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Definiti i criteri diagnostici per la sensibilità al glutine non celiaca

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Sono state tracciate da 30 tra i maggiori esperti mondiali dei disturbi correlati al glutine le nuove linee guida per la diagnosi della sensibilità al glutine non celiaca (SGNC).

Sono state tracciate a livello le nuove linee guida per la diagnosi della sensibilità al glutine non celiaca (SGNC) a livello internazionale
Sono state tracciate a livello le nuove linee guida per la diagnosi della sensibilità al glutine non celiaca (SGNC) a livello internazionale

La sensibilità al glutine non celiaca è una sindrome, distinta dalla celiachia, caratterizzata da sintomi multi-sistemici intestinali ed extra-intestinali, collegati alla reazione dell’organismo ai cibi contenenti glutine. Secondo l’ultima revisione degli studi, dal punto di vista epidemiologico, si stima che sia più frequente della celiachia (1% della popolazione) e che colpisca soprattutto le donne, rispetto agli uomini. In generale, l’insorgenza dei sintomi appare dopo poche ore o giorni rispetto all’assunzione di glutine.

Diagnosi e terapia

Per quanto riguarda la terapia, la risposta degli esperti è che questa sia rappresentata da una dieta senza glutine, esattamente come nel caso della celiachia. Quello su cui attualmente non ci sono ancora certezze precise sono, invece, le modalità con cui la dieta dovrebbe essere seguita dai pazienti. Uno degli elementi che è apparso chiaro fin da subito, infatti, è che la SGNC può presentarsi in molti casi come una sindrome transitoria, che non rende necessario un regime di dieta senza glutine, particolarmente rigido e sicuramente non a vita, come è invece necessario per la celiachia.

«La diagnosi della sensibilità al glutine non celiaca – spiega Carlo Catassi, Università Politecnica delle Marche e coordinatore del Comitato Scientifico del Dr. Schär Institute – non dovrebbe essere solo una diagnosi di esclusione. Esiste nel mondo scientifico e nella classe medica in generale, la precisa necessità di definire procedure standardizzate e comparabili, che possano guidare gli operatori della salute alla conferma dei casi di sospetta SGNC. Questo perché è sempre necessario avere una diagnosi chiara e certa, prima di avviare il paziente alla dieta senza glutine. Proprio per raggiungere un consenso su come la diagnosi di SGNC debba essere confermata, oltre 30 esperti si sono riuniti lo scorso 6 e 7 di ottobre del 2014 a Salerno, sotto l’egida del Dr. Schär Institute. Il risultato del nostro dibattito è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nutrients con il titolo: “Diagnosis of Non-Celiac Gluten Sensitivity (NCGS): The Salerno Experts’ Criteria.»

Il nuovo protocollo diagnostico della sensibilità al glutine non celiaca: due fasi basate sull’EBM (Evidence Based Medicine) 

L’analisi e la comparazione di oltre 26 studi scientifici, che costituiscono le referenze del paper, hanno portato gli esperti a scrivere un protocollo diagnostico composto da 2 fasi, oltre alla semplice esclusione della celiachia e dell’allergia al grano tramite le analisi sierologiche:

  1. Il riconoscimento certo di un paziente davvero “responsivo” alla dieta senza glutine
  2. La misurazione degli effetti della reintroduzione del glutine dopo un periodo di dieta gluten free

«Superata la necessaria esclusione di celiachia e allergia al grano, si tratta quindi di avviare il paziente con sospetta sensibilità al glutine non celiaca verso un percorso in grado di testare le sue risposte e confermare la diagnosi – spiega Luca Elli, responsabile del Centro per la Prevenzione e la Diagnosi della Malattia Celiachia del Policlinico di Milano e membro del Dr. Schär Institute – Per prima cosa, abbiamo quindi chiarito come per misurare i sintomi fosse necessaria una scala di valori condivisa, e l’abbiamo identificata in una versione leggermente modificata della “Gastrointestinal Symptom Rating Scale”, uno strumento costruito sulla base dell’esperienza clinica. Quindi, settata la base di partenza, abbiamo potuto porre le basi per chiarire chi sono i pazienti che, veramente, rispondono in modo positivo alla dieta senza glutine, sottoponendoli attraverso un tale regime controllato per 6 settimane. Se al termine del percorso il paziente dimostra una diminuzione dei suoi sintomi con un punteggio, pari o maggiore al 30% dei valori dichiarati in partenza, questo per noi è un paziente che ha altissime probabilità di essere affetto da sensibilità al glutine non celiaca.»

L’ultimo step, la conferma della diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca, evitare l’effetto placebo

Per fugare definitivamente i dubbi della comunità scientifica circa il reale peso dell’effetto placebo nel risolvere i disturbi dei pazienti con sensibilità al glutine, gli esperti hanno impostato un protocollo diagnostico tra i più rigorosi: il Double-Blind Placebo-Controlled Challenge con crossover. Questo modello consiste nel sottoporre i pazienti che hanno superato il primo step a un periodo di somministrazione giornaliera per una settimana di una capsula che può contenere alternativamente 8 g di glutine oppure una sostanza inerte (placebo). Nessuno, né i medici né i pazienti, sanno quali capsule stanno somministrando e assumendo, da ciò la definizione di “doppio cieco”. Alla fine del periodo-test, l’apertura dei codici e dei risultati darà la più che ragionevole certezza scientifica della diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca.

La ricerca per il futuro: quando i biomarker per la sensibilità al glutine non celiaca?

«La ricerca sui marcatori biologici della SGNC è da tempo molto attiva. Dare una data quando si ha a che fare con la ricerca scientifica è impossibile – dichiara Alessio Fasano, direttore del Centro per la Ricerca sulla Celiachia (CFRC) del Massachusetts General Hospital for Children alla Harvard Medical School e membro del Dr. Schär Institute – Non bisogna dimenticare poi che le nostre conoscenze della SGNC oggi sono più o meno allo stesso livello di quelle che avevamo circa 25 anni fa sulla celiachia. Molta strada deve quindi essere ancora percorsa. Dati preliminari – continua Fasano – osservati in biopsie intestinali di pazienti SGNC hanno però mostrato un aumento dei linfociti intraepiteliali (Marsh I), nonché la presenza di marcatori associati all’immunità innata, piuttosto che a quella adattativa. Recentemente, in uno studio basato su biopsie intestinali, i pazienti hanno mostrato un aumento di IFN-γ mRNA, dopo una dieta con glutine per tre giorni. Considerate queste indicazioni nel complesso, i risultati sembrano quindi indicare la presenza di una attivazione immunitaria mucosale nei pazienti con SGNC

Lo studio: Diagnosis of Non-Celiac Gluten Sensitivity (NCGS): The Salerno Experts’ Criteria, è liberamente consultabile e scaricabile al link: http://www.mdpi.com/2072-6643/7/6/4966

Malattie croniche infiammatorie intestinali e osteoporosi

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Le malattie croniche infiammatorie intestinali (MICI), ovvero il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, possono determinare un maggior rischio di osteoporosi e quindi di fratture ossee. «Questo aspetto è spesso misconosciuto e sottovalutato» spiega  Vincenzo  Bruzzese, Presidente Nazionale della Sigr (Società Italiana di GastroReumatologia) «l’osteoporosi è una patologia subdola che si evidenzia con l’avvento indesiderato di una frattura ossea».

osteoporosi
I pazienti con malattie croniche infiammatorie intestinali sono a elevato rischio di osteoporosi per la presenza di più fattori di rischio concorrenti

I processi infiammatori cronici sia di tipo reumatico come l’Artrite Reumatoide sia di tipo intestinale come il Morbo di Crohn si possono complicare con un quadro conclamato di osteoporosi. Le cause di questa complicanza sono molteplici, in primis l’infiammazione stessa, mediata da sostanze chiamate citochine, in particolare il Tumor Necrosis Factor (TNF) e l’Interleukina 6 (IL6) possono determinare uno squilibrio a carico del metabolismo osseo. Inoltre l’uso cronico di cortisone può portare a un’alterazione della struttura ossea anche severa.

Il TNF e l’IL6 agiscono attivando un’altra citochina, denominata RANKL, che a sua volta, determina una più veloce maturazione degli osteoclasti, le cellule deputate al riassorbimento osseo.

«I pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali sono a elevato rischio di osteoporosi per la presenza di più fattori di rischio concorrenti» spiega il gastroenterologo Piero Vernia del Dipartimento di Medicina Interna all’Università di Roma La Sapienza. «La cronicità delle malattie comporta l’esposizione per tempi prolungati a elevate concentrazioni di citochine pro-infiammatorie, che svolgono di per sé una azione negativa sul metabolismo osseo. Secondo fattore negativo è il frequente e prolungato uso di farmaci cortisonici, che notoriamente aggrava il problema, in quanto influisce negativamente sull’attività degli osteoblasti, le cellule che formano le ossa, mentre rimangono attivi gli osteoclasti, responsabili del riassorbimento dello scheletro. Altro fattore aggiuntivo è dato da una dieta povera di latte e latticini, che rappresentano la principale fonte dietetica di calcio».

Proprio la carenza di calcio dovuta alla scarsa assunzione di latticini è un elemento fondante della epidemica diffusione di ossa fragili nei pazienti con Malattie Croniche Infiammatorie che eliminano latte e derivati nel tentativo di diminuire alcuni sintomi.

«Uno studio italiano pubblicato sul Journal Crohn’s Colitis del 2013 su un gruppo di circa 200 pazienti ha mostrato come almeno un terzo di pazienti, in particolare donne, con malattie infiammatorie croniche riceva un apporto inadeguato di calcio dalla dieta che le rende a rischio di osteopenia, condizione reversibile con adeguate strategie correttive come la supplementazione” aggiunge Vernia. Questo dato è stato confermato da una ricerca condotta presso il Dipartimento di Scienze della Nutrizione dell’Università di Bahia, in Brasile che ha valutato l’assunzione di latticini da parte di pazienti con MICI rilevando che il 64,7% li elimina in tutto o in parte dalla dieta quotidiana, percentuale che raggiunge quasi il 100% nei pazienti con Crohn. In dettaglio: il 52,3% ha cambiato abitudini alimentari dopo la diagnosi, il 64,7% ha sostituito in parte il latte di mucca con quello di soia con la conseguenza che il 90,8% dei pazienti presi in esame nello studio ha un apporto di calcio dalla dieta, insufficiente e inadeguato.

Si aggiunge a questa situazione già critica, il fatto che in alcune patologie intestinali è proprio l’intestino tenue a perdere la capacità di assorbimento del prezioso minerale. Inoltre, pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali tendono ad avere una ridotta esposizione al sole, con la conseguenza di un’inadeguata produzione di vitamina D.

«Ecco allora che questi pazienti devono essere valutati nella globalità e non solo nelle patologie presenti» spiega Bruzzese «così da prevenire l’insorgenza di problemi medici che possano peggiorare ulteriormente la vita di questi soggetti. L’identificazione dei fattori di rischio, la loro precoce correzione possono consentire di ridurre il rischio di osteoporosi o almeno di iniziare precocemente un trattamento adeguato. In particolare uno studio del 2014 pubblicato sull’American Journal of Gastroenterology ha mostrato come l’aderenza dei pazienti con colite ulcerosa in trattamento con cortisone allo screening della densità ossea  aveva come effetto la diminuzione del 50% del rischio di  fratture. La ricerca è stata condotta su oltre 5700 pazienti seguiti per un periodo di follow up di 10 anni, dal 2001 al 2011».

Cosa fare allora? Piero Vernia sottolinea che in questi casi occorre eseguire uno screening per valutare la salute delle ossa e l’opportunità di ricorrere ad una supplementazione di calcio e di vitamina D, attraverso una MOC (mineralometria ossea computerizzata) soprattutto nei soggetti in trattamento con corticosteroidi. La supplementazione con vitamina D può non solo prevenire la degenerazione ossea, ma anche migliorare il quadro clinico delle MICI grazie alle proprietà immunomodulanti proprie di questa molecola.

Pasireotide per acromegalia

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Pasireotide, prodotto da Novartis, è un peptide analogo della somatostatina di nuova generazione, che agisce sul tumore ipofisario somatotropo, causa dell’ipersecrezione dell’ormone della crescita GH e conseguentemente della patologia acromegalica.

Pasireotide è un analogo della somatostatina che agisce sul tumore ipofisario somatotropo causa dell’ipersecrezione ormone della crescita e dell’acromegalia
Pasireotide è un analogo della somatostatina che agisce sul tumore ipofisario somatotropo causa dell’ipersecrezione ormone della crescita e dell’acromegalia

Grazie al suo più ampio profilo di affinità di legame per i vari sottotipi recettoriali della somatostatina (ha elevata affinità per quattro dei cinque recettori), pasireotide ha dimostrato una maggiore efficacia rispetto agli analoghi della somatostatina di prima generazione attualmente approvati per il trattamento dell’acromegalia.

Pasireotide rappresenta un’opzione di trattamento che negli studi clinici si è dimostrata efficace e sicura per i pazienti con acromegalia non adeguatamente controllati con le attuali opzioni terapeutiche e per i quali il bisogno medico resta a oggi insoddisfatto.

Pasireotide è stato approvato dall’EMA (European Medicine Agency) nel novembre del 2014 per il trattamento dei pazienti adulti con acromegalia per i quali la chirurgia non è un’opzione o non è stata efficace e che non sono controllati adeguatamente dopo trattamento con analoghi della somatostatina di prima generazione.

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Acromegalia

La fragilità ossea nell’acromegalia

Processi farmaceutici sotto controllo

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Nei settori regolamentati – in primo luogo l’alimentare e il farmaceutico – è indispensabile che il processo produttivo sia progettato e realizzato secondo i dettami previsti dalla normativa. Ma anche la linea produttiva più efficiente è soggetta a possibili errori o guasti. Per fronteggiare queste evenienze le aziende devono dotarsi di strumenti che consentano loro di reagire prontamente difronte a eventuali anomalie che dovessero verificarsi nei processi.

Servitecno WIN-911
WIN-911 di ServiTecno è una soluzione per la gestione degli allarmi che rende meno costoso e più efficace il presidio dei processi nei settori

Il software per la notifica degli allarmi WIN-911, conforme alla normativa prevista nella parte 11 del titolo 21 del codice delle regolamentazioni federali (CFR 21 Part 11), è un supporto importante per gli operatori addetti al monitoraggio degli impianti nel settore farmaceutico, aiuta a conservare l’integrità degli ambienti controllati e ne impedisce la contaminazione, contribuendo così ad assicurare la qualità e la sicurezza dei prodotti.

Un sistema centralizzato di gestione delle notifiche infatti riduce il tempo di reazione del team dedicato agli interventi di emergenza in caso di anomalie e minimizza la potenziale perdita di produttività causata da un’interruzione della produzione.

WIN-911 è la soluzione di riferimento in tutti i casi in cui vi sia un processo che richieda una sorveglianza continua, senza interruzioni ed è stata già adottata da aziende leader del settore farmaceutico come Pfizer, Merck, Abbot, Lilly e molte altre.

Distribuito e supportato in Italia da ServiTecno, WIN-911 è un software che, interfacciandosi con i sistemi di automazione, gestisce l’intero processo di gestione degli allarmi: grazie a questa soluzione, gli utilizzatori potranno definire nei minimi dettagli quali siano gli allarmi critici e a chi e come inviare le relative notifiche.

WIN-911 è un sistema completo, ma semplice da utilizzare: un’applicazione può essere configurata in pochi minuti. Gli allarmi possono essere inviati tramite telefonate, sms, notifiche testuali o e-mail su qualsiasi dispositivo mobile in dotazione agli operatori, siano essi iPhone, telefoni Android o Blackberry.

È inoltre possibile stabilire la precisa procedura da seguire per notificare l’allarme e verificarne la presa in carico: se l’allarme è critico, per esempio, può essere deciso che vengano inviate tre notifiche a brevi intervalli a un primo operatore e, qualora questi non reagisca tempestivamente, altre due a un secondo operatore e così via.

Grazie a password e codici personalizzati WIN-911 consente di diversificare i livelli di accesso alle varie funzioni del software a seconda della tipologia di operatore, seguendo così una policy di security su più livelli.

e-bola, film e progetto formativo sull’epidemia

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Consulcesi Club presenta e-bola, “film formazione” sull’epidemia che ha sconvolto l’Africa e il mondo intero. Un lungometraggio realizzato in lingua inglese con la consulenza scientifica dei medici e delle strutture che hanno fronteggiato il virus.

e-bola: film formazione sull'epidemia
e-bola: film formazione sull’epidemia

e-bola è uno strumento di aggiornamento professionale innovativo per i professionisti sanitari di tutto il pianeta.

Il film fa parte di un progetto formativo composto inoltre dalle pillole formative accreditate da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) l’ente pubblico di supporto al Ministero della Salute che si occupa di ECM (Educazione continua in medicina).

Il film e i moduli FAD sono disponibili gratuitamente in streaming su www.ebola-movie.com.

Ecco il trailer di e-bola

Sinossi breve del film e-bola

Sei ricercatori provenienti da tutto il mondo, mentre studiano lo sviluppo di un vaccino per il virus dell’Ebola,  si ritrovano a combattere contro l’epidemia che si presenta proprio nel loro laboratorio. Sarà una lotta contro il tempo per salvare l’umanità e loro stessi.

Per approfondire

Se sei abbonato a NCF, leggi gli articoli su Ebola pubblicati sul numero di novembre dello scorso anno (cliccando qui o sulla copertina).

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BSE, cessato allarme

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Dopo lo status sanitario di Paese a rischio trascurabile per BSE (encefalopatia spongiforme bovina), conseguito nel maggio del 2013, l’Italia ha ottenuto un altro importante risultato. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale UE L.188 del 16 luglio 2015 del Regolamento UE 2015/1162 è diventata applicabile la modifica alla lista, votata lo scorso 17 marzo, di porzioni di organi e tessuti considerati materiale animale da eliminare, il cosiddetto Materiale Specifico a Rischio (MSR).
Dopo quattordici anni, dunque, tornano sulle tavole degli italiani, oltre alla Pajata romanesca, anche tutti i salumi che per tradizione sono confezionati con il budello di bovino.

BSE
Cessato l’allarme BSE, tornano sulle tavole degli italiani Pajata e salumi confezionati con il budello di bovino

Nel 2001 l’Unione Europea aveva vietato il commercio e il consumo di alcuni prodotti ritenuti a rischio. Da allora – fa sapere in una nota il Ministero della Salute – tutte le misure sanitarie previste per ridurre la presenza della malattia sul territorio nazionale sono state attuate con scrupolo ed efficacia. Grazie al lavoro dei Servizi Veterinari, dei laboratori degli Istituti zooprofilattici sperimentali, del Centro di referenza nazionale (CEA) di Torino e dell’Istituto Superiore di Sanità, coordinati dal Ministero della salute (Direzione Generale della sanità Animale e Farmaci Veterinari), l’Italia non ha mai abbassato la guardia rispetto la situazione epidemiologica. I test effettuati dal 2001 nell’ambito delle attività di controllo e monitoraggio, su circa 7 milioni e 400 mila capi bovini, hanno confermato l’efficacia dell’azione di contrasto e il forte declino della malattia.
«Un risultato eccellente – ha dichiarato il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – che ripaga il nostro Paese degli sforzi compiuti in materia di controlli negli ultimi quattordici anni dai servizi veterinari del Ministero della Salute e da quelli regionali. Il traguardo che abbiamo raggiunto con l’autorizzazione al consumo in sicurezza di questi prodotti – ha aggiunto il Ministro – riporterà sulle nostre tavole alimenti e ricette della nostra tradizione e agevolerà la crescita occupazionale nelle aziende nazionali che utilizzano, per la realizzazione dei loro prodotti, taluni tessuti ora non più a rischio. Grazie alla nostra battaglia sulla sicurezza si amplia la gamma dei prodotti esportabili ed è una buona notizia per il Made in Italy».

Adalimumab per idrosadenite suppurativa

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Adalimumab (Humira®) di AbbVie riceve il parere positivo del CHMP per il trattamento di pazienti adulti affetti da idrosadenite suppurativa attiva da moderata a grave.

Human skin anatomy. Digital illustration.
Adalimumab riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA per il trattamento di pazienti adulti affetti da idrosadenite suppurativa attiva da moderata a grave

Abbvie ha annunciato che il Comitato europeo per i Medicinali per Uso Umano (CHMP, European Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha espresso parere positivo per adalimumab per il trattamento dell’idrosadenite suppurativa attiva di grado da moderata a grave nei pazienti adulti che non rispondono adeguatamente al trattamento sistemico convenzionale.

«Il parere positivo del CHMP rappresenta un passo importante sia per i pazienti che per la classe medica», evidenzia Giampiero Girolomoni, presidente della Società Italiana di Dermatologia (SIDeMaST) «poiché ad oggi non esistono terapie efficaci per il trattamento di questa patologia. Nei prossimi mesi potremmo finalmente avere a disposizione un’opzione terapeutica per i nostri pazienti».

Il parere positivo si basa sui risultati di due studi registrativi di Fase III, PIONEER I e PIONEER II. Questi studi hanno dimostrato che i pazienti con HS da moderata a grave trattati con adalimumab 40 mg alla settimana a partire dalla quarta settimana – dopo una somministrazione iniziale di 160 mg seguita da 80 mg dopo 2 settimane – hanno ottenuto una risposta significativamente superiore rispetto a quelli trattati con placebo a 12 settimane, misurata in base al parametro Hidradenitis Suppurativa Clinical Response (HiSCR). Quest’ultimo viene definito come una riduzione di almeno il 50% rispetto al basale della conta totale degli ascessi e dei noduli infiammatori, senza alcun aumento di altri ascessi o delle fistole drenanti. Inoltre, alla dodicesima settimana, una percentuale significativamente superiore di pazienti trattati con adalimumab nello studio PIONEER II ha sperimentato una diminuzione clinicamente rilevante di dolore cutaneo correlato a HS (misurato da una riduzione del dolore cutaneo ≥ 30%), rispetto a quelli trattati con placebo. Nel corso di questi studi clinici è stata confermata la sicurezza del farmaco e non sono stati segnalati nuovi eventi avversi.

L’esame della domanda di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) è in corso nell’ambito della procedura centralizzata di approvazione. Se verrà rilasciata, l’autorizzazione sarà valida in tutti i 28 Stati Membri dell’Unione europea, nonché in Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Dalla sua prima autorizzazione – ottenuta 12 anni fa – adalimumab è stato approvato in oltre 87 Paesi. Attualmente viene utilizzato per trattare più di 850.000 pazienti in tutto il mondo, con 12 indicazioni approvate a livello globale.

Idrosadenite suppurativa

L’idrosadenite suppurativa (Hidradenitis Suppurativa, HS) è una dolorosa malattia infiammatoria cronica della pelle, che si stima interessi circa l’1% della popolazione adulta in tutto il mondo. È caratterizzata da ascessi e noduli recidivanti e dolorosi localizzati generalmente intorno alle ascelle, nella zona inguinale, sui glutei e sotto il seno. Questi sintomi possono provocare debilitazione fisica e tensione psicologica, che influenzano negativamente la vita dei pazienti e compromettono la loro capacità lavorativa. Sebbene non tutti i casi di HS siano progressivi, alcuni possono aggravarsi in modo significativo.

Produzione farmaceutica. Italia resterà un’eccellenza se punterà sull’innovazione

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L’innovazione è il fattore chiave perché l’Italia mantenga la leadership nella produzione farmaceutica nel mondo. Un Paese che non voglia competere solo sui costi richiede una continua evoluzione verso prodotti nuovi, tecnologie di maggiore complessità e valore aggiunto, processi produttivi innovativi. È quindi importante facilitare, stimolare e attrarre investimenti e innovazione nella produzione farmaceutica in Italia.

Fondazione Zoé
A Vicenza il Forum “Future by Quality. Produzioni farmaceutiche di qualità: valore e innovazione”, organizzato dalla Fondazione Zoé – Zambon Open Education

In che modo è possibile aumentare l’attrattività del nostro Paese?

Una possibile “ricetta” è emersa nel secondo Forum “Future by Quality. Produzioni farmaceutiche di qualità: valore e innovazione”, organizzato dalla Fondazione Zoé – Zambon Open Education, che si è svolto nella Health&Quality Factory del gruppo Zambon a Vicenza.

Da un lato le competenze del settore rappresentano il fattore competitivo chiave, dall’altro l’inefficienza della burocrazia e gli insufficienti incentivi fiscali agli investimenti costituiscono elementi di rallentamento.

Nonostante i progressi nelle politiche di settore portati avanti dal Governo, diventa essenziale migliorare la “facilità di fare business”, puntando in particolare sulla collaborazione tra Ente regolatorio e industria anche nell’innovazione in produzione.

Oggi il nostro Paese è secondo nell’Unione Europea per valore e trend solo alla Germania. E le previsioni di breve-medio termine sono positive: uno studio condotto da A.T. Kearney nei mesi scorsi, cui hanno partecipato 22 siti produttivi di farmaci e vaccini di 18 aziende farmaceutiche, indica per questi siti investimenti nel triennio 2015-2017 in crescita del 42% rispetto al triennio 2012-2014. In particolare gli investimenti in nuove produzioni e tecnologie rappresentano un quarto del totale e sono previsti in crescita del 46% nel 2015-2017 rispetto al triennio precedente. Sebbene il panel non sia statisticamente rappresentativo dell’universo produttivo italiano, la sua ampiezza – pari al 28% del comparto produttivo farmaceutico italiano in termini di occupati e al 13% in termini di investimenti – e la sua composizione offrono considerazioni significative. L’indagine è stata presentata al Forum da Renato Ridella, partner di A.T. Kearney.

«Il nostro Paese mantiene, nonostante le difficoltà, grande capacità di attrarre, mantenere e sviluppare una forte presenza produttiva – ha spiegato Elena Zambon, presidente della Fondazione Zoé. – Non basta però essere tra i Paesi leader, bisogna migliorare la capacità di attrarre ulteriori investimenti. Il futuro della produzione farmaceutica si gioca nel rinnovamento degli stabilimenti e nella qualità. In questo senso anche la politica dovrebbe farsi carico di scelte strategiche che riconoscano il giusto valore a questo settore industriale. Come imprenditore credo vi sia ancora molto da fare nel migliorare la capacità di “fare network”, intensificare le relazioni tra industria e agenzia regolatoria italiana per creare un percorso parallelo e condiviso. Penso che per consolidare il ruolo del nostro Paese come piattaforma produttiva del settore farmaceutico in Europa e nel mondo sia necessario garantire gli investimenti dei farmaci maturi, il nostro asse portante, e sviluppare allo stesso tempo la produzione dei farmaci innovativi, come i biologici o i biosimilari».

Sergio Pecorelli, presidente di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), ha sottolineato la carenza di una pianificazione preventiva e di chiare linee guida, che garantirebbero rapidità non solo nella gestione delle procedure di autorizzazione di nuovi farmaci, ma anche nel monitoraggio e nell’aggiornamento dei dossier. «Sarebbe utile rivedere ed estendere i compiti di AIFA – ha affermato il professor Pecorelli, – per adeguarli a quelli degli Enti regolatori degli altri Paesi europei. Occorre perciò avviare un nuovo modello di governance dell’intera filiera del farmaco, dall’industria alle associazioni di pazienti, che veda le aziende coinvolte in modo sistematico nella definizione degli obiettivi di settore e nella condivisione delle leve per assicurare sostenibilità al sistema. Va inoltre considerato il peso dell’azione politica che spesso non agevola i progressi, ma al contrario li rallenta o addirittura li ostacola».

Infatti – come ha spiegato il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – il settore farmaceutico ha portato grandi risultati a livello nazionale in termini economici e occupazionali, anche in un periodo di crisi, ma è costretto a operare in un contesto di forte sottofinanziamento della spesa pubblica e sempre con rischi di ulteriori tagli. Per questo motivo, spesso innovare è considerato un rischio e non un’opportunità. Si rende quindi necessaria una stabilità e semplificazione normativa da parte delle Istituzioni, per disporre di regole adeguate e al passo con i tempi. Inoltre, la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale crea forti disuguaglianze tra Regioni, con gravi conseguenze negative per i pazienti».

Uno stimolo al dibattito sull’innovazione è stato offerto da Salvatore Mascia, fondatore e presidente di CONTINUUS Pharmaceuticals – una start-up spin-out dell’MIT – che nel suo intervento video ha parlato della nuova tecnologia di produzione in continuo per farmaci, su cui lavora da anni dapprima presso il “Novartis – MIT Center for Continuous Manufacturing”, e poi anche attraverso CONTINUUS Pharmaceuticals. 65 milioni di dollari di finanziamenti hanno consentito lo sviluppo e la produzione in un impianto pilota di un farmaco, l’Aliskiren Hemifumarate, con un processo di produzione continuo e integrato a partire dalla sintesi del principio attivo al prodotto finito.

La fragilità ossea nell’acromegalia

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I pazienti con acromegalia sono a rischio di sviluppare fratture vertebrali, anche quando i valori di densità minerale ossea all’esame della mineralometria ossea computerizzata (MOC) sono solo lievemente ridotti o addirittura normali. La ricerca diretta delle fratture vertebrali rappresenta, al momento, l’unico strumento diagnostico in grado di individuare i pazienti acromegalici con fragilità scheletrica.

fragilità ossea acromegalia
Fragilità ossea nell’acromegalia: il 40% dei pazienti con acromegalia sviluppa fratture vertebrali. Il rischio non è evidenziabile alla MOC

Il  gruppo degli endocrinologi guidato da Andrea Giustina, professore ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Brescia,  nel 2005 ha dimostrato per la prima volta nella letteratura internazionale che i pazienti con acromegalia presentano anche un’elevata prevalenza di fratture vertebrali da osteoporosi.

Successivi studi, condotti sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, hanno confermato questo dato e più recentemente due studi indipendenti, uno condotto a Brescia e l’altro all’Università di Leiden in Olanda, hanno definitivamente chiarito, con una rigorosa valutazione prospettica, che i pazienti affetti da acromegalia sono ad elevato rischio di sviluppare fratture vertebrali. Questi studi rappresentano il punto di arrivo di numerose ricerche clinico-sperimentali che negli ultimi 30 anni hanno portato a caratterizzare, sotto vari aspetti, gli effetti scheletrici dell’eccesso di GH. Purtroppo, l’analisi dei singoli studi non ha consentito di fornire informazioni definitive e affidabili sulla fragilità scheletrica del paziente acromegalico a causa dell’eterogeneità degli end-point clinici considerati nelle singole ricerche e soprattutto a causa della scarsa numerosità delle popolazioni studiate nei singoli studi, in relazione alla bassa incidenza e prevalenza della malattia acromegalica nella popolazione generale.

Partendo da queste considerazioni, il gruppo di Andrea Giustina in collaborazione con l’Istituto Mario Negri di Milano ha condotto una revisione sistematica della letteratura scientifica inerente gli effetti scheletrici dell’acromegalia, utilizzando la meta-analisi che ha consentito di assemblare i risultati di tutti gli studi condotti negli ultimi 40 anni sugli effetti dell’eccesso di GH sul metabolismo osseo pubblicata sulla rivista della Società Americana di Endocrinologia, Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism. Già in precedenza, il gruppo del professor Giustina  aveva portato a termine due importanti meta-analisi sugli effetti degli analoghi della somatostatina sul metabolismo glucidico e sulla crescita dell’adenoma ipofisario. Partendo dal successo delle precedenti indagini, si è voluto utilizzare lo stesso strumento per avere dei risultati cumulativi in grado di caratterizzare in maniera affidabile e definitiva la fragilità scheletrica del pazienti acromegalico.

Da una revisione critica di circa 800 lavori scientifici pubblicati dal 1979, utilizzando rigorosi criteri clinico-statistici, sono stati selezionati 41 studi condotti su oltre 1700 pazienti. La meta-analisi ha consentito di dimostrare che l’eccesso di GH causa un aumento del turnover osseo con un effetto quantitativamente maggiore sul riassorbimento rispetto alla neoformazione ossea. Questo sbilanciamento del turnover osseo è direttamente responsabile della perdita di massa ossea che tuttavia non può essere misurata in maniera affidabile attraverso la valutazione della densità minerale ossea mediante esame MOC. Infatti, la meta-analisi ha dimostrato una certa eterogeneità dei dati MOC nei pazienti acromegalici con un alta percentuale di pazienti con valori densitometrici normali o addirittura aumentati. Questi dati MOC hanno indotto la comunità scientifica internazionale a considerare per moltissimi anni l’acromegalia come una condizione favorevole per lo scheletro. Tale concetto è stato completamente rivoluzionato nel 2005 quando il gruppo di ricerca di Andrea Giustina, partendo da una semplice intuizione clinica derivante dall’osservazione che i pazienti acromegalici presentano frequentemente una marcata cifosi dorsale e utilizzando un sistema di analisi radiologica-morfometrica già applicata in altri ambiti clinici, ha dimostrato per la prima volta la presenza di fratture vertebrali da fragilità in donne in post-menopausa affette da acromegalia.

Mettendo insieme tutti gli studi condotti dal 2005 in poi sulle fratture causate dall’eccesso di GH, la meta-analisi ha dimostrato che circa il 40% dei pazienti con acromegalia sviluppa fratture vertebrali con un rischio 3 volte maggiore nei pazienti con acromegalia attiva rispetto ai pazienti con malattia controllata, 2 volte maggiore nei maschi rispetto alle femmine e circa il 60% maggiore nei pazienti con ipogonadismo rispetto a quelli con normale funzione gonadica, a suggerire che quanto dimostrato per la prima volta nel 2005 nelle donne in post-menopausa era solo l’inizio di una lunga storia di ricerca clinica. Un ulteriore importante risultato dell’analisi cumulativa degli studi è stata la conferma che l’esame MOC non è in grado di individuare i pazienti ad alto rischio di fratture, in quanto i pazienti fratturati e pazienti non fratturati hanno valori di densità minerale ossea del tutto sovrapponibili, aprendo quindi la strada a futuri studi orientati alla definizione diagnostico-strumentale della fragilità scheletrica del paziente con acromegalia

La meta-analisi ha dimostrato che la fragilità fragilità ossea nell’acromegalia è una complicanza emergente e che si manifesta con un elevato turnover osseo ed un aumentato rischio di fratture vertebrali, anche in presenza di valori normali o addirittura aumentati di densità minerale ossea misurata con tecnica MOC DEXA.

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L’acromegalia è una condizione rara, grave e invalidante caratterizzata dal progressivo ingrossamento delle ossa acrali (della testa, delle mani e dei piedi), delle labbra e di alcuni altri organi con conseguenti alterazioni metaboliche che comportano un rischio per la vita dei pazienti. I pazienti con acromegalia non trattata, infatti, hanno un tasso di mortalità pari a circa il doppio rispetto a quello osservato nella popolazione generale e una riduzione media dell’aspettativa di vita di circa 10 anni.

L'acromegalia è caratterizzata dall'ingrossamento delle ossa delle estremità, delle labbra e di alcuni organi ed è dovuta all'eccessiva secrezione dell'omone della crescita G
L’acromegalia è caratterizzata dall’ingrossamento delle ossa delle estremità, delle labbra e di alcuni organi ed è dovuta all’eccessiva secrezione dell’omone della crescita GH

La patologia è causata da un’ipersecrezione cronica di ormone della crescita (GH), che, in oltre il 95% dei pazienti, ha origine da un tumore: un adenoma ipofisario secernente GH.

Si tratta di una patologia lenta e insidiosa con sintomi iniziali subdoli e poco chiari. La diagnosi, quindi, è spesso tardiva rispetto all’esordio della malattia e gli effetti a lungo termine possono essere irreversibili. Le complicanze possono comprendere diabete, alterazione del metabolismo dei lipidi e ipertensione, con un elevato rischio di infarto e ictus.

Gli obiettivi terapeutici dell’acromegalia consistono nel ridurre la mortalità, prevenire le recidive del tumore, alleviare i sintomi, ridurre e/o stabilizzare le dimensioni del tumore ipofisario e preservare la funzionalità ipofisaria. L’intervento chirurgico ha limitate possibilità di successo quando l’adenoma supera il centimetro di diametro massimo (macroadenoma). Opzioni terapeutiche che si sono dimostrate efficaci nel raggiungimento del controllo biochimico sono: analoghi della somatostatina, l’antagonista del recettore dell’ormone della crescita pegvisomant e la radioterapia.

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