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Pembrolizumab in combinazione con immunoterapie per il melanoma

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MSD ha annunciato in un comunicato stampa i risultati di tre studi di ricerca sull’utilizzo della terapia anti-PD-1 pembrolizumab in combinazione con altre immunoterapie, epacadostat, talimogene laherparepvec e ipilimumab, in pazienti con melanoma avanzato. I risultati, che sono stati esposti durante diverse presentazioni al Congresso internazionale della Society for Melanoma Research (SMR) a San Francisco, hanno mostrato una forte attività anti-tumorale con pembrolizumab in tutte e tre le combinazioni studiate.

MSD annuncia i risultati preliminari di pembrolizumab sia in combinazione con altre immunoterapie sia come agente singolo
MSD annuncia i risultati preliminari di diversi studi su pembrolizumab sia in combinazione con altre immunoterapie sia come agente singolo

Inoltre, i dati del follow-up a lungo termine con pembrolizumab come agente singolo mostrano un tasso di risposta globale (Overall Response Rates, ORR) e una sopravvivenza libera da progressione (Progression Free Survival, PFS) stabilmente superiori rispetto a ipilimumab in pazienti ipilimumab-naïve.

La terapia anti PD-1 per il trattamento del melanoma avanzato negli adulti è stata anche insignita del Premio Galeno sia negli Stati Uniti che in Italia, premio che promuove i progressi più significativi in campo farmaceutico.

«Abbiamo dimostrato i benefici di pembrolizumab come singolo agente nel melanoma avanzato/metastatico e stiamo anche cercando di identificare nuove potenziali combinazioni per i pazienti affetti da questa patologia devastante», dichiara Roger Dansey, senior vice president and therapeutic area head, oncology late-stage development, Merck Research Laboratories. «I dati presentati al Congresso della SMR, tra i quali la combinazione di pembrolizumab con epacadostat o talimogene laherparepvec, favoriscono il nostro obiettivo di migliorare i risultati delle terapie senza aumentarne sostanzialmente la tossicità».

Il programma di sviluppo clinico di questo farmaco, ad oggi, include pazienti con oltre 30 tipi di tumore in più di 160 trial clinici, tra cui più di 80 di confronto con altri trattamenti contro il cancro.

Risultati preliminari dello Studio KEYNOTE-037 (pembrolizumab con epacadostat)

KEYNOTE-037 è uno studio di Fase I/II in corso su pembrolizumab in combinazione con epacadostat – un inibitore selettivo sperimentale di IDO1 – in pazienti con neoplasie avanzate. Il trial nasce da una collaborazione tra Merck e Incyte Corporation. 

I dati preliminari di questo trial hanno dimostrato che in 19 pazienti con melanoma avanzato la combinazione di pembrolizumab (due posologie studiate – 2 mg/kg o 200 mg ogni tre settimane) con epacadostat (quattro posologie studiate – 25, 50, 100 o 300 mg due volte al giorno) ha mostrato un tasso di risposta globale del 53% (n = 10/19), incluse tre risposte complete (Complete Responses, CRs) e sette risposte parziali (Partial Responses, PRs). Il tasso di controllo della malattia (Disease Control Rate, DCR) era del 74% (n = 14/19).

Gli eventi avversi correlati al trattamento si sono dimostrati compatibili con i dati di sicurezza precedentemente riportati per pembrolizumab come agente singolo. 

Sulla base di questi risultati, è stato pianificato il trial di Fase III di questa combinazione.

Risultati preliminari dello Studio MASTERKEY-265 (pembrolizumab con talimogene laherparepvec)

MASTERKEY-265 è uno studio in corso di Fase Ib che valuta sicurezza, efficacia e tollerabilità di pembrolizumab in combinazione con talimogene laherparepvec – un’immunoterapia oncolitica basata sul virus herpes simplex-1 (HSV-1) – in pazienti con melanoma avanzato non precedentemente trattato né resecato. Il trial nasce da una collaborazione tra Merck ed Amgen.

Sono stati presentati i dati inerenti a 16 pazienti valutabili e la prima analisi dello studio; i risultati hanno evidenziato che la combinazione di pembrolizumab (200 mg ogni due settimane) con talimogene laherparepvec (fino a 4 ml di 106 PFU/ml, poi 108 PFU/ml ogni due settimane) risultava in un tasso di risposta globale non confermato del 56,3% (n=9/16) (95% Cl; da 19,8 a 70,1), comprensivo di due risposte complete e sette risposte parziali. Il tasso di controllo della malattia era del 68,8% (n = 11/16) (95% Cl; da 11 a 58,7).

Gli eventi avversi correlati al trattamento si sono dimostrati compatibili con i dati di sicurezza precedentemente riportati per pembrolizumab. Tutti i 21 pazienti arruolati hanno sperimentato almeno un evento avverso, per la maggior parte di Grado 1 e 2. Gli eventi avversi più comuni (verificatisi almeno nel 30% dei pazienti) di ogni grado erano astenia (52%), iperpiressia (48%), brividi (43%), rash (38%), cefalea (33%) e nausea (33%). Gli eventi avversi di Grado 3 si sono presentati in 5 pazienti e includevano anemia, iperglicemia, ipoglicemia, ipofostatemia, cefalea, eruzioni cutanee maculari e rash cutaneo generalizzato. Non sono state riportate tossicità limitanti la dose.

Sulla base di questi risultati, è stata pianificata una parte di Fase III di detto trial.

Risultati preliminari dallo Studio KEYNOTE-029 (pembrolizumab con ipilimumab)

KEYNOTE-029 è uno studio di Fase I/II in corso che valuta sicurezza, efficacia e tollerabilità di pembrolizumab in combinazione con ipilimumab a basse dosi in pazienti con melanoma avanzato, per valutare se dosi inferiori di ipilimumab migliorino la tollerabilità del regime di combinazione. 

I risultati preliminari in 72 pazienti valutabili con melanoma avanzato hanno evidenziato che pembrolizumab (2 mg/kg ogni tre settimane) in combinazione con ipilimumab a basse dosi (1 mg/kg ogni tre settimane per quattro dosi) dimostrava un tasso di risposta globale del 56% (95% Cl; da 43 a 67), incluse tre risposte complete e 37 risposte parziali. Il tasso di controllo della malattia era del 79% (95% Cl; da 68 a 88).

Gli eventi avversi correlati al trattamento sono stati osservati nel 93% (n = 67/72) dei pazienti. Eventi avversi correlati al trattamento di Grado 3-4, valutati dal ricercatore, sono stati osservati nel 36% dei pazienti (n = 26/72), tra cui aumento della lipasi (8%), aumento dell’amilasi (6%), aumento di ALT (6%), aumento di AST (4%), rash (3%), e diarrea (1%). Gli eventi avversi immuno-mediati di Grado 3-4 includevano tiroidite, ipofisite, diabete mellito tipo 1, polmonite, colite, epatite, pancreatite, reazioni cutanee gravi ed eventi renali. Non ci sono state morti correlate al trattamento.

Risultati dallo Studio KEYNOTE-006 (pembrolizumab vs ipilimumab)

KEYNOTE-006 è uno studio di Fase III globale, in aperto, randomizzato, pilota, su pazienti con melanoma avanzato inoperabile allo stadio 3 o 4, che erano naïve a ipilimumab e che non avevano più di una terapia sistemica principale impostata. I pazienti hanno ricevuto pembrolizumab 10 mg/kg ogni due settimane (n = 279), pembrolizumab 10 mg/kg ogni tre settimane (n = 277) o quattro cicli di ipilimumab 3 mg/kg ogni tre settimane (n = 278). I risultati forniscono anche dati su endpoint addizionali di tasso di risposta globale e sopravvivenza libera da progressione basati su sei mesi di follow-up aggiuntivo (follow-up mediano di 13,8 mesi).

I risultati hanno mostrato che i tassi di sopravvivenza libera da progressione per pembrolizumab a 12 mesi erano due volte maggiori rispetto a ipilimumab – 37,7% nella coorte sottoposta a pembrolizumab ogni due settimane e 36,3% in ogni gruppo con pembrolizumab ogni tre settimane, in confronto al 17,2% con ipilimumab (rispettivamente, hazard ratio: 0,60 [95% IC: 0,49, 0,74] e hazard ratio: 0,59 [95% IC: 0,48, 0,73]). Inoltre, il tasso di risposta globale era del 36,2% e 36,1% in pazienti che avevano ricevuto pembrolizumab – rispettivamente, (95% IC; 30,6-42,1), e (95% IC; 30,4-42,1), in confronto col 12,9% per ipilimumab (95% IC; 9,2-17,5).

Non si sono verificate morti legate al trattamento nel braccio di pembrolizumab e non ci sono state morti legate al trattamento nel braccio di ipilimumab, a eccezione di una che era stata precedentemente riportata. Gli eventi avversi correlati al trattamento di Grado 3-5 si sono dimostrati inferiori per pembrolizumab rispetto a ipilimumab – il 15,1% e il 12,6% dei pazienti che avevano ricevuto pembrolizumab ogni due ed ogni tre settimane hanno sperimentato, rispettivamente, eventi avversi di Grado 3 e 4, rispetto al 19,9% di quelli che avevano ricevuto ipilimumab. Gli eventi avversi immuno-mediati correlati al trattamento sono risultati compatibili con i dati di sicurezza precedentemente riportati per pembrolizumab e includevano ipotiroidismo, ipertiroidismo, colite, epatite, ipofisite, polmonite, diabete mellito, uveite, miosite e nefrite.

Un’analisi prespecificata dei risultati concernenti la qualità di vita legata alla salute (health-related quality of life, HRQoL) riportata dai pazienti, basata su parametri quali il funzionamento fisico, emotivo, cognitivo e sociale (basati sul Questionario di Base sulla Qualità di Vita dell’Organizzazione Europea per la Ricerca e il Trattamento del Cancro, European Organization for Research and Treatment of Cancer, EORTC). Lo studio ha dimostrato che la HRQoL si manteneva a un livello più elevato con pembrolizumab rispetto a ipilimumab – le variazioni rispetto al livello di partenza alla settimana 12 (differenza in minimi quadrati) per pembrolizumab era, rispettivamente, -2,3 (95%Cl; da -5,21 a 0,62) per il gruppo delle due settimane e -2,6 (95%Cl; da -5,44 a 0,23) per il gruppo delle tre settimane, rispetto al -9,9 (95% Cl; da -13,1 a -6,72) per il braccio di ipilimumab.

Inoltre, pembrolizumab era associato a un miglior profilo sintomatologico. I pazienti nel braccio di pembrolizumab hanno avuto un minore incremento rispetto ai livelli di base in termini di astenia, dolore, dispnea, inappetenza e diarrea, dati che indicano che nonostante questi sintomi peggiorassero con pembrolizumab, lo facevano a un grado inferiore rispetto a ipilimumab. Pembrolizumab ha dimostrato anche un miglioramento rispetto ai livelli di partenza in termini di nausea, vomito e insonnia, laddove questi sintomi peggioravano con ipilimumab.

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E/C/F/TAF per le infezioni da HIV approvato nell’UE

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Gilead ha annunciato in un comunicato stampa che la Commissione Europea ha autorizzato la combinazione E/C/F/TAF per il trattamento delle infezioni da HIV.

Il regime in singola compressa basato su TAF ha dimostrato un’elevata efficacia e parametri renali e ossei migliorati, rispetto ai regimi basati su TDF.

HIV aids storia trattamenti
Infografica sulla storia dell’HIV e sull’evoluzione dei trattamenti

L’Autorizzazione all’Immissione in Commercio per il regime in singola compressa (elvitegravir 150 mg/cobicistat 150 mg/emtricitabina 200 mg/tenofovir alafenamide 10 mg, o E/C/F/TAF) da assumere una volta al giorno per il trattamento delle infezioni da HIV è stata rilasciata in data 23 novembre 2015 e si è basata su un programma clinico di Fase III sull’HIV condotto su oltre 3500 pazienti in 21 Paesi, che includeva  pazienti naïve al trattamento, pazienti con soppressione virologica, soggetti con insufficienza renale e adolescenti. Tale autorizzazione consente la commercializzazione di E/C/F/TAF in tutti i 28 Paesi della UE.

L’AIC è supportata, in particolare, dai dati a 48 settimane di due studi di Fase III tuttora in corso (Studio 104 e Studio 111), condotti su 1733 pazienti adulti naïve al trattamento nei quali il regime ha raggiunto il suo endpoint primario di non inferiorità rispetto a E/C/F/TDF (elvitegravir 150 mg, cobicistat 150 mg, emtricitabina 200 mg e tenofovir disoproxil fumarato 300 mg,). Nell’analisi combinata degli studi, il 92,4% dei pazienti che assumevano E/C/F/TAF e il 90,4% dei pazienti che assumevano E/C/F/TDF hanno avuto livelli di HIV-1 RNA inferiori a 50 copie/ml alla settimana 48. Alcuni specifici parametri renali e ossei hanno favorito E/C/F/TAF rispetto a E/C/F/TDF.

Inoltre, l’approvazione è supportata da uno studio di Fase III (Studio 109) condotto su pazienti adulti in soppressione virologica randomizzati a continuare a ricevere il regime basato su TDF o a passare a E/C/F/TAF. Lo studio ha arruolato 1436 soggetti. Alla settimana 48 il passaggio a E/C/F/TAF è risultato essere statisticamente superiore alla prosecuzione dei regimi basati su TDF, in base alle percentuali di pazienti con livelli di HIV-1 RNA inferiori a 50 copie/ml. I pazienti trattati con E/C/F/TAF hanno anche dimostrato miglioramenti in alcuni parametri ossei e renali rispetto a coloro che sono rimasti al regime di base con TDF. Infine, anche i dati provenienti da due studi che hanno valutato E/C/F/TAF in adolescenti naïve al trattamento e in pazienti adulti con soppressione virologica e con insufficienza renale da lieve a moderata (eGFR tra 30 e 69 ml/min) hanno supportato l’approvazione.

E/C/F/TAF è indicato nella UE per il trattamento degli adulti e degli adolescenti (a partire dai 12 anni e di almeno 35 kg di peso) con infezione da HIV-1 senza mutazioni note associate a resistenza alla classe degli inibitori dell’integrasi, emtricitabina o tenofovir.

«Oggi le terapie antiretrovirali vengono prescritte in una quota crescente di pazienti HIV-positivi con concomitanti comorbosità, a carico di cuore, rene e ossa, più frequenti nella popolazione più anziana. Preservare tali organi e apparati dalle tossicità croniche degli antiretrovirali è obbiettivo prioritario della terapia, al fine di garantire efficacia clinica, sicurezza e una durata prolungata del trattamento – ha dichiarato Andrea Antinori, direttore della Unità di HIV/AIDS, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma –  Il nuovo farmaco a base di E/C/F/TAF, rispetto ai regimi contenenti TDF, presenta caratteristiche di elevata potenza antivirale e un significativo risparmio di tossicità, in particolare quelle a carico di rene e osso, sia nei pazienti che iniziano il trattamento, sia in coloro che modificano la terapia in condizioni di già raggiunta soppressione virale. Rappresenta il primo farmaco che contiene, in una singola compressa, sia un inibitore delle integrasi, l’elvitegravir, sia il TAF, un nuovo analogo nucleosidico ad alta concentrazione intracellulare, di elevata potenza e tollerabilità. Per tali motivi, il nuovo farmaco rappresenta una opzione terapeutica fortemente innovativa nei casi candidati o già in trattamento con regimi basati su TDF, che costituiscono oggi la stragrande maggioranza dei pazienti in terapia».

Tenofovir alafenamide (TAF)

TAF è il profarmaco ad azione mirata di tenofovir che ha dimostrato negli studi clinici, in combinazione con altri farmaci antiretrovirali una potente efficacia antivirale, simile a quella di TDF (tenofovir disoproxil fumarato) di Gilead – ma a una dose pari a meno di un decimo – oltre a un miglioramento, rilevato nei marker surrogati, dei parametri di sicurezza renale e ossa rispetto a TDF. I dati dimostrano che, poiché TAF entra nelle cellule – ivi incluse le cellule infette da HIV – in modo più efficiente di TDF, può essere somministrato a dosaggi più bassi, con una conseguente circolazione di tenofovir nel sangue inferiore del 91%.

Altri regimi a base di TAF per il trattamento delle infezioni da HIV

Oltre a E/C/F/TAF, sono attualmente in fase di valutazione da parte dell’EMA altri due regimi basati su TAF. Il primo è un’associazione sperimentale a dose fissa di emtricitabina 200 mg e tenofovir alafenamide 25 o 10 mg (F/TAF), da usare in combinazione con altri agenti antiretrovirali. Il secondo è un regime sperimentale in singola compressa da assumere una volta al giorno, che combina emtricitabina 200 mg, tenofovir alafenamide 25 mg e rilpivirina 25 mg (R/F/TAF). Emtricitabina e tenofovir alafenamide sono molecole registrate da Gilead, mentre rilpivirina è di Janssen Sciences Ireland, una delle aziende farmaceutiche Janssen di Johnson & Johnson.

F/TAF e R/F/TAF sono prodotti sperimentali, e la loro efficacia e sicurezza non sono ancora state stabilite nell’Unione europea.

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Ixazomib (Ninlaro) approvato negli USA per il mieloma multiplo

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Takeda Pharmaceutical ha annunciato in un comunicato stampa che la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato ixazomib con il nome commerciale di Ninlaro® in capsule a somministrazione monosettimanale.

ixazomib
Ixazomib è stato approvato dalla FDA statunitense per il trattamento del mieloma multiplo recidivante

Ixazomib è un inibitore orale del proteasoma, indicato in combinazione con lenalidomide e desametasone, per il trattamento dei pazienti colpiti da mieloma multiplo già sottoposti ad almeno una terapia.

L’approvazione di ixazomib è basata sui risultati dello studio di fase III TOURMALINE-MM1. Ixazomib ha raggiunto l’endpoint primario di miglioramento della sopravvivenza libera da progressione alla prima analisi ad interim pre-specificata.

Sui risultati della prima analisi ad interim pre-specificata dello studio TOURMALINE-MM1 si è basata anche la decisione dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) di accettare la domanda di autorizzazione alla commercializzazione di ixazomib a seguito della concessione di valutazione accelerata rilasciata il 23 luglio 2015 dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’EMA stessa.

Lo studio TOURMALINE-MM1 su ixazomib (Ninlaro)

TOURMALINE-MM1 è uno studio internazionale di Fase III, in doppio cieco, controllato con placebo condotto in 722 pazienti con mieloma multiplo recidivato o refrattario, progettato per valutare ixazomib più lenalidomide e desametasone vs placebo più lenalidomide e desametasone in pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e/o refrattario. I risultati hanno dimostrato il farmaco è efficace nell’estensione della sopravvivenza libera da progressione alla prima analisi ad interim pre-specificata e ha un profilo di sicurezza gestibile.

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Come invecchiare senza dolore? La prima opzione terapeutica sono i farmaci oppioidi

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Nei pazienti anziani si riscontra in genere un’elevata incidenza di condizioni di dolore cronico e neuropatico. Le tipologie di dolore più diffuse sono il mal di schiena osteoartritico, il dolore muscoloscheletrico, il dolore neuropatico periferico, spesso causato da diabete o da nevralgia post-erpetica, e infine i dolori articolari cronici. Per il dolore cronico, i farmaci oppioidi rappresentano la prima opzione terapeutica.

ANZIANI E DOLORE
Come invecchiare senza dolore? Per il dolore cronico, i farmaci oppioidi rappresentano la prima opzione terapeutica

«L’identificazione di trattamenti sicuri ed efficaci per il dolore degli anziani – ha spiegato Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, in occasione del simposio dal titolo “Il dolore: istruzioni per l’uso” – è uno dei problema di salute pubblica più critici: non solo per la crescita esponenziale della popolazione anziana nel mondo, ma soprattutto per l’impatto del dolore sulla qualità e sulla speranza di vita degli over 65. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, nel suo ultimo rapporto sulla salute degli anziani, individua nella piena funzionalità fisica il principale obiettivo per la longevità e per un invecchiamento attivo e con un’adeguata qualità di vita. Ebbene proprio il dolore, riducendo la motilità dei nostri nonni, e suggerendo loro di preferire il letto o il divano alle passeggiate e alla vita all’aperto, è il primo responsabile della fragilità, e poi della disabilità che “affossa” gli anziani».

La prevalenza del dolore, del resto, aumenta notevolmente in ogni decade di vita, «ma il dolore – prosegue Bernabei – benché frequente, non è parte integrante dell’invecchiamento fisiologico. Anzi, il dolore cronico corrisponde a un guasto dei meccanismi di trasmissione o di ricezione dello stimolo doloroso, e quindi deve essere trattato come una vera e propria malattia. Questo è un obiettivo, di carattere culturale prima che clinico, da raggiungere assolutamente e in tempi brevi. Ancora oggi, infatti, il dolore dell’anziano spesso non viene trattato in maniera adeguata e tempestiva, anche perché il paziente tende a riferire solo parzialmente la propria sofferenza, vivendola con fatalismo e rassegnazione; appunto come se fosse un’inevitabile conseguenza della terza età. Dal punto di vista dei trattamenti per il dolore cronico, anche e soprattutto nell’anziano, la moderna farmacologia mette a disposizione farmaci oppioidi sicuri e appropriati, che rappresentano la prima opzione terapeutica per la sofferenza persistente. Quando il trattamento non si limita a una durata di pochi giorni e a un dolore di modesta entità, infatti, gli antinfiammatori non sono farmaci appropriati e presentano per gli anziani rischi notevoli, legati al pericolo di effetti indesiderati anche di grave entità. È un ribaltamento delle normali credenze e comportamenti di medici e pazienti. Ribaltamento che è stato il cuore del lavoro di formazione svolto».

Il simposio, dal titolo “Il dolore: istruzioni per l’uso” tenutosi a cura di Italia Longeva nell’ambito del 60° Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), ha rappresentato la tappa conclusiva di un articolato percorso di formazione e approfondimento, che si è sviluppato nel corso dell’anno con l’obiettivo di fornire ai geriatri gli strumenti necessari per una presa in carico diretta del paziente anziano con dolore, al fine di garantirne un adeguato trattamento e una migliore qualità di vita.

Fusione Pfizer-Allergan, il dado è tratto

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Dopo le indiscrezioni, anticipate nell’articolo “Pfizer-Allergan: mega-merger all’orizzonte?“, arriva dal Wall Street Journal l’ufficialità della notizia: la storica fusione, dal valore di oltre 150 miliardi di dollari, che dà vita al più grande colosso farmaceutico mondiale, è cosa fatta.

Fusione Pfizer-Allergan, il dado è tratto
Siglata la storica fusione Pfizer-Allergan: nasce il più grande produttore di farmaci del mondo

I termini dell’accordo, ratificato nella giornata del 22 novembre, comprendono una piccola componente in contanti (che secondo le prime voci non dovrebbe superare il 10% del valore totale della fusione), oltre a 11,3 azioni Pfizer per ogni azione Allergan.

Ian Read, numero uno di Pfizer, guiderà la nuova società, mentre il CEO di Allergan Brent Saunders avrà un ruolo di primo piano.

L’acquisizione consentirebbe, attraverso il meccanismo della “tax inversion”, di spostare la sede di uno dei più importanti gruppi farmaceutici statunitensi all’estero, approfittando della minor pressione fiscale irlandese rispetto a quella USA (in Irlanda la tassa sui guadagni delle corporations è del 12,5%, mentre negli Stati Uniti è del 35%).

L’accordo, infatti, è strutturato tecnicamente come un “reverse merger”, con la più piccola Allergan, con sede a Dublino, che formalmente acquista il colosso newyorkese Pfizer.

Che cos’è la “tax inversion”?

La “tax inversion” è una particolare e sofisticata forma di transazione che consente alle multinazionali di trasformarsi in società sussidiarie, spostando, tramite l’acquisizione o la fusione con un’azienda estera, la propria sede fiscale in un altro Paese, la cui aliquota applicata ai profitti è più vantaggiosa.

Generalmente, i quartieri generali dell’esecutivo rimangono negli USA, ma l’esodo delle aziende farmaceutiche statunitensi verso altri Paesi sembra ormai inarrestabile, nonostante gli sforzi del governo degli Stati Uniti per frenare il fenomeno.

 

Grazoprevir/elbasvir conferma efficacia e sicurezza per l’epatite C

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MSD annuncia in un comunicato stampa di aver presentato al Meeting annuale AASLD di San Francisco diversi studi clinici di fase II e III che confermano la robustezza dei dati di efficacia e sicurezza dell’associazione fissa dei due agenti antivirali diretti (DAA – Direct Antiviral Agents) grazoprevir/elbasvir in popolazioni di pazienti trasversali, con genotipi diversi e con diverse necessità terapeutiche, compresi i pazienti con cirrosi, co-infezione HIV-HCV, insufficienza renale avanzata e precedenti fallimenti terapeutici, anche con inibitori delle proteasi di prima generazione.

Grazoprevir/elbasvir potrebbe aprire la strada a schemi terapeutici più semplici e con un buon profilo di efficacia e tollerabilità nel trattamento dell'epatite C
Grazoprevir/elbasvir potrebbe aprire la strada a schemi terapeutici più semplici e con un buon profilo di efficacia e tollerabilità nel trattamento dell’epatite C

Nella maggior parte dei pazienti è stata raggiunta la risposta virologica sostenuta (SVR) dopo 12 settimane di trattamento, con uno schema terapeutico ribavirin-free e una conseguente riduzione sensibile degli effetti collaterali.

I primi dati di fase II dello studio C-CREST sulla “tripletta” MK-3682 in combinazione con grazoprevir/elbasvir  aprono nuove prospettive di efficacia terapeutica per tutti i genotipi di HCV indagati.

Grazoprevir/elbasvir,  in monosomministrazione giornaliera, libera da interferone e nella maggior parte dei casi anche da ribavirina, con cicli terapeutici di breve durata, maneggevoli e scarsamente tossici, ha ottenuto dalla FDA la designazione di terapia innovativa e il via libera di EMA con procedura accelerata alla domanda di autorizzazione all’immissione in commercio.

«L’efficacia e la sicurezza di grazoprevir/elbasvir sono state investigate in tutte le categorie di pazienti, anche in quelli “difficili” da trattare – afferma Savino Bruno, professore straordinario di Medicina Interna alla Humanitas University Medicine di Rozzano (Milano) – i risultati si riferiscono sia a pazienti che non avevano ricevuto trattamento (naive) sia a pazienti non responsivi a precedenti trattamenti con peginterferone e ribavirina, sia a quelli che avevano fallito il trattamento con gli inibitori delle proteasi di prima generazione; a queste due ultime categorie apparteneva quasi la metà dei pazienti inclusi nello studio C-EDGE. I risultati sono stati molto buoni, con alti tassi di risposta virologica compresi tra il 92% e il 97%, elevato profilo di sicurezza e maneggevolezza».

«Nei pazienti con infezione da HIV il trattamento della patologia epatica HCV correlata rappresenta un bisogno talvolta non procrastinabile. Grazoprevir/elbasvir ha mostrato un eccellente profilo di efficacia e di sicurezza nei pazienti coinfetti, garantendo una quota di successo terapeutico superiore al 95%, indipendente dalle caratteristiche demografiche, virologiche, dal trattamento anti-HIV o dalla presenza di cirrosi – spiega Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie Infettive alla Sapienza Università di Roma – il trattamento anti-HCV è di grande importanza strategica anche nei pazienti con malattia renale cronica: uno studio di modeling matematico, basato su dati di storia naturale senza trattamento e su dati di efficacia di grazoprevir/elbasvir in pazienti con malattia renale cronica e infezione da HCV genotipo 1, ha evidenziato una riduzione del rischio di incidenza di scompenso epatico nel corso della vita dal 22% al 3,8%, una riduzione del rischio di carcinoma del fegato dal 26% all’1%, un incremento dell’attesa di vita da 18 a 26 anni ed una riduzione della mortalità attesa per malattie di fegato dal 35,7% allo 0,3%».

Uno dei problemi più frequenti delle nuove terapie per l’HCV nel trattamento dei pazienti con coinfezione HCV-HIV è quello legato alla co-somministrazione di farmaci anti-HIV e anti-HCV, che espone a interazioni farmacologiche e a maggiore tossicità.

«Evitare la ribavirina e la sua tossicità, senza perdere efficacia, è quello che i clinici auspicano, senza peraltro che questo sia oggi sempre possibile – sottolinea Carlo Federico Perno, professore di Virologia all’Università Tor Vergata di Roma – gli studi clinici dimostrano che l’aggiunta di ribavirina non sembra aumentare ulteriormente l’efficacia, già piuttosto elevata, di grazoprevir ed elbasvir, soprattutto se il trattamento è mantenuto per un tempo congruo. Oggi i dati relativi all’efficacia di grazoprevir/elbasvir suggeriscono che potremo trattare la maggioranza dei pazienti senza l’uso di ribavirina e senza i suoi sgradevoli effetti collaterali. Con grazoprevir ed elbasvir si aprono nuovi possibili scenari di efficacia senza la tossicità della ribavirina e dell’interferone, anche per i pazienti più difficili della nostra pratica clinica».

«Lo studio C-CREST, condotto su 240 pazienti con vari genotipi di HCV, ha esplorato l’efficacia e la sicurezza della combinazione grazoprevir/elbasvir con un terzo farmaco, MK-3682. La “tripletta”, affrontando il virus in tre differenti siti di replicazione, ha raggiunto un’efficacia terapeutica piuttosto alta con la capacità di coprire tutti i genotipi di HCV – sottolinea Antonio Craxì, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo – in particolare, nel genotipo 3 si è ottenuto il 90-91% di eradicazione di HCV, una percentuale decisamente più elevata di quanto ottenibile da qualunque combinazione di DAA attualmente disponibile per l’uso clinico. Da segnalare altri due punti a favore della tripletta di DAA in questione: la combinazione funziona a livelli ottimali di risposta con cicli di 8 settimane di cura, dunque con una durata del 30% inferiore ai regimi di DAA attualmente impiegati; non viene più impiegata, nella tripletta come anche nella duplice combinazione grazoprevir/elbasvir, la ribavirina».

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Combinazione sofosbuvir/GS-5816 più GS-9857 per epatite cronica C

Simeprevir, Janssen punta sull’Italia

Simeprevir in combinazione con sofosbuvir per epatite C

Aggiornato Algoritmo per la scelta della terapia per l’epatite C cronica

 

L’attività fisica protegge dal Parkinson

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Gli studi lo confermano: l’attività fisica protegge dal Parkinson. Praticare con regolarità un’attività sportiva riduce infatti del 43% il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson, mentre le persone con Parkinson che praticano uno sport riducono del 70% il rischio di cadute (la loro più comune causa di accesso al pronto soccorso) e migliorano l’umore.

Attività fisica Parkinson
Attività fisica migliora diversi fattori critici legati alla malattia di Parkinson

«Le ultime evidenze scientifiche dimostrano che chi pratica regolarmente un’attività fisica ha un rischio inferiore del 43% di sviluppare la malattia di Parkinson [Fei Yang, et al.  “Physical activity and risk of Parkinson’s disease in the Swedish National March Cohort”  Brain, 19 Nov. 2014], mentre i parkinsoniani che continuano a praticare attività fisica e sport non solo mantengono nel tempo una migliore autonomia ma presentano anche una evoluzione più lenta e meno invalidante rispetto a quelli che conducono una vita più sedentaria – dichiara Alfredo Berardelli, presidente Accademia LIMPE-DISMOV; Dip.to Neurologia e Psichiatria, Sapienza Università di Roma. – Una prospettiva multidisciplinare nella gestione delle persone con malattia di Parkinson e le terapie farmacologiche più avanzate aiutano a gestire la malattia per lungo tempo, mentre l’attività sportiva, le terapie fisiche e riabilitative e piccoli cambiamenti nello stile di vita possono facilitare la gestione del Parkinson, la mobilità dei pazienti e quindi la loro autonomia. Nelle persone con malattia di Parkinson, infatti, l’esercizio fisico può aiutare a migliorare l’equilibrio e ridurre del 70% le cadute [Canning CG et al.Exercise for falls prevention in Parkinson disease“, Neurology,December 31, 2014], che sono la loro più comune causa di accesso al pronto soccorso».

Progetto di ricerca sulla prevenzione delle cadute

Il primo progetto di ricerca sulla prevenzione delle cadute nelle persone con malattia di Parkinson sostenuto dalla Fondazione LIMPE per il Parkinson Onlus, ha dato risultati così riassunti dal presidente della Fondazione stessa, Giovanni Abbruzzese:

«Lo studio si proponeva di valutare, in un ampio campione di pazienti italiani affetti da malattia di Parkinson, la frequenza delle cadute e i possibili parametri clinici associati o predittivi del rischio di caduta. La ricerca si è svolta in 19 centri che hanno arruolato 544 pazienti e 301 soggetti di controllo. I risultati preliminari evidenziano che il 42% dei pazienti italiani con malattia di Parkinson cade almeno una volta l’anno (media 23 cadute) rispetto al 17% dei soggetti di controllo. Numerosi fattori (età, durata e gravità di malattia, stato cognitivo, presenza di disturbi del cammino, presenza di ansia e depressione) sono associati al rischio di cadere, ma soprattutto la durata della malattia e alcuni specifici disturbi del cammino risultano essere predittivi. L’identificazione di fattori predittivi del rischio di caduta appare fondamentale al fine di programmare interventi preventivi o trattamenti riabilitativi specifici».

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Azacitidina per leucemia mieloide acuta negli anziani

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Celgene International Sàrl ha annunciato in un comunicato stampa che la Commissione europea (CE) ha approvato Vidaza® (azacitidina per iniezione) per il trattamento di pazienti adulti con leucemia mieloide acuta (LMA) di età ≥ 65 anni non eleggibili al trapianto di cellule staminali emopoietiche (HSCT).

L’autorizzazione all’immissione in commercio per azacitidina per iniezione è stata aggiornata per includere questa nuova indicazione nella LMA relativa ai pazienti con > 30% di blasti nel midollo osseo; in precedenza, l’indicazione riguardava i pazienti con LMA con < 30% di blasti.

La Commissione Europea ha approvato Vidaza (azacitidina per iniezione) come nuovo trattamento per i pazienti anziani con leucemia mieloide acuta
La Commissione Europea ha approvato Vidaza (azacitidina per iniezione) come nuovo trattamento per i pazienti anziani con leucemia mieloide acuta

Poiché questa nuova indicazione terapeutica apporta un beneficio clinico significativo rispetto alle terapie esistenti, come emerso nel processo di revisione regolatoria, Vidaza godrà, per tutte le sue indicazioni, di una estensione di un anno del periodo di market protection all’interno dello Spazio Economico Europeo.

Azacitidina

L’azacitidina è un analogo del nucleoside pirimidinico citidina che inibisce la metilazione del DNA e svolge azione citotossica contro le cellule tumorali in rapida proliferazione nel midollo osseo.

In Europa Vidaza (azacitidina per iniezione) è indicato per il trattamento di pazienti affetti da sindrome mielodisplastica (SMD)  con IPSS score intermedio 2-alto: LMA con 20-30% di blasti e displasia multilineare leucemia mielomonocitica cronica (LMMC) con 10-29% di blasti.

Negli Stati Uniti Vidaza (azacitidina per iniezione) non è indicato per il trattamento di pazienti con LMA, ma per i seguenti sottotipi di sindrome mielodisplastica (SMD) secondo la classificazione Francese-Americana-Britannica (FAB): anemia refrattaria (AR) o anemia refrattaria con sideroblasti ad anello (ARSA) (se associate a neutropenia o trombocitopenia o alla necessità di trasfusioni), anemia refrattaria con eccesso di blasti (AREB), anemia refrattaria con eccesso di blasti in trasformazione (AREBt) e leucemia mielomonocitica cronica (LMMC).

Lo studio AML-AZA-001 su  azacitidina vs terapie convenzionali negli anziani

La decisione della Commissione Europea di estensione di indicazione si basa sui dati dello studio registrativo AML-AZA-001, uno studio globale, multicentrico, randomizzato, in aperto su pazienti di età ≥ 65 anni con LMA di nuova diagnosi o secondaria, con > 30% di blasti  nel midollo osseo. Lo studio ha confrontato azacitidina per iniezione più BSC (best supportive care) (n=241) con regimi terapeutici convenzionali (n=247) (basse dosi di citarabina, chemioterapia intensiva e BSC). La sopravvivenza globale mediana (OS), l’endpoint primario dello studio, è risultata pari a 10,4 mesi (IC al 95% 8,0-12,7 mesi) nei pazienti trattati con azacitidina rispetto a 6,5 mesi (IC al 95%: 5,0-8,6) in quelli sottoposti a regimi terapeutici convenzionali (HR=0,85 [IC al 95% 0,69, 1,03], p = 0,1009 al log-rank test stratificato). I tassi di sopravvivenza a un anno con azacitidina e i regimi convenzionali sono stati rispettivamente del 46,5% e del 34,2% (differenza: 12,3% [IC al 95%: 3,5%-21%]).

In questo studio, i tassi di anemia, neutropenia, neutropenia febbrile e trombocitopenia di grado 3-4 sono risultati rispettivamente pari a: 16%, 26%, 28% e 24% con azacitidina; 5%, 5%, 28% e 5% con BSC; 23%, 25%, 30% e 28% con ara-C a basse dosi; e 14%, 33%, 31% e 21% con chemioterapia intensiva.

La leucemia mieloide acuta

Nella LMA, i mieloblasti perdono la capacità differenziativa e acquisiscono un vantaggio proliferativo accumulandosi in forma di elementi immaturi, i blasti, che interferiscono con la capacità dell’organismo di controllare le infezioni e determinano una insufficiente produzione di globuli rossi e piastrine con conseguenti anemia ed emorragie.

La LMA ha una progressione rapida ed è tipicamente associata a una prognosi sfavorevole, in particolare nei pazienti che non sono in grado di tollerare terapie potenzialmente curative come il trapianto di cellule staminali.

 

Antibiotico-resistenza, ancora tanta confusione. OMS lancia campagna “Antibiotics: Handle with care”

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Continua la lotta della World Health Organization contro l’antibiotico-resistenzaUna nuova indagine multinazionale mostra infatti quanto le persone siano confuse in merito a questa grave minaccia per la salute pubblica e non capiscano come impedirne la crescita.

La resistenza agli antibiotici si verifica quando i batteri mutano e diventano resistenti agli antibiotici utilizzati per il trattamento delle infezioni che provocano. Uso scorretto e abuso di antibiotici aumentano lo sviluppo di batteri resistenti. L’indagine dell’OMS sottolinea abitudini sbagliate, lacune nella comprensione del problema e malintesi che contribuiscono al diffondersi del fenomeno.

Quasi due terzi (64%) delle circa 10.000 persone intervistate in 12 paesi hanno dichiarato di sapere che l’antibiotico-resistenza è un problema e che loro e le loro famiglie possono in qualche modo incidere sullo stesso, ma quali siano le cause e cosa fare per affrontarlo restano per molti un’incognita. Ad esempio, il 64% degli intervistati ritiene che gli antibiotici possano essere usati per curare raffreddori e influenza, nonostante il fatto che gli antibiotici non abbiano alcun effetto sui virus. Quasi 1 intervistato su 3 ritiene che dovrebbe interrompere l’assunzione di antibiotici quando si sente meglio, piuttosto che completare il trattamento prescritto.

«L’aumento della resistenza agli antibiotici è una crisi sanitaria globale, i governi ora lo riconoscono come una delle maggiori sfide per la salute pubblica di oggi. Si stanno raggiungendo livelli pericolosamente alti in tutte le parti del mondo – afferma Margaret Chan, direttore generale dell’OMS, nel commentare i risultati del sondaggio. – L’antibiotico-resistenza sta compromettendo la capacità di trattare le malattie infettive e mina molti progressi nel campo della medicina».

I risultati dell’indagine coincidono con il lancio della nuova campagna dell’OMS “Antibiotics: Handle with care“, un’iniziativa globale per migliorare la comprensione del problema e cambiare il modo in cui vengono utilizzati gli antibiotici.

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I risultati dell’indagine sull’antibiotico-resistenza

L’indagine multinazionale ha incluso 14 domande sulla conoscenza degli antibiotici, sul loro corretto utilizzo e sui fenomeni di antibiotico-resistenza ed è stata condotta utilizzando un mix di interviste online e face-to-face.

12 i paesi coinvolti: Barbados, Cina, Egitto, India, Indonesia, Messico, Nigeria, Russia, Serbia, Sudafrica, Sudan e Vietnam. Anche se non ha la pretesa di essere esaustiva, questa indagine aiuterà l’OMS a determinare le principali lacune nella comprensione pubblica del problema e malintesi su come utilizzare gli antibiotici, in modo da condurre una campagna mirata di informazione.

Alcune idee sbagliate comuni emerse sono:

  • Tre quarti (76%) degli intervistati pensano che sia il proprio corpo – e non i batteri – a diventare antibiotico-resistente;
  • Due terzi (66%) degli intervistati ritiene che gli individui non siano a rischio di una infezione resistente ai farmaci se prendono gli antibiotici come prescritto. Quasi la metà (44%) delle persone intervistate pensa che la resistenza agli antibiotici sia un problema solo per le persone che prendono gli antibiotici regolarmente. In realtà, chiunque, di qualsiasi età, in qualsiasi paese può contrarre un’infezione antibiotico-resistente.
  • Più della metà (57%) degli intervistati è convinta che non si possa fare molto per fermare la resistenza agli antibiotici, mentre quasi due terzi (64%) ritengono che gli esperti in medicina risolveranno il problema prima che diventi troppo serio.

Un altro risultato chiave del sondaggio è che quasi i tre quarti (73%) degli intervistati ritiene che gli allevatori dovrebbero dare meno antibiotici agli animali da macello.

Per conoscere ulteriori dettagli e i principali risultati del sondaggio paese per paese, leggi il rapporto completo: Antibiotic resistance: multi-country public awarness survey

E in Italia cosa si sta facendo per combattere l’antibiotico-resistenza?

Leggi l’articolo Al via la campagna Aifa sul corretto uso degli antibiotici e il servizio relativo al rapporto congiunto ECDC, EFSA ed EMA: Relazione tra uso (eccessivo) di antibiotici e sviluppo di resistenze in uomini e animali

DHL Supply Chain. Eddy De Vita presidente Life Science&Healtcare Emea

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Eddy De Vita, già presidente e amministratore delegato di DHL Supply Chain Italia, ha ricevuto l’ulteriore incarico di presidente della divisione Life Sciences & Healthcare di DHL Supply Chain per il mercato di Europa, Middle East e Africa (EMEA), che collabora con 17 dei 20 top player mondiali dell’industria farmaceutica e medicale.

Eddy De Vita
Eddy De Vita presidente Life Science&Healtcare Emea di DHL Supply Chain

L’incarico al manager quarantanovenne, che dal 2006 guida la società italiana del gruppo Deutsche Post DHL, deriva dagli oltre 20 anni di esperienza nella supply chain del pharma. Un percorso iniziato nel 1992, quando il suo intuito imprenditoriale lo porta alla creazione di un network europeo (8 paesi coinvolti) di distributori indipendenti di prodotti farmaceutici e fonda il Consorzio “Pharma Logistics”. In qualità di amministratore delegato della holding del consorzio, De Vita consolida ulteriormente il business della società di famiglia portandola alla leadership del mercato italiano con una share di oltre il 30% dei servizi logistici rivolti al settore farmaceutico e sanitario. Nel 2002, Eddy De Vita conclude l’acquisizione della consociata belga di Pharma Logistics, dando vita a uno dei soggetti principali sulla scena della logistica farmaceutica in Europa, che fattura oltre 350 milioni di Euro annui, di seguito ceduta all’azienda Exel (Gruppo Deutsche Post DHL).

Dal 2011, De Vita è anche Vice Presidente di EALTH (European Association for Healthcare Logistics and Tansport), organizzazione non-profit di sensibilizzazione sulle buone pratiche nella logistica per il farmaco.

«Sono molto orgoglioso di questo ulteriore ruolo – commenta De Vita. – Si tratta di una conferma per il ruolo dell’Italia quale centro di eccellenza e faro per la strategia di crescita e sviluppo del settore Life Sciences&Healthcare per il Gruppo. Il Life Sciences & Healthcare è divenuto un Global sector con ricavi in crescita e risultati importanti, che registra un trend di crescita sempre positivo, risultato della confermata fiducia del mercato».

Membro anche del board europeo, per DHL Supply Chain De Vita è ora una figura chiave, che ha portato all’interno del Gruppo caratteristiche imprenditoriali e doti manageriali.

In Italia, l’azienda gestita da De Vita si distingue sul mercato per essere una realtà in forte sviluppo e con una solidità finanziaria contro corrente rispetto alle criticità che contraddistinguono ora il settore in cui opera.

Lo scorso 29 luglio, Eddy De Vita ha anche ricevuto dal Presidente della Repubblica italiana  la prestigiosa Onorificienza di Cavaliere della Repubblica Italiana.