Home Autori Articoli di

ARTICOLI

AF e diabete. L’insulina aumenta il rischio di ictus ed embolia sistemica

0

Nella fibrillazione atriale, i pazienti diabetici che richiedono insulina presentano un aumentato rischio di ictus ed embolia sistemica.

Nei pazienti con fibrillazione atriale e diabete, la somministrazione di insulina aumenta il rischio di ictus ed embolia sistemica
Nei pazienti con fibrillazione atriale e diabete, la somministrazione di insulina aumenta il rischio di ictus ed embolia sistemica

Nuovi risultati di una sub-analisi del Registro europeo di Daiichi Sankyo PREFER in AF, pubblicati dal Journal of the American College of Cardiology rivelano che i pazienti con fibrillazione atriale affetti da un tipo di diabete che richiede la somministrazione di insulina sono a maggior rischio di ictus ed eventi embolici sistemici rispetto ai pazienti diabetici che non necessitano di insulina e ai pazienti non diabetici.

Sebbene il diabete sia un fattore di rischio per eventi tromboembolici, i risultati gettano nuova luce sul ruolo dell’insulina nella pratica clinica.

La sottoanalisi del Registro europeo di Daiichi Sankyo fornisce anche diversi dettagli sulla gestione della fibrillazione atriale in Europa a seguito dell’introduzione degli anticoagulanti orali non antagonisti della vitamina K (NOACs).

La sottoanalisi di PREFER in AF

Sono stati quantificati indipendentemente i tassi annuali di eventi tromboembolici correlati a FA nei pazienti diabetici, a seconda della presenza del trattamento insulinico.

In un gruppo di 1288 pazienti diabetici affetti da FA del registro PREFER in AF, coloro che assumevano insulina, a un anno di follow-up, hanno mostrato un rischio di 2,5 volte maggiore di essere colpiti da un ictus o un evento embolico sistemico, rispetto a quelli che non assumevano insulina (5,2 per 100 pazienti/anno vs 1,8 per 100 pazienti/anno; HR 2,96: 1,49 a 5,87; p = 0,0019) e che non soffrivano di diabete (5,2 per 100 pazienti/anno vs. 1,9 per 100 pazienti/anno; HR: 2,89; 95% CI: 1,67 a 5,02; p = 0,0002). Tutto ciò indipendentemente dalla presenza di altre patologie e del trattamento anticoagulante somministrato.

I tassi di ictus o di embolia sistemica non erano differenti tra il gruppo di pazienti diabetici non trattati con insulina e i pazienti non diabetici (HR: 0,97; 0,58 a 1,61; p = 0,90), dimostrando che il trattamento insulinico nei pazienti con FA può aumentare il rischio tromboembolico.

«In questa analisi del Registro PREFER in AF, la sola presenza del diabete non implica di per sé un aumentato rischio tromboembolico per i pazienti affetti da fibrillazione atriale; tuttavia, il diabete che richiede una terapia a base di insulina sembra essere un fattore indipendente che influenza il presentarsi di ictus o embolia sistemica correlati a FA – ha spiegato Giuseppe Patti, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e primo Autore dello studio. – Ciò potrebbe avere implicazioni nella pratica clinica, perciò sono necessari ulteriori studi per sostanziare questi risultati».

Della popolazione diabetica arruolata nel Registro, il 22,4% (n=288) dei pazienti affetti da diabete richiedeva somministrazione di insulina, e solo l’1,5% di essi soffriva di diabete di tipo 1. Nella popolazione totale, l’incidenza di ictus o di embolia sistemica a un anno di follow-up è stato del 2,0 per 100 pazienti/anno.

Il ruolo predittivo selettivo del diabete che necessita di trattamento insulinico era indipendente da potenziali fattori confondenti, inclusa la durata del diabete stesso, ed è stato mantenuto in varie sotto popolazioni, compreso il sottogruppo trattato con terapia anticoagulante.

La sottoanalisi, inoltre, non ha fatto rilevare alcuna relazione tra la dose di insulina e gli eventi tromboembolici (HR: 1,00; 95% CI: 0,98 a 1,02; p = 0,94). C’era, tuttavia, un rischio significativamente più alto di ictus o embolia sistemica in pazienti con almeno una complicanza microvascolare del diabete, come retinopatia, neuropatia o nefropatia (HR: 9,27; 95% CI: 2,07 a 41,41; p = 0,0036).

«Questi risultati forniscono insight importanti sugli ulteriori rischi associati alla terapia insulinica, e hanno implicazioni importanti per la valutazione del rischio tromboembolico in questa popolazione di pazienti –  ha commentato l’altro Autore dello studio, Raffaele De Caterina, professore della Divisione Cardiologica dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti. – È dunque importante identificare i pazienti diabetici che assumono insulina e assicurare loro un appropriato trattamento anticoagulante per mitigare ulteriori rischi».

Il registro PREFER in AF

Il registro PREFER in AF ha inizialmente arruolato 7243 pazienti con fibrillazione atriale in 461 centri in Austria, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Lo scopo dello studio era quello di fornire informazioni sulla prevenzione degli eventi tromboembolici come l’ictus, in base alle caratteristiche e alla gestione dei pazienti affetti da fibrillazione atriale, insieme ad altre importanti considerazioni quali la qualità della loro vita e la soddisfazione per il trattamento.

Per ottenere ulteriori approfondimenti sulla gestione della patologia, sono stati aggiunti alla lista delle nazioni coinvolte nello studio PREFER in AF il Belgio e i Paesi Bassi. I dati del prolungamento sono stati raccolti su un totale di 5000 pazienti, distribuiti in 325 centri nei nove Paesi europei.

Articoli correlati

Diabete. Definizione e nosografia

Diabete, crescita preoccupante

Dati dal registro PREFER in AF sulla fibrillazione atriale

Sondaggio sui pazienti europei affetti da fibrillazione atriale

Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide attiva da moderata a grave

0

Il CHMP dell’EMA esprime parere positivo per l’immissione in commercio di tofacitinib citrato (Xeljaz®) nel trattamento dell’artrite reumatoide attiva da moderata a grave.

Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide attiva da moderata a grave riceve il parere positivo dal CHMP dell'EMA per l'AIC
Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide attiva da moderata a grave riceve il parere positivo dal CHMP dell’EMA per l’AIC

Pfizer ha annunciato che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha adottato parere positivo raccomandando tofacitinib citrato (Xeljaz) 5 mg due volte al giorno (BID) per il trattamento di pazienti con artrite reumatoide (AR) da moderata a grave.

Il parere del CHMP sarà ora inviato alla Commissione europea (CE) per la decisione finale.

Se approvato, tofacitinib citrato in combinazione con metotressato (MTX) sarà indicato per il trattamento di AR attiva da moderata a grave in pazienti adulti che non hanno risposto adeguatamente o che sono intolleranti a uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD). Tofacitinib citrato può essere somministrato in monoterapia in caso di intolleranza a MTX o quando il trattamento con MTX non è appropriato.

«Più di 2,9 milioni di persone vivono attualmente con artrite reumatoide da moderata a grave in Europa. Anche a fronte di diverse opzioni terapeutiche, molte di queste persone non rispondono adeguatamente ai trattamenti attualmente disponibili, compreso il metotressato – ha detto Michael Corbo, Chief Development Officer, Inflammation & Immunology, Global Product Development. – Il parere positivo del CHMP per tofacitinib è un traguardo importante che testimonia il nostro impegno nel rendere disponibile questo nuovo trattamento orale per le persone con artrite reumatoide attiva da moderata a grave che vivono nell’Unione europea».

Studi clinici a sostegno della MAA di tofacitinib

La domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (MAA) di tofacitinib ha incluso i dati provenienti dal programma di Studi Clinici di fase III ORAL (Oral Rheumatoid Arthritis Phase III TriaLs). Il programma comprendeva sei studi clinici completati:

  • ORAL Start,
  • ORAL Solo,
  • ORAL Standard,
  • ORAL Sync,
  • ORAL Scan,
  • ORAL Step,

oltre all’estensione di due studi in aperto a lungo termine (LTE).

Al momento della presentazione della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio, il programma di sviluppo ORAL aveva raggiunto oltre 19000 pazienti-anno di esposizione al farmaco in oltre 6100 pazienti in osservazione per follow-up fino a otto anni in uno degli studi LTE.

Tofacitinib fa parte della classe di farmaci degli inibitori della Janus chinasi (JAK), una nuova classe di farmaci per il trattamento dell’AR attiva da moderata a grave.

Articoli correlati

Certolizumab pegol per l’artrite reumatoide

Abatacept per artrite reumatoide

Sarilumab vs adalimumab per l’artrite reumatoide

Empagliflozin include i dati di riduzione di mortalità cardiovascolare in scheda tecnica

0

Il farmaco per il diabete di tipo 2 empagliflozin include i dati di riduzione di mortalità cardiovascolare in scheda tecnica. Per la prima volta la Commissione Europea ha approvato l’impiego di un trattamento antidiabetico per i suoi effetti sia sul controllo glicemico sia sugli eventi cardiovascolari (CV).

diabete di tipo 2
Il farmaco antidiabetico empagliflozin include i dati di riduzione di mortalità cardiovascolare in scheda tecnica di prodotto UE

La scheda di prodotto UE aggiornata comprende ora i risultati dello studio EMPA-REG OUTCOME®, in cui empagliflozin ha dimostrato di ridurre il rischio di mortalità per eventi cardiovascolari del 38% rispetto a placebo, in pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata, quando aggiunto a terapia standard.

Nello studio, empagliflozin ha anche dimostrato di ridurre il rischio per l’endpoint primario di decesso per causa cardiovascolare, infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale del 14%, rispetto a placebo, quando aggiunto a terapia standard in adulti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari, senza alcuna differenza significativa nel rischio di infarto o ictus non-fatale.

Il farmaco è commercializzato da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company.

«Una persona su due con diabete di tipo 2 muore per un evento cardiovascolare. L’importanza della riduzione della mortalità cardiovascolare in questa popolazione di pazienti è ora evidente nella decisione della Commissione Europea di aggiornare la scheda tecnica di empagliflozin, rendendolo l’unico farmaco antidiabetico il cui utilizzo va oltre la sola riduzione glicemica. Ciò significa che, grazie a empagliflozin, i medici potranno ora offrire ai propri pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata un farmaco per il diabete con benefici salvavita contro gli eventi cardiovascolari» – ha commentato Georg van Husen, corporate senior vice president, Head of the Therapeutic Area Cardiometabolism di Boehringer Ingelheim.

«È un’ottima notizia per tutta la comunità dei pazienti con diabete di tipo 2 e di chi si prende cura di loro – ha commentato Enrique Conterno, senior vice president di Eli Lilly and Company e presidente di Lilly Diabetologia. – Questa approvazione da parte della Commissione Europea, oltre a quelle di altre autorità regolatorie nel mondo, segna un passo importante per cambiare positivamente la vita di coloro che soffrono di diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare accertata».

Lo Studio EMPA-REG OUTCOME dedicato agli esiti cardiovascolari nel diabete di tipo 2

EMPA-REG OUTCOME è uno studio di lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placebo, condotto in 42 paesi su oltre 7.000 pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari.

Lo studio ha valutato l’effetto di empagliflozin (10mg o 25mg una volta/die) aggiunto a terapia standard, rispetto a placebo aggiunto a terapia standard. La terapia standard ha compreso farmaci ipoglicemizzanti e farmaci di protezione cardiovascolare (inclusi antipertensivi e ipolipemizzanti).

L’endpoint primario è stato il tempo intercorso fino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: morte cardiovascolare, infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale.

In un periodo mediano di 3,1 anni, empagliflozin ha significativamente ridotto del 14% verso placebo il rischio di decesso per causa cardiovascolare o infarto del miocardio non fatale o ictus non fatale. La riduzione del rischio di mortalità cardiovascolare è stata del 38%, senza alcuna differenza significativa nel rischio di infarto non fatale o ictus non fatale.

Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin nello studio EMPA-REG OUTCOME è stato sovrapponibile a quello riscontrato in studi precedenti.

Diabete e patologie cardiovascolari

Le stime indicano che sono più di 415 milioni i diabetici nel mondo e che in 193 milioni di essi la malattia non è diagnosticata. Si prevede che entro il 2040 il numero di diabetici nel mondo crescerà fino a 642 milioni di persone.

Il diabete di tipo 2 è la forma più diffusa di diabete, con una percentuale che arriva sino al 91% di tutti i casi di diabete nei paesi ad alto reddito.

Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare, che è la principale causa di mortalità associata al diabete. Il rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare è 2-4 volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.

Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo dove la patologia cardiovascolare è stata la causa principale. Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a patologia cardiovascolare.

Empagliflozin

Empagliflozin è un inibitore del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) orale, altamente selettivo, in monosomministrazione giornaliera, approvato in Europa, Stati Uniti e altri Paesi del mondo, come terapia per adulti con diabete di tipo 2.

L’inibizione SGLT2 realizzata da empagliflozin in pazienti con diabete di tipo 2 comporta l’eliminazione del glucosio in eccesso per via urinaria. Inoltre, l’avvio della terapia con empagliflozin aumenta l’eliminazione di sodio dall’organismo e riduce il carico di liquidi sul sistema vascolare (volume intravascolare). L’eliminazione di glucosio, sodio e acqua con la terapia con empagliflozin può, pertanto, contribuire al miglioramento degli esiti cardiovascolari.

La variazione alle indicazioni attuali, adottata dalla Commissione Europea è la seguente:

Empagliflozin è indicato negli adulti per il trattamento del diabete mellito di tipo 2 non adeguatamente controllato, unito a dieta ed esercizio fisico:

•       in monoterapia quando l’uso di metformina non è appropriato a causa di intolleranze;
•       in associazione ad altri antidiabetici.

Articoli correlati

Empagliflozin per diabete di tipo 2

FDA approva nuova indicazione per empagliflozin

Empagliflozin riduce il rischio di mortalità cardiovascolare nel diabete di tipo 2 indipendentemente dal tipo di malattia cardiovascolare al basale

Empagliflozin riduce il rischio di nefropatia nel diabete di tipo 2

Empagliflozin riduce il rischio cardiovascolare nel diabete di tipo 2

L’antidiabetico empagliflozin sarà valutato per lo scompenso cardiaco

Empagliflozin/metformina cloridrato approvato in UE per diabete di tipo 2

Empagliflozin/metformina per diabete di tipo 2 rimborsabile in Italia

Diabete. Definizione e nosografia

Diabete, crescita preoccupante

Pembrolizumab per il cancro alla vescica

0

In uno studio su pembrolizumab per il cancro alla vescica, la sopravvivenza mediana dei pazienti trattati con questo immunoterapico è risultata di 10,3 mesi rispetto ai 7,4 mesi con la chemioterapia. Questa differenza è risultata statisticamente e clinicamente significativa.

L'immunoterapico pembrolizumab per il cancro alla vescica prolunga la sopravvivenza dei pazienti rispetto alla chiemioterapia convenzionale
L’immunoterapico pembrolizumab per il cancro alla vescica prolunga la sopravvivenza dei pazienti rispetto alla chiemioterapia convenzionale

Lo studio Keynote-045 ha confrontato l’efficacia dell’immunoterapia con pembrolizumab rispetto alla chemioterapia convenzionale in pazienti affetti da carcinoma uroteliale metastatico, già trattati con una precedente chemioterapia standard a base di platino.

Lo studio è stato presentato al congresso Ecco – European Cancer Congress – di Amsterdam da Andrea Necchi, oncologo del Dipartimento di Oncologia Medica dell’INT.

Lo studio Keynote-045 su pembrolizumab per il cancro alla vescica

Keynote-045  è uno studio di fase III, multicentrico, internazionale, randomizzato, di confronto tra il trattamento con pembrolizumab e il trattamento con chemioterapia scelta dall’investigatore (vinflunina, docetaxel o paclitaxel), in pazienti affetti da carcinoma uroteliale metastatico, già trattati con una precedente chemioterapia standard a base di platino.

«Lo studio rappresenta un significativo avanzamento nel trattamento di seconda linea dei pazienti affetti da carcinoma uroteliale della vescica e delle vie urinarie, in fase metastaticadopo il fallimento di un precedente trattamento a base di platino – spiega Andrea Necchi – Pembrolizumab ha inoltre dimostrato un maggiore numero di risposte (cioè la riduzione dimensionale delle sedi di malattia): 21% rispetto a 11% con chemioterapia, la durata mediana della risposta non è ancora stata raggiunta, mentre è di soli 4,3 mesi con la chemioterapia. Stimiamo che circa il doppio dei pazienti trattati con pembrolizumab sia in grado di mantenere la risposta ad 1 anno di trattamento: 68% rispetto a 35%. I vantaggi di sopravvivenza e risposta sono stati osservati in tutte le categorie di pazienti, indipendentemente dall’espressione del target del farmaco (il PD-L1) da parte del tumore».

Il profilo di tollerabilità è risultato nettamente a favore di pembrolizumab. L’incidenza di effetti collaterali è stata del 61% con pembrolizumab rispetto a 90% con chemioterapia. Per quelli di grado severo è stata del 15% con pembrolizumab rispetto al 49% con chemioterapia.

«Il reale vantaggio dello studio Keynote-045 è che per la prima volta sono stati presentati risultati di uno studio di confronto con la chemioterapia in questi pazienti, con un livello di evidenza quindi massimo che noi definiamo come Livello 1».

Pembrolizumab

Pembrolizumab è un anticorpo monoclonale anti PD-1 – Programmed cell Death-1.

«Si tratta di un farmaco altamente selettivo, disegnato per legarsi alla proteina chiamata PD-1 (Programmed cell Death-1), presente sulla superficie di alcuni globuli bianchi. Quando pembrolizumab si lega alla sua proteina bersaglio i globuli bianchi possono iniziare ad attaccare il tumore» – approfondisce l’oncologo.

«Fino a pochi mesi fa non esistevano trattamenti considerati efficaci per questi pazienti. In Europa e in Italia, l’unico farmaco approvato dalle autorità regolatorie per questi pazienti è la vinflunina. Negli Stati Uniti è stato da poco approvato l’utilizzo di atezolizumab, un altro immunoterapico con meccanismo di azione simile a pembrolizumab» – conferma Necchi.

«La sfida ora è portare un trattamento efficace come pembrolizumab in una fase più precoce di malattia. Per questo motivo in Istituto è attivo uno studio, PURE-01, sponsorizzato da INT con la collaborazione di Merck, che è mirato al trattamento pre-operatorio dei pazienti affetti da carcinoma uroteliale della vescica in fase muscolo-infiltrante, prima della cistectomia radicale. L’obiettivo che ci prefissiamo è di aumentare la possibilità di guarire definitivamente dalla malattia, salvaguardando la qualità della vita dei malati durante il trattamento».

L’associazione Palinuro

Necchi sottolinea anche l’importanza di coinvolgere le associazioni di pazienti per portare il più rapidamente possibile nuovi trattamenti, come pembrolizumab, al letto di ogni malato. «È il motivo per cui abbiamo creato Palinuro (Pazienti Liberi dalle Neoplasie Uroteliali), un’associazione di pazienti affetti da tumori della vescica che ha l’obiettivo di colmare lo spazio tra i medici e le necessità dei malati. Al fine di sensibilizzare tutte le parti in causa nei confronti di tutti gli aspetti critici legati ai tumori della vescica presenteremo il 2 Febbraio 2017 a Roma, al Senato, grazie a FaVo (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), la versione italiana del Libro Bianco dei tumori della vescica – conclude. – La versione originale del libro, promossa dall’ECPC (European Cancer Patient Coalition) è già stata presentata ad inizio 2016 a Bruxelles».

Articoli correlati

Aggiornamento del RCP di pembrolizumab per il carcinoma polmonare

Pembrolizumab per il tumore del polmone avanzato vs chemioterapia

Pembrolizumab per melanoma, tumore del polmone e mesotelioma

Pembrolizumab dimostra superiorità rispetto a ipilimumab nel melanoma avanzato

Pembrolizumab si conferma efficace nel trattamento di diversi tumori

Approvato dalla FDA l’uso di pembrolizumab per il melanoma avanzato

Pembrolizumab per il melanoma avanzato

Pembrolizumab per carcinoma polmonare avanzato non a piccole cellule PD-L1+

Pembrolizumab per carcinoma nasofaringeo PD-L1+

Pembrolizumab in combinazione con immunoterapie per il melanoma

Cisteamina cloridrato in collirio per le complicazioni oftalmiche da cistinosi

0

Recordati annuncia che la Commissione dell’Unione Europea ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio per Cystadrops® 3,8 mg/mL.

AIC dalla CE a cisteamina cloridrato in collirio per le complicazioni oftalmiche da cistinosi
AIC dalla CE a cisteamina cloridrato in collirio per le complicazioni oftalmiche da cistinosi

Cystadrops è il primo collirio a base di cisteamina cloridrato approvato nell’Unione Europea per il trattamento dei depositi di cristalli di cistina nella cornea in adulti e bambini dai 2 anni affetti da cistinosi.

Cystadrops era stato designato farmaco orfano dalla Commissione Europea a novembre del 2008.

La cistinosi

La cistinosi è una malattia da accumulo lisosomiale rara e congenita molto grave che può portare al decesso. La cistinosi è caratterizzata da un accumulo di cristalli di cistina che hanno un effetto deleterio su tutti gli organi del corpo, in particolare sui reni e gli occhi. I depositi di cristalli di cistina iniziano nella cornea producendo progressivamente ipersensibilità alla luce (fotofobia), deterioramento della superficie corneale (cheratopatia) e perdita della vista.

Il trattamento della cistinosi con cisteamina cloridrato

La cisteamina cloridrato è un agente per la deplezione della cistina.

Il trattamento sistemico con cisteamina, somministrata per via orale, porta beneficio ai pazienti che soffrono di cistinosi. Tuttavia, la cisteamina somministrata oralmente non risolve adeguatamente le manifestazioni oculari della cistinosi a causa della mancanza di vascolarizzazione nella cornea. In assenza di un adeguato e continuativo trattamento topico oculare, i cristalli di cistina si accumulano nella cornea con gravi conseguenze oftalmiche che possono portare a cecità nel lungo termine.

Il collirio a base di cisteamina cloridrato

Il collirio Cystadrops è stato sviluppato da Orphan Europe (società del gruppo Recordati) specificamente per i pazienti affetti da cistinosi.

Cystadrops, il cui principio attivo è la cisteamina cloridrato, è disponibile nel dosaggio di 3,8 mg/mL. Il beneficio di Cystadrops deriva dalla sua capacità di ridurre l’accumulo di cristalli di cistina nella cornea.

Cystadrops è il primo prodotto farmaceutico approvato nell’Unione Europea per questa indicazione.

La formulazione di Cystadrops prevede quattro applicazioni al giorno.

«Siamo molto lieti che la Commissione Europea abbia concesso l’autorizzazione per la commercializzazione di Cystadrops, un’importante soluzione terapeutica per le complicazioni oftalmiche nei pazienti affetti da cistinosi – ha dichiarato Andrea Recordati, vice presidente e amministratore delegato. – Il prodotto era già stato reso disponibile attraverso specifiche procedure di accesso al mercato autorizzate in Europa e in alcuni altri paesi, permettendo in questo modo a molti pazienti affetti dalle manifestazioni oculari della cistinosi di beneficiare del trattamento con Cystadrops».

Carboplatino/nab-paclitaxel per il tumore del polmone non a piccole cellule

0

Nello studio ABOUND, la combinazione carboplatino/nab-paclitaxel per il tumore del polmone non a piccole cellule ha permesso di ottenere la riduzione del tumore in un paziente su tre.

Carboplatino/nab-paclitaxel per il tumore del polmone non a piccole cellule ha permesso di ottenere la riduzione del tumore in un paziente su tre con miglioramento dei sintomi e buona tollerabilità
Carboplatino/nab-paclitaxel per il tumore del polmone non a piccole cellule ha permesso di ottenere la riduzione del tumore in un paziente su tre con miglioramento dei sintomi e buona tollerabilità

Alla XVII World Conference on Lung Cancer della IASLC (International Association for the Study of Lung Cancer) svoltasi a Vienna sono stati presentati i dati del programma di studi clinici ABOUND sulla terapia di combinazione carboplatino/nab-paclitaxel per il trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC). I risultati emersi confermano ulteriormente sicurezza, efficacia e tollerabilità di questo regime terapeutico nel trattamento di prima linea dell’NSCLC, in particolare per quanto riguarda i pazienti anziani.

Il programma ABOUND su carboplatino/nab-paclitaxel per il tumore del polmone non a piccole cellule

Il programma ABOUND comprende tre studi clinici principali:

I primi dati relativi all’attività antitumorale di carboplatino/nab-paclitaxel rivelano

  • riduzione del tumore in un paziente su tre,
  • buona tollerabilità del farmaco
  • riduzione dei sintomi
  • miglioramento della qualità di vita dei pazienti trattati,
  • uguale efficacia e minore tossicità, soprattutto a livello del sistema nervoso e del midollo, rispetto alla combinazione carboplatino/taxolo.

Questi dati di migliore tollerabilità e di conferma dell’attività sono confermati anche nell’analisi del sottogruppo dei pazienti anziani.

«Un terzo dei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule è anziano. Questa popolazione è gravata da due importanti problemi: la minore accessibilità ai farmaci e una limitata inclusione nei trials clinici. Le prospettive future vedono proprio per questi pazienti trattamenti meglio tollerati e che potranno allungare la sopravvivenza. In particolare, il futuro vede anche lo sviluppo della combinazione carboplatino/nab-paclitaxel in associazione a un immunoterapico come atezolizumab. Al momento- spiega Cesare Gridelli, direttore Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Moscati di Avellino e presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT) è molto importante l’evidenza che carboplatino/nab-paclitaxel non solo è attivo come chemioterapico ma rappresenta uno dei principali schemi chemioterapici in associazione all’immunoterapia consentendo di trattare pazienti difficili e di sviluppare terapie efficaci e tollerate».

Formulazione di litio a rilascio prolungato per il disturbo bipolare

0

Arriva in Italia la prima formulazione di litio a rilascio prolungato per il disturbo bipolare. Consente maggiore semplicità d’uso e aderenza alla terapia.

disturbo-bipolare-litio  È disponibile in Italia la prima formulazione di litio a rilascio prolungato per il disturbo bipolare
È disponibile in Italia la prima formulazione di litio a rilascio prolungato per il disturbo bipolare

Sono quasi un milione gli italiani colpiti dalla malattia psichica che alterna stati di euforia a fasi depressive, causando notevoli disabilità e sofferenze. Tra gli stabilizzanti dell’umore, il litio è da decenni considerato il trattamento d’elezione per la cura del disturbo bipolare. La nuova formulazione a lento rilascio consente una riduzione degli effetti collaterali e maggiore maneggevolezza, grazie alla possibilità della monosomministrazione giornaliera, per una più corretta gestione del paziente.

Nel convegno “S.A.I. (Screening Awareness Innovation) sul Litio – Ciclicità, periodicità, instabilità: le implicazioni per la diagnosi e la cura”, che si è tenuto a Roma, gli esperti hanno fatto il punto sul disturbo bipolare e sulla sua cura.

Che cosa hanno in comune Beethoven, Van Gogh, Virginia Woolf e Carrie Fisher? Sono tutte “vittime” illustri del disturbo bipolare, una condizione psichiatrica cronica e ricorrente, caratterizzata da insoliti sbalzi di umore, con fasi euforiche e maniacali alternate a periodi di depressione, in cui il rischio di suicidio è 15 volte superiore rispetto a quello della popolazione generale. Una malattia mentale che colpisce circa 1 milione di persone solo in Italia, soprattutto nella fascia d’età tra i 15 e 44 anni, con pesanti ripercussioni sulla vita familiare e lavorativa dei pazienti.

Per curare questa patologia invalidante, arriva anche nel nostro Paese la prima formulazione a rilascio prolungato del sale di litio, lo stabilizzante dell’umore da decenni considerato il gold standard nel trattamento del disturbo bipolare. Grazie alla sua cinetica, la nuova opzione terapeutica comporta minori effetti collaterali e una riduzione del numero di somministrazioni – la possibilità di assumere una singola somministrazione nell’arco della giornata – rispetto al litio a rilascio immediato, consentendo una maggiore aderenza alla terapia e una migliore gestione del paziente anche a lungo termine.

Un aggiornamento clinico sui trattamenti a disposizione per la cura del disturbo bipolare, con un focus particolare sui vantaggi del litio a lento rilascio, è stato inoltre il tema del convegno “S.A.I. sul Litio – Ciclicità, periodicità, instabilità: le implicazioni per la diagnosi e la cura”, tenutosi nei giorni scorsi a Roma con il grant incondizionato di Angelini, alla presenza di oltre 150 psichiatri.

«L’insorgenza del disturbo bipolare si verifica nella prima età adulta, intorno ai 20-30 anni – spiega Antonio Tundo, direttore dell’Istituto di Psicopatologia di Roma e Responsabile scientifico di Idea Roma Onlus. – Si tratta di una patologia con un impatto molto alto sulla vita quotidiana. Chi ne soffre alterna periodi di depressione, in cui è molto triste e apatico, a fasi di eccitamento in cui, al contrario, si sente felicissimo, ma spesso anche irritabile, è iperattivo e ha difficoltà a controllare gli impulsi, mettendo in atto comportamenti pericolosi, quali l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, lo shopping compulsivo, la promiscuità sessuale e la guida ad alta velocità».

«Un trattamento non adeguato comporta serie conseguenze: possibili problemi di carattere economico (durante la fase depressiva il paziente spesso non lavora, mentre nel periodo di euforia spende senza controllo e contrae debiti) e ricadute negative sulla vita affettiva e sui rapporti interpersonali. Inoltre – continua Antonio Tundo – si abbassa l’aspettativa di vita, in parte per l’alto rischio di suicidio nel periodo di depressione, in parte perché la persona non segue in maniera corretta le cure per altre malattie (per esempio, pressione alta e diabete), andando incontro a complicanze di natura medica generale. È fondamentale diffondere una maggiore informazione sulla patologia per superare lo stigma, aiutando il paziente ad accettare senza timore la diagnosi e ad accostarsi con fiducia alla terapia».

Diagnosi tardive, elevato tasso di comorbilità con stati d’ansia e disturbi legati all’abuso di alcol e stupefacenti, scarsa coscienza di malattia e l’incostante adesione alle cure rendono spesso difficile la gestione clinica della patologia, che punta principalmente a prevenire le ricadute attraverso una terapia di mantenimento a lungo termine con l’utilizzo di stabilizzatori dell’umore, in primis il litio.

Il litio

Il litio è un metallo alcalino, scoperto nel 1817 dai chimici svedesi Johan Arfwedson e Jons Jacob Berzelius. All’inizio del ‘900 veniva considerato quasi una panacea, in grado di curare numerose malattie. Negli anni ‘40 del XIX secolo iniziò ad essere impiegato nella pratica clinica per trattare la gotta e gli eccessi di acido urico.

Nel 1949 il medico australiano John Cade pubblicò i risultati di uno studio sull’efficacia del litio nella cura di pazienti con mania, che non suscitò però grande interesse, poiché nello stesso anno apparvero le prime pubblicazioni sulla possibile tossicità del minerale. Il lavoro di Cade venne ripreso dallo psichiatra danese Mogen Schou, che per primo dimostrò l’efficacia del litio nella terapia di pazienti maniacali in uno studio controllato e in doppio cieco, pubblicato nel 1954 e accolto con un certo scetticismo dalla classe medica “ufficiale”.

Soltanto nel 1970 la FDA riconobbe il litio come terapia d’elezione degli stati d’eccitamento maniacale e profilassi delle ricadute, a seguito della pubblicazione di uno studio danese su Lancet.

«Le Linee Guida dell’American Psychiatric Association e del National Institute for Health and Care Excellence – dichiara Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria – considerano il litio il gold standard nel trattamento delle fasi acute maniacali, nella profilassi delle recidive bipolari, nelle fasi depressive del disturbo bipolare e nella depressione ricorrente. Inoltre, numerosi studi, quali una recente metanalisi (Cipriani A et al. “Lithium in the prevention of suicide in mood disorders: updated systematic review and meta-analysis”, British Medical Journal 2013;346:f3646), hanno confermato l’efficacia del sale di litio nel ridurre il rischio suicidario, che risulta 15 volte superiore nei pazienti bipolari rispetto al resto della popolazione».

I vantaggi della formulazione a rilascio prolungato

«La nuova proposizione farmacologica consente di raggiungere concentrazioni plasmatiche di litio più stabili, un loro aumento più graduale, che si associa ad una diminuzione degli eventi avversi, sia a breve termine (disturbi gastrointestinali e urinari, tremori) sia nel lungo periodo, come problematiche tiroidee, cardiovascolari e renali – prosegue Mencacci. – La formulazione a lento rilascio permette inoltre di utilizzare il litio a dosaggi più contenuti e di ridurre il numero delle somministrazioni a un’unica al giorno, migliorando in questo modo l’adesione alla terapia da parte del paziente».

«Il disturbo bipolare rappresenta una condizione estremamente invalidante e con un impatto sociale importante, considerando l’età giovanile d’esordio e l’elevato tasso di suicidio che caratterizza questa malattia – conclude Daniele Recchi, direttore della divisione Pharma Italia di Angelini. – Ci auguriamo che la disponibilità di una formulazione di litio a rilascio prolungato possa rappresentare una nuova scelta terapeutica per il miglioramento della qualità di vita del paziente. È questa la sfida per l’area del sistema nervoso centrale di Angelini, che con questo lancio rinnova un impegno sempre più profondo nella cura della salute mentale».

Il rapporto sulla responsabilità sociale di Novartis 2016

0

Il rapporto sulla responsabilità sociale di Novartis 2016 sottolinea i progressi in tema di accesso e attenzione all’ambiente. I programmi Novartis di accesso ai farmaci hanno raggiunto circa 52 milioni di pazienti, dall’inizio dell’intervento.

rapporto sulla responsabilità sociale di Novartis 2016
Il rapporto sulla responsabilità sociale di Novartis sottolinea l’impegno verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e condivide le tendenze e le sfide che caratterizzano il settore sanitario

Novartis ha pubblicato il suo rapporto sulla responsabilità sociale, sottolineando per il quarto anno consecutivo i progressi compiuti in tema di accesso e attenzione all’ambiente.

Il contenuto del rapporto sulla responsabilità sociale di Novartis 2016

La relazione 2016 descrive il contesto sempre più ampio delle prestazioni di Novartis in materia di responsabilità sociale in cinque aree chiave:

  • Accesso,
  • Etica,
  • Ricerca e Sviluppo,
  • Persone e Ambiente.

La relazione include anche i punti di vista di osservatori esterni sulle tendenze e sulle sfide tipiche del settore sanitario. Descrive anche i contributi forniti da Novartis agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

«Sono orgoglioso dei progressi che abbiamo fatto nell’allineare i nostri obiettivi di responsabilità sociale e di sostenibilità alla nostra strategia aziendale – ha dichiarato Joseph Jimenez, CEO di Novartis. – Guardando al futuro, siamo pronti a collaborare con i nostri team, per continuare a integrare la responsabilità sociale nelle nostre attività e in ogni ambito del nostro lavoro».

Nel 2016, mediante i programmi di accesso, Novartis ha distribuito medicinali a circa 52 milioni di pazienti, offrendo, inoltre, educazione sanitaria, sviluppando infrastrutture e avviando altri programmi a beneficio di 17 milioni di persone in tutto il mondo.

Iniziative nella lotta alla malaria e a malattie croniche in Kenya, Libano ed Etiopia

A un anno dal lancio, Novartis Access ha erogato oltre 120.000 trattamenti per malattie croniche in Kenya, Libano ed Etiopia, in ciascun caso con una fornitura di medicinali sufficiente per un mese. La relazione a un anno (2016) di Novartis Access, resa pubblica oggi, descrive gli sviluppi, i progressi e sottolinea le esperienze più emblematiche.

Nel 2016 la Novartis Malaria Initiative ha raggiunto un altro traguardo, con oltre 800 milioni di trattamenti erogati senza profitto, a partire dal 2001, nei Paesi in cui questa malattia è endemica.

Allo stesso tempo, Novartis ha lanciato a Kaduna, in Nigeria, SMS for Life 2.0, una versione migliorata del premiato programma SMS for Life, che utilizza smartphone e tablet per consentire agli operatori sanitari locali di gestire le scorte di medicinali e di ricevere una formazione medica.

Il medicinale antimalarico di nuova generazione KAF156 sta entrando nella Fase IIb di sviluppo clinico.

Iniziative sulla sostenibilità ambientale

Novartis ha anche intrapreso iniziative mirate a realizzare i suoi “Obiettivi 2020” e “Vision 2030” sulla sostenibilità ambientale: emissioni complessive nette di gas con effetto serra ridotte del 18,7% rispetto al 2010, con una riduzione netta supplementare di 10.000 tonnellate, mediante l’adozione di progetti energetici nel 2017. È stato anche avviato lo sviluppo di un approccio atto a identificare, misurare e valutare gli impatti economici, ambientali e sociali esterni creati dalle attività dell’azienda.

«La responsabilità sociale è una componente fondamentale della nostra business strategy – ha dichiarato Juergen Brokatzky-Geiger, Global Head of Corporate Responsibility. – Stimola la nostra capacità di aprire la strada con successo a nuovi approcci di business, creare soluzioni applicabili per le sfide sanitarie globali, e collaborare con le organizzazioni che condividono la nostra mission, cioè quella di migliorare e prolungare la vita delle persone».

A testimonianza dei progressi compiuti, Novartis ha migliorato la sua posizione in diverse importanti classifiche di sostenibilità.

Nell’Access to Medicine Index del 2016 Novartis si è classificata al terzo posto, da quarta che era nel 2014 e settima nel 2012.

Novartis ha anche ricevuto un rating di A – e il riconoscimento della sua posizione tra i leader del settore sanitario nel 2016 CDP Climate Score.

Nella classifica 2017 Global 100 Most Sustainable Corporations in the World della rivista Corporate Knights, l’azienda ha migliorato notevolmente il suo status, salendo al 68° posto, guadagnando 30 posizioni rispetto allo scorso anno.

Novartis è entrata anche nella classifica Green Rankings di Newsweek e nel Sustainability World Index del Dow Jones, così come nella lista del 2016 delle World’s Most Admired Companies della rivista Fortune.

Nel 2016, il rapporto sulla responsabilità sociale è ancora una volta strutturato nel rispetto delle linee guida G4 della Global Reporting Initiative (GRI), con divulgazione a livello globale.

SOF/VEL/VOX per l’epatite C cronica

0

L’EMA ha convalidato la domanda di immissione in commercio della combinazione SOF/VEL/VOX per il trattamento di pazienti con infezione cronica da virus dell’epatite C (HCV). Al regime sperimentale a base di sofosbuvir, velpatasvir e voxilaprevir l’EMA ha riservato la procedura accelerata.

L’Agenzia europea per i medicinali adotta la procedura accelerata per la valutazione di SOF/VEL/VOX
L’Agenzia europea per i medicinali adotta la procedura accelerata per la valutazione di SOF/VEL/VOX

Gilead Sciences, ha annunciato che la domanda di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) presentata dall’azienda per il regime sperimentale con somministrazione una volta al giorno in singola compressa di sofosbuvir 400 mg, velpatasvir 100 mg e voxilaprevir 100 mg (SOF/VEL/VOX) per il trattamento di pazienti con infezione da virus dell’epatite C cronica (HCV) è stata integralmente validata ed è ora in fase di valutazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA).

«I trattamenti antivirali ad azione diretta hanno trasformato la nostra capacità di trattare l’epatite C; tuttavia, per alcuni pazienti, per i quali non è stato possibile ottenere una cura con questi regimi, sono ancora necessarie terapie efficaci e ben tollerate – ha dichiarato Norbert Bischofberger, PhD. vice presidente esecutivo della divisione Research and Development e Chief Scientific Officer di Gilead. – L’inoltro di questa domanda [di AIC] riflette il nostro continuo impegno a fornire opzioni terapeutiche per questa malattia potenzialmente fatale al maggior numero possibile di pazienti, inclusi quelli che hanno fallito una precedente terapia con antivirali ad azione diretta, in Europa come nel resto del mondo».

La combinazione SOF/VEL/VOX per il trattamento dell’HCV sarà riesaminata dall’EMA nell’ambito della procedura di autorizzazione centralizzata per tutti i 28 Stati membri dell’Unione europea, più Norvegia e Islanda. La revisione seguirà una procedura accelerata, riservata ai medicinali che si prevede saranno di grande interesse per la salute pubblica.

L’8 dicembre 2016 Gilead ha inoltre presentato alla US Food and Drug Administration (FDA) una NDA (New Drug Application, domanda di registrazione per un nuovo farmaco) per SOF/VEL/VOX.

SOF/VEL/VOX è un prodotto sperimentale, la sicurezza ed efficacia del quale non sono ancora state stabilite.

Studi clinici a supporto della domanda di AIC di SOF/VEL/VOX

La domanda di AIC per SOF/VEL/VOX è supportata da dati provenienti da due studi di Fase III (POLARIS-1 e POLARIS-4), che hanno valutato per 12 settimane la combinazione a dose fissa in pazienti che avevano già ricevuto antivirali ad azione diretta e che erano affetti da epatite C di genotipo 1-6, compresi quelli che avevano fallito un precedente trattamento con un regime contenente un inibitore dell’NS5A.

Nel corso di entrambi gli studi, il 97% dei pazienti trattati con SOF/VEL/VOX (n = 430/445) ha raggiunto l’endpoint primario di efficacia, cioè la SVR12.

La domanda di AIC include anche i dati di due ulteriori studi di Fase III (POLARIS-2 e POLARIS-3), che hanno valutato per 8 settimane la combinazione SOF/VEL/VOX in 611 pazienti naïve ai DAA con genotipo 1-6. Nello studio POLARIS-3, il 96% dei pazienti con infezione di genotipo 3 e con cirrosi trattati con SOF/VEL/VOX (n = 106/110) ha raggiunto l’endpoint primario di efficacia, cioè la SVR12. Gli eventi avversi più comuni tra i pazienti che avevano ricevuto SOF/VEL/VOX sono stati mal di testa, stanchezza, diarrea e nausea.

Articoli correlati

Epatite C. Definizione, sintomatologia e complicanze

Combinazione grazoprevir/elbasvir per epatite C

Epatite C. Procedura accelerata per grazoprevir/elbasvir

Grazoprevir/elbasvir conferma efficacia e sicurezza per l’epatite C

Grazoprevir/elbasvir per il trattamento dell’epatite C approvato negli USA

Grazoprevir/elbasvir approvata in Europa per l’epatite C

Elbasvir/grazoprevir per l’epatite C efficace anche nei pazienti difficili

Viekirax+Exviera per epatite cronica C in pazienti con insufficienza renale

Viekirax+Exviera per epatite cronica C con genotipo1

Sovaldi (sofosbuvir) rimborsabile per pazienti con epatite C

Parere favorevole alla combinazione ledipasvir/sofosbuvir per epatite C

Accesso rapido e gratuito ai nuovi farmaci anti-epatite C

Combinazione ledipasvir/sofosbuvir per epatite C

Combinazione sofosbuvir/GS-5816 più GS-9857 per epatite cronica C

Simeprevir in combinazione con sofosbuvir per epatite C

Aggiornato Algoritmo per la scelta della terapia per l’epatite C cronica

Epatite C in Italia. Il punto sulle future strategie terapeutiche

Epatite C: sostenibilità e ampliamento dei criteri di rimborsabilità

Il settore del packaging italiano in crescita, ma con cautela

0

Secondo le prime analisi dell’Istituto Italiano Imballaggio, il 2016 dovrebbe chiudersi con un +1,5% per la produzione di imballaggi espressa in peso.

packaging
Secondo le prime analisi dell’Istituto Italiano Imballaggio, il settore del packaging italiano è in crescita, ma frena il suo trend

Sul finire del 2016 tutti gli indicatori previsionali si sono ridimensionati rispetto alle previsioni, compresa l’attività manifatturiera che, secondo Prometeia, crescerà dell’1,2% e non del 2% come si ipotizzava a maggio, rallentando quindi la crescita in atto.

Di questo fenomeno risentirà anche il settore del packaging, strettamente legato all’attività manifatturiera, frenando il proprio trend di crescita. È quindi ipotizzabile che nel 2016 la variazione rispetto all’anno precedente sarà del +1,5%.

Non è soltanto la frenata previsionale degli indicatori economici nazionali a influire sulla produzione di packaging in Italia, ma anche l’andamento del commercio estero. Infatti, analizzando i primi 10 mesi dell’anno, le importazioni dovrebbero chiudere con un +9%. Ad influire su questa crescita ci sono, da una parte, le politiche di mercato delle multinazionali che decidono le movimentazioni interne, basandosi su decisioni puramente commerciali, dall’altro, per certi settori, l’appetibilità di alcuni mercati di utilizzo italiani. L’area vetro, per esempio, nei primi 10 mesi del 2016, registra  un aumento delle importazioni di circa il 10%. Se da una parte questo è dovuto alle scelte commerciali dei grossi gruppi internazionali, che decidono di importare imballaggi vuoti dalle consociate estere, dall’altra c’è anche da considerare l’appetibilità di alcuni mercati italiani come il vino che attirano molti competitor esteri. In un settore come il vetro, quando ragioniamo in termini di peso, questo influisce in maniera importante.

D’altro canto le esportazioni crescono di poco, solo 1% rispetto al 2015.

Il Consumo apparente, che deriva dal classico calcolo produzione + import -export, chiuderà con una crescita di circa il 2,5%.

La crescita contenuta del settore rispecchia pienamente la situazione economica nazionale e internazionale, dove la ripresa risulta essere più rallentata rispetto a quello che ci si aspettava.

L’andamento del settore del packaging in base alle materie prime

Un altro aspetto da considerare nell’area packaging è l’andamento dei prezzi delle materie prime.

Nel 2016 si registrano andamenti differenti per i vari materiali.

Sono in calo i polimeri per la produzione degli imballaggi in plastica sia per quanto riguarda i polimeri materia prima vergine sia per quelli provenienti da riciclo. I primi registrano un calo medio dell’8% e gli altri del 5%.

Sono in calo anche le quotazioni di alcune materie prime per imballaggi cellulosici: il cartone ondulato registra un -4%; sostanzialmente stabili fogli e cartoncini. In amento dell’1,1% la materia prima per la produzione dei sacchi ad uso industriale.

Diverso l’andamento delle quotazioni relative ai metalli, che crescono sia per l’acciaio sia per l’alluminio. Il primo fa registrare il +18% soprattutto grazie alla crescita del prezzo del lamierino per fusti. Sono importanti anche le crescite della materia prima proveniente da riciclo. Per quanto riguarda l’alluminio si registra una crescita del 5%.

Queste considerazioni sull’andamento delle quotazioni delle materie prime si riferiscono alle quotazioni registrate presso la Camera di Commercio di Milano.