Selezionare i pazienti con le maggiori probabilità di rispondere a una immunoterapia è uno dei passaggi chiave che caratterizzano gli approcci più moderni alla terapia oncologica. I medicinali biotecnologici e le terapie avanzate, infatti, agiscono spesso in modo molto mirato, e richiedono di compiere una stratificazione dei pazienti prima della somministrazione. 

Un articolo recentemente pubblicato su Nature Medicine propone una nuova piattaforma ex vivo per ottimizzare la conservazione delle caratteristiche originarie dei prelievi dei tessuti tumorali, aumentando così la possibilità che i test diagnostici preliminari su di essi condotti riescano effettivamente a predire se il paziente potrà beneficiare dell’immunoterapia. 

Abbiamo risolto uno dei principali problemi che molti scienziati si trovano ad affrontare: preservare la composizione originale del tumore e la sua struttura al di fuori del paziente, nel laboratorio”, ha commentato i risultati la ricercatrice olandese Daniela Thommen del Netherlands Cancer Institute.

Prevedere la risposta PD-1

Obiettivo dello studio olandese, condotto su campioni ottenuti da 38 pazienti con diversi tipi di tumore, è stato giungere a selezionare il trattamento giusto per ogni paziente. Dopo prelievo della biopsia e suo sezionamento in campioni più piccoli, questi sono stati trattati rispetto alle diverse opzioni terapeutiche disponibili per un’immunoterapia con inibitori dell’asse PD-1–PD-L1, volta a bloccare i recettori del checkpoint immunitario. Il lavoro sottolinea come siano ancora poche le evidenze sulle reali alterazioni che avvengono nei tessuti tumorali a seguito del blocco PD-1. 

La piattaforma permette di esaminare la risposta immunologica precoce ex vivo che ha luogo nei tessuti tumorali. I ricercatori olandesi hanno osservato che le cellule immunitarie, e più in particolare le cellule T residenti nel tumore, possono essere riattivate ex vivo e che tale comportamento è in grado di predire la risposta clinica. “Questi risultati confermano che disponiamo ora di un potente sistema modello che possiamo usare per lo sviluppo di nuovi diagnostici, e personalizzare così l’immunoterapia. Abbiamo anche trovato alcuni predittori non ancora conosciuti per la risposta o la resistenza all’immunoterapia. Abbiamo identificato tre diversi sottogruppi di tumori che non rispondono, ad esempio. E abbiamo visto che i tumori che non rispondevano sono stati infiltrati da un tipo specifico di cellule immunitarie, e hanno formato più nicchie di cellule immunitarie nel loro tumore, le cosiddette strutture linfoidi terziarie. Questi diversi marker possono essere ora testati ulteriormente quali marcatori predittivi per la risposta al trattamento, separatamente o in combinazione”, ha aggiunto Thommen.

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