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Dabigatran per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione

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Il trattamento con dabigatran per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione ha fatto osservare meno emorragie maggiori ed eventi avversi gravi rispetto a quello con warfarin nello studio RE-CIRCUIT®.

Con dabigatran per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione meno emorragie maggiori ed eventi avversi gravi che con warfarin
Lo Studio RE-CIRCUIT ha dimostrato che, nei pazienti con Fibrillazione Atriale sottoposti ad ablazione transcatetere, la terapia con dabigatran non interrotto evidenzia minori emorragie maggiori rispetto a warfarin senza interruzione

Dei 704 pazienti complessivi coinvolti nello studio RE-CIRCUIT, 61 sono stati arruolati in Italia, di cui 50 solo nell’ospedale regionale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti.

«Abbiamo accettato con grande entusiasmo di partecipare allo studio RE-CIRCUIT – ha dichiarato Massimo Grimaldi, responsabile U.O.S.D. di Aritmologia presso l’Ospedale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti (BA) – Era molto importante, infatti, valutare con un rigoroso studio randomizzato la validità di un approccio non interrotto con dabigatran in pazienti con fibrillazione atriale che dovevano essere sottoposti ad ablazione transcatatere. L’arruolamento dei pazienti è stato semplice in quanto quasi tutti i nostri pazienti erano in terapia con warfarin e hanno visto con grande interesse la possibilità di passare a un NOAC».

Lo studio RE-CIRCUIT su dabigatran per la fibrillazione atriale in pazienti sottoposti ad ablazione

Lo studio RE-CIRCUIT (Randomised Evaluation of dabigatran etexilate Compared to warfarIn in pulmonaRy vein ablation: assessment of different peri-proCedUral antIcoagulation sTrategies) è un trial multicentrico, esplorativo, prospettico, randomizzato, in aperto, con valutazione degli endpoint in cieco, con farmaco di confronto.

Lo studio ha coinvolto pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare parossistica o persistente, per cui era prevista ablazione transcatetere ed eleggibili a dabigatran 150 mg due volte/die.

La popolazione arruolata nello studio  rispecchia le tipologie di pazienti sottoposti ad ablazione transcatetere nella pratica clinica quotidiana.

I pazienti sono stati randomizzati in rapporto 1:1 per ricevere dabigatran etexilato 150 mg due volte/die o warfarin (target INR 2,0–3,0) e hanno mantenuto la rispettiva terapia per tutta la durata dello studio.

Lo studio ha arruolato 704 pazienti in 104 centri, con 635 con fibrillazione atriale parossistica o persistente sottoposti ad ablazione transcatetere e in terapia anticoagulante ininterrotta. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a ecocardiogramma transesofageo prima della procedura di ablazione, per confermare l’assenza di eventuali trombi in atrio sinistro.

Obiettivi dello studio RE-CIRCUIT

La sicurezza e l’efficacia delle terapie sono state valutate nei 3-4 mesi del periodo di trattamento e alla visita di controllo (follow up) 1 settimana dopo la fine del trattamento.

L’endpoint primario dello studio RE-CIRCUIT è stata l’incidenza di eventi di emorragia maggiore come definita dall’International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH), durante l’intervento di ablazione e per un periodo sino a due mesi post-ablazione.

Gli endpoint secondari hanno compreso:

  • eventi tromboembolici (ictus/embolie sistemiche/attacco ischemico transitorio),
  • eventi d’emorragia minore,
  • un insieme degli endpoint d’efficacia e sicurezza

durante l’ablazione per un periodo sino a due mesi dopo la procedura.

Risultati dello studio RE-CIRCUIT

La terapia non interrotta con dabigatran ha ridotto significativamente il rischio di emorragia maggiore, rispetto alla terapia non interrotta con warfarin.

Lo studio ha mostrato una riduzione del 5,3% del rischio assoluto per l’endpoint primario, con emorragia maggiore verificatasi in 5 pazienti su 317 trattati con dabigatran, contro 22 pazienti su 318 trattati con warfarin (riduzione del rischio relativo del 77,2%).

Simile l’incidenza di complicanze di emorragia minore nei due bracci di trattamento (dabigatran 59 pazienti su 317, contro warfarin 54 pazienti su 318).

Nei pazienti in terapia con warfarin si è verificato un evento tromboembolico, nessun evento tromboembolico nei pazienti trattati con dabigatran.

«Questi dati sono stati per noi molto rassicuranti proprio in virtù del duplice ed opposto rischio che l’intervento di ablazione comporta – aggiunge Grimaldi. – In altri termini ci si sente come un giocoliere sul filo, potendo cadere da un lato nella complicanza emorragico, e dall’altro in quella tromboembolica».

«I risultati del trial rappresentano un’importante notizia per la comunità scientifica – ha dichiarato il Chairman dello Steering Committee Studio RE-CIRCUIT Hugh Calkins, professore di Cardiologia e Direttore del Laboratorio di Elettrofisiologia e del Servizio di Aritmologia del Johns Hopkins Hospital di Baltimora – La procedura di ablazione è a rischio di complicanze maggiori tra cui ictus ed emorragie, pertanto, la gestione dell’anticoagulazione al momento dell’ablazione è di importanza cruciale. Nello studio RE-CIRCUIT abbiamo riscontrato che la terapia anticoagulante non interrotta con dabigatran ha comportato  meno emorragie maggiori  rispetto a warfarin, in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti ad ablazione».

I risultati dello studio RE-CIRCUIT sono stati presentati in una sessione late-breaking al 66° Congresso dell’American College of Cardiology (ACC) a Washington e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine.

L’ablazione

L’ablazione è una procedura comune per trattare l’irregolarità del ritmo cardiaco nei pazienti con fibrillazione atriale. La procedura comporta l’inserimento di uno o più cateteri nelle camere cardiache attraverso la vena femorale. Possono anche essere utilizzate le vene succlavia o giugulare. L’atrio sinistro, principale sede delle aree aritmogene che generano la fibrillazione atriale, è raggiunto attraverso il forame ovale. Quest’ultimo, sporadicamente pervio, viene attraversato grazie all’esecuzione della puntura transettale. L’ablazione transcatetere, che può essere eseguita sia utilizzando la radiofrequenza sia la crioterapia, comporta un rischio di tromboembolismo e di emorragia. L’anticoagulazione prima, durante e dopo la procedura, va gestita con attenzione per ridurre al minimo tali rischi.

Ogni anno nel mondo vengono eseguite più di 200.000 procedure di ablazione in pazienti con fibrillazione atriale, la più frequente fra le aritmie cardiache.

RE-CIRCUIT fornisce dati specifici su questa situazione clinica per dabigatran.

«Ancora una volta dabigatran dimostra di essere più sicuro rispetto a warfarin – ha dichiarato Jörg Kreuzer, vice presidente Medicina dell’Area Terapeutica Cardiovascolare di Boehringer Ingelheim. – Dabigatran è l’unico anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K (NOAC), per il quale esista un farmaco che ne inattivi immediatamente l’effetto anticoagulante, in modo specifico, qualora ciò si renda necessario, in caso di complicanze durante la procedura. Gli sperimentatori si sentono rassicurati dall’avere a disposizione un farmaco in grado di inattivare l’attività anticoagulante. Durante lo studio, grazie alla bassissima incidenza di eventi emorragici con dabigatran, non vi è stata necessità di ricorrere all’antidoto».

Dabigatran

Dabigatran è un inibitore diretto della trombina (IDT). È stato il primo farmaco di una nuova generazione di anticoagulanti orali (NOAC) ad azione diretta, a essere ampiamente approvato per la prevenzione e il trattamento delle malattie tromboemboliche acute e croniche.

Gli inibitori diretti della trombina ottengono effetti antitrombotici bloccando in maniera specifica l’attività della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione del trombo. A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran determina un’anticoagulazione efficace, prevedibile e riproducibile, con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.

Dabigatran è l’unico anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K per il quale esista un farmaco che ne inattiva in maniera specifica l’effetto. Questo farmaco è idarucizumab, approvato per l’impiego in pazienti adulti trattati con dabigatran, che necessitano di rapida inattivazione del suo effetto anticoagulante, prima di interventi chirurgici d’urgenza/interventi di emergenza o in caso di sanguinamento incontrollato o che metta a rischio la vita del paziente. Idarucizumab è ampiamente disponibile e fornito da oltre 7.500 ospedali nei vari Paesi del mondo.

Boehringer Ingelheim ha lanciato dabigatran per la riduzione del rischio di ictus in pazienti con fibrillazione atriale.

L’esperienza clinica con dabigatran supera i 6,9 milioni di anni/paziente per tutte le indicazioni per cui il farmaco è stato approvato nel mondo.

Queste, attualmente, sono:

  • Prevenzione dell’ictus e delle embolie sistemiche in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare e almeno un fattore di rischio per l’ictus;
  • Prevenzione primaria di eventi di tromboembolismo venoso in pazienti che si sottopongono a chirurgia elettiva di sostituzione totale dell’anca o del ginocchio;
  • Trattamento di trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP ed EP negli adulti.

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Vaccino meningococcico coniugato di gruppo B

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Il Comitato dell’Agenzia Europea per i Medicinali per uso umano (CHMP) ha raccomandato l’autorizzazione alla commercializzazione di Trumenba® (vaccino meningococcico coniugato di gruppo B) nell’Unione europea (UE). Trumenba è indicato per l’immunizzazione attiva dei soggetti dai 10 anni in su, nella prevenzione della malattia meningococcica causata da Neisseria meningitidis di sierogruppo B (MenB).

La maggioranza dei casi di malattia meningococcica in Europa sono causati da meningococco di gruppo B (MenB). Gli adolescenti e i giovani adulti sono maggiormente a rischio.

Il vaccino meningococcico coniugato di gruppo B Trumeba riceve il parere positivo del CHMP dell'EMA per la prevenzione della malattia meningococcica da MenB
Pfizer riceve il parere positivo del CHMP per Trumenba nella prevenzione della malattia meningococcica di gruppo B

Pfizer ha annunciato che il Comitato dell’Agenzia Europea per i Medicinali per uso umano (CHMP) ha espresso parere positivo, raccomandando l’autorizzazione alla commercializzazione di Trumenba (vaccino meningococcico coniugato di gruppo B) nell’Unione europea (UE) per l’immunizzazione attiva dei soggetti dai 10 anni in su nella prevenzione della malattia meningococcica causata da Neisseria meningitidis di sierogruppo B (MenB). Il parere del CHMP sarà ora inviato alla Commissione europea (CE) per la decisione finale.

«L’opinione espressa oggi dal CHMP che raccomanda l’autorizzazione all’immissione in commercio di Trumenba nell’UE rappresenta un ulteriore passo avanti nella lotta per proteggere gli individui sopra i 10 anni di età dalla malattia meningococcica causata dal sierogruppo B, una malattia non comune eppure devastante e pericolosa per la vita – ha detto Kathrin Jansen, Ph.D., senior vice president e capo del Vaccine Research and Development di  Pfizer Inc. – Questa decisione conferma ulteriormente il solido profilo di efficacia e sicurezza di Trumenba».

Pfizer ha condotto un programma di sviluppo clinico globale per Trumenba valutando più di 20.000 adolescenti e adulti, circa 15.000 dei quali hanno ricevuto il vaccino.

Questi dati, rivisti dal CHMP, hanno dimostrato che i benefici di Trumenba sono la capacità di indurre una risposta anticorpale  battericida rispetto ai diversi ceppi meningococcici di sierogruppo B, che esprimono varianti di fHBP rappresentative dei ceppi di MenB causa di malattia invasiva, e che Trumenba è un vaccino ben tollerato.

Il vaccino meningococcico coniugato di gruppo B Trumenba

Trumenba è una sospensione sterile composta da due varianti proteiche lipidate ricombinanti di N. meningitidis sierogruppo B leganti il fattore H (fHbp), una della sottofamiglia A e una della  sottofamiglia B (A05 e B01, rispettivamente). L’fHbp è una delle proteine ​​presenti sulla superficie dei meningococchi e contribuisce alla capacità del batterio di evitare le difese dell’ospite. Le fHbp possono essere classificate in due sottofamiglie immunologicamente distinte, A e B. La suscettibilità dei meningococchi di sierogruppo B verso la difesa anticorpo-dipendente, mediata dal complemento, a seguito della vaccinazione con Trumenba dipende sia dalla somiglianza antigenica delle fHBPs batteriche e del vaccino, sia dalla quantità di fHBP espressa sulla superficie dei meningococchi invasori.

Come  per qualsiasi altro vaccino, Trumenba potrebbe non prevenire la malattia in tutti gli individui vaccinati. La frequenza della malattia meningococcica causata dal sierogruppo B varia geograficamente e potrebbe influenzare la capacità di valutare l’efficacia del vaccino in un dato paese.

Sulla base della bassa incidenza della malattia meningococcica, gli studi clinici controllati con placebo per Trumenba sono stati considerati non praticabili a causa delle dimensioni dello studio che sarebbero richieste e pertanto non sono stati eseguiti.

Trumenba è stato introdotto negli Stati Uniti nell’ottobre 2014 come immunizzazione attiva per prevenire la malattia invasiva causata da Neisseria meningitidis di sierogruppo B nei soggetti dai 10 ai 25 anni di età.

L’autorizzazione di Trumenba si è basata sulla dimostrazione delle risposte immunitarie misurate utilizzando un test battericida del siero con complemento umano (hSBA).

 

Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide approvato in Europa

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Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide approvato in Europa prevede due somministrazioni al giorno. È indicato in pazienti adulti che non hanno risposto adeguatamente o che sono intolleranti a uno o più DMARD.

Tofacitinib citrato per l’artrite reumatoide approvato in Europa
Tofacitinib citrato riceve l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione Europea per il trattamento dell’artrite reumatoide (AR) attiva da moderata a grave

Pfizer ha annunciato che la Commissione Europea (CE) ha approvato Xeljanz® (tofacitinib citrato) compresse per via orale, 5 mg due volte al giorno (BID), in combinazione con metotressato (MTX) per il trattamento dell’artrite reumatoide (AR) attiva da moderata a grave in pazienti adulti che non hanno risposto adeguatamente, o che sono intolleranti a uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARD). Tofacitinib può essere somministrato in monoterapia in caso di intolleranza al metotressato o quando il trattamento con MTX non è appropriato.

«Con l’approvazione di tofacitinib, reumatologi e pazienti nell’Unione Europea hanno ora a disposizione un’ulteriore opzione di trattamento per la gestione dell’artrite reumatoide da assumere con o senza metotressato – ha affermato Ronald van Vollenhoven, professore di Reumatologia e Direttore del Centro ARC di Reumatologia e Immunologia di Amsterdam. – Si tratta di un progresso importante per la comunità reumatologica, considerato che fino a un terzo delle persone con artrite reumatoide può non raggiungere una risposta con i trattamenti attuali ed un certo numero di pazienti potrebbe non avere una risposta sostenuta».

Tofacitinib citrato

Tofacitinib appartiene a una nuova classe di farmaci chiamati inibitori della Janus chinasi (JAK). Gli inibitori JAK agiscono sul sistema della Janus chinasi a livello intracellulare interrompendo  la trasmissione del segnale infiammatorio all’origine dell’artrite reumatoide.

Tofacitinib rientra tra i trattamenti raccomandati per l’AR inclusi quelli pubblicati dall’EULAR (European League Against Rheumatism), l’ACR (American College of Rheumatology) e dall’APLAR (Asia Pacific League of Associations for Rheumatology).

Studi registrativi per tofacitinib

L’approvazione da parte della Commissione Europea si basa su un dossier di registrazione che include i risultati del programma di studi clinici globale di fase III ORAL (Oral Rheumatoid Arthritis Phase III TriaLs) e i dati dalla pratica clinica.

I risultati degli studi clinici condotti in una popolazione varia di pazienti con AR hanno dimostrato il profilo di efficacia e sicurezza di tofacitinib con e senza metotressato nel trattamento dell’artrite reumatoide da moderata a grave.

Il programma di sviluppo di tofacitinib include più di otto anni di dati di sicurezza che provengono da studi di estensione a lungo termine e rappresentano oltre 21.100 pazienti-anno di esposizione al farmaco.

«Con oltre 60 anni di esperienza nei trattamenti per l’artrite reumatoide, Pfizer è stata leader nel contribuire a migliorare la vita delle persone affette da malattie infiammatorie – ha dichiarato Angela Lukin, presidente regionale, Inflammation & Immunology, Pfizer Innovative Health. – L’approvazione di tofacitinib in Europa dimostra l’impegno continuo di Pfizer per lo sviluppo di farmaci che rispondano ai bisogni ancora insoddisfatti delle persone che vivono con malattie croniche come l’artrite reumatoide».

Pfizer opererà con le autorità competenti in ognuno dei paesi dell’Unione europea (UE) per sostenere la rimborsabilità e rendere disponibile tofacitinib con l’obiettivo di contribuire a garantire l’accesso al farmaco alle persone che ne possono beneficiare. Con l’approvazione nell’UE, tofacitinib è ora approvato in oltre 80 paesi in tutto il mondo.

 

Pfizer è impegnata nello studio dell’inibizione del meccanismo JAK e a migliorare la conoscenza di tofacinitib attraverso un programma di studi clinici per il trattamento delle condizioni infiammatorie immuno-mediate.

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Conferme a sostegno della validità clinica ed economica del test per la preeclampsia

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Conferme a sostegno della validità clinica ed economica del test per la preeclampsia di Roche arrivano da due studi italiani.

La validità clinica ed economica del test per la preeclampsia di Roche è confermata da uno studio pubblicato su European Journal of Obstetrics&Ginecology and Reproductive Biology e da un modello di stima dell’impatto economico
La validità clinica ed economica del test per la preeclampsia di Roche è confermata da uno studio pubblicato su European Journal of Obstetrics&Ginecology and Reproductive Biology e da un modello di stima dell’impatto economico

Questo test diagnostico garantirebbe gravidanze più sicure e un risparmio di oltre 33 milioni di euro l’anno per il SSN.

Il test per la preeclampsia

Il test per la preeclampsia messo a punto da Roche Diagnostics analizza il rapporto tra i biomarcatori sFlt-1 e PlGF (fattore di crescita placentare).

sFlt-1 è l’enzima Tirosin Chinasi 1 FMS-Simile solubile.

PlGF è il fattore di crescita placentare.

Il test viene eseguito a partire da un prelievo di sangue e può essere effettuato dalla ventesima settimana di gravidanza.

Il rapporto sFlt-1/PlGF consente di rilevare lo sviluppo della preeclampsia (o gestosi) prima del manifestarsi dei sintomi clinici.

Il test automatizzato  sFlt-1/PlGF è già disponibile in Italia.

«Il test di laboratorio di Roche – spiega Daniela Di Martino, dirigente medico di I livello presso l’Ospedale Buzzi ASST-FBF-SACCO, coautore dello studio sulla validità clinica del test per la preeclampsia – attraverso un semplice prelievo di sangue ci permette di valutare il rapporto tra i due biomarcatori sFlt-1 e PlGF per escludere che la futura mamma possa sviluppare la preeclampsia. È un grande passo avanti per noi specialisti: il rapporto sFlt-1/PlGF Roche, l’unico validato a livello internazionale, non ci dice solo se la patologia si conclamerà, ma, attraverso l’interpretazione dei risultati, ci permette anche di capire se si manifesterà con una forma più o meno severa».

«Tutto ciò ci consente di evitare ricoveri impropri che gravano sul Sistema Sanitario Nazionale – continua Daniela Di Martino. – Le donne affette da preeclampsia, infatti, necessitano di un monitoraggio costante e un follow up specifico che il più delle volte richiede un ricovero ospedaliero. In molte situazioni, inoltre, il test ci aiuta anche a decidere come e quando espletare il parto, scongiurando il più possibile il rischio di parti eccessivamente prematuri. Quando la preeclampsia si manifesta in maniera grave, l’unica soluzione per salvaguardare la sicurezza di madre e nascituro è indurre il parto».

Studio sulla validità clinica del test per la preeclampsia

Lo studio italiano ha messo in evidenza che il rapporto sFlt-1/PlGF può contribuire a predire la comparsa della preeclampsia in donne che presentano uno o più fattori di rischio. Il test, insieme alle valutazioni cliniche standard, può supportare la diagnosi di preeclampsia e anticiparla di 4 settimane. L’approccio attualmente utilizzato nel riconoscere la patologia non identifica in maniera efficace e tempestiva le pazienti a maggiore rischio.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale European Journal of Obstetrics&Ginecology and Reproductive Biology.

«Il rapporto sFlt- 1/PlGF – conclude Daniela Di Martino – rappresenta un valido aiuto nella diagnosi di esclusione della preeclampsia, in combinazione con altre informazioni diagnostiche e cliniche, come dimostrato anche da importanti studi internazionali».

L’impatto economico dell’introduzione del test sFlt-1/PlGF

È stato sviluppato in collaborazione con tre importanti centri italiani un modello per stimare l’impatto economico dell’introduzione del test sFlt-1/PlGF nella pratica clinica, secondo la prospettiva del Sistema Sanitario Nazionale Italiano.

I risultati di questa analisi hanno dimostrato che l’introduzione del test può  migliorare la gestione delle pazienti a rischio. Ciò riduce conseguentemente i costi sanitari.

I costi di gestione di una paziente con sospetta preeclampsia in aggiunta alla comune pratica clinica ammontano a:

  • Euro 2384 con approccio standard,
  • Euro 1714 utilizzando il test sFIt-1/PIGF.

Complessivamente il risparmio atteso nel primo anno per il Sistema Sanitario Nazionale ammonta a 33,2 milioni di euro.

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La preeclampsia o gestosi

Dati su test per la preeclampsia

Test per preeclampsia

La preeclampsia o gestosi

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La preeclampsia o gestosi è caratterizzata dalla presenza contemporanea di ipertensione e proteinuria dopo la 20a settimana di gestazione.

preeclampsia o gestosi

Colpisce il 2-8% delle future mamme (circa 1 gravidanza su 20) rappresentando una delle principali cause di nascita prematura (con conseguenti problemi di salute o decesso dei neonati) e mortalità materna e perinatale.

È una condizione tipica delle donne che affrontano la prima gravidanza, la cui causa non è del tutto nota. Alla sua insorgenza, diminuisce la quantità di sangue che attraversa la placenta. Di conseguenza il feto non riceve sufficiente ossigeno e nutrimento per svilupparsi in modo corretto. Tipicamente si aggrava nel tempo. L’unica cura è il parto.

I sintomi della preeclampsia (ipertensione e proteinuria) non si presentano necessariamente in modo precoce. Possono associarsi ad altri sintomi indicatori di danno d’organo o a iposviluppo fetale indice di placenta malfunzionante.

Sintomi della preeclapsia o gestosi

L’ipertensione (PAS > 140 mmHg e/o PAD > 90 mmHg in donne normotese prima della gravidanza) è uno dei sintomi principali ed è anche uno dei fattori che contribuiscono allo sviluppo della preeclampsia. Se non è noto il valore pressorio basale, si considera segno di ipertensione un valore di pressione arteriosa media (PAS+2PAD)/3 > 150 mmHg.

Altri sintomi, oltre alla proteinuria di circa 0,3 g/l nel campione delle 24h, che possono manifestarsi sono:

  • cefalea,
  • disturbi visivi,
  • dolore allo stomaco,
  • comparsa improvvisa di gonfiori del volto, delle mani e dei piedi,
  • oliguria cioè scarsa produzione di urina.

Il riconoscimento precoce delle donne che andranno incontro a questo disturbo è molto difficile: l’ipertensione e la proteinuria non sono sufficienti a predire la comparsa clinica della patologia e la sua evoluzione. La sintomatologia, inoltre, ne consente una facile identificazione soltanto a sindrome conclamata.

Complicazioni della preeclampsia o gestosi

Se non diagnosticata precocemente, la preeclampsia può portare gravi complicazioni sia per la mamma sia per il bambino come ad esempio:

  • distacco della placenta,
  • convulsioni alla madre (eclampsia),
  • ictus,
  • nascita prematura,
  • morte intrauterina.

Fattori di rischio della preeclampsia o gestosi

I fattori di rischio sono:

  • la nulliparità,
  • il sovrappeso,
  • la familiarità,
  • l’ipertensione cronica,
  • la gravidanza multipla,
  • il diabete di tipo 1 oppure gestazionale.

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Diagnosi e terapie dell’arteriopatia obliterante periferica per prevenire le amputazioni

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Una diagnosi precoce e una corretta terapia dell’arteriopatia obliterante periferica potrebbero evitare il 70% delle amputazioni.

È quanto emerge dal convegno sull’arteriopatia obliterante periferica (AOP) e relative diagnosi, prevenzione, trattamento farmacologico e autotest organizzato a Milano in occasione della quarta edizione delle Giornate Europee su Arteriopatia e Malattie Vascolari (15 – 19 marzo 2017) lanciate da VAS (Vascular Independent Research and Education – European Organization).

Corrette diagnosi e terapie dell’arteriopatia obliterante periferica possono prevenire le amputazioni. FeeTest può portare a un autosospetto diagnostico
Corrette diagnosi e terapie dell’arteriopatia obliterante periferica possono prevenire le amputazioni. Effettuare da soli il semplice FeeTest può portare a un autosospetto diagnostico

Durante il congresso è stato presentato anche un percorso in quattro fasi per la diagnosi e la cura dell’arteriopatia obliterante periferica e per la riduzione del numero di amputazioni evitabili.

«Quando un paziente arriva con un’ischemia critica – commenta Andrea Stella, UUOO Chirurgia Vascolare e Chirurgia toracica AOU Sant’Orsola Malpighi, Bologna e presidente SICVE – il rischio di amputazione è del 50% (quindi un paziente su due). Instaurando una corretta terapia, questa percentuale si potrebbe ridurre drasticamente fino ad arrivare al 15%. Evitare l’amputazione è l’obiettivo cui dobbiamo tendere anche perché solo il 20-30% dei pazienti con arto artificiale riesce a deambulare in maniera sufficiente».

FeeTest-autovalutazione delle arterie del piede: il primo passo

«L’Arteriopatia periferica è una patologia sottovalutata, non conosciuta e affrontata in Italia e dai diversi SSN europei solo nella fase più avanzata, quando il rischio di serie complicanze è molto alto e le possibilità di terapia molto ridotte – commenta Mariella Catalano, Università degli Studi di Milano, UO Angiologia Osp. L. Sacco di Milano, Presidente VAS e Amavas (la Onlus che in Italia diffonde conoscenza e prevenzione delle Malattie Vascolari). – Una diagnosi precoce permetterebbe di ridurre i seri rischi di questa patologia e di eliminare le amputazioni vascolari d’arto, che è stato lanciato come obiettivo delle “Giornate Europee contro l’Arteriopatia e le Malattie Vascolari”».

«Per facilitare la diagnosi, il primo semplice passo può essere il FeeTest proposto a livello europeo, coinvolgendo la popolazione nel sospetto diagnostico. Si tratta di un semplice test che permette di arrivare ad un autosospetto diagnostico di arteriopatia: un questionario e l’autopalpazione delle arterie del piede (che può essere facilmente spiegata, anche on-line). Se il risultato lascia dubbi o sembra indicativo di Arteriopatia, ci si rivolge a Medico di Medicina Generale per una conferma e, in caso positivo per l’indicazione, all’esecuzione di un ABI. La diagnosi precoce (cioè in fasi non avanzate) permette la salvaguardia della vita, dell’integrità e della qualità della vita dei pazienti, oltre che un rilevante risparmio per il SSN e la società».

Il test ABI (indice caviglia-braccio) dal medico: per la valutazione della funzionalità delle arterie

Dal medico di medicina generale è possibile effettuare anche il semplicissimo test ABI (indice caviglia-braccio). Questo test dovrebbe essere eseguito in fase precoce della malattia, anche in caso di FeeTest dubbio. Se positivo, il test ABI è indicatore di aterosclerosi negli arti inferiori. Il test ABI può inoltre servire come marcatore prognostico per eventi cardiovascolari e deterioramento funzionale, anche in assenza di sintomi dell’arteriopatia obliterante periferica.

«L’indice ABI è semplice e affidabile e bisognerebbe effettuarlo di routine nei pazienti che hanno più di 50 anni e sono affetti da diabete, sono fumatori, ipertesi, dislipidemici, o presentano familiarità per malattie cardiovascolari – commenta Antonino Mazzone, direttore Area Medica, Struttura complessa Medicina Interna, ASST Ovest Milanese (MI) e Responsabile FADOI rapporti con le istituzioni. – Negli adulti, oltre a chi ha questi fattori di rischio, andrebbe eseguito in coloro che hanno una patologia aterotrombotica di qualsiasi distretto, anche come emerge dai dati che presenterò nei pazienti che hanno un’insufficienza renale. Infatti, lo studio “questione di ABI-tudine”, condotto da FADOI Sicilia in pazienti che affluiscono ad ambulatori e reparti di Medicina Interna, ha mostrato che circa il 35% presenta un ABI<0,9 diagnostico per arteriopatia periferica. Pertanto appare necessaria un’iniziativa di questo genere per far emergere una patologia sottodiagnosticata al solo scopo di prevenire le amputazioni». 

La prevenzione

Un aspetto fondamentale è intervenire sui fattori di rischio legati allo stile di vita, sottolinea Adriana Visonà, UOC Angiologia, Marca Trevigiana (TV), Presidente SIAPAV:

«La prima cosa da fare è correggere gli eventuali fattori di rischio (dislipidemia, ipertensione, diabete) con farmaci che, associati alla terapia antiaggregante, costituiscono la miglior terapia medica. In parallelo debbono essere attuati cambiamenti cosiddetti terapeutici degli stili di vita non corretti, quindi smettere di fumare, mangiare in modo equilibrato riducendo l’assunzione di grassi, di colesterolo e di zuccheri, cercando di raggiungere un peso corporeo ragionevole. È inoltre fondamentale effettuare un’adeguata attività fisica, se possibile partecipando ad un programma riabilitativo controllato, dal momento che è stato ben documentato come l’esercizio fisico apporti un notevole contributo nella cura della AOP essendo in grado di aumentare di molto le capacità di camminare nella maggior parte delle persone».

Non sempre questi interventi sono da soli sufficienti nel miglioramento della patologia. Esistono farmaci con l’indicazione al trattamento della patologia nei suoi diversi stadi: dal cilostazolo all’iloprost.

Le tappe del progetto Italfarmaco di supporto al percorso di diagnosi e cura dell’AOP

Italfarmaco promuove un percorso di supporto alla diagnosi e cura della AOP che si compone di 4 fasi. Dopo la prima tappa rappresentata dal congresso di Milano, la seconda porterà a realizzare interviste ai medici specialisti. Sarà realizzata una task force di ISF dedicati all’informazione medico-scientifica sulla patologia vascolare.

Terza fase è creare awareness presso i medici di medicina generale attraverso flyers informativi sulla patologia e sul test ABI.

L’ultima tappa sarà sviluppare un’app che metta in contatto clinici, pazienti e caregivers lungo il percorso diagnostico e terapeutico.

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Arteriopatia obliterante periferica (AOP)

Arteriopatia obliterante periferica (AOP)

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L’Arteriopatia obliterante periferica (AOP) è una sindrome aterotrombotica dovuta all’ostruzione di un vaso arterioso a valle delle arterie renali. La conseguente ipoperfusione degli arti inferiori può determinare un’ischemia acuta o cronica e portare fino alla necrosi dei tessuti.

L’AOP è provocata da processi aterosclerotici nella maggior parte dei casi. Perciò, quanti ne sono colpiti presentano un rischio elevato di complicazioni cardiache e cerebrovascolari.

I vasi maggiorente interessati sono:

  • aorta addominale inferiore,
  • arteria iliaca,
  • arteria femorale,
  • arteria poplitea.

La riduzione del flusso di sangue nei vasi delle gambe avviene soprattutto durante l’attività fisica generando la caratteristica claudicatio intermittens.

L’AOP è un’importante causa di disabilità e colpisce dal 5 all’8% della popolazione in Italia, superando il 20% nei soggetti sopra i 70 anni.

Ha un’incidenza ancora superiore quando associata a:

  • diabete,
  • obesità,
  • ipercolesterolemia,
  • abitudine al fumo.

Le conseguenze di questa patologia poco conosciuta, ma in aumento per l’allungamento della vita, possono evolvere fino alla necessità di effettuare la rivascolarizzazione chirurgica o l’amputazione di dita o arti.

Arteriopatia obliterante periferica: sintomi

L’insufficienza arteriosa dovuta all’arteriopatia obliterante periferica può essere asintomatica, soprattutto nelle prime fasi.

Quando appaiono, i primi sintomi sono:

  • crampi ai polpacci indotti dalla deambulazione soprattutto in salita che scompaiono rallentando o fermandosi (claudicatio intermittens). Se la malattia progredisce, i crampi possono presentarsi anche a riposo, soprattutto notturno. La claudicatio è conseguenza all’occlusione dell’arteria femorale superficiale,
  • dolore ai quadranti inferiori della schiena, alle natiche e/o alle cosce in seguito a esercizio fisico e impotenza sessuale (sindrome di Leriche), conseguente all’occlusione aortoiliaca,
  • piedi freddi,
  • debolezza muscolare con difficoltà di deambulazione.

In un secondo momento possono comparire lesioni ulcerative, necrosi, cancrene.

Molti pazienti sono asintomatici anche a causa di altre patologie che possono costringerli all’immobilità o alla riduzione della deambulazione. Questo avviene, ad esempio, indipendentemente dal sintomo di dolore, per la presenza di una neuropatia periferica dovuta al diabete. Inoltre, il dolore alle gambe sotto sforzo, difficilmente è considerato patologico. Per questi motivi, l’arteriopatia obliterante periferica è una malattia spesso sotto diagnosticata.

Fattori di rischio dell’ateropatia obliterante periferica

I fattori di rischio di ateropatia obliterante periferica sono gli stessi riconosciuti per altre aree vascolari:

  • età: l’incidenza dell’AOP è inferiore all’1% in soggetti di età compresa tra i 45 e i 54 anni, 2,5% tra i 55 e i 64 anni, quasi il 9% tra i 65 e i 74 anni,
  • fumo: contribuisce fortemente anche alla progressione dell’AOP verso le manifestazioni più deleterie (claudicatio, ischemia critica, amputazione),
  • diabete: determina un processo aterosclerotico e una concomitante neuropatia sensoriale periferica che può favorire l’ulcerazione traumatica,
  • ipertensione: quasi la metà dei pazienti con AOP è iperteso. L’ipertensione associata ad AOP aumenta notevolmente il rischio di infarto del miocardio e di ictus,
  • iperlipidemia: presente in circa il 50% dei pazienti con AOP, è stata associata a un’aumentata incidenza di claudicatio. La correzione dell’iperlipidemia riduce la progressione dell’aterosclerosi e l’incidenza della claudicatio,
  • iperomocisteinemia: è fattore di rischio per la vasculopatia aterosclerotica in generale. Elevati livelli di omocisteina plasmatici sono correlati a un alto grado di progressione della claudicatio.

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Studio su un nuovo approccio terapeutico al glaucoma

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Recenti ricerche sul glaucoma, portano a considerare questa malattia una neurodegenerazione primaria delle cellule ganglionari retiniche.

Il nuovo approccio terapeutico al glaucoma dovrebbe perciò passare dall’esclusivo controllo della pressione oculare, alla neuroprotezione. In particolare, si stanno studiando terapie che agiscano sulle cellule ganglionari della retina.

Al via uno studio su un nuovo approccio terapeutico al glaucoma che affianca alla terapia ipotonizzante la neuroprotezione con coenzima Q10
Al via uno studio su un nuovo approccio terapeutico al glaucoma che affianca alla terapia ipotonizzante la neuroprotezione con coenzima Q10

È dimostrato che l’abbassamento della pressione oculare può non essere completamente efficace se non associato a trattamenti neuroprotettivi. L’eziologia multifattoriale della malattia, infatti, sta conducendo alla ricerca di nuove strategie.

Il glaucoma: una neurotticopatia

Il glaucoma è una malattia cronica caratterizzata dal progressivo danneggiamento del nervo ottico e dalla conseguente alterazione del campo visivo.

L’aumento della pressione oculare è il principale fattore di rischio. Tuttavia, questa patologia si può sviluppare in pazienti che hanno una pressione oculare normale.

«Diversi studi hanno dimostrato che la riduzione della pressione oculare nei pazienti con glaucoma è in grado di rallentare significativamente la progressione della malattia, ma non sempre riesce a fermarla – dichiara Luciano Quaranta, direttore del Centro per lo Studio del Glaucoma presso l’Università degli Studi di Brescia. – Le strategie messe in atto per ridurre la pressione oculare includono l’uso di colliri con principi attivi in grado di ridurre la produzione di umore acqueo o di aumentarne il deflusso dall’occhio, trattamenti laser o chirurgia. Ma le più recenti ricerche hanno evidenziato che non sempre la sola riduzione della pressione oculare è di per sé sufficiente nel rallentare l’evoluzione della malattia. Sulla base di queste osservazioni si tende oggi a considerare la malattia come una forma di neurodegenerazione primaria delle cellule ganglionari retiniche».

Negli ultimi anni, l’attenzione della ricerca, alla luce delle similitudini che esistono tra glaucoma e altre neurotticopatie, si è concentrata sulla funzione mitocondriale e sulle sue alterazioni. Il glaucoma porta a morte precoce le cellule ganglionari attraverso diversi meccanismi tra i quali:

  • stress ossidativo,
  • neuroinfiammazione,
  • disfunzione mitocondriale.

«Gli assoni delle cellule ganglionari retiniche sono ricchi di mitocondri necessari a produrre energia per la conduzione nervosaLa riduzione nella produzione di energia e l’aumento della produzione di radicali liberi a livello mitocondriale delle cellule ganglionari è da considerarsi un meccanismo chiave nell’eziopatogenesi del glaucoma che predispone alla morte le cellule ganglionari e i loro assoni,  fenomeno  noto come disfunzione mitocondriale» spiega Quaranta.

Il trattamento del glaucoma

La riduzione della pressione oculare rappresenta il gold standard per il trattamento del glaucoma, ma alcuni pazienti peggiorano malgrado abbiano raggiunto la loro pressione target.

Nuove ricerche stanno puntando ad altri approcci terapeutici che agiscano proprio sulla cellula ganglionare della retina, i cui assoni formano il nervo ottico.

«L’obiettivo – prosegue Quaranta – è quello di prevenire o ridurre la degenerazione del nervo ottico e di conseguenza il difetto del campo visivo. Ma soprattutto contrastare il trend epidemiologico che vede cinquemila italiani perdere la vista ogni anno. Inoltre, un ampio numero di pazienti (variabile dal 20 al 70% secondo le varie casistiche), soffre di una forma di glaucoma nel quale la pressione oculare è nell’ambito di valori di normalità. Ecco perché dobbiamo iniziare a pensare al glaucoma come ad una malattia neurodegenerativa che ha l’occhio come bersaglio».

Il coenzima Q10

Tra le varie sostanze ad azione anti-ossidante e bio-energetica, il coenzima Q10, noto anche come ubiquinone, è considerato la più promettente per il trattamento del glaucoma.

«Si tratta di una sostanza simile ad una vitamina presente in molte cellule eucariotiche soprattutto a livello mitocondriale. Alcuni studi clinici hanno dimostrato che il coenzima Q10 esercita un’attività neuroprotettiva ed è stato ampiamente studiato in varie forme di neurodegenerazione come la malattia di Parkinson, l’Alzheimer, la corea di Huntington e nella SLA» – spiega Luciano Quaranta.

Il coenzima Q10 è riconosciuto dalla comunità scientifica come un possibile approccio nel contrastare i meccanismi di danno causati dal glaucoma.

Studio sulla neuroprotezione nel glaucoma

È in fase di avvio il primo studio italiano indipendente sulla neuroprotezione nel glaucoma con coenzima Q10. Sarà coordinato da Luciano Quaranta.

Lo studio durerà tre anni e coinvolgerà 612 pazienti dei 14 centri per il trattamento del glaucoma in tutta Italia. L’obiettivo dello studio è verificare se l’aggiunta del coenzima Q10 alla terapia ipotonizzante sia in grado di rallentare la progressione del danno anatomico e funzionale indotto dal glaucoma.

«I soggetti con malattia in fase iniziale o moderata sono spesso asintomatici e sviluppano disturbi della visione negli stadi più avanzati della malattia – conclude Quaranta. – Per questo è necessario studiare strategie che possano funzionare in sinergia con i farmaci ipotonizzanti per rallentare la progressione della malattia verso le forme più gravi di disabilità visiva fino alla cecità».

L’avvio dello studio è stato annunciato nel corso di un Simposio svoltosi nell’ambito del 1° Congresso dell’Associazione Italiana Studio Glaucoma (AISG), in occasione della Settimana Mondiale del Glaucoma che si è celebrata dal 12 al 18 marzo 2017. Con il patrocinio di AISG (associazione italiana per lo studio del glaucoma).

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Roche per la Ricerca 2017 finanzia la ricerca scientifica indipendente

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Grazie al Bando Roche per la Ricerca 2017, saranno finanziati otto progetti su marcatori biomolecolari finalizzati alla personalizzazione delle terapie.

Le aree di interesse per l’edizione 2017 sono: oncologia, ematologia, neuroscienze, reumatologia e malattie polmonari.

Gli otto progetti di ricerca saranno finanziati per un ammontare di 100.000 euro ciascuno.

I vincitori di Roche per la ricerca 2016.Nel bando Roche per la ricerca 2017 limite d’età (40 anni) per il principal Investigator del progetto e valutazione indipendente affidata a GIMBE

Roche rinnova il proprio impegno a sostegno alla Ricerca scientifica indipendente dando il via alla seconda edizione di Roche per la Ricerca, un Bando finalizzato al finanziamento di 8 progetti di ricerca che favoriscano un approccio personalizzato della terapia grazie all’impiego di marcatori biomolecolari.

I progetti potranno essere promossi esclusivamente da Enti pubblici o privati italiani senza scopo di lucro e da IRCCS. Dovranno essere sottomessi direttamente dal sito www.rocheperlaricerca.it entro il 30 giugno 2017.

Una delle novità di questa seconda edizione è l’attenzione verso i giovani ricercatori, con il vincolo che il responsabile del Progetto di Ricerca (Principal Investigator) abbia un’età uguale o inferiore a 40 anni.

«Sosteniamo la ricerca scientifica nella sua forma più ambiziosa e indipendente, con l’obiettivo di incoraggiare i giovani e promuovere le idee e i progetti che plasmeranno la medicina di domani – afferma ha commentato Maurizio de Cicco, presidente e amministratore delegato di Roche S.p.A. – Le oltre 330 candidature provenienti da tutto il Paese raccolte nella prima edizione del bando, sono state per noi fonte di grande soddisfazione e ci confermano che nei nostri atenei e nei nostri centri di eccellenza la ricerca è viva, ma necessita più che mai di un sostegno che arrivi anche dal mondo privato. Per questo abbiamo deciso di rinnovare il nostro impegno a favore della ricerca indipendente in Italia, con l’auspicio che questo nuovo bando rappresenti un’occasione per i giovani ricercatori che con coraggio, passione e dedizione dedicano la loro vita al servizio del progresso scientifico».

La seconda importante novità della seconda edizione di Roche per la Ricerca riguarda la valutazione e la selezione dei Progetti. A riprova dell’importanza attribuita alle evidenze scientifiche e a conferma della totale indipendenza dell’intero processo, l’iter di selezione e valutazione verrà affidato a Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano Medicina Basata sulle Evidenze) che attraverso un’accurata metodologia e avvalendosi di revisori esperti elaborerà per ciascuna area la classifica finale dei progetti.

«Il processo di valutazione e selezione dei progetti – precisa Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – prevede un primo step per verificare i requisiti previsti dal bando, l’adeguatezza della struttura richiedente e la congruenza degli obiettivi con il finanziamento assegnato. I progetti che supereranno il triage verranno inviati a coppie di revisori che, in maniera indipendente e in cieco, assegneranno a ciascun progetto uno score a quattro dimensioni: coerenza con aree e tematiche del bando, metodologia, rilevanza in termini di potenziali benefici per i pazienti e il SSN e innovatività. Sulla base della somma dei punteggi assegnati dai revisori sarà elaborata la classifica finale, da cui verranno selezionati gli 8 vincitori».

A conferma della volontà di sostenere la ricerca indipendente, anche quest’anno Roche ha deciso di lasciare l’esclusiva titolarità di ogni invenzione o diritto generato nell’ambito del progetto di ricerca agli enti partecipanti e per assicurare l’assenza di conflitti d’interesse saranno esclusi i progetti di ricerca clinica sui medicinali Roche.

Le cinque aree individuate per il bando Roche per la Ricerca 2017

Area oncologia

Tematiche:

  • Eterogeneità biologica dei tumori con particolare attenzione ai nuovi approcci diagnostici
  • Predizione della risposta agli anticorpi anti-checkpoint immunitari
  • Studio dei fenomeni di escape o disregulation immunitari
  • Meccanismi di mantenimento delle cellule staminali cancerose.

Area ematologia

Tematiche:

  • Eterogeneità biologica dei tumori con particolare attenzione ai nuovi approcci diagnostici
  • Predizione della risposta alla terapia targeted e/o agli anticorpi anti-checkpoint immunitari
  • Studio dei fenomeni di escape o disregulation immunitari
  • Meccanismi di mantenimento delle cellule staminali cancerose
  • Disordini della coagulazione rari ed ereditari per quanto attiene aspetti diagnostici o approfondimenti preclinici con aspetti traslazionali.

Area malattie polmonari

Tematiche:

  • Identificazione del ruolo di marcatori molecolari, funzionali e clinico-radiologici come predittori di andamento clinico e di prognosi nell’ambito delle patologie polmonari restrittive ed ostruttive.

Area reumatologia

Tematiche:

  • Studi di popolazione sulle malattie reumatologiche (artrite reumatoide, arterite gigantocellulare, vasculiti) per la valutazione di biomarcatori quali fattori prognostici di risposta
  • Nuove strategie precliniche per lo sviluppo di approcci immunoterapici innovativi nelle patologie con componente immunomediata.

Area neuroscienze

Tematiche:

  • Comorbilitá e correlazioni fra fenomeni infiammatori e neurodegenerazione nelle diverse patologie neurodegenerative fra cui la Sclerosi Multipla.

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Assegnati i finanziamenti di “Roche per la Ricerca”

Infezioni da HPV e neoplasie correlate al Papillomavirus

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Le infezioni da HPV sono in grado di determinare proliferazioni cellulari nell’ospite che possono manifestarsi sotto forma di:

  • tumori benigni, come i condilomi genitali,
  • altre lesioni, come le neoplasie intraepiteliali cervicali (CIN),
  • lesioni nettamente tumorali.

Si conoscono oltre 100 ceppi di Papillomavirus, non tutti oncogeni, alcuni correlati ad alto rischio per neoplasie in diversi distretti.

Infezioni da HPV
Classifica dei 7 tipi più frequenti di HPV responsabili di diversi tumori HPV correlati

La maggioranza delle lesioni precancerose regredisce. Tuttavia le lesioni causate dai tipi HPV ad alto rischio comportano una frequenza significativa di progressione delle lesioni in carcinomi.

Le infezioni da HPV

Il 60-90% delle infezioni da HPV, incluse quelle da tipi oncogeni, si risolve entro 1-2 anni dal contagio.

L’infezione si sviluppa in modo spesso silente e nell’arco di circa 5 anni può condurre alla formazione di lesioni precancerose. Queste possono progredire fino a sviluppare il cancro della cervice o altre forme di tumore in entrambi i sessi anche a distanza di 20-40 anni.

L’89% dei carcinomi da HPV e l’82% delle lesioni precancerose di alto grado sono correlati ai 7 tipi di HPV 16/18/31/33/45/52/58. Di questi, il tipo 16 e il tipo 18 sono ad alto rischio oncogeno. Il 6 e l’11 sono all’origine delle lesioni precancerose (Dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità).

I tipi oncogeni di HPV, oltre ad essere responsabili della totalità dei tumori della cervice uterina, sono la causa di:

  • 90% dei tumori dell’ano,
  • 70% dei tumori della vagina,
  • 50% dei tumori del pene
  • 40% dei tumori della vulva
  • 26% dei tumori dell’orofaringe (inclusi i tumori delle tonsille e della base della lingua).

Per i tumori causati da HPV, a esclusione del cancro della cervice uterina, non si dispone di test per la diagnosi precoce. Pertanto questi tumori comportano una mortalità molto elevata in entrambi i sessi.

Diffusione delle infezioni da HPV

I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) confermano che fino all’80% delle donne sessualmente attive e il 50% degli uomini abbia avuto un’infezione da virus HPV nel corso della vita.

A livello mondiale, la prevalenza delle infezioni da HPV in donne asintomatiche può variare dal 2 al 44%.

In Italia, si stima che ogni anno l’HPV sia responsabile di circa:

  • 6.500 nuovi casi di tumori HPV correlati in entrambi i sessi,
  • 12.000 lesioni anogenitali di alto grado nelle donne,
  • 80.000 casi di condilomi genitali nei maschi e 130.000 nelle femmine.

Cofattori per l’insorgenza del tumore al collo dell’utero

L’infezione da HPV rappresenta la causa necessaria perché si sviluppi il cancro del collo dell’utero. Questo è il primo tumore riconosciuto dall’OMS come totalmente riconducibile a un’infezione. Conta circa 500.000 nuovi casi all’anno e 250.000 decessi. Nell’UE, è il secondo tumore più frequente tra donne d’età tra 15 e 44 anni, dopo quello della mammella.

Tra i fattori che favoriscono la persistenza dell’infezione e l’insorgenza del tumore al collo dell’utero, è possibile indicare:

  • Cofattori ambientali ed esogeni: fumo di tabacco, contraccettivi ormonali, coinfezione con altri agenti infettivi sessualmente trasmessi
  • Cofattori virali: tipo di HPV e coinfezioni con altri tipi di HPV, varianti di HPV, grandezza e ripetizione dell’inoculum e integrazione virale
  • Cofattori dell’ospite: numero di gravidanze (rischio relativo fra 1,08 e 1,12 per ogni gravidanza), alti livelli di ormoni endogeni, fattori genetici, risposta immune individuale e numero di partner sessuali.

Modalità di trasmissione del Papillomavirus

Giovanni Scambia, presidente SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) spiega:

« L’HPV si trasmette durante rapporti intimi, anche con il contatto tra pelle e pelle (non è necessaria la penetrazione e il preservativo può non proteggere del tutto, anche se riduce notevolmente il rischio di trasmissione). Il virus non sopravvive al di fuori delle cellule; questo spiega perché la possibilità di trasmissione non sessuale sia estremamente rara sia per autoinoculazion, sia attraverso oggetti, strumenti o indumenti intimi. Inoltre è molto importante la risposta del sistema immunitario dell’ospite, come in ogni infezione virale, e per questo situazioni di immunodepressione (es. malattie come l’AIDS/HIV, terapie cortisoniche croniche per patologie autoimmuni, terapie per trapianti d’organo) costituiscono categorie a maggior rischio. Infine l’abitudine al fumo e il lungo uso continuativo di estroprogestinici possono rallentare l’eliminazione virale favorendone la persistenza nel tempo».

«Sebbene la persistenza virale sembra essere la causa prevalente di infezione da HPV nella donna adulta, si ipotizza che nuove infezioni potrebbero verificarsi, ed è impossibile discriminare se una nuova infezione rappresenti una nuova acquisizione o una riattivazione di una infezione latente. Infine – continua Giovanni Scambia – alla modalità di trasmissione sessuale, si aggiunge la possibilità, molto più rara, di trasmissione verticale dalla madre al feto nel corso della gravidanza e/o in fase perinatale. Quest’ultima si associa allo sviluppo di neoformazioni benigne recidivanti, principalmente a carico della laringe e delle corde vocali, note come papillomatosi respiratoria giovanile.

Conseguenze dei tumori da Papillomavirus nelle donne

Le conseguenze della chirurgia radicale nel tumore della cervice sono:

  • perdita della fertilità in seguito ad isterectomia,
  • linfedema degli arti inferiori,
  • linfocisti dopo linfoadenectomie,
  • menopausa chirurgica precoce in caso di annessiectomie (asportazione delle ovaie) nei tumori in fase avanzata.

Le possibili complicanze a lungo termine della chirurgia comprendono:

  • disfunzioni urinarie (16-80%),
  • disfunzioni sessuali, ad esempio dispareunia (8-54%),
  • disfunzioni ano-rettali (0-3.4%).

Spesso le complicanze sono peggiorate dai trattamenti radioterapici frequentemente associati nel trattamento del tumore della cervice.

Purtroppo, la recidiva di malattia ha poi un forte impatto sulla qualità di vita di queste pazienti per:

  • dolore pelvico per infiltrazione dei plessi nervosi;
  • insufficienza renale con necessità di nefrostomie o a volte di dialisi;
  • fistole retto-vaginali e vescico-vaginali con necessità di stomie;
  • metrorragia severa con necessità di trasfusioni fino alla radioterapia emostatica;
  • terapia di palliazione nella fase terminale.

I carcinomi vulvare e vaginale, molto più rari ma spesso devastanti nelle loro manifestazioni cliniche, frequentemente richiedono interventi demolitivi con tecniche di chirurgia plastica ricostruttiva.

Contrariamente al cancro del collo dell’utero, per questi cancri HPV-correlati (oltre a quelli di ano e testa-collo) non esistono, ad oggi, programmi di screening organizzato per la diagnosi precoce. I tumori in sede extra-cervicale sono, per questo, spesso diagnosticati in una fase avanzata e associati a un’elevata morbilità e mortalità, con tassi di sopravvivenza a 5 anni bassi, rispetto a quelli del tumore della cervice.

La ricerca di fattori prognostici favorevoli in grado di identificare pazienti da poter sottoporre a terapie conservative, es. ampie conizzazioni per mantenere la capacità procreativa (fertility sparing), o radicali meno demolitive (nerve sparing), nel tentativo di limitare il danno sulle strutture nervose della pelvi, diventa sempre più pressante anche considerando l’aumento della frequenza di donne con neoplasia cervicale iniziale che non hanno ancora completato il loro percorso riproduttivo.

Conseguenze dei tumori da Papillomavirus negli uomini

«Le neoplasie HPV-correlate nell’uomo riguardano principalmente l’apparato genitale e il distretto orofaringeo. L’80-95% delle neoplasie anali, almeno il 50% delle neoplasie del pene e il 45-90% delle neoplasie della testa e del collo sono correlate ad HPV. I tumori dell’orofaringe sono 4 volte più frequenti nel maschio rispetto alle femmine e sono principalmente causati, in almeno il 60% dei casi, da HPV 16. Gli studi più recenti hanno evidenziato come il Papillomavirus sia potenzialmente in grado di ridurre la fertilità, riducendo la motilità degli spermatozoi, e di interferire anche con lo sviluppo dell’embrione, aumentando il rischio di aborti. È stato inoltre osservato come l’infezione maschile da HPV sia un fattore di rischio per l’insuccesso della fecondazione assistita» – spiga Andrea Lenzi, presidente SIE (Società Italiana di Endocrinologia).

Possibilità di guarigione dei pazienti con lesioni precancerose e tumori anogenitali

In presenza di lesioni precancerose o di carcinomi in situ (non invasivi), questi possono essere asportati e si ottiene la guarigione del paziente anche se c’è un rischio di recidiva.

Anche nel caso di un carcinoma invasivo, se localizzato e poco esteso, è possibile la guarigione con chemioterapia o radioterapia.

Se la malattia è avanzata con metastasi a distanza, purtroppo il paziente non è più guaribile. La cura è rappresentata dalla chemioterapia. L’introduzione di farmaci biologici ha migliorato significativamente la sopravvivenza dei pazienti.

«L’infezione da HPV può permanere nel tempo, le lesioni locali prodotte possono essere eliminate – sottolinea Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) – ma esiste un rischio di recidiva che richiede controlli periodici e talora ritrattamenti, e quindi spesso si instaura una situazione di forte stress che pesa sulla quotidianità. Le lesioni, se non trattate, possono evolvere in cancro, e i casi che sfuggono al controllo loco-regionale metastatizzano. Ancora oggi, purtroppo, vediamo donne giovani che non si sottopongono ai programmi di screening per i tumori della cervice uterina, e che sviluppano un tumore metastatizzato. Tutto questo potrà essere eliminato con la prevenzione e con il programma di vaccinazione».

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