a cura di Giovanni Abramo - biologo
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha affrontato una crescente crisi dovuta al rischio di carenze di farmaci. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e complesse. In accordo con EFPIA, i principali fattori alla base includono problemi di produzione e qualità, motivazioni economiche e commerciali, cambiamenti improvvisi nella richiesta di farmaci e problemi regolatori. Per approfondire il tema, ne abbiamo discusso con Alessandro Gagnoni, responsabile operations e consigliere di amministrazione con oltre trent’anni di esperienza nel settore chimico-farmaceutico e collaboratore advisor dell’associazione CPA Italy.

La carenza di medicinali è una questione recente o che viene da lontano?
«Una fisiologica carenza di prodotti farmaceutici e dispositivi medici c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ciò è connesso alla forte complessità e regolamentazione del settore. Nel gruppo delle migliaia di prodotti distribuiti, qualche problema tecnico temporaneo si può sempre verificare e alcuni vecchi prodotti ormai soppiantati da preparati più efficaci vanno verso un ritiro spontaneo, anche se questo a volte crea problemi nei pazienti più abitudinari. La questione è che, negli ultimi 20 anni, il numero di farmaci in carenza è aumentato di 20 volte, con una forte accelerazione nel 2022 nel bel mezzo della pandemia di Covid, principalmente per problemi logistici di importazione di prodotti e API dall’Asia e per il divieto di esportazione di alcuni prodotti ritenuti critici, attuata dai Paesi esportatori, principalmente l’India. Nel 2023 la situazione delle carenze è ritornata a livelli pre-Covid, ma negli anni seguenti i farmacisti europei hanno segnalato una situazione grave e in leggero peggioramento, così come sottolineato dal Pharmaceutical Group of the European Union (PGEU). Ciò significa che le carenze sono divenute strutturali e non causate solo da problematiche di tipo tecnico, produttivo o logistico».
Tra le possibili cause possiamo indicare le difficoltà di produzione?
«Come confermato da una metanalisi pubblicata su Research in Social and Administrative Pharmacy nel febbraio di quest’anno, basata su 36 articoli autorevoli e verificati, la maggiore causa nelle carenze di prodotti farmaceutici risiede nelle difficoltà di produzione, tra le quali si identificano ritardi nelle forniture di API, eccipienti e materiali di confezionamento, come anche problemi di qualità e ritardi nel rilascio dei lotti. Un’altra causa importante è la difficoltà di programmazione negli acquisti delle materie prime, spedizione e distribuzione del prodotto finito. L’incertezza della vendita, soprattutto per i prodotti ospedalieri generici sottoposti a gare, crea incertezza e necessità delle aziende di avvicinarsi il più possibile al “just-in-time”, cosa molto difficile nel settore farmaceutico ad alta regolamentazione. Altre cause menzionate sono le scelte deliberate dei produttori e distributori di prediligere mercati a più alto margine, trascurando quelli dove i prezzi sono molto bassi, oppure la dismissione di prodotti non più remunerativi. Tra le altre cause delle carenze e dei ritardi figurano i rigidi requisiti normativi, i tempi legati alle procedure di gara e l’assenza di sanzioni efficaci nei confronti delle aziende farmaceutiche in caso di mancata fornitura di un farmaco. Gli “eventi esterni”, quali catastrofi naturali, attacchi informatici, pandemie, guerre e tensioni geopolitiche, che sfuggono al controllo degli attori coinvolti nella catena di approvvigionamento, possono compromettere fortemente la fornitura. Tuttavia, ad oggi questi eventi non sono particolarmente rilevanti. Un sorprendente dato, da tenere ben presente, è che le cause di molte carenze di farmaci rimangono sconosciute agli operatori sanitari. Questa mancanza di trasparenza è dovuta al fatto che i produttori non sono obbligati a divulgare informazioni dettagliate sulle cause di tali carenze».
| L’approvvigionamento dei principi attivi |
| «Negli ultimi decenni – spiega l’intervistato – la ricerca di costi di produzione sempre più bassi, economie di scala e specializzazione industriale ha progressivamente concentrato la produzione di API e degli intermedi chiave in un numero limitato di Paesi, soprattutto in Asia. Si tratta dei componenti essenziali dei medicinali, tra i più complessi da produrre e quelli che richiedono i maggiori investimenti industriali. La crescente globalizzazione delle catene di approvvigionamento farmaceutiche le ha rese più vulnerabili alle interruzioni. Come dimostrato dalle recenti crisi, le carenze possono derivare da fattori incontrollabili, quali pandemie, catastrofi naturali, incidenti industriali e blocchi per problemi di qualità, ma anche da restrizioni alle esportazioni e decisioni di stoccaggio strategico. La concentrazione della produzione di API in pochi Paesi, talvolta in specifiche aree della Cina, ha creato una vulnerabilità strategica per il settore farmaceutico europeo. Ciò riguarda soprattutto i generici, che comprendono molti dei medicinali critici individuati dal Critical Medicines Act. In particolare, i prodotti ottenuti mediante fermentazione microbiologica, come numerosi antibiotici, sono importati dall’Asia in percentuali molto elevate, soprattutto dalla Cina. Questa concentrazione riflette i vantaggi competitivi del Paese nella fermentazione microbiologica, nella sintesi chimica su larga scala, nell’efficienza dei costi e nell’ampia capacità produttiva. Lo stesso vale per gli API di medicinali ad ampio impiego, come antinfiammatori non steroidei, ipoglicemizzanti orali e cardiovascolari, che i produttori europei acquistano necessariamente in Asia per mantenere un minimo di competitività nei confronti dei grandi produttori indiani di generici». |
Quanto incidono le politiche economiche dei diversi Paesi?
«I Paesi dipendenti dalle catene di fornitura globalizzate e delle carenze di alcuni farmaci sono molti e differenti nella loro situazione economico-finanziaria, non così tanto negli aspetti regolatori. Il tema riguarda tutti tranne la Cina, unica nazione organizzata al suo interno per produrre dai derivati del petrolio fino agli API più complessi e tutte le forme farmaceutiche. Tuttavia, anche Pechino ha i suoi punti deboli e le sue dipendenze strutturali. Ad esempio, la recente crisi dello stretto di Hormuz ha creato difficoltà e un aumento dei costi: infatti, le materie prime di base, come molti solventi e alcuni “mattoni” fondamentali nella chimica, sono prodotti direttamente vicino alle grandi raffinerie del golfo Persico e sappiamo che la Cina non ha sufficiente petrolio estratto al suo interno. Nel comparto industriale farmaceutico, il Paese del Dragone è assolutamente ridondante e questo eccesso di capacità viene riversato sulle esportazioni. Lo Stato cinese partecipa finanziariamente in molte aziende private, aiutando nei momenti di crisi, finanziando gli investimenti, ma anche condizionando le scelte delle aziende. Il gigante asiatico non è però a un livello comparabile con l’Occidente sui settori più innovativi, come i vaccini a RNA, gli oligonucleotidi e le terapie avanzate, ma anche questo “gap” si sta rapidamente colmando. Il numero di studi clinici su nuovi farmaci in sviluppo in Cina ha equiparato quello degli USA e nel 2025 sono stati approvati da FDA per la prima volta tre farmaci originati e sviluppati nella Repubblica Popolare».
Oltre alla situazione cinese, altre realtà interessanti sono quelle indiana, statunitense e giapponese. Ce ne può parlare?
«L’India, definita la “farmacia del mondo”, è il principale esportatore globale di farmaci generici. Questo risultato è stato raggiunto grazie all’elevato livello di istruzione della popolazione, al basso costo di manodopera ed energia e alla facilità di fare impresa. In passato, una regolamentazione ambientale meno stringente ha favorito lo sviluppo del settore, a fronte di un diffuso inquinamento delle aree industriali. Oggi le autorità sono molto più attente a questi aspetti e l’India, come la Cina, sta rapidamente recuperando terreno rispetto ai Paesi occidentali. Anche Nuova Delhi, tuttavia, presenta alcune dipendenze strutturali. Il comparto dei generici si è sviluppato attorno a grandi gruppi integrati, che producono dagli API ai prodotti finiti, gestendone anche la distribuzione. La crescita è stata favorita soprattutto dal mercato statunitense, dove la competizione sul prezzo dei generici è determinante per diventare fornitori dei principali distributori e delle catene di farmacie. In Europa, la necessità di contenere la spesa sanitaria ha favorito l’affermazione delle aziende indiane, quasi sempre competitive nelle gare d’appalto. Tuttavia, proprio perché fortemente orientati all’export, i grandi produttori indiani non riescono più a competere sul mercato interno, dove molti fabbricanti di generici acquistano i principi attivi dalla Cina, mediamente meno costosi: da qui proviene il 25% degli API e il 70% degli intermedi di sintesi. Anche per Nuova Delhi il nodo principale riguarda la produzione di antibiotici ottenuti per fermentazione. Tuttavia, è negli USA che la dipendenza dall’estero risulta più marcata: i farmaci generici finiti provengono prevalentemente dall’India, mentre circa l’88% degli API, in termini di volume, destinati ai farmaci soggetti a prescrizione è importato. La quota sale al 91% includendo anche i medicinali da banco (OTC). Inoltre, solo il 9% dei Drug Master File (DMF) attivi negli Stati Uniti fa riferimento a produttori locali. Gli USA rappresentano il più grande mercato farmaceutico nazionale al mondo. Le regole imposte dalla FDA sono chiare e i processi di registrazione dei farmaci risultano efficienti e relativamente rapidi. Questa combinazione ha reso molto attrattivo e remunerativo registrare i prodotti sul mercato statunitense per poi produrli ed esportarli da Paesi terzi. Un mercato farmaceutico pienamente liberalizzato ha però contribuito a un progressivo indebolimento della capacità produttiva nazionale. Le conseguenze di questa scelta sono oggi all’origine delle reazioni “drastiche” adottate dall’attuale Amministrazione. Altro Paese importante è il Giappone, dove da decenni sono in vigore dei regolamenti atti a prevenire le carenze di fornitura, che qui sono sanzionate pesantemente. Tuttavia, una certa dipendenza dall’estero è presente. Solo il 32% dei principi attivi utilizzati sul territorio sono prodotti localmente. Anche se l’impianto regolatorio nipponico è uno dei più severi, l’invecchiamento della popolazione ha reso necessaria una politica di contenimento del prezzo dei farmaci che può essere conseguito solo con una maggiore apertura alle importazioni dall’estero, specie da Europa, Corea del Sud e Cina».
| La fragilità dei mercati a basso prezzo |
| «L’Europa, nonostante sia sede di una delle industrie farmaceutiche più fiorenti al mondo, è alle prese da anni con la carenza di medicinali – spiega l’esperto – Queste riguardano principalmente i generici, che rappresentano il 70% dei farmaci qui dispensati. Nell’UE, i regolamenti sul prezzo dei prodotti farmaceutici e i criteri di assegnazione delle gare differiscono tra i vari Paesi. Questo fa sì che i produttori e i fornitori esteri di farmaci generici, prevalentemente asiatici, in presenza di problemi di approvvigionamento privilegino i mercati con prezzi più remunerativi, penalizzando quelli caratterizzati da prezzi inferiori, come Spagna, Italia e Francia, dove si verificano più facilmente situazioni di carenza. Da notare che gli Stati europei esportano farmaci per un valore più che doppio rispetto all’importazione. Tuttavia, siamo molto dipendenti dall’Asia per i prodotti generici a basso costo, mentre produciamo ed esportiamo prodotti esclusivi a maggiore valore aggiunto». |
Sembra che l’Europa sia corsa ai ripari: in cosa consiste il piano per prevenire le carenze?
«Nel mese di maggio, Parlamento e Consiglio UE hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sul Critical Medicines Act (CMA), il regolamento che dovrebbe servire a mitigare il problema delle carenze farmaceutiche in Europa. Questo dovrà presto essere approvato formalmente per poi essere implementato dai singoli Stati membri. In breve, il CMA prevede di rafforzare e affinare il sistema di monitoraggio delle carenze e delle relative cause attraverso un apposito Steering Group of Shortage and Safety of Medicinal Products. Altra raccomandazione è quella di incentivare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento dall’estero e gli investimenti nel rafforzamento della produzione in Europa. Si prevede di sostenere finanziariamente la realizzazione di nuovi impianti produttivi e l’innovazione dei processi di produzione. Parallelamente, l’obiettivo è semplificare e accelerare le procedure nazionali di autorizzazione, sia per la costruzione di nuovi stabilimenti sia per l’ampliamento di quelli esistenti. Un altro tipo di misure è quello relativo agli acquisti coordinati e “smart”, con regole per l’assegnazione delle gare che vadano oltre la semplice selezione dell’opzione più economica, per incorporare fattori aggiuntivi quali gli obblighi di stoccaggio, una base di fornitori diversificata, clausole contrattuali che garantiscano la consegna tempestiva e misure di emergenza per eventuali ritardi. Ove opportuno, le procedure di appalto nazionali dovrebbero anche adottare regole di appalto ad assegnazione multipla e premiare il caso in cui la catena di approvvigionamento di un medicinale si trovi all’interno dell’UE».
Quali sono i punti di forza o debolezza di tale piano?
«Il principale punto di forza del CMA è che finalmente abbiamo “un piano”. È molto positivo l’indirizzo verso un monitoraggio europeo delle carenze, con indagine sulle cause: troppi episodi di “shortage” restano nebulosi. Ottimo anche l’incentivo alla produzione industriale e agli investimenti in innovazione. Tuttavia, alcune questioni fondamentali restano irrisolte. La proposta di regolamento fa riferimento agli aiuti di Stato, ma non è né fattibile né auspicabile che ogni Paese membro aumenti autonomamente la produzione di medicinali, in competizione con gli altri. La produzione di farmaci generici dipende dalle economie di scala, realizzabili solo in un mercato più ampio di quello di un singolo Paese UE. Inoltre, gli Stati membri hanno diversa capacità finanziaria nel fornire aiuti di Stato, a causa dei differenti rapporti debito/PIL e costi di finanziamento. Per questo la Critical Medicines Alliance raccomanda di utilizzare il bilancio dell’UE per convogliare gli investimenti verso capacità farmaceutiche essenziali in tutta l’Unione. Un punto fondamentale riguarda il meccanismo di assegnazione del prezzo dei farmaci. In un contesto in cui il costo di beni e servizi è in costante aumento, risulta difficile comprendere perché il prezzo dei farmaci soggetti a prescrizione possa seguire solo una traiettoria al ribasso. Questa criticità riguarda soprattutto i generici. Per i medicinali innovativi, infatti, i prezzi riconosciuti consentono generalmente di recuperare i costi di R&D e garantire margini elevati. Diversa è la situazione dei generici, i cui margini sono compressi dall’intensa concorrenza tra le aziende che commercializzano lo stesso principio attivo. Di conseguenza, il prezzo di vendita si colloca spesso molto vicino al costo industriale di produzione. Un generico lanciato 10 anni fa ha ancora il prezzo del primo lancio, se non inferiore. Con l’aumento dei costi, il margine si erode progressivamente e la società titolare può trovarsi a vendere in perdita. Questo è uno dei motivi per cui molti farmaci risultano introvabili o ritirati dal mercato. Nel CMA non c’è alcun cenno a un possibile meccanismo di revisione dei prezzi dei farmaci essenziali, che possa fluttuare anche verso l’alto per giustificati motivi. L’eccessivo ribasso dei prezzi dei generici causa anche problemi di qualità e produzione alla base di molti “shortages”».
| Tra autonomia strategica e realismo industriale |
| «Per ora, rilevo nel CMA una certa mancanza di realismo. È possibile mitigare, ma non eliminare, il rischio di dipendenza e le conseguenti carenze. L’affinamento, la diversificazione e il consolidamento della catena di fornitura sono interventi indispensabili. Tuttavia, oggi è impossibile prescindere dai fornitori cinesi: le aziende europee devono gestirli al meglio attraverso partnership strategiche e accordi ben strutturati. I fornitori indiani rappresentano una diversificazione, non un’alternativa. Per l’Europa, incentivare gli investimenti in innovazione e sostenibilità è una scelta obbligata se si vuole rafforzare la filiera interna. Le iniziative politiche in corso potrebbero favorire il ritorno della produzione locale di farmaci generici, ma ciò comporterà inevitabilmente un aumento dei costi dei medicinali essenziali. È molto raro che un farmaco, anche generico, ma con un margine adeguato, sia in carenza. Per questo auspicherei l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione del prezzo dei generici. Altrettanto importante è una maggiore coordinazione della distribuzione dei medicinali all’interno dell’UE, con acquisti comuni, prezzi coordinati e la possibilità di trasferire rapidamente le forniture tra Stati membri in caso di necessità. La mia raccomandazione, non solo per affrontare le carenze, è quella di rafforzare l’integrazione europea, senza la quale la gestione di questioni così complesse diventa più difficile. Inoltre, ritengo che la Commissione Europea debba continuare a confrontarsi con le associazioni che rappresentano il settore farmaceutico, nelle sue componenti industriali, logistiche e distributive, per definire e perfezionare una strategia che, al momento, resta soprattutto un insieme di raccomandazioni». |
Articolo tratto dall’edizione cartacea n.8, settembre 2026, p.42


