Priorità, cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025

Giornata mondiale della malattia di Alzheimer: la ricerca sulle terapie al centro dell’impegno della società italiana di neurologia

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Trovare una cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025 è una priorità stabilita dal G8 e sottolineata durante la giornata mondiale della malattia di Alzheimer.

Trovare una cura per la malattia di Alzheimer entro il 2025 è una priorità stabilita dal G8 e sottolineata durante la giornata mondiale della malattia di Alzheimer
Giornata mondiale della malattia di Alzheimer: la ricerca sulle terapie preventive è una priorità del G8 al centro dell’impegno della società italiana di neurologia

La malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza, rappresenta una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo. Viene definita dal G8 come una priorità, con l’ambizione di trovare una cura entro il 2025. Proprio questo importante obiettivo è al centro della giornata mondiale della malattia di Alzheimer (celebrata il 21 settembre 2017) e rappresenta uno degli impegni prioritari della Società Italiana di Neurologia.

Diffusione attuale della malattia di Alzheimer e tendenza per il futuro

Nel mondo, questa patologia colpisce circa 40 milioni di persone, più di un milione soltanto in Italia, per la maggior parte oltre i 60 anni. Oltre gli 80 anni ne è affetto un anziano su 4. 

Questi numeri sono destinati a crescere progressivamente per l’aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

Malattia di Alzheimer e possibilità di diagnosi precoce

Nei pazienti affetti da Alzheimer le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta inizialmente a sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente:

  • disturbi del linguaggio,
  • perdita di orientamento spaziale e temporale,
  • progressiva perdita di autonomia.

A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come:

  • depressione,
  • incontinenza emotiva,
  • agitazione,
  • vagabondaggio.

La malattia rende necessario un costante accudimento del paziente.

«Dopo il fallimento delle terapie attuate nella fase di demenza conclamata – dichiara Carlo Ferrarese, direttore scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano, Università di Milano-Bicocca, direttore della Clinica Neurologica, Ospedale San Gerardo di Monza – le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia. Questo è oggi possibile perché sono da poco disponibili nuove tecniche che permettono di determinare le alterazioni di una proteina ritenuta la prima causa di malattia, prima che questa si manifesti clinicamente. Da vari anni è noto infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina chiamata beta-amiloide che distrugge le cellule nervose e i loro collegamenti».

«Oggi – prosegue Ferrarese – sappiamo che la beta-amiloide inizia ad accumularsi nel cervello anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, grazie ad una tecnica che consente di dimostrarne l’accumulo nel cervello, mediante la Positron Emission Tomography (PET), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Analogamente è possibile analizzare i livelli di beta-amiloide nel liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare».

Terapie preventive in studio per la malattia di Alzheimer

Queste tecniche permettono di stabilire un rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer prima della comparsa dei deficit cognitivi. Rendono quindi possibile avviare strategie terapeutiche preventive. Queste ultime sono basate su molecole che determinano un calo della produzione di beta-amiloide. Si tratta di farmaci o, in alternativa, di anticorpi con le seguenti caratteristiche:

  • farmaci in grado di bloccare le beta-secretasi (enzimi che producono beta-amiloide),
  • anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale.

Questi anticorpi, prodotti in laboratorio e somministrati sottocute o endovena, hanno una duplice capacità:

  • in parte penetrano nel cervello e rimuovere la proteina,
  • in parte facilitano il passaggio della proteina dal cervello al sangue, e, quindi, la sua successiva eliminazione.

Queste terapie sono attualmente in fase avanzata di sperimentazione in tutto il mondo, su migliaia di pazienti nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in soggetti sani che hanno la positività dei marcatori biologici (PET o liquorali).

La speranza è di modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio. Intervenire con tali molecole nella fase di demenza conclamata, infatti, si è dimostrato inefficace.

La Società Italiana di Neurologia

La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi. Ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati a:

  • sviluppo della ricerca scientifica,
  • formazione e aggiornamento degli specialisti,
  • miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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