I capitali di rischio provenienti dalle grandi multinazionali del farmaco, i cosiddetti “corporate venture capital” (Cvc), rappresentano un’importante fonte di finanziamento e sostegno dell’innovazione condotta dalle più piccole e dinamiche società biotech, secondo il nuovo paradigma dello sviluppo farmaceutico integrato. Più precisamente, il termine Cvc indica una tipologia particolare d’investimenti in capitale di rischio in cui una multinazionale investe in una società affiliata affinché quest’ultima investa a sua volta del capitale in promettenti società startup che abbiano relazione col business della capofila.

Un recente rapporto di PhRMA, l’associazione che raggruppa le big pharma statunitensi, evidenzia come si è evoluto il ruolo del corporate venture capital quale motore dell’innovazione biofarmaceutica, in particolare negli Stati Uniti.

Si investe soprattutto nelle malattie orfane

Le quindici aziende multinazionali associate a PhRMA hanno aumentato del 664% gli investimenti in corporate venture capital nel periodo 2000-2017, fino a un totale di 3,2 miliardi di dollari, rispetto al 90% di crescita fatto segnare dall’intero comparto del Cvc sullo stesso periodo (per un totale di 24 mld di dollari nel 2017).

Tra i target preferiti per gli investimenti si confermano molte malattie ancora orfane di trattamenti, come alcune forme di tumore, le patologie neurodegenerative e autoimmuni, le malattie infettive, il diabete e altri problemi metabolici. Un target di crescente interesse da parte della grande industria si è confermato essere anche il mondo delle tecnologie medicali e digitali al servizio della salute, sempre più al centro dei modelli di servizi sanitari integrati. Più in generale, l’obiettivo sottolineato dal rapporto non è solo quello dei puri ritorni sull’investimento, ma anche la capacità di creare e portare avanti nuove e innovative relazioni con la comunità esterna alla grande azienda.

Secondo il report “Strengthening biopharmaceutical innovation: the growing role of corporate venture capital“, gli ultimi due anni hanno visto una maggiore percentuale (74%) di investimenti Cvc early stage da parte di multinazionali farmaceutiche rispetto a quelli effettuati da player finanziari più tradizionali (59%). I “syndicated” deals che vedono la collaborazione tra Cvc e altri attori del mondo finanziario, inoltre, hanno rappresentato la maggior parte (9/10) delle operazioni messe in atto dalle aziende rappresentate da PhRMA. Il documento sottolinea anche come, perlomeno negli Stati Uniti, gli investimenti Cvc abbiano ormai superato quelli effettuati da business angel, incubatori e acceleratori tecnologici o raccolti tramitre crowdfunding.

I dati contenuti nel rapporto di PhRMA sono stati ottenuti da un’analisi dettagliata del PitchBook, un database che raccoglie le informazioni sugli investimenti di venture capital, a cui si sono aggiunte interviste mirate con sette manager di alcuni Cvc di importanti multinazionali facenti parte dell’associazione, quali AbbVie Ventures, Boeheringer Ingelheim Venture Fund, Johnson & Johnson Innovation-JJDC, Lilli Ventures, Pfizer Venture Investments, Sanofi ventures e SR One (Gsk).

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