Uno tsunami ha colpito una ventina di aziende farmaceutiche con sede negli Stati Uniti: sono quarantaquattro gli Stati che hanno avviato cause legali tramite i loro procuratori generali, con l’accusa per le aziende coinvolte di fare cartello per gonfiare in modo concordato i prezzi di oltre un centinaio di medicinali generici. I rialzi sarebbero stati volti a bloccare la concorrenza sul mercato, e in alcuni casi avrebbero raggiunto il 1000%. La forte presa di posizione della magistratura ha trovato concordi le varie anime della politica a stelle e strisce; al supporto della presidenza repubblicana, infatti, si sono aggiunte anche voci democratiche, come quella della senatrice e candidata alla presidenza Elizabeth Warren. Il ricorso base è stato depositato lo scorso venerdì presso la Corte distrettuale del Connecticut dal procuratore generale William Tong (scarica qui il documento).

L’oggetto del contendere e le aziende coinvolte

Le azioni avviate dai procuratori americani riguardano un presunto cartello che avrebbe agito nel periodo luglio 2013-gennaio 2015. Tra i prodotti al centro del caso vi sono, ad esempio, principi attivi per la cura dell’Hiv, dell’asma, dell’ipercolesterolemia, antibiotici, antitumorali, antidiabetici, medicinali anticoagulanti, contraccettivi e antidepressivi.

L’elenco delle aziende coinvolte è lungo: Teva, Sandoz, Mylan, Actavis Holdco, Actavis Pharma, Amneal, Apotex, Aurobindo Pharma U.S.A., Breckenridge , Dr. Reddy’s, Glenmark, Greenstone, Lannett, Lupin Pharmaceuticals, Par, Pfizer, Taro, Upsher-Smith Laboratories, Wockhardt USA e Zydus Pharmaceuticals (USA). A queste si aggiungono una quindicina di senior executive manager citati direttamente nella causa. “Abbiamo forti evidenze che mostrano come l’industria dei farmaci generici abbia perpetrato una frode da miliardi di dollari a spese degli americani. Abbiamo email, messaggi di testo, registrazioni telefoniche e insiders già operanti nelle società, che riteniamo potranno provare una cospirazione in atto lungo diversi anni per fissare i prezzi e dividersi la quota di mercato per un numero molto elevato di farmaci generici“, è stato il commento del procuratore generale del Connecticut affidato a una nota.

Lo scenario dipinto dal documento della Procura ruota attorno a occasioni informali di networking, come le cene di gala, i cocktail e anche le partite di golf, quali momenti principe per chiudere i presunti accordi tra le aziende, con lo scopo di aumentare i prezzi nei riguardi del mercato delle assicurazioni sanitarie, dei programmi Medicare e Medicaid pagati dalla tassazione ordinaria e dei costi out-of-pocket direttamente affrontati dai pazienti per l’acquisto dei farmaci. “Le accuse di questa nuova citazione e delle cause più in generale sono solo questo – accuse“, è stato il commento del vice presidente di Teva, Kelley Dougherty, riportato da Bloomberg.

L’attuale azione legale si aggiunge a quella già avviata nel 2016 presso la Corte della Pennsylvania, riguardante 18 società, due manager e una quindicina di prodotti medicinali. Nell’ambito di questa prima chiamata in giudizio, il presidente e il Ceo dell’azienda genericista Heritage Pharmaceuticals, , hanno patteggiato e chiuso un accordo di collaborazione coi 41 Stati coinvolti.

Il 2019 si era aperto con aumenti di prezzo generalizzati

L’anno nuovo si era aperto con un aumento generalizzato dei prezzi di circa 250 medicinali su prescrizione presenti sul mercato americano. L’aumento medio, riporta Kevin Kelleher su Fortune, sarebbe stato del 6,3%, con punte fino al 10%. Dal 15 gennaio, ad esempio, Pfizer ha annunciato aumenti del 5% su un decimo del proprio listino (41 prodotti), con le eccezioni di tre prodotti aumentati solo del 3% e di uno che ha visto un incremento del 9% del prezzo, motivato da due programmi di sviluppo che hanno portato all’approvazione di due nuove indicazioni orfane. In tale occasione, Il Ceo di Pfizer Ian Read aveva commentato che il miglior strumento per la sostenibilità dei medicinali sarebbe rappresentato dalla riduzione dei crescenti costi out-of-pocket affrontanti dai consumatori; consumatori che dovrebbero invece beneficiare maggiormente dei ribassi comunque concessi dalle aziende a payer e distributori.

La soglia del 10% rappresenterebbe comunque il limite d’aumento annuo su cui avrebbero trovato la convergenza molte aziende farmaceutiche, riporta Healthcare Weekly. Secondo il commento di Max Nilsen su Bloomberg, invece, alcune aziende avrebbero operato delle diminuzioni “cosmetiche” del prezzo di farmaci “insignificanti”, o avrebbero annunciato lo stop agli aumenti dopo averli già completati.

Il quadro storico e le tendenze della spesa farmaceutica negli Usa per gli anni a venire sono stati analizzati da un’analisi pubblicata dal Peterson-Kaiser Health System Tracker, secondo cui la spesa per i farmaci su prescrizione è rallentata nel 2017 (ultimi dati disponibili) e dovrebbe crescere in modo moderato fino al 2027, dopo il picco di aumenti fatti registrare nel 2014 (+11,5% pro capite) e 2015 (+8,1% ). Il prezzi al dettaglio dei farmaci su prescrizione negli Usa, adeguati rispetto all’inflazione, sarebbero aumentati secondo l’analisi dai 90 dollari del 1960 ai $1.025 del 2017 (+ 1.039%), con un’impennata a partire dagli anni ’90. La percentuale di persone che sperimentano “molte difficoltà” nell’acquisto dei farmaci è riportata essere del 9%, a cui si aggiunge un 15% di americani che ha comunque “qualche difficoltà”. L’introduzione di nuovi prodotti, in particolare nell’area delle specialty medicines, e l’aumento dei prezzi di quelli già sul mercato e ancora sotto brevetto sono stati individuati quali principali driver delle dinamiche di aumento di prezzo osservate.

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