Di approccio One Health e partnership di valore per contrastare l’antibioticoresistenza si è parlato al Convegno dal titolo Scenari, priorità e obiettivi, secondo un approccio One Health, organizzato a Roma il 14 giugno 2018 da MSD Italia, che ha visto confrontarsi associazioni e rappresentanti delle Istituzioni e del mondo scientifico.

Di approccio One Health e partnership di valore per contrastare l'antibiotico-resistenza si è parlato al convegno Scenari, priorità e obiettivi, secondo un approccio One Health
Contrasto alle infezioni batteriche e all’antibiotico resistenza: la risposta è nella partnership di valore tra tutti gli attori del sistema e nell’approccio One Health

L’eccessivo e inappropriato uso degli antibiotici negli uomini e negli animali e le scarse pratiche di controllo delle infezioni hanno trasformato l’antibioticoresistenza in una seria minaccia alla salute pubblica globale. L’AMR comporta già da tempo prolungamenti delle degenze ospedaliere, fallimenti terapeutici (con conseguente incremento dei costi sanitari) e un significativo numero di morti. Gli specialisti che sono intervenuti al Convegno hanno illustrato le dimensioni del fenomeno e si sono confrontati sulle possibili linee di intervento.

Nella prima parte dell’evento si sono susseguite le relazioni di: Ranieri Guerra, Assistant Director General OMS; Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate, Istituto Superiore di Sanità; Claudio D’Amario, direttore generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute; Giovanni Battista Gaeta, professore ordinario e direttore UOC Malattie Infettive dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli; Giuseppe Signoriello, membro della Commissione sull’Antibiotoco-Resistenza della Regione Campania; Tonino Aceti, coordinatore nazionale per i Diritti del Malato, Cittadinanzattiva.

In una seconda parte si sono confrontati in una Tavola Rotonda i rappresentati delle Società Scientifiche coinvolte nel contrasto all’antibioticoresistenza: Massimo Andreoni, direttore scientifico SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali); Matteo Bassetti, vice presidente SITA; Carla Fontana, delegato regionale Lazio AMCLI, Francesco Menichetti, presidente GISA.

Infezioni e pazienti fragili

Nella nostra epoca abbiamo a disposizione strumenti efficaci per il contrasto alle infezioni: vaccini e antibiotici ci consentono di prevenire e curare molte patologie un tempo ad altissima mortalità. Tuttavia, il numero di decessi per infezioni contratte in ospedale resta elevato. Massimo Andreoni, direttore scientifico SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), spiega i motivi di tale andamento:

I progressi conseguiti in ambito medico, come:

  • il miglioramento nella prognosi di pazienti gravi, ad esempio i pazienti oncologici,
  • la maggiore diffusione di nuove tecnologie sanitarie quali il trapianto di midollo o di organi solidi,
  • l’ampio ricorso alla chemioterapia,
  • i progressi conseguiti nell’assistenza ai neonati patologici,
  • il largo ricorso alla chirurgia protesica e a procedure invasive,
  • il raggiungimento di età sempre più avanzate,

consentono oggi la sopravvivenza di pazienti profondamente immunodepressi sempre più fragili. Aumentano, quindi, il rischio di gravi infezioni e la necessità di ricorrere frequentemente a terapie antibiotiche rendendo tali pazienti particolarmente soggetti alle infezioni sostenute da germi multiresistenti.

I numeri delle infezioni ospedaliere

«Le infezioni ospedaliere sono per definizione prevenibili, ma non eliminabili. Questo è un concetto molto importantespiega Matteo Bassetti, vice presidente SITA (Società italiana terapia antinfettiva) dato che ad esempio oggi si fa molto ricorso alle cause giuridiche nei confronti dell’ospedale per casi di infezione contratta. Il rischio infettivologico è uno dei rischi ammessi nelle procedure che avvengono in ospedale, così come il rischio anestesiologico o quello trombo-embolico. È considerato tollerabile fino al 4-5% dei casi».

Si stima che nell’Unione europea oltre 4 milioni di persone l’anno siano colpite da infezioni batteriche ospedaliere e che 25.000 persone muoiano per infezioni causate da batteri resistenti [Commissione Europea: Piano d’azione contro la resistenza antimicrobica].

In media, secondo dati raccolti dall’ISS, nella maggior parte dei Paesi europei, compresa l’Italia, il 5% dei pazienti ricoverati in ospedale contrae un’infezione durante il ricovero. La frequenza delle infezioni ospedaliere varia comunque molto a seconda di svariati fattori, quali le dimensioni e il tipo di reparto e di ospedale, la durata della degenza, le misure di controllo adottate ecc.

In Italia mancano sistemi di rilevazione attiva dei dati e quindi non c’è un sistema di sorveglianza nazionale delle infezioni nosocomiali, ma sono stati condotti diversi studi multicentrici di prevalenza e ricerche sulla letteratura in base ai quali si stima che ogni anno si verificano tra le 450.000 e le 700.000 infezioni in pazienti ricoverati in ospedale. Le più frequenti sono:

  • infezioni urinarie,
  • infezioni della ferita chirurgica,
  • polmoniti,
  • sepsi.

Si stima che circa il 30% di queste (135.000-210.000) siano potenzialmente prevenibili e che nell’1% dei casi siano direttamente causa del decesso (1350-2100 decessi prevenibili in un anno).

Tavolo di lavoro di Cittadinanzattiva per il monitoraggio dell’antibiotico-resistenza negli ospedali italiani

Cittadinanazattiva, nell’ambito del Pit (Progetto Integrato di Tutela) Salute, monitora le infezioni ospedaliere grazie alle segnalazioni dei cittadini.

I dati del Rapporto Pit Salute 2017 evidenziano che le infezioni ospedaliere sono passate dal 5,4% del 2015 al 4,3% del 2016. Sono invece cresciute le segnalazioni relative alle condizioni delle strutture dal 26% del 2015 al 30% del 2016 nonché quelle sulla disattenzione del personale sanitario, passate dal 10% (2015) al 14% (2016). Sono stati infatti segnalati alcuni casi di scarsa accortezza nel mettere in pratica procedure e standard di sicurezza come:

  • cattivo/scarso uso di guanti e di camici,
  • mancata sostituzione delle calzature all’ingresso e all’uscita dell’ospedale,
  • inadeguato lavaggio delle mani,
  • mancata sterilizzazione degli strumenti.

«I cittadini, inoltre, hanno segnalato alle sedi del Tribunale per i diritti del malato casi di infezioni da ferite chirurgiche (40%); infezioni da batteriemie (34%) causate da polmoniti o da meningiti e pertanto strettamente correlate alle condizioni di ricovero e di sanificazione degli ambienti, specialmente nei reparti più a rischio (36,4%) con dati sostanzialmente invariati rispetto al 2015. Seguono segnalazioni rispetto a infezioni delle vie urinarie (14,4% sul totale) e quelle delle vie respiratorie (11,4%)spiega Tonino Aceti, Coordinatore nazionale Tribunale per i diritti del malato, Cittadinanzattiva.Sono proprio le esperienze delle persone che hanno spinto la nostra Organizzazione civica a occuparci in questi anni di infezioni nosocomiali e AMR, che ci ricorda l’OMS, rappresentano la complicanza più frequente e grave dell’assistenza sanitaria nonché un problema rilevante per la salute pubblica».

Misure di prevenzione delle infezioni nosocomiali

Matteo Bassetti ricorda gli accorgimenti che possono essere messi in atto per prevenire le infezioni ospedaliere:

  1. usare in maniera appropriata gli antibiotici (i prontuari per un’adeguata Stewardship sono solo uno degli strumenti che noi abbiamo a disposizione) perché possono favorire la resistenza batterica;
  2.  seguire le misure di infection control.

Queste comprendono:

  • il lavaggio delle mani,
  • l’isolamento dei pazienti infetti o colonizzati dai germi multiresistenti,
  • la gestione del sovraffollamento delle corsie,
  • il tentativo di ricoverare i pazienti in stanze singole o comunque di tenerli ad una adeguata distanza reciproca,
  • la gestione del personale in particolare in aree critiche come la terapia intensiva o l’ematologia,
  • avere un numero congruo di medici e di infermieri consente anche un’assistenza adeguata.

Bassetti conclude che non è corretto ragionare sul singolo paziente, ma piuttosto sulla comunità di un medesimo ambiente.

«Negli Stati Unitiafferma Massimo Andreonilo Study on the Efficacy of Nosocomial Infection Control (SENIC) ha dimostrato che adottando programmi efficaci di controllo (cioè programma dotati di: un sistema di sorveglianza, un’infermiera addetta al controllo delle infezioni ogni 250 posti letto; un medico infettivologo addetto ecc.) si può prevenire fino al 35% delle infezioni ospedaliere globalmente considerate. Le infezioni maggiormente prevenibili sono le infezioni delle vie urinarie in pazienti cateterizzati (41%), le infezioni della ferita chirurgica (41%), le batteriemie (35%)».

«Presso il Policlinico di Tor Vergata è stato avviato un programma di Stewardship antibiotica e di Infection control con il quale si cerca di contrastare globalmente il fenomeno delle infezioni correlate all’assistenza e quello dell’antibioticoresistenza fin dall’ingresso del paziente nel pronto soccorso e durante tutto il percorso diagnostico terapeutico. In particolare aggiunge Massimo Andreoni,nel programma vengono utilizzati degli “score” che permettono di valutare i pazienti e le condizioni a maggior rischio per lo sviluppo di infezioni gravi».

Dati sull’AMR in Italia

Secondo i dati raccolti dalla sorveglianza dell’antibiotico-resistenza dell’Istituto superiore di sanità (Ar-Iss), in Italia la resistenza agli antibiotici, per le specie batteriche sotto sorveglianza, si mantiene tra le più elevate in Europa.

Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Iss, descrive la situazione epidemiologica in Italia a proposito di resistenza antimicrobica:

«L’Italia è uno dei Paesi più problematici, in Europa, per quanto riguarda lo sviluppo di resistenze agli antibiotici. Veniamo dopo Romania e Bulgaria; peggio del nostro Paese, soltanto la Grecia.

La situazione è migliorata per quanto riguarda lo stafilococco, perché la prevalenza di ceppi batterici resistenti è leggermente scesa. Tuttavia persiste il grave problema dei batteri GRAM-, come Acinetobacter, Escherichia coli o Klebsiella pneumoniae. In particolare, questo batterio è presente in maniera consistente nei reparti di terapia intensiva e ha già mostrato resistenze alle cefalosporine e ai carbapenemi. Oggi viene trattato, come ultima spiaggia, con antibiotici considerati desueti, come la colistina, considerato ormai un salvavita. Purtroppo però abbiamo già avuto evidenze di ceppi resistenti anche a questo farmaco.

Questa situazione è stata rilevata nel 2017 anche nel corso dell’ultima visita in Italia dell’European Center for Diseases Control (ECDC), secondo cui resta ancora molto da fare per giungere a una reale armonizzazione delle strategie in atto in Italia. Infatti, accanto a realtà virtuose e da anni impegnate nelle attività di sorveglianza e controllo dell’AMR e delle Infezioni correlate all’assistenza (ICA), ve ne sono altre in cui le misure di contrasto alle resistenze anitmicrobiche sono poco organizzate e poco efficaci. Per fare fronte a questa problematica, il ministero della Salute ha messo a punto un Piano Nazionale di Contrasto all’AMR (PNCAR), gli effetti del quale potranno essere valutati nel tempo».

Timeline delle resistenze

Stato di attuazione del Piano nazionale per il contrasto all’antibioticoresistenza (PNCAR)

Il PNCAR emanato dal ministero della Salute nel 2017 ha posto come obiettivi prioritari entro il 2020 la riduzione dell’impiego degli antibiotici superiore al:

  • 10% in ambito territoriale,
  • 5% in ambito ospedaliero,
  • 30% nel settore veterinario.

Claudio D’Amario, direttore generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, fornisce un aggiornamento sullo stato di implementazione del PNCAR:

«All’approvazione del PNCAR è seguita l’istituzione di un Gruppo Tecnico di Coordinamento (GTC) nazionale della strategia di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Decreto del Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del 3 novembre 2017). Il GTC riunisce le istituzioni centrali e regionali e le maggiore società scientifiche/federazioni coinvolte nella problematica. È organizzato per Gruppi di Lavoro (GdL), coincidenti con le aree del PNCAR, e ha approvato il proprio Regolamento nonché le Linee di indirizzo per il Governo.

Alle Regioni e Province Autonome è stato chiesto di identificare i referenti regionali per le diverse aree del PNCAR (che devono, come previsto nel Piano, costituire il Gruppo regionale di coordinamento della strategia di contrasto) e di informare il ministero sullo stato di recepimento del PNCAR a livello regionale.

Quasi tutti i GdL sono stati attivati e stanno portando avanti le attività previste dal Piano. In particolare, è stata predisposta la bozza del nuovo Protocollo Ar-Iss per la sorveglianza dell’AMR. Sono in corso diverse attività, quali:

      1. revisione della Sorveglianza CPE (Enterobatteri produttori di carbapenemasi)
      2. individuazione dei requisiti dei laboratori appartenenti alla rete per la sorveglianza
      3. censimento delle iniziative di comunicazione da parte di regioni e società scientifiche
      4. censimento delle LG su uso antibiotici e prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (ICA)
      5. predisposizione di Piani specifici: Comunicazione, Uso appropriato AB, Sorveglianza ICA
      6. revisione, insieme con AIFA, degli indicatori per il monitoraggio del consumo e dell’uso appropriato di antibiotici».

Risultati attesi dell’attuazione del PNCAR

Secondo Claudio D’Amario, la completa messa in atto del provvedimento dovrebbe portare a molti risultati:

  • la stabilizzazione e capillarizzazione delle sorveglianze,
  • la messa a regime delle buone pratiche in buona parte del Paese,
  • il mantenimento di un coordinamento centrale per contrastare il fenomeno dell’AMR a livello nazionale,
  • una esercitazione fattuale dell’approccio multisettoriale One Health attraverso l’integrazione di tutti i settori interessati,
  • la realizzazione degli obiettivi generali del PNCAR, ovvero: diminuzione della frequenza delle infezioni da microrganismi resistenti agli antibiotici e calo della frequenza di infezioni associate all’assistenza sanitaria in ospedale e comunità.

«È però intuibile che l’impatto complessivo dell’applicazione del PNCAR dipenderà dalla attuazione di una strategia globale che coinvolge organizzazioni internazionali e tutti i governipuntualizza D’Amarioin quanto nel campo delle malattie infettive nessun paese o regione può illudersi di vincere la battaglia da solo proprio perché i germi non conoscono confini geografici o geopolitici. Non per nulla l’AMR è stata identificata tra le minacce a natura transfrontaliera che necessitano, per il loro contrasto, di sforzi congiunti degli Stati».

La best practice della regione Campania per il contrasto all’AMR

In linea con gli obiettivi del PNCAR, la Regione Campania ha approvato, nell’ambito dell’attuazione del Piano Regionale della Prevenzione 2014-2108, delle Linee di indirizzo per tutte le Aziende del Sistema Sanitario Regionale sulle azioni di contrasto al fenomeno dell’AMR e sulle attività di prevenzione e controllo delle infezioni da organismi resistenti agli antibiotici. Il documento campano intende fornire a tutte le figure professionali coinvolte nei percorsi prescrittivi, raccomandazioni generali per la realizzazione dei programmi di antimicrobial stewardship e indicazioni specifiche per l’implementazione locale dei protocolli di terapia antibiotica empirica. Tali protocolli, da utilizzare in ambito sia ospedaliero sia territoriale, possono essere utili nel limitare l’uso improprio degli antibiotici.

Giovanni Battista Gaeta, professore ordinario e direttore UOC Malattie Infettive dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli descrive i punti salienti delle linee guida:

«Per lo sviluppo delle linee giuda, siamo partiti considerando l’elevata presenza di germi multiresistenti sia nelle aziende ospedaliere sia sul territorio. Per dare un’idea del problema, in Campania abbiamo il 40% di Streptococcus pneumoniae resistente ai più comuni antibiotici come i macrolidi. Invece i chinolonici risultano spesso inefficaci perché i ceppi di Escherichia Coli che circolano sul territorio hanno una resistenza nel 40-50% dei casi. Abbiamo quindi deciso di dare seguito a quanto previsto dal PNCAR, lavorando alla formulazione di raccomandazioni legate alla terapia antibiotica in particolare su pazienti in stato febbrile e con sintomi di infezione. In seguito abbiamo promulgato queste raccomandazioni sul Bollettino regionale per le sindromi infettive quali infezioni addominali, endocarditi, polmoniti (queste ultime hanno un’alta incidenza sul nostro territorio e in ospedale)».

La condivisione e diffusione delle informazioni riguardanti l’AMR in Campania e le best practice per contrastarla

«È poi iniziato il processo di “disseminazione” delle informazionicontinua Gaeta. – Stiamo ad esempio lavorando alacremente per mettere a disposizione dall’autunno 2018 una FAD gratuita, della durata di un anno, rivolta ai medici sul territorio, ai medici ospedalieri, ai farmacisti e ai microbiologi. Il processo di condivisione di informazioni, questo che ho definito “disseminazione”, è il primo fondamentale step di una catena di eventi che prevederà anche il coinvolgimento dei medici e dei farmacisti nonché un’opera di sensibilizzazione delle persone. Spesso, infatti, sono i pazienti stessi che premono per la terapia antibiotica o che recuperano gli antibiotici rimasti a disposizione da precedenti terapie, utilizzandoli quindi in maniera impropria e favorendo in tal maniera l’aumento delle resistenze».

«Il modello che abbiamo messo a punto rimane perfettibileconclude Gaeta. – Ben venga, dunque, che altre regioni utilizzino il risultato del nostro lavoro per migliorarlo. La nostra operazione è ancora in fase di start up, per essere sviluppata e migliorata richiede il contributo di tutti. La difficoltà maggiore risiede in quello che ho definito “processo di disseminazione”. Sarebbe utile, in questo senso, una corretta opera di sensibilizzazione rivolta ai media, in modo da generare una consapevolezza maggiore su questi temi anche nel medio-lungo periodo».

Uso corretto degli antimicrobici

Matteo Bassetti ricorda alcune regole per l’utilizzo ottimale degli antibiotici:

«Il primo passo è capire che un migliore utilizzo degli antibiotici significa non usarli se non ce n’è davvero bisogno. Questo vale sì per i medici, ma anche per gli utilizzatori, ovvero i pazienti, i quali non devono trovare nell’antibiotico la prima soluzione quando gli si diagnostica un raffreddore, un’influenza, delle bronchiti blande o l’urina torbida. Allo stesso tempo non bisogna nemmeno lanciare il messaggio che non vadano utilizzati.

In sostanza, se non servono non bisogna usarli, ma se servono nel loro utilizzo bisogna seguire una serie di regole, le stesse alla base della cosiddetta stewardhip: dare il farmaco giusto, alla giusta dose, per la giusta durata e con il giusto ritmo di somministrazione. Abitualmente, fuori dall’ospedale, accade che pazienti autonomamente sospendano la terapia antibiotica quando non la ritengono più utile, o cambiano i dosaggi e i tempi di somministrazione; tutto ciò fa sì che i batteri sviluppino resistenza, perché non trattati adeguatamente.

Purtroppo la corretta stewardship non viene applicata spesso nemmeno in ambito ospedaliero; per questa ragione i germi più aggressivi proliferano proprio in ospedale. Non c’è dunque una regola unica o un’unica azione da compiere; il presupposto è non pensare che gli antibiotici siano l’origine di tutti i mali, e quindi darli o usarli quando serve».

Francesco Menichetti, presidente GISA (Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica), aggiunge:

«Utilizzo ottimale degli antibiotici significa combattere l’empirismo e prediligere l’appropriatezza prescrittiva. A tal fine è necessario ottimizzare la diagnosi microbiologica rapida che limita la necessità di somministrare antibiotici a chi non ne ha necessità; ma significa anche scegliere l’antibiotico giusto per il paziente e per la sede d’infezione, e somministrarlo alle dosi adeguate e per il tempo necessario».

Metodi per la diagnosi veloce delle infezioni e delle AMR

«Negli ultimi anni la Microbiologia Clinica ha reso possibile il passaggio dalle procedure di coltura tradizionali a tecniche che hanno consentito di produrre risultati in tempi molto contenuti. Si è passati da un turn around time (TAT) di alcuni giorni a poche ore, grazie ai Rapid Diagnostic Tests (RDTs).

Carla Fontana, delegato Regione Lazio AMCLI ( Associazione Microbiologi Clinici Italiani), chiarisce:

«L’impatto dei nostri risultati sulle scelte cliniche è inversamente proporzionale al tempo di “reporting”, quindi l’utilizzo dei test di ultima generazione consente al clinico di impostare con estrema precocità una terapia mirata. Questo significa impostare una equazione molto semplice: RDTs + terapia appropriata = migliore outcome. Significa salvare vite, ridurre la pressione selettiva, l’uso non appropriato degli antibiotici, contrastare l’AMR, in breve significa difendere la nostra difesa: gli antibiotici. Tecnicamente significa parlare di Diagnostic & Antimicrobial Stewardship. L’introduzione di nuovi antibiotici non sfugge all’equazione. I nuovi farmaci ancora di più necessitano di una diagnostica rapida perché l’uso di questi, in molti casi, è vincolato all’assenza di marcatori genici che, identificati precocemente, consentono di mirare la scelta terapeutica. Stiamo cioè passando dall’antibiogramma tradizionale (che richiede almeno 18 h) all’antibiogramma molecolare o genetico (che richiede poche ore)».

L’approccio One Health

L’on. Elena Carnevali ricorda che, come i microbi non conoscono confini e si spostano, così anche i confini delle resistenze antibiotiche si sono allargati dall’ospedale alle RSA e al territorio. Questo fenomeno deve essere gestito in un modo serio, integrato, finanziato. Richiede l’azione coordinata di molti soggetti che operano negli ambiti della medicina umana e veterinaria, della filiera agroalimentare, della tutela ambientale, della ricerca, della comunicazione, dell’economia ecc. 

Per contrastare la resistenza antimicrobica, dunque, è necessario quello che viene definito approccio One Health agendo a livello veterinario e ambientale oltre che umano. Infatti bisogna considerare che:

  • l’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti intensivi è una delle principali cause della sempre maggiore resistenza degli organismi patogeni agli antibiotici;
  • l’utilizzo massivo degli antibiotici determina significativi effetti nocivi sull’ambiente, attraverso le acque reflue civili e ospedaliere o attraverso il letame degli allevamenti.

Altri strumenti di contrasto all’AMR: le proposte degli esperti

«Lo scenario di progressivo aumento delle resistenze potrebbe essere reversibilesottolinea Gianni Rezza. – Lo dimostrano i casi dell’Inghilterra, che ha saputo instaurare politiche efficaci per gestire le resistenze da Stafilococco, così come hanno fatto l’Olanda e altri Paesi del nord Europa. Naturalmente servono programmi efficaci che consentano di garantire il rispetto di protocolli severi riguardo, ad esempio, oltre all’applicazione della stewardship antimicrobica, all’igiene. Lavarsi accuratamente le mani e cambiare i guanti prima di intraprendere una qualsiasi procedura medica su un paziente dovrebbe essere una norma inderogabile. E poi, naturalmente, è auspicabile un aumento degli investimenti in Ricerca e Sviluppo, perché è certamente importante preservare, per il maggior tempo possibile, l’efficacia degli antibiotici a disposizione, ma la storia insegna anche che lo sviluppo delle resistenze è inevitabile e soltanto l’introduzione di nuovi antibiotici può rispondere a questa impellente necessità».

Altri settori di investimento individuati dagli esperti sono:

  • la microbiologia clinica,
  • garantire il diritto di accesso ai nuovi antibiotici
  • inserire in tutti gli ospedali le figure degli specialisti microbiologi clinici, infettivologi, farmacologi clinici o incrementarne la presenza
  • azioni preventive (vaccinali, buone pratiche igieniche comprese pulizia e sanificazione, acquisto e uso di apparechiature, strumenti, prodotti e servizi di buona qualità ecc.)
  • realizzazione di linee guida e protocolli che regolino l’appropriatezza prescrittiva di indagini diagnostiche e di trattamenti antibiotici
  • campagne di comunicazione per sensibilizzare cittadini, classe medica e veterinaria, operatori sanitari, addetti alla zootecnia, istituzioni, organi di controllo, farmacisti, dirigenze sanitarie, industria farmaceutica
  • ricerca e sviluppo di strumenti preventivi, diagnostici e terapeutici per le infezioni
  • studi epidemiologici
  • sistema di sorveglianza delle infezioni negli ospedali e nel territorio (secondo una nomenclatura corretta e condivisa) compresa la registrazione di eventi avversi, complicanze e infezioni conseguenti a una prestazione sanitaria, a un intervento sanitario o chirurgico

Una chiamata alla co-responsabilità

Appare quanto mai evidente che il contrasto all’antimicrobicoresistenza richiede la partecipazione di svariati attori. Ognuno deve tenere fede a una responsabilità che dipende direttamente dalla funzione che ricopre:

  • i medici e i ricercatori per quanto riguarda l’appropriatezza e la ricerca;
  • le istituzioni per l’attuazione e la sostenibilità;
  • i farmacisti, gli infermieri e il personale ospedaliero per il rispetto dei protocolli;
  • i pazienti e i caregiver per i comportamenti corretti e il rispetto delle indicazioni del medico;
  • i giornalisti per la corretta informazione.

«Noi di MSD, siamo convinti che la lotta alle malattie infettive non possa prescindere da una chiamata alla co-responsabilità, che coinvolga sia gli attori pubblici sia i privati, nel rispetto del ruolo e della funzione di ciascuno – spiega Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia. – Per questo crediamo fermamente nella costruzione di Partnership, trasparenti e di Valore, a fianco del mondo scientifico, dei Pazienti e della Sanità Pubblica. E per questo, continuiamo a mantenere il nostro impegno a investire in Ricerca, senza accontentarci degli eccezionali traguardi che abbiamo raggiunto nei nostri 127 anni di storia ma lavorando senza sosta per individuare e rendere disponibili nuovi farmaci e vaccini che possano fare la differenza, contribuendo efficacemente a contrastare le infezioni e l’insorgenza di resistenze».

Lavorare insieme per promuovere e sostenere la stewardship antimicrobica è fondamentale, perché attraverso l’uso appropriato degli antibiotici negli animali e negli uomini si può contrastare l’AMR.

Simposio “Diagnostica e terapia delle infezioni opportunistiche”

Anche a Genova, nella 6° edizione del Simposio Di.T.I.O. – Diagnostica e Terapia
delle Infezioni Opportunistiche (20 e 21 giugno 2018), diversi infettivologi italiani hanno parlato di malattie infettive sostenute da batteri e funghi e di crisi dell’era antibiotica. Gli specialisti hanno fatto il punto su diagnosi, strategie di contrasto e innovazione nelle terapie.

Temi trattati nel Simposio sono stati:

  • la gestione dei pazienti immunodepressi (come quelli trapiantati, con malattie ematologiche, in trattamento con farmaci biologici o affetti da cirrosi) particolarmente esposti a importanti infezioni,
  • la recrudescenza di malattie batteriche invasive sostenute da batteri che continuano a stupire per la loro capacità di adattamento e resilienza. In particolare, sono stati approfonditi gli aspetti epidemiologici, microbiologici e terapeutici come la malattia meningococcica,
  • le strategie contro le infezioni difficili, come osteomieliti, endocarditi e spondilodisciti,
  • le strategie preventive vaccinali,
  • la costante e crescente necessità di terapie antibiotiche e antifungine innovative: non mancano completamente nuovi farmaci all’orizzonte, la maggior parte dei quali però si basa su meccanismi d’azione ormai obsoleti.

«Nel complesso però qualcosa si sta muovendo – dichiara Claudio Viscoli, coordinatore del Simposio Di.T.I.O., presidente della SITA (Società Italiana di Terapia Antinfettiva) e direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino-Università di Genova. – I reiterati allarmi della comunità scientifica sulla ormai annosa mancanza di antibiotici innovativi e sul fenomeno delle resistenze e gli incentivi economici hanno avuto l’effetto di stimolare piccole industrie a investire in ricerca e sviluppo di nuove molecole».

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