«La fertilità può essere compromessa nella fase attiva della malattia e dopo interventi chirurgici in sede addomino-pelvica. Una gravidanza deve iniziare in periodo di stabile remissione della malattia; in età matura, i rischi sono legati all’osteoporosi durante la menopausa e al tumore alla cervice uterina» – spiega Aurora Bortoli, Fondazione IBD Onlus, in occasione del X Congresso Nazionale IG-IBD (Riccione 28-30 novembre 2019).

Malattia di Crohn e colite ulcerosa
Complicanze di Malattia di Crohn e colite ulcerosa nel genere femminile

Differenze di genere delle IBD

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI, secondo l’acronimo italiano, o IBD – Inflammatory Bowel Diseases – secondo quello anglosassone) sono patologie infiammatorie croniche dell’intestino e si distinguono in Malattia di Crohn e Colite Ulcerosa. Recenti studi hanno dimostrato che sembrano esserci piccole differenze nella loro incidenza a seconda del genere. C’è una leggera predominanza nel sesso femminile per quanto riguarda la malattia di Crohn; al contrario, la colite ulcerosa prevale leggermente tra gli uomini. Sulle donne però è necessario porre un’attenzione particolare, visto che queste patologie possono avere un impatto su quasi ogni fase della vita, dalla prima mestruazione alla gravidanza, fino alla menopausa.

«Le donne affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn presentano problematiche specifiche legate al genere femminile – spiega Aurora Bortoli, Fondazione IBD Onlus (Piemonte). – Si possono manifestare, infatti, problemi psicologici legati alla percezione della propria immagine corporea, al rapporto con il partner, all’uso di contraccettivi orali, alla sfera riproduttiva, all’osteoporosi e inoltre alla comparsa di tumori femminili. Dato il picco di incidenza delle IBD in età giovanile, molte donne sono in età riproduttiva e concepiscono dopo la diagnosi di malattia. La contraccezione, la fertilità e la gravidanza sono dunque un argomento da affrontare precocemente per fornire una risposta a dubbi e preoccupazioni per non peggiorare la qualità di vita».

IBD e fertilità femminile

Se la malattia è in remissione, nelle pazienti con colite ulcerosa la fertilità non è ridotta, mentre risulta lievemente in calo nelle pazienti affette da malattia di Crohn a causa dell’infiammazione a livello pelvico/tubarico.

«In entrambi i casi – sottolinea Aurora Bortoli – la fertilità è compromessa nella fase attiva della malattia e dopo interventi chirurgici in sede addomino-pelvica, anche se negli ultimi anni l’utilizzo della laparoscopia ha ridotto notevolmente l’infertilità, migliorando la capacità riproduttiva. I farmaci assunti dalle donne per la malattia intestinale, invece, non incidono sulla fertilità. Nel caso di accertata infertilità le evidenze attuali non sono sufficienti per definire se le percentuali di successo della fecondazione in vitro nelle donne con IBD siano simili o ridotte rispetto alle percentuali di successo nella popolazione generale, sebbene le percentuali di successo sembrano essere inferiori nelle donne con malattia di Crohn, in particolare quelle sottoposte a trattamento chirurgico».

IBD e gravidanza

«È estremamente importante iniziare una gravidanza in periodo di stabile remissione della malattia (preferibilmente da 6 mesi) per ridurre il rischio di esito sfavorevole – evidenzia Aurora Bortoli. – L’importanza della attività di malattia, al concepimento o durante la gestazione è dovuta al fatto che essa può influenzare negativamente l’esito della gravidanza, aumentando la probabilità di aborto spontaneo, parto pre-termine (<37 settimane) e basso peso alla nascita (<2500 gr). Al contrario, la malattia in remissione al concepimento ha un minimo o nullo effetto sul decorso della gravidanza ed il suo esito. Nelle donne con malattia silente al concepimento, la probabilità di riacutizzazione della malattia durante la gestazione è sovrapponibile a quella delle donne con IBD non in gravidanza. È segnalata però una maggiore recidiva della malattia in pazienti affette da colite ulcerosa nei primi due trimestri di gravidanza e nel puerperio. La recidiva non ha, in genere, un decorso più severo. Se, invece, la malattia è attiva al concepimento, solo il 30% delle pazienti tornerà in remissione durante la gravidanza, probabilmente per una resistenza alla terapia».

MICI e allattamento

L’allattamento al seno non è associato con un aumentato rischio di esacerbazione della malattia.

Il rischio dei farmaci in gravidanza non è uguale al rischio durante l’allattamento: mentre piccole quantità di farmaci possono spesso essere rilevate nel latte materno, ciò non esercita necessariamente alcun effetto negativo sul bambino. La maggior parte delle madri può continuare ad allattare e assumere il farmaco senza rischi per il bambino e interrompere l’allattamento è spesso una decisione sbagliata.

Trasmissione verticale delle malattie infiammatorie croniche intestinali

Una domanda frequente è se esiste il rischio di trasmissione della malattia alla prole. Per i figli, la probabilità di avere una malattia infiammatoria intestinale arriva fino al 10% quando un solo genitore è affetto e il rischio aumenta se entrambi i genitori hanno la malattia.

È stato calcolato che il rischio corretto per età di insorgenza di queste malattie (tra i 15 e i 35 anni) si attesta intorno al 7%. La genetica, però non è l’unico fattore coinvolto nella genesi delle IBD, ma esistono anche fattori di rischio ambientali. Per questo motivo, non è detto che una donna con una malattia infiammatoria cronica intestinale trasmetta la malattia ai figli.

IBD, menopausa e osteoporosi

Non è stato dimostrato un effetto negativo delle MICI sulla menopausa, né un effetto negativo della menopausa sul decorso delle MICI. L’età di insorgenza della menopausa nelle donne che soffrono di malattie infiammatorie intestinali è sovrapponibile a quello della popolazione generale.

Le donne affette da MICI hanno invece un rischio superiore di presentare osteoporosi rispetto alla popolazione generale. È quindi raccomandato limitare la assunzione di cortisonici, assumere una dieta ricca di calcio e vitamina D, svolgere un’attività fisica regolare, sospendere il fumo e limitare l’introito di bevande alcoliche.

MICI e tumori femminili

«I dati di letteratura non dimostrano un aumentato rischio di tumore della mammella e dell’ovaio nelle donne che soffrono di MICI – conclude Aurora Bortoli. – È stata invece dimostrata una maggior frequenza di alterazioni neoplastiche a livello della cervice uterina, non correlata alla malattia infiammatoria intestinale in sé, ma piuttosto ai farmaci utilizzati per trattare tale patologia. Il tumore alla cervice uterina è causato dall’infezione da HPV. Le donne in terapia con farmaci immunosoppressori per periodi prolungati sono a maggior rischio di persistenza e progressione dell’infezione da questo virus. Per questo motivo è raccomandato lo screening e nelle pazienti più giovani la vaccinazione anti HPV».

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