La seconda tappa del viaggio di NCF nel mondo del Technology Transfer Biotech (leggi qui “Sfide e opportunità per il PharmaBiotech“) ci porta a Milano per scoprire la realtà di TTFactor. Incontriamo Daniela Bellomo, General Manager, per conoscere più da vicino questa impresa privata italiana e comprendere in che modo il trasferimento tecnologico rappresenta una strategia vincente per il futuro della ricerca.

Daniela Bellomo, General Manager TTFactor
Daniela Bellomo, General Manager TTFactor. Seconda tappa del viaggio nel di NCF alla scoperta del Trasferimento Tecnologico Biotech

Cos’è TTFactor

TTFactor è un’azienda privata che si occupa del trasferimento tecnologico dei progetti di ricerca, al momento, di 3 strutture: l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), l’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) e il Centro Cardiologico Monzino (CCM).

«Il nostro obiettivo – spiega Daniela Bellomo- è aiutare i ricercatori e i clinici a valutare il potenziale commerciale delle loro ricerche e promuovere la relazione con l’industria per favorire lo sviluppo delle loro invenzioni. In altre parole TTFactor si pone come motore per tradurre ricerca di qualità in un prodotto fruibile al paziente. Attualmente solo il 38% dei farmaci di fase III in oncologia raggiunge l’approvazione. Il tasso di fallimento è altissimo. La sfida di TTFactor è quella di selezionare il prima possibile i progetti di ricerca, cercando di identificare le invenzioni che possono davvero avere un significato applicativo importante e su quelle investire».

I criteri per selezionare (riconoscere!) un progetto di ricerca vincente

Il team di TTFactor
Il team di TTFactor. Daniela Bellomo “L’expertise nel biotech e nel farmaceutico sono un elemento fondamentale, ma non sufficiente”.

«Le competenze e l’esperienza sono alla base di tutto.- precisa Daniela Bellomo- L’expertise nel biotech e nel farmaceutico è un elemento fondamentale, ma non sufficiente. Nel nostro team sono presenti persone con background misto, accademico e industriale, dottorati o laureati in materie scientifiche che acquisito master in economica o in legge e che hanno esperienza con e nell’industria e conoscono i fattori di successo di un potenziale nuovo farmaco. Non mancano poi legali,  esperti in proprietà intellettuale, in contrattualistica, brevetti, licencing e anche management. E poi manager che lavorano nel settore della sanità e della finanza, professori internazionali  esperti in technology transfer e rappresentanti del venture capital.

Tutte queste competenze messe insieme formano un “filtro” molto stretto che consente di selezionare i progetti di ricerca più meritevoli dal punto di vista commerciale e conferiscono credibilità e visibilità oltre il confine nazionale.

Perchè appoggiarsi a una struttura specializzata in Technology Transfer

Se non strutturate in modo adeguato, le relazioni tra la ricerca e l’azienda, i venture capital, sono casuali, in genere molto difficili e soprattutto non sempre vantaggiose per l’accademia o la struttura di ricerca. Il ricercatore non sempre ha le competenze per comprendere se i termini finanziari presenti nei contratti siano corretti e allineati agli standard internazionali o se offrano le giuste garanzie all’Istituto.

Generare valore e protezione della proprietà intellettuale

Purtroppo in Italia il sistema normativo è molto complicato e non stimola la generazione di valore e soprattutto non protegge la proprietà intellettuale. Proprio il contrario rispetto agli Stati Uniti dove già quarant’anni fa veniva emanata la legge Bayh-Dole Act o Patent and Trademark Law Amendments Act (Pub L. 95-517, 12 dicembre 1980), secondo la quale il governo americano riconosce la proprietà intellettuale ai ricercatori che finanzia a patto che gli istituti di ricerca organizzino e strutturino i processi di trasferimento tecnologico, dando in licenza i prodotti in modo preferenziale alle aziende americane. Questa legge ha dato una spinta significativa alla creazione di nuove PMI e impeto agli investitori. Grazie a questo gli ospedali statunitensi oggi possono vantare ritorni di royalties e quindi possono continuare a finanziare le loro ricerche. In questo modo il technology transfer non è un costo, ma un investimento.

In Italia però la situzione è ben diversa; non esiste una legge a tutela della proprietà intellettuale. In questo scenario, allora, una struttura che si occupa di trasferimento tecnologico diventa un valore quando si propone di creare un processo simile a quello stimolato dagli Stati Uniti, per garantire ai ricercatori un ritorno economico nel momento in cui l’invenzione diventerà prodotto.

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