Uno studio del CIO di Siena dimostra che un trattamento di immunoterapia combinata con i farmaci epigenetici per il melanoma migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere e attaccare le cellule tumorali. L’utilizzo di guadecitabina e ipilimumab è stato infatti sperimentato con successo nello studio NIBIT-M4.

Lo studio pioneristico del CIO di Siena ha coniugato clinica e analisi transazionale in un vero dialogo tra ricercatori medici e laboratorio.

L'immunoterapia combinata con i farmaci epigenetici per il melanoma migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere le cellule tumorali
L’immunoterapia combinata con i farmaci epigenetici per il melanoma migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere le cellule tumorali

Negli ultimi dieci anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori. Alcune neoplasie che non lasciavano scampo oggi possono essere trattate con successo, ma soltanto il 40-50% dei pazienti risponde a questo genere di cure. Se da un lato una delle possibili strategie per aumentare la percentuale è migliorare la sequenza con cui somministrare i diversi immunoterapici, l’altra prevede la somministrazione dell’immunoterapia in combinazione a molecole in grado di modificare le caratteristiche del tumore, con l’obiettivo di renderlo maggiormente visibile al sistema immunitario. È in questa direzione che stanno lavorando i ricercatori del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena.

Nello studio NIBIT-M4 il gruppo di ricerca diretto da Michele Maio, in collaborazione con importanti Centri italiani ed europei, ha dimostrato che nei pazienti con melanoma la sequenza di guadecitabina e ipilimumab migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere ed attaccare le cellule tumorali.

Guadecitabina è un agente ipometilanteIpilimumab è un immunoterapico.

«I risultati raggiunti – spiega Michele Maio, direttore del CIO di Siena e presidente della Fondazione NIBIT, che ha sostenuto lo studio insieme ad AIRC – sono per noi motivo di grande orgoglio in quanto confermano la nostra iniziale intuizione sulla necessità di creare le condizioni affinché gli immunoterapici possano agire al meglio. Quanto ottenuto è perfettamente in linea con i risultati pre-clinici raggiunti negli anni scorsi dai laboratori del nostro Centro. Una dimostrazione di quanto sia fondamentale l’integrazione tra la ricerca di base e quella clinica, sostenute negli anni dalla Fondazione NIBIT e dalla Fondazione AIRC, anche grazie al programma 5×1000 cominciato nel 2018».

Lo studio NIBIT-M4

Lo studio di fase Ib, iniziato nel 2015 e che ha coinvolto 19 pazienti con melanoma metastatico.

La strategia utilizzata ha previsto la somministrazione di un farmaco epigenetico, la guadecitabina, capace di determinare modificazioni chimiche nel DNA delle cellule tumorali per poterne modulare l’espressione genica.

«Le modifiche generate da questo farmaco – spiega Alessia Covre, coordinatore della ricerca pre-clinica del CIO al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, coautore dello studio – fanno sì che le cellule tumorali esprimano, sulla propria superficie, molecole che hanno un ruolo fondamentale nell’interazione tra tumore e sistema immunitario. Così il tumore risulta maggiormente visibile agli “occhi” alle cellule del sistema immunitario del paziente e la guadecitabina crea le condizioni ottimali per fare in modo che i farmaci immunoterapici somministrati successivamente possano avere maggiore efficacia».

Lo studio è stato sostenuto dalla Fondazione NIBIT, Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori, e dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

La parte clinica e quella di laboratorio sono state sviluppate interamente nel Centro di Siena, avvalendosi per le analisi traslazionali di importanti centri europei e italiani che hanno contribuito per specificità nella valutazione dei campioni tumorali.

Risultati dello studio NIBIT-M4

Lo studio ha innanzitutto raggiunto l’obiettivo di dimostrare la sicurezza e la tollerabilità della sequenza di somministrazione dei due farmaci.

Dalle analisi è anche emerso che nel 42% dei pazienti si è verificato un controllo della malattia e nel 26% dei casi una risposta obiettiva al trattamento.

«Questi dati – spiega Anna Maria Di Giacomo, coordinatrice della ricerca clinica del CIO e Principal Investigator dello studio – ci indicano che siamo sulla buona strada. La somministrazione sequenziale di un agente ipometilante e dell’immunoterapico è un trattamento fattibile e complessivamente ben tollerato, che può migliorare l’efficacia dell’immunoterapia».

Inoltre, le analisi effettuate sui campioni tumorali dei pazienti hanno mostrato che l’utilizzo di guadecitabina ha portato a una maggiore espressione dei geni implicati nel riconoscimento tra tumore e sistema immunitario, chiara prova della bontà del metodo utilizzato.

Presentazione dati al congresso Asco (aperto il 31 maggio 2019 a Chicago), 1 giugno 2019 Hall A, nella sessione “Developmental Immunotherapy and Tumor Immunobiology“.

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