La diagnosi di malattia di Alzheimer viene posta in genere quando i sintomi sono evidenti e quando il declino cognitivo è ormai cominciato. Quando si arriva a quel punto, però, l’evoluzione nefasta del morbo è molto difficile da frenare. I metodi utilizzati possono comprendere test per indagare il funzionamento della memoria, del linguaggio, del comportamento, della percezione spaziale e sistemi di diagnostica per immagini come, ad esempio, la risonanza magnetica cerebrale.

L’International Business Machines Corporation (IBM) e la casa farmaceutica Pfizer hanno messo a punto di recente una metodica nuova che potrebbe fornire la possibilità di predire con notevole anticipo l’insorgenza della malattia. Si tratta, in sintesi, di un test linguistico analizzato e valutato da un modello di intelligenza artificiale, messo a punto dopo decenni di studio, che sembra in grado di prevedere nel 74% dei casi la comparsa in futuro del morbo di Alzheimer. I risultati di queste ricerche sono stati pubblicati su The Lancet eClinical Medicine il 22 ottobre scorso. 

Gli scienziati hanno utilizzato algoritmi applicati su discorsi brevi e standardizzati, considerati punti di riferimento di base perché espressione di processi cognitivi normali, ottenuti dal Framingham Heart Study, uno studio che ha coinvolto più di 5.000 persone e le loro famiglie a partire dagli anni ’40. L’obiettivo finale era quello di verificare quale grado di accuratezza di previsione, riguardo all’insorgenza futura del morbo di Alzheimer, potessero avere le espressioni linguistiche di un singolo momento utilizzate da 80 persone senza segni di declino cognitivo arruolate per questo scopo. I risultati della sperimentazione hanno mostrato che è stato possibile prevedere la comparsa del morbo mediamente sette anni e mezzo prima che fosse diagnosticata con certezza la malattia.

Ajay Royyuru, IBM Fellow e vice presidente dell’healthcare e life sciences research di IBM, ha dichiarato che utilizzare questo test: «Non significa diagnosticare l’Alzheimer, ma semplicemente verificare l’esistenza di possibili anomalie. Sarà poi sufficiente consultare un neurologo per ottenere una valutazione più approfondita». Questa metodica, dunque, non sostituisce lo standard clinico utilizzato attualmente ma potrebbe essere impiegato come strumento per indirizzare il paziente verso ulteriori indagini diagnostiche come ad esempio la risonanza magnetica cerebrale.

In futuro, però, ha detto Royyuru, l’impiego di questo modello potrebbe essere notevolmente semplificato fino a poter essere utilizzato da chiunque, quando vuole e tutte le volte che vuole nel corso della sua vita, con una semplice app scaricata sul telefono cellulare. Inoltre, IBM vuole fare ancora di più andando oltre la valutazione del linguaggio come singolo fattore predittivo del morbo di Alzheimer. In uno studio pubblicato nel 2019, infatti, la società ha proposto un modello in grado di analizzare le proteine ​​del sangue in modo da prevedere in anticipo l’eventuale accumulo nel liquido spinale di beta-amiloide, un indicatore chiave del morbo di Alzheimer. Il test si è dimostrato affidabile al 77%.

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