La pandemia di Covid-19 ha visto un’esplosione della produzione di studi scientifici pubblicati in letteratura, oltre 125 mila in soli dieci mesi dalla conferma del primo caso della malattia. Per velocizzare la pubblicazione e la pronta fruizione da parte di tutti i medici e ricercatori coinvolti nella lotta al nuovo virus, spesso gli autori e gli editori hanno scelto di seguire un approccio open access. Più in particolare, uno studio pubblicato su PLOS Biology evidenzia come nelle prime fasi dell’epidemia circa il 40% delle nuove pubblicazioni (30 mila articoli) siano state condivise in modalità pre-prints, ovvero come manoscritti originali non ancora sottoposti al processo di peer review. 

Lo studio ha anche evidenziando come gli editori di quattordici diverse riviste scientifiche in ambito medico abbiano accelerato il processo di pubblicazione, riducendo i tempi di peer review in media di 45 giorni e quelli di editing di 14 giorni. Nonostante ciò, i tempi per giungere a una pubblicazione tradizionale e “certificata” rimangono comunque ancora molto più lunghi rispetto a quelli per l’inserimento del manoscritto sui server di pre-print (circa tre giorni). Queste dinamiche, sottolineano gli autori dello studio, potrebbero spingere altri ricercatori ad accedere anch’essi a questo canale alternativo di diffusione delle conoscenze scientifiche, onde non rimanere “bruciati” sui tempi rispetto alla concorrenza. 

Canali alternativi per la diffusione dei contenuti scientifici

Il gruppo, guidato da Jonathon Coates (Queen Mary University, Londra) ha esaminato anche come i pre-print abbiano contribuito a spostare l’attenzione culturale a livello politico e giornalistico. La ricerca è stata condotta a livello di due dei principali repository di pubblicazioni pre-print, bioRxiv e medRxiv.

La diffusione rapidissima dei pre-print (scaricati 10 volte di più rispetto alla letteratura non legata alla pandemia) ha contribuito al rapido diffondersi delle conoscenze sul virus Sars-CoV-2 e ha supportato la messa a punto a tempo di record dei vaccini contro di esso.

Una delle caratteristiche peculiari messe in evidenza riguarda le modalità di condivisione di queste pubblicazioni precoci dei risultati della ricerca: condivisione che è passata molto spesso da canali non tradizionali e in grado di raggiungere un pubblico più ampio, come Twitter e gli altri social media e piattaforme online. La diffusione dei pre-print attraverso questi canali è aumentata di sette volte rispetto a quella degli articoli su argomenti non legati al Covid. 

Lo studio ha permesso anche di evidenziare come il numero di citazioni dei pre-print sia aumentato, in modo particolare all’interno dei report ad uso dei decisori politici e negli articoli della stampa più generalista. “Importanti rappresentanti pubblici, come il dottor Fauci, hanno ribadito che i pre-print sono stati importanti nell’accelerare la nostra comprensione del Covid-19 – ha commentato Jonathon Coates -. I nostri dati offrono evidenze a supporto di queste affermazioni, e rivelano un chiaro cambiamento culturale nell’uso dei pre-print da parte degli scienziati, del pubblico generalista, dei giornalisti e dei policy makers. Speriamo che questo cambiamento culturale permanga anche dopo la pandemia, e che la comunità biomedica continui a rivolgersi ai server di pre-print per la disseminazione dei nuovi studi”. 

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