Uno studio mette in luce la possibile correlazione tra inquinamento da biossido di azoto e fibrosi polmonare idiopatica (IPF). L’esposizione cronica ad alte concentrazioni di questo gas nell’aria, infatti, sembra determinare un incremento dell’incidenza di IPF.

Inquinamento da biossido di azoto e fibrosi polmonare idiopatica
L’inquinamento atmosferico (soprattutto da traffico veicolare) può avere un ruolo attivo nello sviluppo della fibrosi polmonare idiopatica (IPF)

Lo studio è stato condotto da ricercatori del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, Gruppo MultiMedica, in collaborazione con l’Università di Harvard. È stato inoltre pubblicato sull’European Respiratory Journal [Conti S, Harari S, Caminati A, et al. “The association between air pollution and the incidence of idiopathic pulmonary fibrosis in Northern Italy”. Eur Respir J 2018; 51: 1700397.; DOI: 10.1183/13993003.00397-2017].

Basandosi su oltre 2.000 nuovi casi di malattia registrati in Lombardia fra il 2005 e il 2010, individuati attraverso database sanitari amministrativi, gli studiosi hanno valutato la relazione fra l’insorgenza di IPF e l’esposizione cronica a:

  • particolato atmosferico PM10,
  • biossido di azoto,
  • ozono.

È emersa un’associazione fra lo sviluppo della patologia e l’aumento nell’aria del biossido di azoto, il gas prodotto dagli scarichi dei motori.

Questo lavoro è la prosecuzione di un primo studio epidemiologico, attuato dallo stesso gruppo di ricercatori, che aveva mappato i casi di IPF in Lombardia, pubblicato nel 2016 su PLOS One [Harari S, Madotto F, Caminati A, Conti S, Cesana G, “Epidemiology of Idiopathic Pulmonary Fibrosis in Northern Italy”. PLOS ONE February 3, 2016. DOI:10.1371/journal.pone.0147072].

Con circa 19.000 pazienti in Italia, la fibrosi polmonare idiopatica è la malattia respiratoria rara più frequente nel nostro Paese. È determinata dalla sostituzione del tessuto polmonare sano con tessuto cicatriziale, come se il polmone innescasse un alterato meccanismo riparativo a uno stimolo esterno, che potrebbe essere, appunto, il caso dell’inquinamento. Colpisce prevalentemente uomini, over 60, fumatori o ex fumatori, perciò i suoi sintomi classici, tosse secca e mancanza di fiato sempre più marcata, vengono spesso confusi con manifestazioni di bronchite cronica. Soltanto una diagnosi precoce permetterebbe di intervenire con le giuste terapie; purtroppo la mortalità per fibrosi polmonare idiopatica resta tutt’ora più alta di quella legata a molti tumori. I meccanismi che portano alla formazione di IPF non sono ancora completamente conosciuti, ma si ritiene siano coinvolti sia fattori genetici sia ambientali.

«Il nostro studio, per la prima volta, mostra che lo smog è associato all’insorgenza di fibrosi polmonare idiopatica» affermano Sergio Harari, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano e Giancarlo Cesana, direttore del Centro Studi Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca.

«Abbiamo osservato – prosegue Harari – come i soggetti esposti a una concentrazione più alta di biossido di azoto abbiano un rischio maggiore di sviluppare IPF. Mentre per PM10 e ozono non sono emerse associazioni significative, i dati hanno evidenziato che se il livello di esposizione cronica al biossido di azoto si alza di 10 microgrammi per metro cubo, l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica aumenta tra il 4,25% e l’8,41% ed è ancora più elevata se i livelli di biossido di azoto superano i 40 microgrammi per metro cubo».

«Studi precedenti avevano evidenziato come l’incremento di biossido di azoto e ozono si associ a un peggioramento della malattia, e come l’esposizione a PM10 si associ a un aumento della mortalità e della perdita di funzionalità respiratoria – spiega Giancarlo Cesana. – Tuttavia, la relazione tra esposizione cronica all’inquinamento atmosferico e incidenza di IPF non era mai stata indagata prima. La Lombardia rappresenta un contesto molto interessante per studiare questa possibile associazione, poiché la conformazione della valle padana in generale, e di questa regione in particolare, favorisce il ristagno degli inquinanti atmosferici portando a un elevato livello di inquinamento con concentrazioni variabili da zona a zona».

«In sintesi, lo studio suggerisce che l’inquinamento da traffico potrebbe svolgere un ruolo nello sviluppo della fibrosi polmonare idiopatica. Le stime di questa associazione sono marginalmente significative e quindi necessitano di essere confermate tramite ulteriori studi» – concludono i ricercatori.

Diagnosi della fibrosi polmonare idiopatica

Per diagnosticare la fibrosi polmonare idiopatica, oltre all’auscultazione che permette di individuarne un segnale tipico, il rantolo crepitante, occorrono:

  • radiografia al torace,
  • spirometria per valutare la capacità polmonare,
  • TAC ad alta risoluzione,
  • broncoscopia, 
  • altri esami in base all’anamnesi del paziente che permettano di escludere altre possibili patologie.

Oggi è anche disponibile la criobiopsia, una procedura efficace e con ridotte complicanze. È infatti condotta con una crio-pinza raffreddata a meno di 80 gradi sottozero. Con questa tecnica si ottengono quindi campioni di tessuto sufficientemente grandi e un’immediata cauterizzazione dell’area circostante.

Trattamento della fibrosi polmonare idiopatica

Sul fronte delle terapie, i farmaci oggi disponibili (nintedanib e pirfenidone) aiutano a mantenere la funzionalità polmonare e a rallentare la progressione della malattia, ma non incidono sui sintomi già presenti prima di iniziare la cura.

Nelle fasi avanzate può essere necessaria l’ossigenoterapia.

Il trapianto di polmone rappresenta una concreta opzione terapeutica per i malati più gravi ma la sua diffusione è frenata dal limite massimo di età (65 anni), dallo scarso numero di donatori e dai risultati di sopravvivenza dopo l’intervento ancora inferiori a quelli di altri organi.

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