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Studio sull’effetto di nintedanib sui biomarcatori dell’IPF

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Al via il primo studio sull’effetto di nintedanib sui biomarcatori dell’IPF (fibrosi polmonare idiopatica).

L’obiettivo è capire se attraverso il loro monitoraggio sia possibile prevedere l’evoluzione clinica della IPF nei singoli pazienti. Questo consentirebbe una migliore gestione complessiva dei pazienti stessi.

È iniziato l'arruolamento dei pazienti per il nuovo studio sull'effetto di nintedanib sui biomarcatori dell'IPF
È iniziato l’arruolamento dei pazienti per il nuovo studio sull’effetto di nintedanib sui biomarcatori dell’IPF fibrosi polmonare idiopatica

Boehringer Ingelheim annuncia che è stato arruolato il primo paziente nello studio INMARK™. Questo studio è disegnato per valutare l’effetto di nintedanib sulle variazioni dei biomarcatori del processo fibrotico polmonare. Si tratta di specifici biomarcatori sierici che indicano fibrosi (formazione di tessuto cicatriziale) polmonare in pazienti con IPF.

INMARK valuterà se cambiamenti dei valori di questi biomarcatori nel tempo possano predire precocemente l’evoluzione clinica della IPF.

I biomarcatori sono indicatori misurabili della presenza o della gravità di una malattia. Vengono impiegati per monitorarne o prevederne l’evoluzione, in modo da consentire di adottare le terapie più appropriate.

INMARK, lo studio sull’effetto di nintedanib sui biomarcatori dell’IPF

INMARK valuterà l’effetto di nintedanib rispetto a placebo su variazioni di diversi biomarcatori di turnover della matrice extracellulare (MEC) in pazienti con IPF.

Due terzi dei pazienti arruolati nello studio riceveranno placebo per le prime 12 settimane dello studio. Un terzo dei pazienti verrà trattato con nintedanib (150 mg due volte/die). Al termine delle prime 12 settimane tutti i pazienti dello studio continueranno con nintedanib per altre 40. Questo consentirà di trattare attivamente, con il farmaco, i pazienti che prima avevano ricevuto placebo.

Lo studio punta ad arruolare 350 pazienti in Australia, Asia, Europa e Nord America.

«L’avvio di questo nuovo studio segna una tappa miliare. Lo studio è di grande rilevanza scientifica in quanto ci farà conoscere meglio la IPF e il valore del trattamento con nintedanib in pazienti con funzionalità polmonare preservata. Aspetto importante è che per la prima volta si valuta l’effetto di una terapia antifibrotica sulle variazioni di biomarcatori specifici nella IPF – ha commentato Toby Maher, specialista di Medicina Respiratoria presso il Royal Brompton Hospital di Londra, Regno Unito, e principale sperimentatore dello studio – Poter individuare biomarcatori predittivi dell’evoluzione della malattia nei singoli pazienti consentirà ai medici di avviare precocemente la terapia adeguata per rallentare la progressione della malattia, una delle sfide più urgenti per un trattamento efficace nei pazienti con IPF».

I biomarcatori utilizzati nello studio

La matrice extracellulare MEC è il reticolo di proteine e carboidrati che circondano le cellule presenti nei tessuti. Fornisce sostegno strutturale alle cellule e sostiene lo sviluppo, la crescita e la divisione delle cellule. Il turnover, ovvero il processo di ricambio della MEC, fa parte del fisiologico processo di rinnovo dei tessuti. Quando è incontrollato o eccessivo, è uno dei principali attivatori dei cambiamenti strutturali a livello polmonare nella IPF e comporta progressiva formazione di tessuto cicatriziale e perdita di funzionalità polmonare.

La valutazione del turnover della matrice extracellulare potrebbe essere usato come biomarcatore di attività e progressione della fibrosi polmonare idiopatica.

Nello studio sono stati scelti biomarcatori che hanno già dimostrato il loro valore predittivo nella progressione della IPF.

Terapie per la Fibrosi Polmonare Idiopatica

I progressi nella gestione della IPF sono stati possibili grazie alla disponibilità di specifici farmaci antifibrotici come nintedanib. Questo farmaco in tre studi ha dimostrato di rallentare la progressione della malattia di circa il 50%.

Nonostante questi progressi, c’è ancora incertezza fra i medici su quando avviare la terapia nei singoli pazienti. Ciò si deve all’imprevedibilità e alle differenze fra un paziente e l’altro nella progressione della IPF, alla carenza di biomarcatori che indichino come evolve la malattia nello specifico paziente e che identifichino chi potrebbe rispondere meglio alla terapia.

«In una malattia che manifesta variabilità nella sua evoluzione, l’individuazione di biomarcatori, che possano consentire ai medici di individuare e monitorare la progressione della malattia a livello individuale e sfruttare al meglio i trattamenti nei singoli pazienti con IPF, è di fondamentale importanza. Auspichiamo che l’individuazione di questi biomarcatori, soprattutto in fase precoce della malattia, possa migliorare la cura e la gestione complessiva del paziente.» – ha dichiarato William Mezzanotte, responsabile dell’Area Terapeutica di Medicina Respiratoria di Boehringer Ingelheim.

Nintedanib

Nintedanib, inibitore di tirosin-chinasi a piccola molecola sviluppato dai ricercatori di Boehringer Ingelheim, è indicato per l’impiego negli adulti come terapia della fibrosi polmonare idiopatica.

Nel 2015 nintedanib è stato inserito nelle linee guida internazionali aggiornate sul trattamento della fibrosi polmonare idiopatica.

Nintedanib rallenta la progressione della malattia, riducendo di circa il 50% il deterioramento della funzionalità polmonare in una vasta popolazione di pazienti affetti da IPF, tra cui:

  • soggetti con malattia in fase precoce (minima compromissione della funzionalità polmonare, FVC > 90% del predetto),
  • fibrosi con limitate evidenze radiologiche (assenza di ispessimento interstiziale a nido d’ape o honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e
  • pazienti con enfisema.

Gli effetti collaterali di nintedanib possono essere efficacemente gestiti nella maggior parte dei pazienti. L’effetto collaterale più frequentemente riferito è la diarrea.

Nintedanib ha come target i recettori del fattore di crescita che hanno dimostrato di essere coinvolti nella patogenesi della fibrosi polmonare, soprattutto inibendo il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) e il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR).

Si ritiene che nintedanib, bloccando queste vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, rallenti il declino della funzionalità polmonare e la progressione della fibrosi polmonare idiopatica.

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Velpatasvir e sofosbuvir per l’epatite C

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La CE autorizza l’immissione in commercio dell’associazione velpatasvir e sofosbuvir (Epclusa®). Questo regime terapeutico orale a dosaggio fisso è adatto a trattare tutti e 6 i genotipi dell’HCV.

Il regime terapeutico orale a dosaggio fisso velpatasvir e sofosbuvir è pangenotipico. Consentirà di trattare i pazienti senza la valutazione del genotipo pre-trattamento
Il regime terapeutico orale a dosaggio fisso velpatasvir e sofosbuvir è pangenotipico. Consentirà di trattare i pazienti senza la valutazione del genotipo pre-trattamento

Gilead Sciences annuncia che la Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per Epclusa (Sofosbuvir 400 mg /Velpatasvir 100 mg), regime a dosaggio fisso in grado di garantire tassi elevati di SVR (risposta virologica sostenuta) dopo un trattamento di sole 12 settimane in pazienti con tutti i genotipi di HCV.

La combinazione di sofosbuvir e velpatasvir (SOF/VEL) per 12 settimane è stata autorizzata per i pazienti:

  • senza cirrosi
  • con cirrosi compensata (Child-Pugh A)
  • in combinazione con ribavirina (RBV) per i pazienti con cirrosi scompensata (Child-Pugh B o C)
  • con genotipo 2 e 3, senza l’ausilio di ribavirina
  • con genotipo 3 e cirrosi scompensata, con l’ausilio di ribavirina.

Procedura di revisione accelerata per velpatasvir e sofosbuvir

L’autorizzazione all’immissione in commercio rilasciata fa seguito a una procedura di revisione accelerata da parte dell’Agenzia Europea per i Medicinali.

La procedura accelerata viene concessa a nuovi farmaci che rivestono un interesse importante per la salute pubblica.

Questa procedura consente la commercializzazione di SOF/VEL in tutti i 28 Paesi dell’Unione europea (UE).

L’associazione velpatasvir e sofosbuvir

«Il regime a base di velpatasvir e sofosbuvir sarà sicuramente la svolta per trattare il genotipo 3: essendo un regime pangenotipico consentirà infatti di trattare i pazienti immediatamente dopo il primo inquadramento. Questo perché non sarà più necessario andare nel dettaglio della valutazione del genotipo pre-trattamento. Stiamo parlando di un regime che raggiunge percentuali di successo del 99% nei genotipi 1 e 4 e del 95% nei genotipi 3; il successo nel genotipo 2 è praticamente universale – afferma Alessandra Mangia, Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – Fino ad oggi tutti gli altri regimi in commercio erano attivi solo su alcuni dei genotipi».

«Il peso dell’epatite C in Europa è consistente e in rapida crescita: ad oggi si contano circa 15 milioni di persone con infezione cronica – afferma John Milligan, Chief Executive Officer di Gilead – L’approvazione europea del SOF/VEL riflette il nostro impegno al fine di curare tutti i pazienti affetti da questa patologia. Speriamo di collaborare presto con medici e istituzioni per rendere disponibile il trattamento il prima possibile».

SOF/VEL è il terzo medicinale a base di sofosbuvir di Gilead ad ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea per il trattamento dell’infezione cronica da HCV.

Epclusa è stato approvato dalla statunitense Food and Drug Administration il 28 giugno 2016 per il trattamento di pazienti adulti affetti da epatite C cronica nei genotipi 1-6.

Gli studi a sostegno dell’autorizzazione di velpatasvir e sofosbuvir

L’autorizzazione all’immissione in commercio è sostenuta principalmente dai dati provenienti da quattro studi di Fase III, ASTRAL-1, ASTRAL-2, ASTRAL-3 e ASTRAL-4.

Negli studi ASTRAL-1, ASTRAL-2 e ASTRAL-3, 1.035 pazienti con infezione da genotipi 1-6 di HCV, senza cirrosi o con cirrosi compensata (Child-Pugh A) hanno ricevuto 12 settimane di SOF/VEL.
Lo studio ASTRAL- 4 ha randomizzato 267 pazienti con genotipi 1-6 di virus dell’epatite C, con cirrosi scompensata (Child-Pugh B), a ricevere 12 settimane di SOF/VEL con o senza ribavirina (RBV), o 24 settimane di SOF/VEL.

L’endpoint primario di ogni studio era rappresentato dalla risposta virologica sostenuta a 12 settimane dopo il completamento della terapia (SVR12).

Dei 1.035 pazienti trattati con SOF/VEL per 12 settimane negli studi ASTRAL-1, ASTRAL-2 e ASTRAL-3, 1.015 (98%) hanno raggiunto SVR12.

Nello studio ASTRAL-4, i pazienti con cirrosi scompensata che hanno ricevuto SOF/VEL con RBV per 12 settimane hanno raggiunto un alto tasso di SVR12 (94%) rispetto a coloro che hanno ricevuto SOF/VEL per 12 settimane o 24 settimane senza RBV (83% e 86% rispettivamente).

Gli eventi avversi più comuni nei quattro studi ASTRAL sono stati:

  • cefalea
  • stanchezza
  • nausea

ed erano paragonabili per incidenza al gruppo placebo incluso nello studio ASTRAL-1.

Sofosbuvir

Sofosbuvir ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione europea il 16 Gennaio 2014 con il nome commerciale Sovaldi®.

Regimi terapeutici basati su sofosbuvir sono raccomandati dalle linee guida EASL e WHO per vari stadi della malattia.

La combinazione a dose fissa di sofosbuvir (400 mg) e ledipasvir (90 mg) (Harvoni®) ha ricevuto l’AIC nell’UE il 18 novembre 2014.

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Alopecia, terapia con i fattori di crescita da staminali del tessuto adiposo

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Per il trattamento dell’alopecia sono pronti gli utilizzi clinici a partire dai fattori di crescita rilasciati dalle staminali del tessuto adiposo dei pazienti.

calvizie alopecia
Per il trattamento dell’alopecia, la ricerca ha evidenziato la possibilità di interrompere lo stato di quiescenza delle cellule staminali del bulbo pilifero grazie a cellule staminali mesenchimali del tessuto adiposo dello stesso paziente. Queste, iniettate nel derma, rilasciano fattori di crescita e citochine che riattivano le cellule dormienti del bulbo e, quindi, la generazione di nuovi capelli

Il ruolo delle cellule staminali in una possibile terapia contro l’alopecia è stato individuato grazie alla ricerca eseguita al Mammalian Cell Biology and Development Laboratory della Rockefeller University, e pubblicata su PNAS.

In questa ricerca, è stato identificato lo stato di quiescenza delle cellule staminali presenti nel bulbo pilifero che, a differenza di quelle presenti in organi come la pelle o l’intestino che sono perennemente attive, determina una fase stallo nel processo rigenerativo del capello.

Si è costatato, inoltre, che lo stato dormiente delle cellule staminali presenti nel bulbo può essere interrotto, e quindi può essere attivata un’azione di ricrescita del capello, mediante l’impiego di cellule staminali mesenchimali prelevate, ad esempio, dal grasso.

L’azione che le cellule staminali mesenchimali compiono, una volta iniettate nello scalpo, è definita paracrina. L’azione paracrina è costituita dall’emissione di un segnale chimico di attivazione che viene inviato dalle nuove cellule staminali mesenchimali iniettate nel derma a quelle già residenti e dormienti. Il segnale chimico che induce l’attivazione le cellule dormienti si ottiene grazie alla secrezione di fattori di crescita e citochine rilasciati all’interno dei tessuti una volta che le cellule staminali mesenchimali sono state somministrate nelle zone calve.

Le staminali che rigenerano i capelli risiedono fisiologicamente nell’area di Bulge, una zona anatomica che si trova di sotto il muscolo erettore del pelo. Le cellule staminali, al termine di ogni ciclo, nella fase Catagen, sotto lo stimolo di particolari segnali biochimici, migrano dall’area di Bulge verso la papilla dermica per dare luogo a un nuovo capello.

Anche se viene distrutta una papilla, ma si lascia integra l’area di Bulge, le staminali in essa contenute sono in grado di differenziarsi. Se, invece, è distrutta la nicchia di staminali, quel follicolo non produrrà più capelli.

Le cellule staminali mesenchimali prelevate dal tessuto adiposo (ADSCs) sono le più adatte a svolgere l’azione di “risveglio” di quelle già presenti nell’area di Bulge in quanto, oltre ad avere le adeguate caratteristiche funzionali, si ottengono facilmente da un piccolo prelievo di grasso di soli 10-20 cc.

La procedura prevede che le cellule staminali del grasso vengano riutilizzate sulla stessa persona da cui sono state prelevate dopo estrazione, coltura ed eventuale crioconservazione.

Queste cellule, una volta iniettate nello scalpo, diventano un’inesauribile sorgente di fattori di crescita e citochine. Queste vengono continuamente rilasciate nell’ambiente circostante andando a stimolare ed attivare le capacità rigenerative delle staminali già presenti nell’area di Bulge.

In passato, è stato tentato invano di riprodurre la funzione delle staminali usando i fattori di crescita ricavati dalle piastrine del paziente dopo un processo di centrifugazione del sangue periferico, ma si trattava di un prodotto biologicamente diverso dalle staminali e dotato di una vita che si esauriva nel momento stesso in cui il prodotto veniva utilizzato.

I risultati dello studio realizzato dalla Rockefeller University, inoltre, confermano quelli in precedenza pubblicati sulla rivista Eplasty da Fukuoka e Suga che hanno trattato l’alopecia androgenetica isolando e iniettando settimanalmente nello scalpo i soli fattori di crescita secreti durante la coltura dalle cellule staminali del tessuto adiposo, ottenendo risultati particolarmente significativi (un aumento in media di 29 nuovi capelli nei maschi e 15,6 nelle donne, nella zona misurata prima del trattamento).

L’uso diretto delle cellule staminali, anziché dei soli fattori di crescita, evita l’iniezione settimanale e gestisce la somministrazione fisiologica degli stessi per tempi prolungati generando risultati più importanti e duraturi.

Le cellule staminali del grasso, unite ad un medium condizionato portato a destinazione, rilasciano numerosi fattori di crescita (GF vascolare-endoteliale, GF piastrinico, IGF 1 ecc.). Per essere utilizzate, devono essere isolate e coltivate in una Cell Factory dotata di standard di qualità molto alti che ne garantisca la  sicurezza del successivo impianto. Le cellule umane non sono infatti sterilizzabili, e questo rende necessarie procedure e ambienti che garantiscono la sterilità dal prelievo del grasso fino all’impianto delle cellule estratte ed espanse.

In Italia è possibile effettuare il trattemnto presso Bioscience Institute, dotata di Cell Factory in grado di rendere utilizzabili le cellule del grasso per il trattamento dell’alopecia.

Intelligenza Artificiale per la supply chain del settore sanitario

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UPMC fonda una Supply Chain Company indipendente, di nome Pensiamo, con l’obiettivo di applicare nuovi insight basati sui dati a uno degli aspetti più critici nella gestione di un sistema di assistenza sanitaria.

UPMC, con la collaborazione di IBM, fonda la Supply Chain Company Pensiamo, per fornire alle strutture sanitarie servizi di supply chain supportati dall’Intelligenza Artificiale e dal Machine Learning
UPMC, con la collaborazione di IBM, fonda la Supply Chain Company Pensiamo, per fornire alle strutture sanitarie servizi di supply chain supportati dall’Intelligenza Artificiale e dal Machine Learning

Pensiamo si propone di aiutare gli ospedali a migliorare le prestazioni della supply chain attraverso un’offerta completa source-to-pay, che include cognitive analytics e tecnologie IBM Watson Health.

Per i fornitori di assistenza sanitaria, i costi della supply chain sono la seconda più importante voce di spesa, in rapida crescita, subito dopo il costo del lavoro. L’Istituto di Medicina stima che quasi un terzo della spesa sanitaria sia relativa alla gestione dei rifiuti.

Nell’ambiente dinamico di oggi, i fornitori devono affrontare la crescente necessità di migliorare l’efficacia nella cura del paziente, tenendo sotto controllo i costi. Sempre più, i fornitori hanno bisogno di comprendere i loro costi a livello di singolo paziente per avere successo in un sistema basato sulle prestazioni.

«In un momento in cui i pazienti chiedono maggiore qualità e valore, gli approcci tradizionali ai servizi di supply chain nel settore della sanità non sono più sufficienti – ha detto James Szilagy, che sta passando dal suo attuale ruolo di Chief Supply Chain Officer di UPMC a quello di amministratore delegato di Pensiamo. – La nuova società combinerà il meglio dell’esperienza in supply chain per il mondo della sanità di UPMC con l’esperienza di IBM nel settore dei servizi di supply chain non medicali, così come le capacità di IBM Watson che sarà arricchito delle competenze di dominio di UPMC. L’obiettivo è quello di offrire ai fornitori un approccio di gestione della supply chain su misura per le specializzazioni di ciascuna Istituzione, gruppo di pazienti o di altre esigenze specifiche, e che imparerà e risponderà nel tempo alle mutevoli esigenze del business».

UPMC deterrà la maggioranza della nuova società, che avrà sede a Pittsburgh, e ne sarà il primo cliente con un contratto a lungo termine. IBM è azionista di minoranza di Pensiamo.

UPMCfornitore di supply chain e sistema di erogazione di assistenza sanitaria integrata e di finanziamento negli USA, si colloca regolarmente nella lista annuale di Gartner tra le principali 25 organizzazioni della filiera, in base alla leadership dimostrata nel miglioramento dei risultati per i pazienti e nella capacità di ridurre i costi.

«IBM porta la sua notevole esperienza nel fornire servizi di approvvigionamento e nell’applicazione della tecnologia Watson all’assistenza clinica e alla ricerca. Grazie a questa partnership, Pensiamo offrirà una nuova categoria di servizi cognitivi per la supply chain. Questo è il passo avanti che l’industria stava aspettando: estrarre nuovi insight dai volumi di dati strutturati e non strutturati esistenti relativi ai trattamenti e ai prodotti medicali e guidare verso decisioni migliori lungo tutto il processo di acquisto», ha detto Jesus Mantas, General Manager Business Consulting, IBM Global Business Services.

Per se stessa e per i suoi clienti, IBM gestisce regolarmente l’approvvigionamento con fornitori chiave in settori quali quello dei trasporti, della tecnologia, dell’edilizia, delle telecomunicazioni, dei servizi e della manodopera temporanea.

UPMC e IBM hanno una lunga storia di collaborazione volta al miglioramento dell’efficienza della supply chain nell’ambito dell’assistenza sanitaria, ad esempio nella riduzione drastica dei costi e nel miglioramento delle prestazioni dell’infrastruttura dati di UPMC. Allo stesso tempo, UPMC ha sviluppato una serie di iniziative della supply chain che servono anche i suoi clienti, comprese le soluzioni Prodigo, Health Care Pharmacy Central e BioTronics, tutte parte della strategia d’innovazione per il commercio nel sistema sanitario.

Cladribina per la sclerosi multipla, EMA accetta la domanda di MAA

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Merck ha annunciato che l’EMA (European Medicines Agency) ha accettato la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (Marketing Authorization Application – MAA) per cladribina compresse, prodotto sperimentale per il trattamento della Sclerosi Multipla (SM) recidivante-remittente.

Accettata dall’EMA la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio di cladribina per la sclerosi multipla. Il farmaco ha dimostrato di ridurre significativamente il tasso di ricadute, il rischio di progressione della disabilità e lo sviluppo di nuove lesioni

«La presentazione della nostra domanda di autorizzazione all’immissione in commercio dimostra che Merck prosegue con il suo impegno nel combattere una patologia invalidante come la SM – ha dichiarato Luciano Rossetti, Head of Global R&D per il business Biopharma di Merck. – Nonostante siano disponibili numerose terapie per la SM recidivante-remittente, persiste un importante bisogno medico non ancora soddisfatto, riguardo a efficacia, dosaggio, durata e sicurezza. Riteniamo che cladribina compresse, se approvata, avrebbe un regime di dosaggio unico nel suo genere, rappresentando così un’importante opzione terapeutica per i pazienti con SM recidivante-remittente».

La domanda di autorizzazione all’immissione in commercio include dati di tre studi di fase III (CLARITY, estensione dello studio CLARITY e studio ORACLE-MS) e dello studio di fase II ONWARD. In questi studi, cladribina compresse ha dimostrato di ridurre significativamente il tasso di ricadute, il rischio di progressione della disabilità e lo sviluppo di nuove lesioni, come evidenziato dalle immagini di risonanza magnetica rispetto al placebo in pazienti con SM recidivante-remittente.

Oltre ai dati relativi al follow-up a lungo termine raccolti prospetticamente nel registro PREMIERE, la nuova domanda di autorizzazione all’immissione in commercio comprende anche il follow-up di più di 10.000 pazienti-anno, con un periodo di osservazione in alcuni pazienti di oltre 8 anni di terapia.

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Preservare la fertilità dei pazienti oncologici

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Sono state presentate le Raccomandazioni sull’Oncofertilità firmate da oncologi, endocrinologi e ginecologi di AIOM, SIE e SIGO e la richiesta di costituzione di una Rete nazionale dei centri di oncofertilità per garantire l’accesso alle tecniche migliori finalizzate a preservare la fertilità.

fertilità
Con l’obiettivo di preservare la fertilità dei pazienti oncologici nascono le Raccomandazioni sull’Oncofertilità

In Italia il cancro colpisce almeno 30 cittadini under 40 al giorno, pari a circa il 3% del numero totale delle nuove diagnosi.

I più comuni tipi di cancro nei giovani sono rappresentati nell’uomo dal tumore del testicolo, del colon-retto, della tiroide, dal melanoma e dal linfoma non Hodgkin, mentre nella donna dal carcinoma mammario, della tiroide, della cervice uterina, del colon-retto e dal melanoma.

Meno del 10% delle donne con diagnosi di tumore accede a una delle tecniche di preservazione della fertilità. Il numero è soltanto leggermente superiore fra gli uomini.

Negli ultimi anni la possibile comparsa di sterilità o infertilità secondaria ai trattamenti antitumorali e l’impatto psicologico sui pazienti hanno acquisito importanza crescente soprattutto alla luce di due fattori molti importanti:

  • lo spostamento in avanti dell’età della prima gravidanza, che comporta il fatto che molti pazienti non siano ancora genitori al momento della diagnosi
  • il miglioramento della prognosi nei pazienti oncologici di età pediatrica e giovanile che ha determinato la costituzione di una vasta popolazione di giovani “ survivors” oncologici, ancora in età per programmare una paternità o maternità.

Nel nostro Paese vi sono 319 Oncologie e 178 i centri di Procreazione Medicalmente Assistita che applicano la fecondazione in vitro e la crioconservazione dei gameti. La comunicazione tra queste strutture è auspicata nelle Raccomandazioni sull’Oncofertilità. Qui è contenuta, infatti, la richiesta di costituzione della Rete nazionale dei centri di oncofertilità con l’obiettivo di consentire ai pazienti di rivolgersi a strutture pubbliche specializzate e organizzate che facciano fronte a tutte le loro esigenze.

Si richiede l’istituzione di una struttura di riferimento in ciascuna Regione e l’esecuzione della consulenza specialistica entro 48 ore dalla diagnosi.

Le Raccomandazioni sono firmate dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE) e dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetrica (SIGO).

«Il desiderio di diventare genitori dopo la malattia è stato per troppo tempo sottovalutato – spiega Paolo Scollo, presidente SIGO -. Questo documento, indirizzato alle Istituzioni, riassume i principi chiave da seguire per un cambiamento sostanziale. In ogni Regione dovrebbe essere istituito almeno un Centro di riferimento in cui operino team multidisciplinari composti da ginecologi, senologi, andrologi, biologi e psicologi collegati in rete con i centri oncologici ed ematologici che abbiano esperienza nella gestione di pazienti in età fertile. Bastano poche strutture specializzate distribuite su tutto il territorio nazionale cui devono fare riferimento altri centri connessi, in modo da realizzare un sistema efficiente ed efficace, senza spreco di risorse e con un’immediata attivazione e potenziamento delle strutture riconosciute idonee e già operanti in Italia. In questo modo potranno essere applicati i più aggiornati e validati strumenti diagnostici, terapeutici, laboratoristici e chirurgici così da garantire ai malati un percorso di cura appropriato e uniforme in tutta Italia».

«Per i cittadini – afferma Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM – la Rete costituirà un grande vantaggio perché, dal momento in cui al paziente viene diagnosticata una neoplasia, l’oncologo sarà in grado di metterlo direttamente in contatto con il centro pubblico di riferimento per procedere, dopo adeguato counselling, alla crioconservazione dei gameti prima dell’inizio delle terapie, bypassando tutte le liste di attesa. La consulenza specialistica dovrà infatti avvenire entro 24-48 ore. Diversamente da quanto accade nell’uomo, nella donna l’utilizzo di alcune di queste tecniche è associato a un ritardo nell’inizio dei trattamenti antineoplastici: da qui l’importanza di avviare quanto prima le pazienti agli esperti in questo campo. Questo sicuramente è un ambito che necessita di un’implementazione della sanità pubblica».

«Chiediamo al Ministro della Salute – continua Andrea Lenzi, presidente SIE – di attivare un confronto con le società scientifiche per programmare il numero, le dimensioni, la distribuzione territoriale e i volumi minimi di attività per la definizione di un Centro. Uno dei nostri obiettivi è anche migliorare fra i clinici la cultura della preservazione della fertilità dopo il cancro».

Nelle giovani sottoposte a trattamenti antitumorali, sono due le preoccupazioni principali nei confronti di una gravidanza, talvolta condivise anche dai medici: da un lato i possibili effetti nocivi delle terapie sullo sviluppo del bambino, dall’altro le conseguenze della gestazione sulla donna in termini di ripresa della malattia, in particolare in caso di neoplasie ormono-sensibili come quelle del seno.

«Riguardo al primo punto – sottolinea Paolo Scollo – i dati disponibili non dimostrano un aumento del rischio di difetti genetici o di altro tipo nei bambini nati da donne precedentemente sottoposte a terapie antineoplastiche. Per quanto riguarda il secondo aspetto, oggi è noto che le pazienti che hanno avuto un figlio dopo la diagnosi di tumore mammario non hanno una prognosi peggiore rispetto alle altre. Al contrario, i risultati di uno studio, condotto su 1.244 donne, segnalerebbero addirittura un effetto protettivo della gestazione, con una significativa riduzione del rischio di morte. Va quindi ritenuta definitivamente caduta la storica controindicazione alla gravidanza nelle pazienti con pregresso carcinoma mammario. Nonostante non sussistano reali controindicazioni, la quota di coloro che hanno almeno un figlio dopo la diagnosi di carcinoma mammario è tuttora molto bassa: solo il 3% tra le donne di età inferiore a 45 anni e l’8% se si considerano le under 35».

Anche per i giovani pazienti di sesso maschile, in assenza di una sindrome neoplastica ereditaria, non esiste alcuna evidenza scientifica che una precedente storia di cancro aumenti il tasso di anormalità congenite o di tumori nella loro prole.

«È importante – conclude Lenzi – che tutte le persone con diagnosi di tumore in età riproduttiva vengano adeguatamente informate della possibile riduzione della fertilità in seguito ai trattamenti antitumorali e, al tempo stesso, delle strategie oggi disponibili per limitare questo rischio. Le Raccomandazioni indicano tutti gli sforzi che dovrebbero essere messi in atto per aumentare lo scambio di informazioni fra i clinici per puntare non solo alla guarigione dei malati, ma anche al mantenimento dei loro obiettivi futuri, compresi quelli di una progettualità familiare».

Tra le iniziative volte a preservare la fertilità nei pazienti oncologici va segnalata anche la decisione della Commissione consultiva tecnico-scientifica (CTS) dell’AIFA che, a seguito delle richieste di SIE e SIGO nei mesi scorsi, ha espresso parere favorevole all’inserimento nella lista 648, che comprende i farmaci a carico del SSN per patologie prive di valida alternativa terapeutica, degli analoghi dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (LH-RH) e delle gonadotropine utilizzati per la preservazione della funzionalità ovarica nelle donne in pre-menopausa affette da tumore che devono sottoporsi a chemioterapia, trattamento quest’ultimo che potrebbe provocare menopausa precoce e permanente, e per le quali altre opzioni terapeutiche più consolidate di preservazione della fertilità (crioconservazione di ovociti o di tessuto ovarico) sono da considerarsi alternative o aggiuntive.

L’impatto dei trattamenti antitumorali sulla fertilità

I trattamenti antiblastici quali chemioterapia e radioterapia, in particolare quelli che danneggiano il DNA, riducono drasticamente, nella donna, il numero degli ovociti primordiali, diminuendo la cosiddetta riserva ovarica e aumentando il rischio d’infertilità e menopausa precoce, mentre nell’uomo possono interferire in momenti più o meno precoci della cascata spermatogenetica con conseguente alterazione dei parametri seminali fino all’azoospermia (in entrambi i sessi, il maggior rischio di perdita della funzione riproduttiva è associato agli agenti alchilanti come carboplatino e cis platino e per quanto riguarda la radioterapia è sufficiente una dose compresa tra 5 e 20 Gy sull’ovaio per causare una disfunzione gonadica, indipendentemente dall’età della paziente. Alla dose di 30 Gy il rischio di menopausa precoce si aggira intorno al 60% nelle donne di età inferiore a 26 anni).

Non si conoscono ancora gli effetti sulla fertilità dei nuovi farmaci, che rappresentano una fetta importante dell’attuale armamentario terapeutico oncologico. Non è nota, per esempio, la potenziale tossicità gonadica dei nuovi antiangiogenetici, compresi gli anticorpi monoclonali e le piccole molecole.

In entrambi i sessi, il maggior rischio di perdita della funzione riproduttiva è associato agli agenti alchilanti, cosi come altrettanto noto è l’effetto negativo di carboplatino e cisplatino. Al contrario, un basso rischio è associato a metotrexate, fluorouracile, vincristina, vinblastina, bleomicina e dactinomicina. I dati relativi al rischio da taxani non sono ancora definitivi.

Fattori che compromettono la fertilità femminile

Sia la chemioterapia sia la radioterapia possono compromettere o interrompere la funzionalità ovarica attraverso la riduzione del numero di follicoli determinando arresto dello sviluppo e sterilità nella bambina, perdita della fertilità nella donna adulta e menopausa precoce. La fertilità può essere compromessa da qualsiasi trattamento che riduca il numero dei follicoli primordiali, colpisca l’equilibrio ormonale o interferisca con il funzionamento delle ovaie, delle tube, dell’utero o della cervice.

Il concepimento naturale e il successo della gravidanza possono essere impediti anche da cambiamenti anatomici o della vascolarizzazione a carico delle strutture genitali a seguito di interventi da chirurgia e/o radioterapia, anche in presenza di funzione ovarica conservata. La riduzione della riserva ovarica può tradursi in minori possibilità di concepimento e in maggior rischio di menopausa precoce anche se l’attività mestruale ciclica permane dopo i trattamenti antitumorali.

Gli analoghi LH-RH determinano una soppressione ovarica per definizione transitoria. Tuttavia la reversibilità dipende fortemente dall’età della paziente: la ripresa del flusso mestruale è attesa nel 90% delle pazienti di età inferiore a 40, rispetto al 70% delle pazienti di età superiore.

  • Chemioterapia: le pazienti con età superiore a 35-40 anni sono maggiormente suscettibili agli effetti dei farmaci chemioterapici sulla fertilità: le ovaie di pazienti più giovani, infatti, possono sopportare dosi maggiori di farmaci citotossici. I dati delle casistiche internazionali dimostrano che l’amenorrea si verifica in una percentuale compresa tra il 20 e il 70% dei casi per donne con età inferiore a 40 anni e nel 50-100% dei casi per donne con età maggiore. L’amenorrea permanente è correlata all’età al momento del trattamento e compare, in genere, durante la chemioterapia o dopo un periodo variabile di oligoamenorrea. La ripresa del ciclo mestruale dopo la sospensione della terapia con i vari farmaci chemioterapici non sempre si accompagna ad una contestuale ripresa dell’ovulazione e dunque ad un recupero della fertilità.
  • Radioterapia: una dose compresa tra 5 e 20 Gy (unità di misura dell’assorbimento di radiazioni) sull’ovaio è sufficiente per causare una permanente disfunzione gonadica, indipendentemente dall’età della paziente. Alla dose di 30 Gy il rischio di menopausa precoce è del 60% nelle donne con età inferiore a 26 anni. Oltre i 40 anni, laddove la conta follicolare ovarica è fisiologicamente inferiore, sono sufficienti dosi di 5 o 6 Gy per provocare un danno permanente. La total body irradiation (TBI), in corso di condizionamento pre-trapianto di cellule staminali, è associata a una disfunzione gonadica permanente in più del 90% delle donne trattate, con una incidenza di gravidanza post-trattamento inferiore al 3%. L’esposizione a radioterapia può influenzare negativamente anche lo sviluppo uterino cui può seguire un maggior rischio di aborto spontaneo o un ritardo di crescita intrauterina del feto durante la gravidanza.

Fattori che compromettono la fertilità maschile

Per quanto riguarda l’uomo, alcuni studi hanno evidenziato una preesistente ridotta qualità del seme in pazienti con leucemia, linfoma, e tumore del testicolo. In seguito al trattamento del tumore maligno alcuni pazienti vanno incontro ad un miglioramento dei parametri seminali. I possibili fattori che contribuiscono all’infertilità indotta dalla neoplasia sono rappresentati dallo stato infiammatorio sistemico, dall’aumentata risposta immune, dal rilascio di citochine da parte del tumore, dallo stato febbrile e dai danni di molteplici sistemi risultanti dallo stato di malattia cronica e di malnutrizione.

  • Chirurgia: il trattamento chirurgico del tumore testicolare è una potenziale causa di perdita della fertilità. L’orchiectomia (asportazione di un testicolo) rappresenta il trattamento del tumore a cellule germinali testicolare e può essere occasionalmente utilizzata come trattamento di altre neoplasie maligne come il tumore della prostata. La perdita di un solo testicolo non comporta necessariamente infertilità: tra pazienti affetti da tumore testicolare sottoposti a questa procedura è stato riscontrato un tasso di paternità del 65%. La chirurgia può comunque alterare la capacità di concepire naturalmente mediante l’eiaculazione a causa del danno dei meccanismi neurologici dell’eiaculazione. Interventi chirurgici utilizzati nel trattamento dei tumori (come l’asportazione dei linfonodi retroperitoneali, prostatectomia, interventi di chirurgia pelvica) possono danneggiare i vasi deferenti, i dotti eiaculatori, le vescicole seminali o i nervi dei corpi cavernosi con conseguente disfunzione erettile, danno dei nervi autonomi e successiva disfunzione eiaculatoria e interruzione fisica o ostruzione al passaggio del liquido seminale.
  • Chemioterapia: gli agenti chemioterapici hanno una vasta gamma di impatto sulla fertilità maschile. Gli effetti della chemioterapia sono indipendenti dall’età, con anomalie cromosomiche rilevate negli spermatociti fino a 24 mesi dopo la fine del trattamento. Gli agenti alchilanti hanno il più alto rischio di provocare un danno sulla spermatogenesi; altri agenti gonadotossici sono gli agenti a base di platino, gli alcaloidi della vinca e gli inibitori delle topo-isomerasi e provocano alterazioni della spermatogenesi in modo dose dipendente. Quasi un terzo dei soggetti maschi che sopravvive ad un cancro in età adolescenziale diventa azoospermico e un quinto oligozoospermico dopo chemioterapia.
  • Radioterapia: quando il testicolo viene esposto a radiazioni, la conta spermatica comincia a ridursi in misura proporzionale al dosaggio ricevuto, con conseguente sterilità temporanea (al di sotto dei 6 Gy) o permanente (per dosi superiori). Con le moderne tecniche di irradiazione conformazionale su sede lombo-aortica, con dosi < 30 Gy e appropriata schermatura testicolare, l’infertilità radioindotta è un’evenienza rara nei pazienti sottoposti a radioterapia profilattica per seminoma. La conta spermatica è più bassa a 4-6 mesi, per poi tornare tipicamente ai livelli pretrattamento in 10-24 mesi; solo il 3-6% rimane azospermico a 2 anni.

Tecniche di preservazione della fertilità

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attualmente esistenti in Italia per i giovani pazienti che devono sottoporsi a trattamenti antineoplastici sono rappresentate

  • nella donna da crioconservazione degli ovociti, crioconservazione di tessuto ovarico, soppressione gonadica con analogo LH-RH , trasposizione ovarica e terapia chirurgica conservativa,
  • nell’uomo dalla crioconservazione del seme o del tessuto testicolare.

Il materiale biologico può rimanere crioconservato per anni ed essere utilizzato quando il paziente ha superato la malattia.

La conservazione della fertilità maschile

La crioconservazione del seme o del tessuto testicolare rappresenta una tecnica che permette di conservare i gameti maschili per un tempo indefinito a – 196°C e, al giorno d’oggi, rappresenta uno strumento per i pazienti che si sottopongono a trattamenti medici o chirurgici potenzialmente in grado di indurre sterilità e per i pazienti affetti da azoospermia secretoria o escretoria che possono accedere alle tecniche di fecondazione assistita.

È possibile crioconservare le seguenti matrici biologiche:

  • liquido seminale
  • spermatozoi (prelevati mediante aspirazione testicolare o epidimaria)
  • frammenti di parenchima testicolare.

Il paziente che crioconserva il proprio seme deve essere sottoposto ad uno screening infettivologico al fine di evitare la potenziale dispersione di microorganismi nel contenitore di crioconservazione ed il potenziale inquinamento degli altri campioni seminali in esso contenuti. La crioconservazione del liquido seminale, come per tutte le cellule e tessuti di origine umana ad uso clinico, può effettuarsi solamente in presenza di indicazioni mediche.

È fortemente raccomandato che il prelievo del seme venga effettuato prima dell’inizio delle terapie antitumorali in quanto la qualità del campione e l’integrità del DNA degli spermatozoi possono essere compromessi anche dopo un solo ciclo di trattamento. Nei pazienti oncologici che hanno utilizzato gli spermatozoi crioconservati prima del trattamento, i tassi di successo variano dal 20 al 50% per ciclo.

La crioconservazione del seme è diventata una tappa fondamentale nella gestione dei pazienti neoplastici che si sottopongono a terapie potenzialmente in grado di indurre sterilità. I pazienti oncologici in età fertile trovano nella crioconservazione del seme non solo la speranza di una fertilità futura ma anche un sostegno psicologico per affrontare le varie fasi dei protocolli terapeutici. I progressi nella terapia anti-neoplastica e le sempre più sofisticate tecniche di fecondazione assistita hanno aperto nuove possibilità riproduttive per il maschio infertile e, quindi, la crioconservazione del seme si impone anche nei casi di liquidi seminali gravemente alterati che non avrebbero avuto nessuna possibilità di fecondare in epoca pre-ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi).

È, pertanto, imperativo informare il paziente neoplastico di questa possibilità in caso di terapie che possano ledere in modo irreversibile la capacità fecondante ed è altrettanto imperativo eseguire la crioconservazione prima dell’inizio di qualsiasi terapia che possa interferire con la spermatogenesi e con l’integrità del genoma.

La conservazione della fertilità femminile

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attualmente esistenti in Italia per le giovani pazienti che devono sottoporsi a trattamenti antitumorali sono rappresentate da:

  • Criopreservazione degli ovociti: la tecnica è indicata in pazienti che hanno la possibilità di rinviare il trattamento chemioterapico di 2 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. La durata della stimolazione può arrivare a 15 giorni, durante tale periodo la paziente dovrà sottoporsi a ecografie trans-vaginali e dosaggi seriati di 17-beta estradiolo per stabilire il momento opportuno per indurre l’ovulazione e programmare il prelievo eco-guidato degli ovociti. Nei protocolli standard, l’induzione della crescita follicolare multipla inizia nei primi giorni della fase follicolare ed è quindi necessario attendere la comparsa del ciclo mestruale, cosa che in alcuni casi può ulteriormente ritardare l’inizio della chemioterapia. Per le pazienti oncologiche, sono stati quindi proposti dei protocolli che prevedono l’inizio della stimolazione in qualsiasi giorno del ciclo mestruale in cui si trovi la paziente al momento della decisione di intraprendere una preservazione della fertilità con congelamento ovocitario. Per donne con tumori ormonoresponsivi come per le pazienti affette da carcinoma della mammella e dell’endometrio sono stati sviluppati approcci alternativi di stimolazione ormonale che utilizzano tamoxifene/letrozolo, così da ridurre il rischio potenziale di esposizione ad elevate concentrazioni di estrogeni.
  • Criopreservazione di tessuto ovarico: si tratta di una tecnica ancora sperimentale che ha il vantaggio di non richiedere una stimolazione ormonale e offre prospettive per preservare sia la funzione riproduttiva sia quella ormonale. È indicata in donne con età inferiore a 38 anni con riserva ovarica adeguata. Il successo di questa tecnica in pazienti con età superiore è incerto per il ridotto numero di follicoli primordiali residui. Controindicazioni assolute sono patologie ad elevato rischio di metastasi ovariche (leucemie, tumori ovarici, tumori solidi metastatici al peritoneo) ed elevato rischio chirurgico. Può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale e permette quindi di evitare il ritardo nell’inizio del trattamento chemioterapico. La corticale dell’ovaio contenente gli ovociti viene conservata in azoto liquido per poi poter essere reimpiantata nella donna dopo la fine dei trattamenti oncologici permettendole una ripresa sia della funzione ormonale che riproduttiva. Il tessuto ovarico destinato alla crioconservazione viene prelevato nel corso di un intervento di laparoscopia, trasportato in mezzi di coltura in laboratorio e quindi tagliato in strisce di pochi millimetri di dimensioni, criopreservate e conservate in contenitori di azoto liquido a – 196°C fino allo scongelamento e successivo reimpianto nella paziente alla completa remissione della malattia neoplastica.
  • Soppressione gonadica con analogo LH-RH: la somministrazione di analoghi LH-RH durante la chemioterapia, riducendo la secrezione di FSH (ormone follicolo-stimolante), sopprime la funzione ovarica e potrebbe quindi ridurre l’effetto tossico della chemioterapia. Questa tecnica può essere eseguita contestualmente alla chemioterapia evitando rinvii sull’inizio della terapia oncologica sebbene comporti un temporaneo rialzo dei livelli ematici di estrogeni nella fase successiva alla prima somministrazione. L’utilizzo degli LH-RH analoghi può essere dunque indicato per le pazienti di età inferiore a 45 anni desiderose di preservare la funzione ovarica. La soppressione ovarica con LH-RH analoghi durante la chemioterapia e le strategie di criopreservazione non sono tecniche mutualmente esclusive e possono essere usate insieme per aumentare la possibilità di preservare la funzione ovarica e la fertilità in giovani donne con malattia neoplastica candidate a ricevere chemioterapia.
  • Trasposizione ovarica: questa tecnica consiste nello spostare chirurgicamente le ovaie lontano dal campo di irradiazione, durante il trattamento chirurgico della neoplasia.  I principali tumori che richiedono la trasposizione ovarica sono il tumore della cervice e del retto, pertanto nella maggior parte dei casi le ovaie devono esser spostate lateralmente e in alto. Le ovaie vengono in genere fissate nelle fosse paracoliche con sutura non riassorbibile e clip metalliche per consentire la loro identificazione da parte del radioterapista. Il tasso di successo della ovariopessi, valutato come preservazione della funzione mestruale, arriva al 70%. Il fallimento di questa tecnica dipende dall’età della paziente (non è indicato eseguirla nelle over 40), dalla possibile dispersione di radiazioni al tessuto gonadico e dalla possibile alterazione della perfusione ovarica. Il riposizionamento delle ovaie al termine del trattamento non è sempre necessario.
  • Terapia chirurgica conservativa: nei tumori ginecologici è proponibile in casi in cui è possibile eseguire una accurata e completa stadiazione soprattutto in pazienti in età riproduttiva desiderose di concepimento, molto motivate e disponibili a uno stretto follow-up in centri oncologici con esperienza e protocolli di follow-up adeguati.

Prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili

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La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) promuove la Consensus Human Early Life Prevention (HELP) per sensibilizzare sulla prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili e sulla promozione dello sviluppo neurocognitivo.

prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili
Prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili. L’OMS ha formulato strategie globali per la riduzione entro il 2025 del25% della mortalità prematura per malattie croniche, attraverso la copertura della popolazione con farmaci, tecnologie sanitarie e counselling, ma soprattutto con la riduzione dei principali e determinanti fattori di rischio delle NCDs

La SIPPS ha organizzato a Napoli il 13 e 14 luglio 2016 un incontro nel corso del quale pediatri, ginecologi, neonatologi, genetisti, neurologi, allergologi, nutrizionisti e immunologi hanno fatto il punto sul tema della prevenzione precoce delle malattie non trasmissibili.

Le malattie non trasmissibili

Le malattie non trasmissibili rappresentano oggi il più rilevante problema sanitario sia dei Paesi ad economia avanzata sia di quelli in via di sviluppo.

Riconosciute nell’ambito della 66esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2011, le “Non Comunicable Diseases” (NCDs) comprendono malattie cardiovascolari, neoplasie, malattie respiratorie croniche, obesità, diabete di tipo 2, nonché alcune patologie renali e mentali.

La Regione Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) presenta il più alto carico di NCDs a livello mondiale. L’inquietante incremento della loro prevalenza rappresenta la sfida del 21° secolo, considerando l’impatto in termini di salute e di costi socio-economici.

Il Final Report, pubblicato da OMS Europa e Unione europea nel 2015 evidenzia che il 75% di tutti i decessi in Europa sono attribuibili alle NCDs e che le stesse sono responsabili di oltre il 90% di decessi nel nostro Paese.

Il documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “WHO-Europe Action Plan 2012–2016” assegna un ruolo fondamentale a strumenti di sorveglianza in grado di fornire dati affidabili sui problemi di salute, i loro fattori di rischio e la diffusione delle misure di prevenzione.

L’OMS ha formulato strategie globali finalizzate ad una riduzione entro il 2025 pari al 25% della mortalità prematura per malattie croniche, attraverso la copertura della popolazione con farmaci, tecnologie sanitarie e counselling, ma soprattutto con la riduzione dei principali e determinanti fattori di rischio delle NCDs.

I fattori di rischio delle malattie croniche non trasmissibili possono essere così suddivisi:

  • non modificabili: globalizzazione, urbanizzazione, inquinamento, invecchiamento della popolazione, ecc,
  • modificabili: dieta non corretta, fumo, abuso di alcol, ridotta attività fisica, ecc,
  • intermedi: riconducibili a sovrappeso/obesità, ipertensione arteriosa, dislipidemia aterogena, iperglicemia, ecc.

Delle Malattie croniche non trasmissibili fanno parte alcune immunopatie. L’allergia, infatti, mostra specifiche e precoci vulnerabilità del sistema immunitario a fattori di rischio ambientali implicati nello sviluppo delle NCDs, patologie spesso mediate da percorsi immunitari. Queste possono essere distinte in due categorie: a esordio precoce e a esordio più tardivo. Delle prime fanno parte l’allergia, l’asma bronchiale e alcune malattie autoimmuni. Nella seconda rientrano invece le malattie cardiovascolari, le malattie metaboliche, le neoplasie e alcuni disordini neurodegenerativi.

I primi mille giorni: prevenzione precoce per cambiare la vita dell’adulto di domani

«Le prime epoche della vita, compresa quella fase prenatale – spiega Giuseppe Di Mauro, presidente della SIPPS – condizionano il futuro biologico dell’individuo. Malnutrizione, svantaggio socio-economico e precoci esposizioni avverse incrementano il rischio di scarsi risultati sociali, influenzano negativamente le capacità cognitive e la salute a medio e lungo termine. Un ambiente positivo deve innanzitutto garantire un’alimentazione adeguata, implementare processi relazionali, assicurare equità, opportunità e servizi socio-sanitari. In quest’ottica rientra la Consensus HELP, iniziativa che fa parte di un progetto globale su cui la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale investe attivamente per sensibilizzare i Pediatri italiani su questa tematica cruciale».

«La Consensus HELP – aggiunge Vito Leonardo Miniello, docente di Nutrizione Pediatrica presso l’Università di Bari e vicepresidente nazionale della SIPPS – si sofferma sulla classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità delle più importanti malattie non trasmissibili: dai tumori al diabete mellito, dalle malattie respiratorie croniche fino alle patologie cardiovascolari. La Consensus HELP analizza le criticità e propone possibili interventi preventivi, finalizzati a rendere i primi ‘1.000 giorni di vita’, finestra temporale che va dal concepimento al secondo anno di vita, una reale opportunità per il futuro dei bambini. La trattazione degli argomenti sarà suddivisa in cinque capitoli, uno per ogni fase critica, e si articolerà in una parte generale ed parte con una serie di quesiti. Gli esperti affronteranno i seguenti argomenti: età fertile e concepimento, gravidanza, primo semestre di vita, secondo semestre di vita e 12-24 mesi».

Gli argomenti trattati a Napoli sono stati presentati da Giampietro Chiamenti, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP):

«Dall’obesità alla sindrome metabolica e agli inquinanti ambientali; dal neurosviluppo alla patologia respiratoria; dal sistema immunitario alle infezioni e vaccinazioni; dal fumo di tabacco fino alle neoplasie e ai probiotici e all’importanza dell’allattamento materno. Spazio, inoltre, al sonno, all’alimentazione vegetariana e alle diete vegane, senza dimenticare temi estremamente delicati come alcool e droga».

Recordati acquisisce Pro Farma

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Recordati annuncia di aver acquisito il 100% del capitale sociale di Pro Farma AG, società farmaceutica svizzera con sede nel cantone di Zug.

Recordati acquisisce Pro Farma
Recordati acquisisce Pro Farma, azienda svizzera che commercializza specialità medicinali proprie o in licenza e ha una attività di distribuzione e di servizi di promozione per conto di altre società farmaceutiche

La transazione, il cui valore (enterprise value) è di CHF 16 milioni, sarà interamente finanziata con la liquidità disponibile.

La firma e il closing della transazione sono avvenuti contestualmente.

Pro Farma, con un fatturato atteso per il 2016 di circa CHF 10 milioni, commercializza specialità medicinali proprie o in licenza in selezionate aree terapeutiche, sia etiche sia di automedicazione.

I principali marchi sono Lacdigest (tilactase), Tretinac (isotretinoina) e Urocit (citrato di potassio).

Inoltre, la società ha una attività di distribuzione e di servizi di promozione per conto di altre società farmaceutiche.

«L’acquisizione di Pro Farma rappresenta un’ottima base sulla quale stabilire la nostra attività operativa in Svizzera dove Recordati ha recentemente iniziato a commercializzare direttamente il suo prodotto Livazo (pitavastatina) – ha dichiarato Giovanni Recordati, presidente e amministratore delegato. – Inoltre, il prodotto principale Lacdigest contribuisce ulteriormente a potenziare la nostra presenza nell’area della gastroenterologia».

Linfoma di Hodgkin: brentuximab vedotin approvato come terapia di consolidamento post-trapianto

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Takeda Pharmaceutical ha annunciato che la Commissione Europea (CE) ha esteso l’attuale autorizzazione condizionale all’immissione sul mercato di brentuximab vedotin. Il farmaco è stato approvato per il trattamento di pazienti adulti con linfoma di Hodgkin CD-30 positivo ad aumentato rischio di recidiva o progressione in seguito a trapianto autologo di cellule staminali (ASCT).

Linfoma di Hodgkin
Brentuximab vedotin riceve l’approvazione dalla Commissione Europea come terapia di consolidamento negli adulti con linfoma di Hodgkin CD30 positivo refrattario o recidivante dopo trapianto autologo di cellule staminali

L’approvazione è basata sui dati di Fase III dello studio AETHERA. Questi dimostrano un miglioramento del 75% della sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti trattati con brentuximab vedotin come terapia di consolidamento immediatamente successiva al trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) vs placebo.

La decisione della Comunità Europea segue il parere positivo espresso dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) del 26 maggio 2016.

Grazie a questa decisione, brentuximab vedotin è ora approvato per l’immissione in commercio per questa indicazione nei 28 stati membri dell’Unione Europea, Norvegia, Liechtenstein e Islanda.

Lo studio AETHERA su brentuximab vedotin in pazienti con linfoma di Hodgkin CD-30+ ad alto rischio di recidiva o progressione

Lo studio clinico AETHERA è il primo studio randomizzato condotto a termine ad avere  esplorato il trattamento di consolidamento immediatamente dopo trapianto autologo di cellule staminali, come opzione per estendere gli effetti del trapianto nel prevenire le recidive in pazienti con linfoma di Hodgkin.

Lo studio AETHERA ha dimostrato che i pazienti con linfoma di Hodgkin che hanno ricevuto brentuximab vedotin (in aggiunta alla miglior terapia di supporto) come terapia di consolidamento, immediatamente dopo trapianto autologo di cellule staminali, hanno avuto un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto ai pazienti che hanno ricevuto il placebo (più la miglior terapia di supporto), in accordo alla valutazione di un comitato di revisione indipendente.

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Vitamina D per prevenire le fratture ossee

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Le fratture da fragilità ossea colpiscono più di tre milioni di europei all’anno. La supplementazione con vitamina D potrebbe contribuire a ridurre l’incidenza di fratture.

MOC dorsale osteoporosi
La vitamina D per prevenire le fratture ossee è da considerare una strategia di elezione: tutti i trial che hanno dimostrato l’efficacia di terapie per prevenire le fratture hanno previsto supplementi di calcio e vitamina D. Dimostrata anche l’efficacia della terapia ormonale sostitutiva (TOS), dei farmaci antiriassorbitivi e delle tecniche diagnostiche (densitometria con Mineralometria Ossea Computerizzata MOC).

Nonostante l’aumento della popolazione anziana, la più soggetta a fragilità ossea, in alcuni Paesi si è già assistito alla diminuzione dell’incidenza di fratture di femore. Questo è stato reso possibile da politiche di prevenzione e da altri fattori:

  • diffusione della terapia ormonale sostitutiva (TOS) nelle donne in menopausa: si è osservata una riduzione di fratture nelle donne correlata alla TOS dal ’79 al ’99.
  • uso di farmaci antiriassorbitivi: Jean et al hanno rilevato che l’incremento dell’uso di farmaci antiriassorbitivi tra il ’96 e il 2003 negli over 65 si correlava a un importante declino del tasso di fratture a partire dal ’96. In Australia, tra il 2001 e il 2006, un aumento del 245% nell’uso di bifosfonati aveva determinato un declino di rotture del femore del 36,4%.
  • disponibilità delle tecniche diagnostiche (densitometria con Mineralometria Ossea Computerizzata MOC): esiste una relazione tra introduzione delle tecniche diagnostiche e la diminuzione nell’incidenza di fratture di femore. Dal ’92 al 2001 il numero di indagini densitometriche è aumentato di 10 volte.
  • supplementazione con vitamina D3: esiti particolarmente favorevoli sono stati ottenuti attraverso programmi di prevenzione con la somministrazione di calciferolo a tutti i soggetti di età superiore ai 65 anni. Questo ha determinato un calo del 10% delle fratture d’anca nel sesso femminile. L’andamento dell’incidenza di fratture evidenzia che la correzione delle carenze di vitamina D può portare a un importante contenimento della crescita dei ricoveri per fratture ed è quindi da considerare una strategia preventiva di elezione.
  • effetto coorte di nascita: è stata riscontrata una incidenza maggiore nei nati tra il 1929 e il 1936 che quindi avevano vissuto precocemente gli effetti della guerra rispetto a quelli nati tra il ’45 e il ’52 (Fonte Rosengren).

L’Italia è il secondo paese europeo per indice di vecchiaia. Nel periodo 2000-2009 il numero di fratture a carico del femore è aumentato del 29,8% (Piscitelli), ma nelle donne tra i 65 e i 74 si è avuta una diminuzione del 7,9% delle fratture all’anca.

L’importanza della supplementazione con vitamina D

Il trattamento dell’ipovitaminosi D è fondamentale per la prevenzione delle fratture ossee. L’ipovitaminosi D è favorita da diversi fattori:

  • Fattori legati all’età: con l’invecchiamento, la pelle non sintetizza vitamina D in maniera sufficiente. A parità di esposizione, il soggetto anziano ne produce circa il 30% in meno.
  • Fattori ambientali: la copertura nuvolosa completa riduce la radiazione UVB del 50%, l’ombra e la presenza di smog sino a 60%.
  • Fattori alimentari: diete carenti di vitamina D sono associate ad allergie al latte, intolleranza al lattosio, vegetarianesimo e veganesimo.

Inoltre, le terapie farmacologiche, si sono rivelate più efficace con valori adeguati di vitamina D.

«Il ruolo degli approcci non farmacologici è fondamentale nella prevenzione delle fratture osteoporotiche (cessazione da fumo e alcol, dieta ricca di nutrienti essenziali ed esercizio fisico) sono i primi step cui segue l’eventuale prescrizione di farmaci ai soggetti indicati nella nota 79 AIFA – sottolinea Andrea Giustina, presidente CUEM – Oggi sappiamo anche che la terapia farmacologica può essere compromessa da valori insufficienti di vitamina D circolante».

«Siamo testimoni di quello che possiamo chiamare ‘paradosso mediterraneo’ per il quale anche le popolazioni di paesi assolati e con lunghe stagioni calde presentano un deficit endemico della vitamina stimolata dai raggi UVB, problema ravvisato anche nelle linee guida SIOMMS: il congresso 2014 ha ravvisato una carenza che raggiunge l’80% – continua Andrea Giustina. – Tutti i trial che hanno dimostrato l’efficacia di terapie per la prevenzione delle fratture hanno previsto la somministrazione di supplementi di calcio e vitamina D. L’obiettivo è quello di raggiungere nella popolazione interessata un valore stabile di calcitriolo circolante, pari ad almeno 30 ng/ml di 25 OH D. Inoltre il Cochrane Summaries ha recentemente dedicato un numero alla supplementazione rivelando che l’uso di D3 nei soggetti over 70 determina una riduzione della mortalità non solo a causa della riduzione delle cadute».

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