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Idarucizumab in situazioni d’emergenza

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Boehringer Ingelheim ha annunciato i risultati di una nuova analisi intermedia dello studio di Fase III RE-VERSE AD™ attualmente in corso su dabigatran in situazioni d’emergenza. I risultati dell’analisi mostrano che un’unica dose da 5 g di idarucizumab ha inattivato nei tempi attesi l’effetto anticoagulante di dabigatran in tutti i pazienti valutati.

Utilizzando idarucizumab in situazioni d’emergenza, si è ottenuta in tutti i pazienti l'inattivazione dell'anticoagulante dabigatran nei tempi attesi
Nello studio RE-VERSE AD, tilizzando idarucizumab in situazioni d’emergenza, si è ottenuta in tutti i pazienti l’inattivazione dell’anticoagulante dabigatran nei tempi attesi

I risultati di questa analisi sono stati presentati al 65° Congresso dell’American College of Cardiology (ACC.16) di Chicago.

«I dati di questa nuova analisi intermedia di RE-VERSE AD sui primi 123 pazienti confermano i risultati ottenuti in precedenza, che hanno dimostrato come idarucizumab inattivi l’effetto anticoagulante di dabigatran, anche in pazienti in situazioni critiche, ad altro rischio – ha dichiarato Charles Pollack, principale sperimentatore dello studio RE-VERSE AD, professore di Medicina d’Emergenza-Urgenza del Sidney Kimmel Medical College, Thomas Jefferson University di Filadelfia – Abbiamo arruolato pazienti in oltre 35 Paesi e siamo ansiosi di ottenere ulteriori analisi e i risultati finali a conferma della sicurezza, dell’efficacia e dell’impatto positivo di idarucizumab».

Lo studio RE-VERSE AD

RE-VERSE AD è uno studio internazionale di Fase III in corso, che include pazienti in terapia con dabigatran che necessitano di un intervento d’emergenza/urgenza o hanno un sanguinamento non controllato.

RE-VERSE AD è stato sviluppato per quei pazienti sui quali gli operatori sanitari si trovano a intervenire in situazioni d’emergenza/urgenza nella vita reale.

L’analisi intermedia dello studio RE-VERSE AD ha compreso i risultati di pazienti che hanno avuto necessità di un intervento chirurgico urgente/procedura d’emergenza, ad esempio per una frattura aperta a seguito di una caduta o con complicanze emorragiche non controllate, che ne abbiano messo a rischio la vita, ad esempio emorragia intracranica o trauma grave a seguito di incidente automobilistico.

L’endpoint primario, ovvero il grado di inattivazione dell’effetto anticoagulante di dabigatran ottenuto da idarucizumab  entro quattro ore dalla somministrazione, è stato misurato attraverso il tempo di trombina diluito (dTT) e il tempo di ecarina (ECT).

Lo studio è il primo di questo genere ed è in corso da maggio 2014 con arruolamento fino a 500 pazienti in oltre 35 paesi.

I pazienti sono stati suddivisi in due gruppi: gruppo A, composto da pazienti che presentavano sanguinamento non controllato o che ne hanno messo a rischio la vita (Gruppo A, n = 66), e gruppo B composto da pazienti che hanno avuto necessità di un intervento chirurgico d’emergenza o di una procedura invasiva in emergenza (Gruppo B, n = 57).

Tutti i pazienti hanno ricevuto 5 g di idarucizumab.

L’inattivazione è stata evidente in tutti i pazienti valutabili (n = 100).

Per i pazienti del Gruppo A (n = 48) presi in esame, il tempo mediano di cessazione dell’emorragia, valutato dallo sperimentatore in maniera soggettiva, è stato di 9,8 ore.

Nel Gruppo B (n = 52), il tempo medio intercorso prima di procedere all’intervento chirurgico è stato di 1,7 ore dalla somministrazione di idarucizumab.

Nel 92% dei pazienti  (48/52) è stata riscontrata normale emostasi durante l’intervento chirurgico.

Eventi trombotici si sono verificati in cinque pazienti nel periodo compreso fra 2 e 24 giorni dalla somministrazione di idarucizumab. Nessuno di questi pazienti era in terapia antitrombotica al momento dell’evento.

I 26 decessi verificatisi in totale sono apparsi correlati al motivo originario per cui i pazienti erano giunti al pronto soccorso e/o a co-morbilità.

«Questi nuovi dati si aggiungono alle evidenze già disponibili a favore di  idarucizumab e della sua rilevanza per i pazienti. Benché siano rare le situazioni d’emergenza in cui idarucizumab può dover essere impiegato, siamo convinti che la disponibilità  di un farmaco che esplica un’azione di inattivazione specifica porterà a un livello superiore lo standard “care” per i pazienti,  e gli operatori sanitari – ha dichiarato Jörg Kreuzer, vice presidente Medicina, Area Terapeutica Cardiovascolare di Boehringer Ingelheim – Boehringer Ingelheim è impegnata a mettere a disposizione dei pazienti soluzioni di valore, investendo in innovazione. La ricerca, lo sviluppo e le approvazioni da parte delle Autorità regolatorie di idarucizumab, il primo farmaco che inattiva in maniera specifica l’effetto di un anticoagulante orale diverso dagli antagonisti della vitamina K, sono la prova di questo impegno».

Idarucizumab

Idarucizumab è un frammento di anticorpo umanizzato, o Fab, sviluppato come farmaco specifico per inattivare l’effetto di dabigatran. Idarucizumab si lega in maniera specifica, esclusivamente a dabigatran, neutralizzandone l’effetto anticoagulante senza interferire con la cascata della coagulazione.

Idarucizumab è attualmente approvato nell’Unione Europea e negli Stati Uniti per l’impiego in pazienti adulti trattati con dabigatran qualora si renda necessario inattivare rapidamente l’effetto anticoagulante:

  • per interventi chirurgici d’emergenza o procedure urgenti;
  • in caso di sanguinamento non controllato o che possa mettere a rischio la vita del paziente.

In altri Paesi idarucizumab è attualmente in fase d’esame da parte delle autorità regolatorie o sono in corso gli inoltri delle richieste di registrazione. Boehringer Ingelheim intende richiedere l’autorizzazione all’immissione in commercio per idarucizumab in tutti i paesi in cui dabigatran è approvato.

Dabigatran etexilato

Dabigatran è un inibitore diretto della trombina (IDT) ed è un “nuovo anticoagulante orale” ad azione diretta per la prevenzione e il trattamento delle malattie tromboemboliche acute e croniche.

Gli inibitori diretti della trombina ottengono potenti effetti antitrombotici, bloccando in maniera specifica l’attività della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione di coaguli (trombi). A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran realizza un’anticoagulazione efficace, prevedibile e riproducibile con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.

L’esperienza clinica con dabigatran supera i 5 milioni di anni/paziente per tutte le indicazioni per cui il farmaco è stato approvato nel mondo. Dabigatran è approvato in più di 100 Paesi.

Le indicazioni per cui dabigatran è attualmente approvato sono le seguenti:

  • Prevenzione dell’ictus e delle embolie sistemiche in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare e un fattore di rischio per l’ictus;
  • Prevenzione primaria di eventi di tromboembolismo venoso in pazienti che si sottopongono a chirurgia elettiva di sostituzione totale dell’anca o del ginocchio;
  • Trattamento di trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP ed EP negli adulti.

Dabigatran è l’unico nuovo anticoagulante orale per cui esiste un farmaco approvato che ne inattiva l’azione in maniera specifica. Questo farmaco è idarucizumab, che è approvato nell’Unione Europea e negli Stati Uniti per l’impiego in pazienti adulti trattati con dabigatran qualora si renda necessario inattivare rapidamente l’effetto anticoagulante prima di procedere con interventi chirurgici d’urgenza/interventi di emergenza o in caso di sanguinamento incontrollato, che possa mettere a rischio la vita del paziente.

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Osteoporosi causata da farmaci

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L’osteoporosi causata da farmaci è una comune forma di osteoporosi secondaria, cioè è la perdita di tessuto osseo determinata non da malattie endocrine, ematologiche, gastrointestinali, renali ecc., ma da terapie farmacologiche.
osteoporosiSi calcola che proprio i farmaci siano la causa principale di osteoporosi secondaria che interessa quindi non soltanto donne in post-menopausa e soggetti anziani, ma anche soggetti giovani. Tra i “colpevoli” si annoverano cortisonici, immunosoppressori, diuretici, anticoagulanti, chemioterapici e ormoni tiroidei.

Ne hanno discusso gli esperti riuniti dal GIOSEG, il Gruppo di Studio su Glucocorticoidi e osso e sull’Endocrinologia dello Scheletro nella 9° Conferenza Internazionale GIO di Roma.

Osteoporosi primaria e secondaria

Nell’osteoporosi primaria la prevalenza è appannaggio delle donne nel periodo successivo alla menopausa perché presentano fisiologicamente una minore massa ossea rispetto agli uomini e dopo la fine dell’età fertile pagano lo scotto della perdita di protezione da parte degli estrogeni.

In quella secondaria la fanno da padrone, oltre ad alcune malattie, terapia di svariate condizioni, in primo luogo i cortisonici.

Osteoporosi e cortisonici

Andrea Giustina, professore ordinario di Endocrinologia all’Università di Brescia e presidente del GIOSEG, spiega: «Sappiamo ormai da tempo che i glucocorticoidi, più conosciuti con il termine di cortisonici, determinano una perdita di densità minerale particolarmente rapida a livello trabecolare (il tessuto lamellare che costituisce l’osso maturo): nei primi 6-12 mesi di terapia può raggiungere una importante diminuzione sino al 15% in un anno per poi rallentare, pur mantenendo un ritmo negativo del 3-5% per ogni anno di terapia. Fratture che possono essere asintomatiche si verificano nel 30-50% dei pazienti che ricevono queste terapie a lungo termine: l’analisi morfometrica del corpo vertebrale in uno studio multicentrico italiano coordinato da GIOSEG apparso sulla rivista scientifica Bone ha rivelato che il 37% delle donne in menopausa in terapia cronica con cortisone ha subito una o più fratture vertebrali.  E un terzo dei pazienti va incontro a fratture dopo soli 5 anni di trattamento con una perdita di tessuto scheletrico direttamente proporzionale alla dose di farmaco. Tra 2,5 e 7,5 mg di prednisolone al giorno è la dose associata ad un rischio di frattura 2,5 volte superiore. Dosaggi di 10 mg per almeno 90 giorni fanno impennare il rischio da 7 a 17 volte».

I farmaci cortisonici sono utilizzati ubiquitariamente per il loro prezioso effetto antinfiammatorio in numerose condizioni come malattie reumatiche e artrite reumatoide, asma e allergie e malattie croniche infiammatorie dell’intestino come il Morbo di Chron, ma il loro effetto avverso è un declino della massa ossea pari a quello che si verifica nelle donne in post-menopausa. I cortisonici hanno effetti sia diretti che indiretti: ostacolano e compromettono la replicazione e la funzione degli osteoblasti e spingono alla morte osteoblasti e cellule mature in un meccanismo di suicidio cellulare noto con il termine apoptosi, una alterazione che compromette la formazione di osso nuovo e che provoca quindi il deficit.

Altri farmaci che causano osteoporosi

Oltre ai cortisonici, sono numerose le molecole capaci di interferire negativamente con il metabolismo dell’osso anche in giovane età:

  • farmaci immunosoppressori (come la ciclosporina), usati nelle persone che hanno ricevuto un organo da trapianto,
  • metotressato, utilizzato in numerose malattie reumatiche.
  • analoghi del GnRH, usati nell’endometriosi e nel trattamento del cancro alla prostata: sopprimono la produzione di gonadotropine,
  • inibitori delle aromatasi, usati nel carcinoma della mammella la cui azione è sopprimere la produzione extra-gonadica di estrogeni che normalmente avrebbero una azione protettiva sullo scheletro,
  • farmaci anticonvulsivanti come la fentoina e i barbiturici riducono i livelli circolanti della 25 idrossivitamina D3, il precursore della forma attiva della vitamina D.
  • eparine non frazionate, anticoagulanti usati in soggetti cardiopatici o con problemi di trombosi,
  • tiroxina, ormone tiroideo usato come terapia sostitutiva dell’ipotiroidismo e nelle forme autoimmuni come la tiroidite di Hashimoto e soppressiva (ad alto dosaggio) nel cancro della tiroide dopo asportazione della tiroide. L’ormone tiroideo non è di per sé dannoso per l’osso, anzi in età pediatrica ha un ruolo fondamentale nel favorire l’accrescimento scheletrico. Tuttavia, l’ormone tiroideo ad alto dosaggio può causare perdita di massa ossea e aumentato rischio di fratture, soprattutto quelle vertebrali e soprattutto nelle donne in menopausa e nei maschi anziani. È rilevante il dato clinico che circa il 25% dei soggetti con ipotiroidismo in trattamento sostitutivo sono a rischio di un eccessivo trattamento con tiroxina e come tali a rischio di fratture,
  • tiazolinedioni, molecole usate per il trattamento del diabete di tipo 2, che inducono un aumento della massa grassa e una diminuzione di quella ossea. La terapia a lungo termine (più di 12-18 mesi) con questi agenti aumenta di 4 volte il rischio di fratture anche nei maschi,
  • inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina SSRI, molecole attive sul sistema nervoso per il trattamento della depressione, se somministrate a pazienti anziani, raddoppiano il rischio di fratture,
  • antiretrovirali usati per il trattamento dell’HIV, causano perdita di osso aumentando e accelerando il riassorbimento del tessuto e causando fratture nel 40% delle donne e nel 70% degli uomini,
  • inibitori di pompa protonica, «ampiamente utilizzati (e spesso abusati) per il trattamento delle patologie gastro-esofagee. Questi farmaci, sia con un meccanismo diretto sulle cellule ossee che indirettamente attraverso un malassorbimento di calcio, possono causare fragilità scheletrica con aumento del rischio di fratture» spiega Gherardo Mazziotti, segretario GIOSEG.
Osteoporosi causata da farmaci
L’osteoporosi causata da farmaci come cortisonici, barbiturici, eparine standard, ormoni tiroidei, diuretici, chemioterapici, immunosoppressori, antidiabetici è una comune forma di osteoporosi secondaria

«Dobbiamo pensare alle persone in senso globale, pensando anche alla loro salute scheletrica presente e futura – precisa Andrea Giustina – Innanzitutto è fondamentale sfatare il mito che l’osteoporosi sia solo al femminile. Soprattutto quando si parla di osteoporosi secondarie è spesso il maschio ad avere la peggio ma pochi sono portati a considerare questo fatto nella pratica clinica. Va poi sottolineata l’importanza critica del cosiddetto esame morfometrico vertebrale nei pazienti con osteoporosi secondaria che possono andare incontro a fratture vertebrali anche con un quadro densitometrico osseo normale o poco alterato (comunemente chiamata osteopenìa). Spesso i pazienti soprattutto i maschi trattati per le loro malattie con farmaci osteopenizzanti non vengono sottoposti ad adeguato e periodico (ogni 12-18 mesi) monitoraggio della densità minerale ossea con l’esame MOC DEXA. Inoltre, anche le terapie protettive e preventive che pure esistono a base di calcio e di vitamina D e di farmaci antiriassorbitivi come i bifosfonati non sempre sono instaurate per tempo (cioè prima che il paziente si fratturi). Per alcuni farmaci ad alto impatto negativo scheletrico, quali i cortisonici e gli inibitori dell’aromatasi, le linee guida stabiliscono di intraprendere quanto prima un trattamento anti-osteoporotico di protezione per lo scheletro e di prevenzione delle fratture che in questi casi possono essere particolarmente precoci».

Farmaci osteopenizzanti in età pediatrica

Non esistono fasce di età protette dal danno scheletrico da farmaci.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, lo scheletro immagazzina calcio per proteggersi dalle fratture in età geriatrica. Anche in età pediatrica può essere necessario ricorrere a terapie farmacologiche a base di cortisone in corso di patologie renali, respiratorie, gastrointestinali, artriti ad esordio giovanile e dopo il trapianto d’organo. L’utilizzo di terapie cortisoniche durante le prime decadi di vita ha effetti negativi sulla crescita e sulla salute dello scheletro condizionando un aumento sia presente sia futuro del rischio di frattura. L’uso di calcio e soprattutto di vitamina D iniziato contemporaneamente alla somministrazione di cortisone è considerato fondamentale nella prevenzione del danno osseo da cortisone nel bambino. Nei casi più gravi possono essere utilizzati i bifosfonati come nell’adulto. La terapia con ormone della crescita può trovare indicazione nel deficit di accrescimento collegato all’uso di cortisone, ormone chiave nella regolazione della produzione dell’ormone della crescita.

Gli esperti concludono che è necessario un maggiore dialogo tra specialisti che prescrivono farmaci potenzialmente osteopenizzanti e specialisti dedicati alla diagnosi e cura dell’osteoporosi.

Help Stop TB

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World Community Grid di IBM e gli scienziati dell’Università di Nottingham hanno annunciato l’avvio di Help Stop TBuno studio sulla tubercolosi che potrà avvalersi delle risorse di calcolo messe a disposizione da volontari di tutto il mondo.

Lo studio Help Stop TB è un progetto di ricerca in crowdsourcing per il quale chiunque può mettere a disposizione la capacità di calcolo dei propri pc e dispositivi mobili al fine di aiutare gli scienziati a migliorare la comprensione e il trattamento della tubercolosi, attraverso la simulazione del comportamento e delle proprietà chimiche degli acidi micolici del rivestimento dei batteri della TBC
Lo studio Help Stop TB è un progetto di ricerca in crowdsourcing per il quale chiunque può mettere a disposizione la capacità di calcolo dei propri pc e dispositivi mobili al fine di aiutare gli scienziati a migliorare la comprensione e il trattamento della tubercolosi, attraverso la simulazione del comportamento e delle proprietà chimiche degli acidi micolici del rivestimento dei batteri della TBC

Lo studio Help Stop TB

Lo studio Help Stop TB modellerà gli aspetti del comportamento dei batteri responsabili della tubercolosi, per comprenderne meglio le potenziali vulnerabilità che potranno essere sfruttate da nuovi medicinali.

Il progetto di ricerca in crowdsourcing è guidato dall’Università di Nottingham e, grazie all’IBM World Community Grid, avrà a disposizione la potenza di elaborazione dei dispositivi dei volontari che desiderano condividerla quando non la stanno utilizzando.

Grazie al crowdsourcing di un supercomputer virtuale, sarà possibile conseguire risultati più rapidi e di maggiore portata rispetto all’impiego delle risorse computazionali tradizionali di cui i ricercatori in genere dispongono.

Anna Croft, ricercatrice a capo del progetto Help Stop TB e professore associato presso la facoltà di ingegneria dell’Università di Nottingham, nel Regno Unito, afferma che «La TBC è una delle malattie infettive più letali al mondo, insieme all’HIV, e un terzo della popolazione mondiale ospita il batterio responsabile. La mia équipe utilizzerà World Community Grid per aiutare la scienza a comprendere meglio il batterio della TBC, con l’obiettivo di sviluppare trattamenti più efficaci ed eliminare infine questa minaccia per la salute umana. Grazie all’enorme potenza computazionale del World Community Grid, possiamo studiare molte strutture di acidi micolici diverse, anziché limitarci ad alcune. Questo tipo di analisi su questa scala sarebbe altrimenti impossibile».

Nonostante lo sviluppo di diversi farmaci e di un vaccino parzialmente efficace nella lotta contro la TBC, il batterio responsabile è in grado di evolversi per resistere alle terapie farmacologiche, in particolare quando i pazienti interrompono o sospendono il trattamento, evento che si verifica spesso nel caso essi non abbiano un accesso costante ai farmaci e alle cure mediche.

Quasi metà dei casi europei risulta ora resistente ad almeno un farmaco e il 4% di tutti i casi a livello mondiale è resistente a regimi terapeutici che associano diverse terapie.

I pazienti affetti da HIV con sistema immunitario indebolito sono particolarmente vulnerabili alla TBC.

La tubercolosi può essere un killer lento, spesso latente per lunghi periodi prima di sfruttare la malnutrizione, l’età avanzata o l’indebolimento del sistema immunitario per diventare attiva. La diffusione avviene principalmente attraverso l’aria, quando una persona infetta tossisce, starnutisce, ride o perfino quando parla. I sintomi possono iniziare con tosse, dimagrimento e febbre, evolvendosi poi in difficoltà respiratorie e tosse violenta con emissione di sangue.

Inizialmente residente nei polmoni, la malattia può diffondersi e danneggiare altri organi.

Il batterio della tubercolosi ha un rivestimento che lo protegge da molti farmaci e dal sistema immunitario del paziente. Tra i grassi, gli zuccheri e le proteine contenuti in questo rivestimento vi sono molecole grasse, chiamate acidi micolici.

Il progetto Help Stop TB utilizzerà la potenza di calcolo donata dai membri di World Community Grid per simulare il comportamento e le proprietà chimiche degli acidi micolici, allo scopo di comprendere meglio come essi proteggono i batteri della TBC.

Gli scienziati sperano di utilizzare i risultati per arrivare a sviluppare trattamenti migliori per questa malattia spesso letale, in particolare terapie in grado di eludere le difese delle pareti cellulari del batterio della TBC.

World Community Grid

World Community Grid è stato creato nel 2004 da IBM nell’ambito di un programma di impegno sociale incentrato sull’innovazione. Ospitato sulla tecnologia cloud SoftLayer di IBM, World Community Grid fornisce agli scienziati enormi quantità di potenza di calcolo gratuita, sfruttando il tempo in cui i computer e i dispositivi Android dei volontari di tutto il mondo non vengono utilizzati.
La potenza combinata disponibile su World Community Grid ha creato uno dei supercomputer virtuali più potenti e veloci del pianeta.
Negli ultimi 11 anni più di tre milioni di computer e dispositivi mobile utilizzati da circa tre quarti di milione di persone a livello globale e 470 istituzioni di 80 Paesi hanno apportato potenza a supercomputing virtuali che hanno alimentato più di due dozzine di progetti. Dall’inizio del programma, World Community Grid ha consentito di realizzare importanti progressi scientifici in aree quali ricerca oncologica, terapie per l’AIDS, mappatura genetica, energia solare e conservazione dell’ecosistema. Non sarebbe stato possibile intraprendere molte di queste iniziative senza la potenza di supercomputing gratuita fornita da World Community Grid di IBM.

Il progetto è supportato dalla Berkeley Open Infrastructure for Network Computing (BOINC), una piattaforma open source sviluppata presso la University of California di Berkeley e con il sostegno della National Science Foundation.

I volontari possono contribuire a fermare la TBC aderendo a World Community Grid.

IBM invita inoltre i ricercatori a presentare proposte di progetti di ricerca per ricevere questa risorsa gratuita e incoraggia il pubblico a donare la potenza inutilizzata dei propri computer a queste iniziative.

Correlazione tra autismo e microbiota intestinale

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Correlazione tra autismo e microbiota intestinale
Nuovi studi dimostrano che sintomi gastrointestinali e alterazioni nel microbiota sono spesso associati a disturbi neuro-comportamentali nei pazienti affetti da autismo

Nuovi studi clinici hanno dimostrato una stretta correlazione tra intestino e cervello: un’alterazione del microbiota, determinata da infezioni batteriche o utilizzo frequente di antibiotici, potrebbe contribuire allo sviluppo dei sintomi dell’autismo, sindrome definita dagli esperti come una combinazione tra predisposizione genetica o ereditarietà e molteplici cause esterne, molte delle quali sconosciute.

Esistono infinite combinazioni della sindrome del disturbo dello spettro autistico (DSA) i cui sintomi compaiono di solito entro i primi tre anni, ma restano difficili da riconoscere.

Alcuni studi internazionali hanno evidenziato che un’alterazione del microbiota intestinale, cioè il patrimonio genetico dei batteri che servono all’organismo per i processi vitali, strettamente correlata allo sviluppo neurocomportamentale è un fattore determinante nello sviluppo dei sintomi dell’autismo.

«I dati di ricerche nel modello animale, in bambini con disturbi dello spettro autistico e nei loro familiari – sottolinea Susanna Esposito, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico dell’Università degli Studi di Milano e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid – hanno dimostrato che sintomi gastrointestinali e alterazioni nel microbiota siano spesso associati a disturbi neuro-comportamentali nei pazienti affetti da autismo.

l microbiota riveste nell’intestino importanti funzioni fisiologiche quali la maturazione del sistema immunitario, la degradazione di macromolecole alimentari complesse, la detossicazione, la produzione e l’assorbimento di vitamine e minerali, e influenza anche il comportamento. Il sistema immunitario ha sviluppato degli strumenti per convivere con il microbiota, ma anche per tenerlo sotto controllo. Quando questo controllo viene meno, avviene la disbiosi, cioè una de-regolamentazione delle comunità batteriche che non si manifesta sempre con diarrea o stipsi, ma può portare ad altri disturbi infiammatori, in alcuni casi come chiara patologia infiammatoria gastro-intestinale ma anche come allergie, obesità o diabete e, non ultimo, l’autismo».

La possibilità di interventi specifici per modificare la qualità del microbiota apre, quindi, la prospettiva ad una serie di nuovi approcci terapeutici nel trattamento dei sintomi dell’autismo, tra cui l’utilizzo dei probiotici.

«Nuovi studi clinici – precisa Susanna Esposito – hanno dimostrato che i probiotici, vale a dire i batteri buoni come quelli che sono presenti nello yogurt, possono avere un potenziale terapeutico nel disturbo dello spettro autistico. L’idea che intervenendo sulla flora batterica si possa contribuire a migliorare i sintomi dell’autismo e dei disturbi comportamentali rappresenta un progresso davvero straordinario e porta alla necessità di ricerche mirate».

Nessun legame autismo-vaccini

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, oggi si stima che in Italia una prevalenza attendibile del disturbo sia di circa quattro su mille bambini e che il disturbo colpisce i maschi 3 o 4 volte più delle femmine.

«Siamo molto felici – dichiara Fabiana Sonnino, presidente di Tutti giù per Terra Onlus – di poter assistere a continui progressi e nuove scoperte sui disturbi dello spettro autistico. In occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo vogliamo ribadire l’importanza di una diagnosi precoce, per poter attivare i migliori interventi abilitativi adeguati ai bisogni di ogni persona con disturbo dello spettro autistico ed efficaci a migliorarne la qualità della vita. È questa anche l’occasione per rassicurare mamme e papà sottolineando ancora una volta come, sebbene le cause dell’autismo siano in gran parte sconosciute, non esista alcuna prova scientifica che dimostri un possibile legame tra il vaccino contro il morbillo, i vaccini in generale e il disturbo autistico».

Chiesi Farmaceutici supera gli 80 anni in salute

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Chiesi Farmaceutici supera gli 80 anni e conferma la crescita strutturale e di fatturato nel 2015.

Chiesi Farmaceutici
Chiesi Farmaceutici supera gli 80 anni in salute e, nel 2015, conferma la crescita strutturale e di fatturato anche a livello internazionale

Chiesi Farmaceutici è un gruppo internazionale orientato alla ricerca, con oltre 80 anni di esperienza e con sede a Parma. Chiesi ricerca, sviluppa e commercializza farmaci nelle aree terapeutiche respiratoria e della medicina specialistica.

Il Centro Ricerche di Parma, i laboratori di Parigi (Francia), Cary (USA), Chippenham (UK) e il team di R&S della neo-acquisita società danese Zymenex collaborano ai programmi pre-clinici, clinici e registrativi del Gruppo.

Chiesi Farmaceutici chiude il 2015 con un fatturato di 1.467 milioni di euro e un incremento di +9,4% rispetto al 2014.

Il trend è stato positivo oltre che in termini di fatturato, anche a livello finanziario con EBITDA pari a 407 milioni di euro (+9% rispetto al 2014). Il fatto che la multinazionale goda di grande salute è dato anche da un’ulteriore crescita degli investimenti in Ricerca e Sviluppo, che hanno raggiunto quota +28,2%, superando il 20% delle vendite totali, passando dai 236 mio del 2014 ai 300 mio del 2015.

Il gruppo conta all’attivo 41 progetti di ricerca.

Sempre più marcata la vocazione internazionale del gruppo: l’80% del fatturato nasce fuori dal mercato italiano. Rilevante la crescita della filiale USA e molto soddisfacente la tenuta dei mercati europei.

Mercati e operazioni commerciali di Chiesi Farmaceutici

La dimensione internazionale del gruppo è a tutt’oggi confermata dalle vendite internazionali, che nel 2015 hanno generato l’80% del fatturato. Inoltre, i risultati delle operazioni commerciali portate avanti dal gruppo non si sono fatti attendere: a poco più di un anno fa risale l’acquisizione di Cornerstone Therapeutics negli USA, dove i due prodotti usciti dalla ricerca propria, uniti a quelli acquisiti, hanno contribuito a incrementare il fatturato del 16,9% in valuta locale.

Per quanto riguarda l’Europa, le filiali hanno mostrato un incremento complessivo del 5,2% in termini di fatturato.

I mercati emergenti, nonostante le oscillazioni valutarie che hanno inevitabilmente condizionato la crescita economica del gruppo, hanno comunque vissuto una crescita ragguardevole: è il caso di Brasile, Turchia, Cina, Pakistan e Messico che sono cresciuti nel complesso dell’11,7% in valuta locale.

«La presenza del Gruppo Chiesi nel panorama farmaceutico globale è oggi ancora più pronunciata grazie all’incremento delle vendite al di fuori del mercato italiano, che nel 2015 hanno raggiunto quota 80% – commenta Ugo Di Francesco, CEO di Chiesi FarmaceuticiGli obiettivi principali dell’azienda nei prossimi anni sono continuare nella direzione di una crescita a livello internazionale e assicurare quell’adeguato sviluppo del fatturato in grado di sostenere i sempre maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, necessari a garantire la costante innovazione che resta alla base del futuro di Chiesi. Gli artefici di questo programma saranno ancora una volta le persone di Chiesi che, riconoscendosi nei suoi valori, sapranno contribuire con motivazione e idee alla costruzione di un comune futuro, dando nuovo slancio all’intero Gruppo e impegnandosi a produrre nuovi farmaci che mettano a disposizione dei pazienti soluzioni terapeutiche in grado di curare le patologie di cui sono affetti».

Gli investimenti di Chiesi Farmaceutici

Nel 2015 non sono mancati gli investimenti sul territorio italiano, che per il Gruppo restano di primo piano: è stato infatti inaugurato il nuovo impianto produttivo di Curosurf®, nel comprensorio di San Leonardo a Parma, per un investimento di oltre 35 milioni di euro.

Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo hanno toccato la soglia dei 300 milioni di euro, pari a oltre il 20% del fatturato 2015, sempre più focalizzati all’innovazione di aree terapeutiche chiave per il futuro dell’azienda, come il respiratorio e le malattie rare. 41 i progetti di ricerca all’attivo.

L’organico aziendale ha ormai superato i 4.500 dipendenti. Centralità delle persone, passione, spirito imprenditoriale e dialogo multiculturale i valori su cui l’azienda continua a fondare il suo sviluppo nei prossimi anni.

«A fronte di una storia che ormai ha superato gli 80 anni, abbiamo dimostrato anche quest’anno di poter raggiungere risultati brillanti grazie alla nostra capacità di adattarci ai mutevoli scenari che caratterizzano il nostro settore.ha commentato Alberto Chiesi, presidente di Chiesi Farmaceutici S.p.A., nel comunicato stampa che annuncia la conferma della crescita strutturale e di fatturato – L’expertise di Chiesi nelle aree del respiratorio, dello special care e delle malattia rare sono infatti garanzia di una notevole ricchezza di idee che si concretizza, anno dopo anno, con lo sviluppo di soluzioni innovative, in molti casi uniche, in grado di dare speranza a quei pazienti che, a tutt’oggi, hanno scelte terapeutiche limitate o totalmente assenti. Per quanto riguarda le prospettive 2016, oltre allo sviluppo di farmaci attraverso la propria ricerca pre-clinica e clinica, il gruppo guarda con interesse a eventuali opportunità di acquisizioni di prodotti biologici con indicazione respiratoria e di special care».

Prodotti di Chiesi Farmaceutici

Tra i prodotti di punta nell’area del respiratorio vi sono brand storici che anche quest’anno hanno contribuito a una forte crescita del fatturato: Foster® (beclometasone dipropionato e formoterolo fumarato) ha generato vendite per 492 milioni di euro, con un incremento del 19,7% rispetto all’anno precedente. Curosurf® (poractant alfa), ha superato i 200 milioni di euro, crescendo del 14,4% rispetto al 2014 e confermando la sua leadership mondiale quale farmaco salvavita, interamente sviluppato e prodotto in Italia, indicato per il trattamento della sindrome da distress respiratorio, una rara malattia che compromette la funzionalità polmonare nei prematuri. Anche Clenil® (beclometasone dipropionato) è cresciuto, generando vendite superiori a 176 milioni di euro.

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Eugenio Aringhieri rieletto presidente del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria

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Eugenio Aringhieri è stato rieletto presidente del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria per i prossimi due anni.

ARINGHIERI
Eugenio Aringhieri confermato alla presidenza del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria per il terzo mandato

Aringhieri, laurea in Farmacia, è CEO del Gruppo Dompé e componente della Giunta di Farmindustria.

«Promuovere sempre più il biotech in Italia. Un comparto altamente tecnologico e leva di crescita per l’economia del Paese». È quanto dichiarato da Eugenio Aringhieri subito dopo la conferma per il terzo mandato come presidente del Gruppo Biotecnologie di Farmindustria.

«Nel prossimo biennio continuerò – seguendo il programma strategico di Farmindustria – a puntare sul valore dell’innovazione per dare risposte sempre più efficaci alle diverse patologie, anche quelle rare. Un obiettivo possibile solo attraverso una nuova governance del settore che potrà rafforzare l’Italia del biotech. Già oggi siamo una realtà importante a livello globale, con eccellenze pure nelle terapie avanzate che rappresentano la frontiera dell’innovazione. Tutto italiano è il primo farmaco approvato in Europa, per una patologia rara oculare, e un altro arriverà a breve per l’immunodeficienza combinata severa. Il biotech rappresenta il futuro nell’ambito della salute, dal punto di vista scientifico, sociale, occupazionale. La sfida è ora quella di rafforzare le condizioni a sostegno del settore, favorendo gli investimenti e l’uniformità dell’accesso all’innovazione. Solo in questo modo l’Italia potrà continuare ad essere protagonista in uno scacchiere sempre più internazionale».

 

Passaggio al biosimilare di infliximab

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Il passaggio al biosimilare di infliximab (Remsima®) dal farmaco originatore infliximab (Remicade®) per il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali è supporttato da nuovi studi indipendenti presentati al Congresso ECCO su 600 pazienti che si aggiungono alle evidenze cliniche “real life” .

Ulteriori evidenze mostrano una fiducia crescente verso l’efficacia e la tollerabilità dei biosimilari da parte dei medici che trattano le malattie infiammatorie croniche intestinali.

Inoltre, la “Real world practice” mostra risparmi significativi per i Servizi Sanitari Nazionali, generati dal passaggio al biosimilare di infliximab dal farmaco originator.

Nuovi studi presentati al Congresso ECCO su 600 pazienti supportano il passaggio al biosimilare di infliximab dal farmaco originatore
Nuovi studi presentati al Congresso ECCO supportano il passaggio al biosimilare di infliximab dal farmaco originator nel trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali

I dati presentati all’11° Congresso della European Crohn’s and Colitis Organisation (ECCO) aggiungono evidenze scientifiche “real life, che supportano lo switch da infliximab (IFX) originator al biosimilare.

In totale, sono stati presentati i dati di switch su un totale di 589 pazienti – 325 con Morbo di Crohn (CD), 128 con Colite Ulcerosa (UC) e 136 con malattia infiammatoria cronica intestinale (IBD) non specificata – provenienti da dieci studi indipendenti, condotti in 8 diverse nazioni.

Gli studi sul passaggio al biosimilare di infliximab

1. DOP030 Elective switching from Remicade® to biosimilar CT-P13 in inflammatory bowel disease patients: a prospective observational cohort study (Smits, L et al)
Nello studio, 83 pazienti sono stati “switchati” al biosimilare CT-P13: 57 pazienti con CD, 24 con UC, e 2 con una IBD non classificabile.

2. DOP032 Switching of patients with inflammatory bowel disease from original infliximab (Remicade®) to biosimilar infliximab (Remsima®) is effective and safe (Kolar, M et al)
Nello studio, switch al biosimilare di infliximab di 74 pazienti con IBD dopo una media di 3±2,2 anni con il farmaco originator: 56 con CD, 18 con UC.

Questo studio ha evidenziato efficacia e tollerabilità comparabili dopo il passaggio da infliximab originator al biosimilare.

Martin Kolář, professore della Charles University di Praga, autore del lavoro, ha evidenziato che dalla settimana 0 alla settimana 24 non vi era differenza significativa nei livelli di proteina C-reattiva (4,3±8,0 mg/l vs 3,6±4,5; p = 0,78) o nella calprotectina fecale (135±153 µg/g vs 226±297; p = 0,44). Allo stesso modo, non erano stati riscontrati incrementi nei livelli di immunogenicità (livelli sierici di infliximab: 3,4±3,8 μg/ml vs 3,8±3,3, p = 0,23; positività degli anticorpi antifarmaco: 9,5% vs 10%, p = 0,79), mentre l’attività della malattia si manteneva stabile fino al termine del periodo di follow up (% di pazienti in remissione alla settimana 0 = 72%; alla settimana 24 = 78%). Inoltre, la frequenza e la tipologia di eventi avversi erano risultate simili a quelle osservate durante le terapie con infliximab originator.

3. DOP029 Outcomes of a managed switching programme changing IBD patients established on originator infliximab to biosimilar infliximab (Bettey, M et al)
Nello studio, 134 pazienti con IBD sono stati “switchati” al biosimilare di infliximab e rappresentano la più grande coorte di pazienti che hanno effettuato il passaggio al biosimilare di infliximab.

Questo studio del Southampton General Hospital in Inghilterra mostra che non vi è differenza significativa tra i pazienti trattati con il biosimilare e quelli in cura con il farmaco originator (p = 0,49) e che vi è un’incidenza simile negli eventi avversi, prima e dopo lo switch. Inoltre, gli autori sottolineano come l’opportunità di switchare l’originator con un biologico meno costoso offra risparmi considerevoli al Servizio Sanitario Nazionale e, di conseguenza, possibili investimenti in altri servizi clinici.

Il co-autore dello studio Fraser Cummings del Southampton General Hospital (UK) commenta: «Abbiamo lavorato con il nostro team per sviluppare un programma di switch, che ci permettesse di investire parte dei risparmi ottenuti grazie al biosimilare, per migliorare la cura dei pazienti nella struttura. Questo accordo di “gain share” ci ha permesso di distribuire i risparmi tra i vari stakeholders dell’ospedale e di sovvenzionare direttamente una nuova infermiera per l’IBD, un impiegato, un farmacista e un dietologo. In questo modo abbiamo migliorato considerevolmente l’attenzione e la cura verso i nostri pazienti».

4. P329 Infliximab biosimilar in the treatment of inflammatory bowel disease: a Japanese single-cohort observational study (Hamanaka, S et al)
Nello studio, switch di 3 pazienti da Remicade a infliximab biosimilare: 1 con UC, 2 con CD.

5. P449 Efficacy and safety of switching between originator and biosimilar infliximab in patients with inflammatory bowel disease in practical clinic: results to 6 months(Diaz Hernández , L et al)
Nello studio, switch di 72 pazienti da infliximab originator al biosimilare: 62 con CD, 10 con UC.

6. P452 Safety and efficacy of infliximab biosimilar (Remsima®) in Crohn’s disease patients in clinical practice: results after 6 months of treatment (Guerra Veloz, M. F et al)
Nello studio, 71 pazienti con CD sono stati “switchati” da Remicade a Remsima.

7. P544 Prospective observational study on inflammatory bowel disease patients treated with infliximab biosimilars: preliminary results of the PROSIT-BIO cohort of the IG-IBD (Fiorino, G et al)
Nello studio, 93 pazienti sono stati “switchati” da infliximab originatore al biosimilare: 51 con CD, 42 con UC. Tutti i pazienti sono stati inclusi nelle valutazioni di safety e 82 dei 93 pazienti nelle valutazioni di efficacia.

8. P600 Safety and efficacy of infliximab biosimilar (Remsima®) in ulcerative colitis disease patients in clinical practice: results after 6-months treatment (Guerra Veloz, M. F et al)
Nello studio, switch di 31 pazienti con UC da Remicade a Remsima.

9. P617 Immunogenicity after switching from reference infliximab to biosimilar in children with Crohn’s disease (Sieczkowska, J et al)
Nello studio, 16 pazienti pediatrici con CD sono stati “switchati” da infliximab originator al biosimilare.

10. P655 Biosimilar infliximab CT-P13 treatment in patients with inflammatory bowel diseases: a 1-year, single-centre retrospective study (Hlavaty, T et al)
Nello studio, switch di 12 pazienti da infliximab originator al biosimilare CT-P13: 10 con CD, 2 con UC.

11. P312 Has IBD specialists’ awareness of biosimilar monoclonal antibodies changed? Results from a survey amongst ECCO members (Danese, S et al)
Nello studio, 118 medici specialisti di IBD hanno completato il questionario anonimo di 13 domande.

L’opinione degli specialisti delle malattie infiammatorie croniche intestinali sul passaggio al biosimilare di infliximab

All’11° Congresso della European Crohn’s and Colitis Organisation (ECCO) sono stati inoltre presentati i dati provenienti da una ricerca condotta dalla European Crohn’s and Colitis Organisation, che dimostra una rapida evoluzione a favore dei biosimilari nelle opinioni dei clinici che trattano le IBD, rispetto a quando furono intervistati per la prima volta sull’argomento, nel 2013. La ricerca ha coinvolto 118 specialisti delle IBD e ha mostrato come la maggior parte degli esperti (92,4%) indichi nel risparmio economico il principale vantaggio dei biosimilari. La ricerca ha anche evidenziato che:

  • soltanto un quarto degli intervistati non vorrebbe che le indicazioni al trattamento delle IBD venissero estrapolate;
  • il 75% pensa che le società scientifiche debbano promuovere l’informazione in merito ai biosimilari;
  • soltanto il 19,5% dei medici ha poca o nessuna fiducia nell’uso dei biosimilari;
  • soltanto il 35% dei medici pensa che i biosimilari dovrebbero avere diversi International Non-proprietary Names (INN).

Il responsabile della ricerca, Silvio Danese dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano, spiega: «L’indagine dimostra che gli specialisti delle malattie infiammatorie croniche intestinali sono generalmente informati e ben aggiornati in merito ai biosimilari ed è evidente come la fiducia verso questa tipologia di farmaci sia cresciuta dal 2013. Vi sono sempre meno preoccupazioni e sempre un maggiore utilizzo dei biosimilari nella pratica clinica».

Remsima

Remsima è un farmaco biologico contenente l’anticorpo monoclonale (mAb) infliximab.

A seguito di un esteso esercizio di comparabilità tra Remsima e il prodotto di riferimento (Remicade), è stato dimostrato, attraverso dati di qualità, dati clinici e non clinici, che tutte le caratteristiche fisico-chimiche e biologiche di Remsima sono comparabili a quelle del prodotto di riferimento.

Le indicazioni terapeutiche così come il dosaggio di Remsima, la forma farmaceutica (polvere per concentrati per soluzioni infusionali) e la quantità (100 mg infliximab per fiale) sono le stesse del prodotto di riferimento.

Remsima è quindi indicato negli stessi ambiti dell’infliximab originator: artrite reumatoide, spondilite anchilosante, artrite psoriasica, psoriasi, morbo di Crohn anche pediatrico e colite ulcerosa anche pediatrica.

Mundipharma Italia e le sue associate indipendenti si sono assicurate i diritti di distribuzione da Celltrion Healthcare per Remsima in Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo.

I biosimilari

Biosimilare è un termine utilizzato per descrivere diverse versioni di un prodotto bio-farmaceutico che sono state rese disponibili sul mercato da diverse aziende, dopo che il brevetto di esclusività del prodotto originator è scaduto.

I biosimilari sono considerati farmaci biologici, il che significa che contengono una sostanza attiva che deriva da un organismo vivente. I biosimilari sono strettamente regolati e devono necessariamente dimostrare di essere comparabili al prodotto di riferimento attraverso programmi di sviluppo che includono la qualità e dati clinici e non.

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Certolizumab pegol per l’artrite reumatoide

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L’efficacia di certolizumab pegol per l’artrite reumatoide è stata valutata in uno studio di confronto con adalimumab.

artrite reumatoide
Lo studio Exxelerate ha dimostrato che ‘efficacia di certolizumab pegol per l’artrite reumatoide è sovrapponibile a quella di adalimumab, entrambi in associazione con metotressato

UCB ha annunciato i risultati preliminari dello studio Exxelerate, progettato per confrontare certolizumab pegol (Cimizia®) con adalimumab (Humira® di Abbott), entrambi in associazione con metotressato, in termini di efficacia a breve e a lungo termine nel trattamento dell’artrite reumatoide.

Lo studio è stato completato in quanto gli endpoint primari per la superiorità non sono stati raggiunti: la risposta ACR20 a tre mesi e il raggiungimento di una bassa attività di malattia a due anni sono stati numericamente sovrapponibili nei due gruppi di trattamento.

Il profilo di sicurezza nell’arco dei due anni, compresi gli eventi avversi seri e le infezioni gravi, è risultato paragonabile tra i due gruppi.

Certolizumab pegol per l’artrite reumatoide e per le altre indicazioni

Certolizumab pegol è un frammento Fab’ di anticorpo ricombinante umanizzato diretto contro il fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα) espresso in Escherichia coli e coniugato con polietilenglicole (PEG).

Certolizumab pegol ha un’alta affinità per il TNF-alfa umano e ne neutralizza selettivamente gli effetti fisiopatologici. 

TNF-alfa è una citochina che riveste un ruolo chiave nella mediazione dell’infiammazione patologica. La produzione di TNF-alfa in eccesso è direttamente implicata in un’ampia varietà di malattie.

Cimzia è una soluzione iniettabile sviluppata da UCB per il trattamento della malattia di Crohn, della spondiloartrite assiale, dell’artrite reumatoide e dell’artrite psoriasica.

La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato Cimzia per ridurre i segni e i sintomi della malattia di Crohn e mantenere la risposta clinica in pazienti adulti affetti da malattia di Crohn da moderatamente a gravemente attiva che hanno avuto una risposta inadeguata alla terapia convenzionale e per il trattamento di adulti con artrite reumatoide da moderatamente a gravemente attiva. Cimzia in combinazione con MTX, è stato approvato in Europa per il trattamento di AR attiva da moderata a grave in pazienti adulti non adeguatamente responder ai farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD), tra cui MTX. Cimzia può essere somministrato come monoterapia in caso di intolleranza al MTX o quando il trattamento continuato con MTX non è appropriato.

Cimzia è stato studiato in 2367 pazienti con AR in studi controllati e in aperto per un massimo di 57 mesi. Le reazioni avverse comunemente riportate (1-10%) in studi clinici e post-marketing sono stati infezioni virali, infezioni batteriche, eruzioni cutanee, mal di testa , astenia, leucopenia, eosinofila, dolore in altri siti, piressia, anomalie sensoriali, ipertensione, prurito in altri siti, aumento degli enzimi epatici, reazioni al sito di iniezione. Reazioni avverse gravi comprendono la sepsi, infezioni opportunistiche, tubercolosi, herpes zoster, linfomi, leucemie, tumori di organi solidi, edema angioneurotico, cardiomiopatie, disturbi coronarici ischemici, pancitopenia, ipercoagulazione, malattie cerebrovascolari, vasculitii, epatiti, epatopatie, nefropatie.

Lo studio Exxelerate su certolizumab pegol per l’artrite reumatoide vs adalimumab

Lo studio Exxelerate ha valutato l’efficacia a breve e a lungo termine di certolizumab pegol (Cimizia) più metotressato (MTX) rispetto ad adalimumab (Humira) più metotressato nei soggetti adulti con artrite reumatoide (AR) da moderata a grave, la cui risposta al trattamento con MTX in monoterapia fosse risultata inadeguata.

Si è trattato di uno studio di superiorità testa a testa tra due farmaci anti-TNF; multi-centrico, in singolo cieco, randomizzato, a gruppi paralleli ai quali sono stati somministrati rispettivamente certolizumab pegol più MTX o adalimumab più MTX.

Gli endpoint primari per la superiorità (percentuale di soggetti che soddisfano i criteri dell’American College of Rheumatology 20% (ACR20) alla settimana 12 e percentuale di soggetti che hanno una velocità di eritrosedimentazione (DAS28 [VES]) ≤ 3,2 alla settimana 104) non sono stati raggiunti, in quanto i risultati hanno dimostrato che la percentuale di risposta dei pazienti in trattamento con certolizumab pegol e adalimumab è stata numericamente sovrapponibile. Questi risultati hanno dimostrato che la percentuale di pazienti che ha raggiunto la risposta ACR20 a tre mesi è stata di 69,2% e 71,4% rispettivamente per Cimizia e Humira. Inoltre, la percentuale di pazienti che ha raggiunto uno stato di bassa attività di malattia (LDA: Low Disease Activity) a due anni è stata 35,5% e 33,5% rispettivamente per Cimizia e Humira.

«Abbiamo condotto Exxelerate per comprendere meglio, sia nel breve che nel lungo periodo, l’effetto di una strategia Treat to Target per il trattamento del paziente, in linea con la mission di UCB di fornire soluzioni terapeutiche che portino un miglioramento significativo nella vita dei pazienti e che sostengano la valutazione precoce della risposta, garantendo un cambiamento di terapia per quei pazienti che non rispondono a tre mesi. Siamo molto soddisfatti del beneficio fornito ai pazienti naïve al biologico e del livello di risposta osservato nel valutare il passaggio diretto da una terapia ad un’altra sempre con anti-TNF. Il valore che Cimizia può portare ai pazienti come farmaco biologico in prima linea è fortemente sostenuto da tutti i risultati di efficacia e di sicurezza, tra cui l’osservazione che più della metà dei pazienti che hanno inizialmente risposto al trattamento con Cimizia ha raggiunto una bassa attività di malattia e in più di un terzo di questi pazienti la bassa attività di malattia è stata mantenuta nel corso dei due anni di trattamento» ha detto Emmanuel Caeymaex, Head dell’iPVU (Immunology Patient Value Unit) in UCB.

Per la popolazione inclusa nello studio (n = 915), il profilo di sicurezza nei due anni, compresi gli eventi avversi seri e le infezioni gravi, è paragonabile tra i due farmaci. I pazienti che non hanno risposto al trattamento iniziale fino a tre mesi hanno cambiato immediatamente trattamento, senza periodo di wash-out (i pazienti che passano da Humira a Cimizia hanno ricevuto la dose di carico di 400 mg alla settimana 0, 2 e 4). Nei pazienti esposti al cambio della terapia non si sono riportate infezioni gravi nel periodo successivo in entrambi i gruppi di trattamento. Grazie al rispetto del rigoroso processo di sperimentazione clinica e all’applicazione di controlli appropriati per prevenire la riattivazione della tubercolosi (TB), un solo caso di infezione da TBC si è verificato durante i due anni dello studio.

«Questo studio fornisce più di una semplice valutazione di efficacia e sicurezza dei due farmaci anti-TNF. Questo studio può anche aiutare a migliorare la nostra comprensione dei potenziali fattori predittivi di risposta a ciascun farmaco e aiutare ad identificare i veri pazienti non-responder primari ad una terapia anti-TNF. È anche la prima analisi prospettica del principio Treat to Target, che analizza l’efficacia e la sicurezza a breve e lungo termine nei pazienti naïve ai biologici ai quali viene somministrata una terapia con un secondo anti-TNF non avendo risposto ad un primo anti-TNF alla settimana 12» ha dichiarato Josef S. Smolen, Department of Medicine, Division of Rheumatology, Medical University of Vienna, Austria.

Iris Loew-Friedrich, Chief Medical Officer e executive vice president in UCB ha commentato «I dati raccolti nello studio Exxelerate forniranno preziose informazioni di carattere scientifico su diverse popolazioni di pazienti, tra cui i pazienti non-responder agli anti-TNF. Potenzialmente ci aiuteranno a comprendere il ruolo di parametri e bio-marker clinici per l’identificazione della miglior terapia per ogni paziente. Aiuteranno altresì medici e pazienti nel prendere decisioni appropriate in merito al trattamento».

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Sterline sceglie i trasmettitori di umidità Rotronic HygroFlex5

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Steriline è una dinamica azienda comasca che da oltre 25 anni produce apparecchiature automatiche per il settore farmaceutico. Fra le numerose soluzioni proposte dalla società rivestono particolare interesse gli isolatori, utilizzati per processi, quali il controllo di qualità, i test di sterilità e, in generale, le attività in cui è fondamentale un accurato monitoraggio di diverse condizioni ambientali, comprese la temperatura e l’umidità. Integrati negli isolatori, sono quindi presenti strumenti di misurazione e controllo di queste variabili, in modo che i risultati finali dei processi siano perfettamente compatibili con le rigide norme vigenti nel settore. Ripetibilità, accuratezza e affidabilità degli strumenti di misura sono imprescindibili per rispettare gli standard richiesti.

Anlage VFCM 120 der Fa. Steriline S.r.l aus Como, Italien, Mirko Ebeling, bei Fa. Haupt Pharma GmbH in Wolfratshausen, am 13.02.2015 in Wolfratshausen ,Bayern, Deutschland, Europa.
Per garantire la necessaria precisione per le misure di umidità e temperatura negli isolatori, Steriline utilizza strumenti di Rotronic.

Per garantire la necessaria precisione per le misure di umidità e temperatura negli isolatori, Steriline utilizza strumenti di Rotronic, multinazionale svizzera riferimento in questo segmento, che sottopone i propri prodotti a stringenti verifiche in tutte le fasi della produzione, che avviene in stabilimenti di proprietà dove è garantito il massimo controllo.

In particolare Steriline utilizza i trasmettitori di umidità Rotronic HygroFlex5 abbinati alle sonde HC2-S.

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Steriline utilizza i trasmettitori di umidità Rotronic HygroFlex5 abbinati alle sonde HC2-S

Steriline ha apprezzato la precisione dei prodotti Rotronic e la notevole facilità con cui possono essere eseguiti gli eventuali interventi di manutenzione, garantendo la continuità dei processi senza interruzioni.

La nuova serie HygroFlex5 (HF5) costituisce una soluzione per la misura dei valori psicrometrici quali umidità relativa, punto di rugiada/gelo, temperatura di bulbo umido ecc.

La serie HF5 garantisce precisione (<0,8 %UR e 0,1 K a 23 °C), grazie a processi produttivi e taratura unici e all’ottimizzazione della tecnologia operativa del sensore; inoltre assicura la ripetibilità assoluta delle misure e una stabilità a lungo termine migliore di 1%UR/anno. I segnali analogici d’uscita sono liberamente configurabili sia come campo scale che come tipologia di segnale d’uscita.

Alimentabili con alta o bassa tensione, i trasmettitori HF5 sono realizzati per installazioni da parete e da condotta e sono disponibili anche in versione metallica.

ValProt di Polisystem Informatica ottimizza le attività di convalida dei fogli di calcolo in Excel

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Le normative GxP, EU e FDA, linee guida ICH del mondo Life Science richiedono che ogni sistema computerizzato, utilizzato a supporto dei processi di produzione, controllo qualità e sviluppo, sia convalidato.

Lo strumento Excel® è semplice e diffuso, ma ogni singolo foglio di calcolo, laddove usato a supporto di processi GxP, deve essere convalidato, come indicato da FDA nel Volume III, Sezione 4.5 – Development and Validation of Spreadsheets for Calculation of Data.

Il processo di convalida delle formule su Excel viene eseguito manualmente e risulta oneroso, specie quando le formule sono numerose e complesse. La verifica della correttezza dei risultati è visiva e non guidata. La produzione della necessaria documentazione risulta impegnativa, il monitoraggio dell’intero processo è complicato. La riconvalida, in assenza di Audit Trail del processo, è necessaria.

La convalida di formule risulta agevolata dall’uso di strumenti software in
conformità con GxP, EU Annex 11, FDA CFR21 Part11, ISO 17025, ISO 13485.

L’obiettivo è disporre di fogli di calcolo convalidati e mantenuti tali in un ambiente sicuro, utilizzando software per l’automazione del processo di verifica/qualifica, documentazione e protezione.POLISYSTEM INFORMATICA

ValProt di Polisystem Informatica Srl è un Wizard-Componente aggiuntivo di Excel a supporto della validazione, protezione e documentazione delle formule.

Tale software prevede:

  • Definizione di Scenari di verifica della correttezza di ogni formula rispetto ai Riferimenti individuati.
  • Confronto automatico e memorizzato dei risultati dei test con il risultato atteso previsto nel Riferimento.
  • Documentazione a corredo dettagliata ed automatizzata (Scenari, Formule in chiaro).
  • Database search & documentation engine per:
  • controllo accessi;
  • verifica Stato avanzamento convalida,
  • raccolta documentazione di convalida in un Dossier;
  • redazione automatica del Validation Report;
  • log delle revisioni della singola cartella Excel e Audit Trail di ogni singola modifica effettuata.

ValProt consente un reale miglioramento di efficienza del processo operativo di convalida dei fogli di calcolo e ben si colloca nel contesto dell’ICH Q10 (Pharmaceutical Quality System) che orienta a utilizzare le migliori tecnologie in modo da ridurre al minimo l’errore umano.