Il nuovo studio pubblicato da EFPIA, e condotto dal WifOR Institute in collaborazione con il professor Frank R. Lichtenberg (Columbia University), cerca di dar forma in numeri concreti alla frequente affermazione che la spesa in medicinali innovativi non rappresenti in realtà un costo da contenere per i sistemi sanitari, ma un investimento in grado di generare valore per la società.

I dati principali dell’analisi 

La ricerca ha riguardato ventinove paesi europei ed è stata riferita ai dati relativi al periodo 2014-2024. Il tasso d’innovazione è stato misurato considerando l’età media (“vintage”, in termini di anno di approvazione FDA) dei principi attivi utilizzati in tre grandi aree terapeutiche: oncologia, malattie metaboliche/digestive e patologie respiratorie. Nel decennio in esame, il vintage medio pesato per i consumi è aumentato di 3,1 anni, segno di una progressiva adozione di terapie più recenti.

Questo spostamento verso farmaci più nuovi è risultato essere associato a una riduzione di circa 1,83 milioni di anni di vita persi prima degli 85 anni e di 20,9 milioni di giornate di ricovero ospedaliero risparmiate, a livello dei paesi analizzati. Gli impatti dell’innovazione rilevati dopo sette anni dall’introduzione di una nuova terapia sono quasi il doppio di quelli immediati, indice che le valutazioni di breve periodo potrebbero sottostimare sistematicamente il valore dell’innovazione.

L’analisi ha quindi tradotto questi guadagni di salute in termini monetari, secondo la metodologia “Health Footprint” di WifOR, portando a un beneficio socioeconomico complessivo stimato in oltre 66 miliardi di euro. La componente principale dell’impatto economico calcolato è rappresentata dalla produttività da lavoro retribuito (57,6% del totale), seguita dal valore del lavoro non retribuito (cura informale, attività domestiche e sociali, 28,7%), e dai risparmi ospedalieri diretti (13,8%). Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Romania sono risultati essere i paesi che concentrano circa il 61% del beneficio totale.

Il ritorno sull’investimento e le raccomandazioni per le istituzioni

A fronte di una spesa farmaceutica incrementale di 11,7 miliardi di euro attribuibile all’innovazione, il ritorno complessivo calcolato dal rapporto EFPIA è di 5,67 euro per ogni euro investito. A livello di aree terapeutiche, i medicinali oncologici generano il ROI più alto (6,8), seguiti dai farmaci per metabolismo e apparato digestivo (4,7) e da quelli respiratori (3,8). Anche considerando solo i risparmi ospedalieri, si avrebbe un ritorno di 0,78 euro per ogni euro investito; valore che raggiunge gli 1,29 € nell’area respiratoria. Questo segnale viene interpretato nell’ottica che i soli risparmi sanitari basterebbero a coprire il costo dell’innovazione. Tutti i ventinove diversi mercati europei considerati nell’analisi hanno mostrato un ROI superiore a 3,4 volte, con punte oltre dieci in alcuni paesi più piccoli come Lussemburgo ed Estonia.

L’Europa spende oggi circa l’1% del PIL in farmaci, contro il 2% degli Stati Uniti e l’1,8% della Cina; la quota europea di R&S farmaceutica globale è scesa dal 41% del 2001 a circa il 31%. I tempi di accesso restano disomogenei tra i diversi paesi UE: servono in media 532 giorni dall’autorizzazione alla disponibilità per i pazienti, con forti differenze tra Stati membri.

Sulla base di queste considerazioni, il rapporto di EFPIA raccomanda alle istituzioni europee di riconoscere l’innovazione farmaceutica come investimento economico, e non solo come costo sanitario. Sarebbe necessario, per la Federazione dell’industria farmaceutica innovator, garantire accesso tempestivo ed equo ai nuovi farmaci e rafforzare la competitività dell’ecosistema europeo delle scienze della vita, nonché trattare innovazione, accesso e competitività come priorità interconnesse.