avvento dei più recenti risultati del progresso scientifico-tecnologico, appannaggio esclusivo dell’uomo. E che ora dobbiamo imparare a condividere con dispositivi di vario genere.

Ma anche qui Cingolani sgombra il campo da equivoci. L’intelligenza umana è biochimica e, come tale, non riproducibile. Quella delle macchine non funziona sulla basa di complesse reazioni chimiche, ma è algoritmica e riproducibile.

L’uomo ha coscienza di sé e, dunque, paura di morire. Questi fascinosi riferimenti filosofici non sfiorano i robot, che riescono ad avere il senso di esistere, ma non hanno alcuna percezione del morire. Il robot non ha una sua etica: è il programmatore (un essere umano) ad attribuirgliela. Ha, come precisa Cingolani, un’etica passiva.

 

LA DEFINIZIONE DI UN QUADRO REGOLATORIO

Porsi questioni afferenti alla dimensione del pensiero non è un sofismo para-scientifico, ma già un approccio alla strutturazione di un framework regolatorio sui robot. Un tema complesso, che tuttavia non può essere ulteriormente trascurato. Un dibattito che implica conoscenza e consapevolezza. D’altra parte, è proprio ciò che meno si conosce a suscitare più paura.

 

LA STAR DELLA ROBOTICA: iCUB

Chi ha timore dei robot non ha mai visto il tenerissimo iCub, la punta di diamante del IIT. Ha le dimensioni, la forma e persino il nome di un bambino (cub, cucciolo d’uomo). iCub è un robot mosso da ben 53 motori e dotato di sensori di equilibrio così sofisticati da garantirgli un equilibrio straordinario. Le sue mani sono state progettate per svolgere attività di manipolazione complessa e precisa, come quelle richieste nella produzione industriale.

Queste caratteristiche lo rendono il robot umanoide per la ricerca più diffuso nei laboratori di tutto il mondo.

 

R1 E LE SUE APPLICAZIONI IN CLINICA

Meno complesso e più alto (meno bambino e dunque forse un po’ meno simpatico) è R1. La creatura di Giorgio Metta, vice direttore scientifico di IIT, lavora già nelle cliniche. Grazie alla sua sorprendente capacità di interazione con l’essere umano (è stato presentato come your personal humanoid) è un robot assistivo-riabilitativo.

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R1 con Giorgio Metta, Direttore dell’iCub Facility Department IIT (credits: IIT)

R1 è il risultato della collaborazione fra l’Istituto di Genova con IBM, che si è occupata dell’implementazione di intelligenza artificiale e cognitive computing. Attinge al cloud, dove può pescare in una vastissima quantità di dati utili ad eseguire le operazioni per cui è programmato.

Nella realtà clinica prestigiosa della Fondazione Don Gnocchi viene usato per la riabilitazione robotica. Ma può essere impiegato anche per la riabilitazione dei bambini affetti da autismo.

Oltre alle sue applicazioni cliniche, R1 è anche un robot domestico, capace di lavorare insieme all’uomo e per l’uomo. Un umanoide che può supportare gli anziani nella gestione delle piccole grandi difficoltà della vita quotidiana.

E’ dunque destinato ad una rapida diffusione, anche grazie ai costi. In prototipo costa poche decine di migliaia di euro e verrà venduto allo stesso prezzo di uno scooter.

IL SERVIZIO SANITARIO E LA ROBOTICA

Frutto del lavoro del joint lab fra IIT e Inail, Hannes è una mano protesica stampata in 3D che può essere controllata con il muscolo residuo dell’arto mancante. Hannes permette ai pazienti che hanno subito l’amputazione della mano di recuperare il 90% della funzionalità perduta. Il paziente educa la sua mano durante un percorso di training che dura 4 settimane insegnandole a muoversi, addestrandola all’uso che ne dovrà fare. Interessante la compartecipazione del servizio sanitario nazionale alla spesa per l’acquisto di questa protesi da parte dei pazienti.

L’inserimento degli umanoidi nei reparti di riabilitazione, nell’industria e nelle nostre case è già in atto e destinato a diventare sempre più capillare. I robot sono destinati ad un veloce trasferimento tecnologico, perché esiste una potente forza motrice in grado di trascinarli verso il mercato: la necessità.

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