a cura di Massimo Canorro - giornalista
“La collaborazione con Europa Uomo costituisce un valore aggiunto cruciale per Metapro. Integrare il punto di vista dei pazienti permette di orientare la ricerca verso bisogni clinici reali, migliorare la rilevanza e l’impatto dei risultati e rafforzare le attività di disseminazione e coinvolgimento pubblico”. Queste le parole di Sabrina Arena, professoressa associata del dipartimento di oncologia dell’Università di Torino e responsabile del laboratorio di Translational Cancer Genetics dell’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo (INOC) – nuova denominazione dell’Istituto di Candiolo IRCCS (Torino), la cui conferenza di presentazione ha visto l’intervento del ministro della Salute, Orazio Schillaci – nell’introdurre la sua relazione durante la sessione scientifica dell’assemblea generale di Europa Uomo, l’associazione che rappresenta e tutela i pazienti affetti da tumore della prostata.
Un’occasione per presentare gli obiettivi scientifici di Metapro, il progetto di ricerca internazionale coordinato dall’Istituto di Candiolo, che si è aggiudicato il bando “Ep PerMed Joint Transnational Call 2025”: solo 22 i progetti finanziati sui 110 presentati in tutta Europa, per un finanziamento complessivo dell’UE di 1.078.887 euro. Oltre all’Italia, i Paesi coinvolti nel progetto (la cui conclusione è prevista per gennaio 2029) sono Finlandia, Germania e Regno Unito.

Investire sulla medicina personalizzata
Puntando a migliorare la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma prostatico attraverso un approccio innovativo e personalizzato, Metapro lavora all’identificazione di nuovi marcatori farmacogenomici associati alla resistenza ai trattamenti e allo sviluppo di modelli preclinici derivati dai pazienti, tra cui gli organoidi, ovvero strutture tridimensionali create in laboratorio a partire da cellule staminali o da campioni di tessuto tumorale. L’obiettivo è identificare e ottimizzare nuove strategie terapeutiche e agevolarne la futura implementazione clinica.
Parliamo, appunto, di mini-tumori coltivati in laboratorio, capaci di replicare fedelmente alcune caratteristiche del cancro originale e di consentire ai ricercatori di testare le cure in un ambiente controllato e potenzialmente predittivo della risposta del singolo paziente. Aggiunge Arena: “Metapro nasce con un triplice obiettivo: mappare la resistenza, ovvero decifrare i meccanismi molecolari e metabolici che consentono al tumore di “eludere” i farmaci; utilizzare la farmacogenomica personalizzata per individuare combinazioni di farmaci che, agendo sulle specifiche debolezze del DNA tumorale, distruggono le cellule cancerose senza nuocere a quelle sane; testare queste strategie su modelli ultra-precisi, in modo tale da verificare in anticipo quale farmaco funzionerà per ogni paziente e garantire che i risultati della ricerca si traducano velocemente in benefici tangibili per i malati”.
Organoidi e WEE1 contro la resistenza tumorale
È bene sottolineare che la stessa Arena coordina anche lo studio di cui Kristi Buzo, ricercatore dell’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo (INOC), è primo autore. Lo studio rivela come colpire la proteina WEE1 consenta di “togliere il freno” alle cellule tumorali resistenti nel tumore del colon-retto, costringendole all’autodistruzione. In particolare, lo studio, pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, ha permesso di individuare una promettente strategia per superare la resistenza della neoplasia ai farmaci anti-EGFR.
“Da circa vent’anni, i farmaci anti-EGFR costituiscono una colonna portante nel trattamento del tumore del colon-retto, contribuendo a prolungare la sopravvivenza dei pazienti. Ciò nonostante, il tumore è una “entità intelligente”: sotto la pressione dei farmaci, impara a evolversi e a scappare, diventando resistente nel tempo nella quasi totalità dei casi”, commenta Arena.
La strategia studiata dai ricercatori consiste nell’inibire WEE1, ostacolando così la capacità delle cellule tumorali di riparare i danni accumulati. “Inibendo WEE1, la cellula tumorale è costretta a correre e a dividersi senza controllo, portando con sé tutti i suoi errori genetici e metabolici fino a “schiantarsi” e andare incontro a morte cellulare”, prosegue la responsabile del laboratorio di Translational Cancer Genetics dell’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo (INOC).
Lo studio è stato condotto impiegando diversi modelli sperimentali, tra cui cellule tumorali, xenotrapianti e, appunto, organoidi derivati dai pazienti. I ricercatori hanno quindi identificato nella proteina H2AX un possibile indicatore della sensibilità al trattamento. La finalità dichiarata è arrivare a future sperimentazioni cliniche nei pazienti che hanno esaurito le opzioni terapeutiche dopo i trattamenti anti-EGFR.

Colture cellulari in tre dimensioni
Come abbiamo visto, la ricerca sugli organoidi trova un terreno molto promettente nel tumore della prostata, la neoplasia più diffusa tra gli uomini in Italia. Secondo le ultime stime del rapporto della Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e di Airtum (Associazione italiana registri tumori), nel nostro Paese sono oltre 485mila gli uomini che convivono con una diagnosi di carcinoma prostatico.
Nonostante l’elevato numero di casi, la probabilità che la malattia abbia un esito sfavorevole è abbastanza ridotta, soprattutto quando viene diagnosticata e trattata in modo tempestivo. La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi si attesta infatti al 91%, una delle percentuali più elevate tra le patologie oncologiche, anche considerando l’età media avanzata dei pazienti.
Gli organoidi rappresentano pertanto un ambito molto promettente per la ricerca oncologica e lo sviluppo di farmaci e terapie: dal superamento della resistenza alle terapie ormonali nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione (CRPC) al trattamento personalizzato delle mutazioni del Dna attraverso gli inibitori di PARP; dall’identificazione del fenotipo neuroendocrino (NEPC) alla biopsia liquida e ai test sulle cellule tumorali circolanti (CTC), fino allo sviluppo di radiofarmaci avanzati come il lutezio-177 PSMA.
Disporre di un modello tumorale che, seppur semplificato, può svilupparsi in tre dimensioni in laboratorio consente ai ricercatori di studiare più da vicino le caratteristiche della malattia e di valutare la risposta ai diversi trattamenti. In questo scenario in continua evoluzione, la medicina di precisione rappresenta una vera stella polare. L’obiettivo è duplice: contrastare la malattia e, al tempo stesso, preservare il più possibile la qualità di vita del paziente, un traguardo che fino a pochi anni fa appariva molto più difficile da raggiungere.
Immagine generata dalla Redazione con AI


