La digitalizzazione e l’automazione appaiono essere un trend inarrestabile che, con l’avvento di un sempre maggior numero di strumenti basati sull’intelligenza artificiale, rischia di trasformare profondamente il modo del lavoro. La sfida per il futuro andrebbe quindi trovata nel saper cogliere i benefici dell’innovazione a tutti i livelli della società – cittadini, aziende e sistema paese. Chi non riesce a compiere il salto all’interno del nuovo modello rischia di rimanere molto indietro rispetto ai paesi digitalmente più avanzati. Il monito viene dal recente rapporto OECD Skills outlook 2019 pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

L’Italia tra i paesi a rischio

Un rischio da cui non è esente l’Italia, sottolinea il rapporto. La Penisola figura, infatti, tra i cinque paesi (insieme a Cile, Turchia, Grecia, Lituania e Slovacchia) che devono investire di più sulla formazione dei lavoratori e sulle politiche educative, del lavoro e sociali, al fine da rendere sostenibile la necessaria conversione verso nuove competenze dettata dall’avanzare dei robot al posto dell’uomo in molti ambiti lavorativi. Tra i paesi virtuosi nel loro percorso verso la digitalizzazione della società sono per Oecd Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Olanda, Nuova Zelanda e Svezia.

credits: OECD Skills Outlook 2019 report

Gli indicatori per l’Italia cadono all’interno dei valori medi considerati dal rapporto solo per quanto riguarda la formazione delle nuove generazioni, una limitata mancanza di skill nella fascia d’età 16-29 anni e un sistema educativo iniziale adeguato. Tutti gli altri indicatori cadono invece nella fascia più bassa della rilevazione, al di sotto del 25%. Tali parametri includono le capacità digitali base nella fascia d’età 55-65, una condivisione significativa con persone ben formate, l’uso quotidiano delle tecnologie digitali, l’esposizione al mercato del lavoro, il numero di lavoratori a rischio, il livello d’integrazione delle tecnologie Itc nelle scuole, il livello di competenze degli insegnanti, la disponibilità di sistemi di apprendimento continuo nelle fasce di formazione avanzate e al di fuori dei canali educativi formali.

L’Italia è anche tra i paesi che hanno meno investito sull’entrata della robotica nel mondo produttivo nell’arco del decennio 2005-2015, come si vede dalla figura seguente.

credits: OECD Skills Outlook 2019 report

Le competenze per non restare indietro

Internet è destinato a diventare uno strumento sempre più pervasivo, e l’allarme sollevato dal rapporto è rivolto a quei paesi che ne fanno un uso ancora molto basilare. Secondo l’Oecd, il futuro è nell’acquisizione di un insieme di competenze diverse e tra loro sinergiche, tra cui quelle digitali sono solo una parte e vanno di pari passo al possesso di forti capacità cognitive e alle competenze di tipo socio-emozionale.

I robot sembrano destinati a sostituire l’uomo nell’esecuzione delle operazioni di routine, mentre secondo Oecd rappresentano solo un complemento nelle attività più complesse che richiedono creatività, capacità cognitive e di risoluzione dei problemi. Tra i lavori più a rischio, quelli nei servizi e nel commercio e gli operatori degli impianti industriali. In crescita, invece, le figure informatiche specializzate nel campo dell’intelligenza artificiale. Anche l’auto-impiego è atteso aumentare d’importanza, grazie alla sempre maggiore diffusione delle piattaforme online; una realtà che ha visto finora gli Stati Uniti come maggior acquirente di servizi e i paesi asiatici come principali fornitori degli stessi.

L’acquisizione delle nuove competenze andrebbe perseguita, spiega il report, attraverso nuovi modelli educativi non limitati al solo periodo dell’obbligo scolastico, ma che seguano piuttosto la persona lungo l’intero arco della sua vita, in modo coordinato con le politiche del lavoro, fiscali e del welfare sociale. Tra gli strumenti suggeriti, il ricorso ai massive open online courses (MOOCs), indirizzati in modo particolare agli adulti con skill elevati. L’obiettivo dei governi dovrebbe essere la ricerca di un equilibrio tra un mercato del lavoro che assicuri la necessarie flessibilità e mobilità dei lavoratori e politiche che sostengano la stabilità dell’occupazione.

Se la deflazione salariale diventa la regola

Secondo il rapporto, circa la metà delle occupazioni sarebbero caratterizzate da transizioni “accettabili”, che richiedono piccoli sforzi formativi e diminuzioni di salario “moderate” accompagnate da “eccessi limitati di competenze”. Sembra, quindi, che per l’Organizzazione dello sviluppo economico la deflazione salariale sia destinata a rimanere comunque il driver fondamentale delle future politiche lavorative, mentre le competenze acquisite sarebbero sacrificabili: il rischio insito – non difficile da intravedere – è un’ulteriore istituzionalizzazione della precarietà, dove le competenze in continuo divenire diventano una mera chimera, in quanto devono cambiare di volta in volta. Oltretutto con costi di conversione e formazione a carico del settore pubblico che per Oecd potrebbero essere “sostanziali ma difficili da stimare precisamente”. Vista la posizione di retroguardia che il rapporto riserva all’Italia, un costo che potrebbe abbattersi senza pietà sulla già precaria condizione del nostro debito pubblico.

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