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Insufficienza cardiaca e riammissioni ospedaliere

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Uno studio inglese ha investigato l’impatto delle riammissioni ospedaliere sulla sopravvivenza dei pazienti con insufficienza cardiaca per un periodo di osservazione di 15 anni. Ogni rientro in corsia aumenta il rischio di morte del 2%.

Uno studio inglese ha indagato il rischio di mortalità causata da insufficienza cardiaca e riammissioni ospedaliere dei pazienti
Una ricerca ha studiato l’aumento del rischio di mortalità causato da insufficienza cardiaca e riammissioni ospedaliere dei pazienti

L’insufficienza cardiaca (HF) è una della maggiori cause di morbilità e mortalità nel mondo. I pazienti con HF necessitano spesso di ricoveri ospedalieri ripetuti (riammissioni) che aumentano all’aumentare della sopravvivenza. L’HF, quindi, può essere considerata un problema di salute pubblica crescente ed emergente.

«Le cause possono essere le più disparate – aggiunge Michele Gulizia, direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania – ma l’esito è sempre lo stesso: tra il 9 e il 15% dei pazienti italiani ricoverati in ospedale, prima della scadenza del trentesimo giorno dalle dimissioni, tornano di nuovo in pronto soccorso e spesso subiscono un nuovo ricovero. In gergo tecnico vengono chiamate “riammissioni” e rappresentano uno dei parametri di efficienza di un reparto e di un ospedale. In Italia, i pazienti interessati da questo fenomeno sono circa 16mila ogni anno: protagonisti di un fenomeno chiamato “Sindrome da porta girevole”».

Studio inglese su mortalità causata da insufficienza cardiaca e riammissioni ospedaliere

Una ricerca presentata al ESC Congress 2016 ha studiato l’impatto delle riammissioni ospedaliere su sopravvivenza e mortalità nei soggetti con HF.

Lo studio è stato svolto in collaborazione con vari centri di ricerca inglesi che hanno raccolto da diversi ospedali informazioni anonime sui pazienti con insufficienza cardiaca tra il 2000 e il 2014. 

Le riammissioni ospedaliere sono state valutate usando un periodo di follow up di 5 anni.

Il campione di oltre 457.000 pazienti ne includeva 13.416 con HF.

Il dato grezzo di mortalità era 184 per 1000.

Le informazioni sono state analizzate tenendo conto del protocollo dello studio longitudinale ACALM (algoritmo per comorbidità, associazione, durata del ricovero e mortalità) usando i codici dell’icd-10. 

Numero di riammissioni Percentuale di pazienti coinvolti Rateo di mortalità per 1000
0-3 42% 38
4-7 28,9% 196
8-11 14,1% 328
12-15 6,9% 406
> 15 8,2% 453

«I risultati osservati hanno mostrato che ogni riammissione ospedaliera aumenta il rischio di mortalità in maniera direttamente proporzionale ma anche che all’aumentare della sopravvivenza di questi pazienti le riammissioni ospedaliere aumentano in maniera significativa dimostrando una qualità di sopravvivenza piuttosto scarsa. L’analisi statistica poi ha mostrato che il fenomeno delle ‘sliding doors’ aumenta la mortalità del 2% per ogni ricovero» – afferma Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo.

Asma

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L’asma è una condizione infiammatoria a carico delle vie respiratorie che determina iperreattività bronchiale e accelerato declino della funzionalità respiratoria. Questi possono evolvere, in alcuni casi, in una ostruzione irreversibile dei bronchi.

asma croncocostrizione

L’asma è determinata dall’ipereattività delle vie aeree in risposta a stimoli diversi (es. allergeni). Questi causano il rilascio di mediatori dell’infiammazione nelle secrezioni delle vie aeree.

I mediatori dell’infiammazione concorrono alla broncocostrizione con diversi effetti sulle vie aeree:

  • spasmi della muscolatura liscia (broncospasmo),
  • edemi della mucosa,
  • desquamazione dell’epitelio,
  • infiltrazioni di cellule (soprattutto leucociti eosinofili, linfociti, neutrofili e mastociti) nelle pareti delle vie aeree,
  • aumento della secrezione di muco.

La broncocostrizione è dovuta alla combinazione di questi effetti.

La sintomatologia dell’asma è estremamente variabile.

Gli attacchi asmatici, di solito, sono ricorrenti e si manifestano con:

  • sensazione di costrizione toracica
  • respiro sibilante
  • tosse
  • dispnea

I sintomi possono essere attivati ​​o peggiorati da fattori come le infezioni virali, allergeni, fumo di tabacco, l’esercizio fisico e lo stress.

I sintomi possono avere un effetto deleterio sul sonno e sulla sfera lavorativa, sociale e relazionale di chi soffre di questa malattia.

Terapie per l’asma

Poiché l’asma, solitamente, alterna fasi asintomatiche a riacutizzazioni, esistono terapie di fondo per ridurre il rischio di successivi attacchi d’asma e terapie da effettuare in caso di crisi acuta per il controllo dei sintomi.

Le terapie sono volte a prevenire l’infiammazione o a farla regredire minimizzando le esacerbazioni e conservando la funzionalità respiratoria.

L’educazione del paziente alla gestione della malattia fa parte integrante delle terapie.

Le informazioni devono riguardare:

  • i fattori scatenanti,
  • le modalità di assunzione delle terapie,
  • la prevenzione da attuare attraverso il controllo ambientale degli allergeni, degli sbalzi climatici, del fumo, degli odori,
  • il monitoraggio della terapia in base alla gravità dell’asma.

L’approccio terapeutico raccomandato dalle Linee Guida GINA si basa su una strategia a step che tiene conto dello stadio di gravità dell’asma e che prevede:

  • aumento della terapia in caso di non controllo,
  • riduzione dopo un periodo di controllo stabile.

Gli obiettivi a lungo termine della gestione dell’asma sono il controllo dei sintomi per poter mantenere normali livelli di attività, nonché la riduzione del rischio di peggioramento. Questo è un fattore essenziale per ridurre al minimo il rischio futuro di riacutizzazioni e un progressivo declino della funzione polmonare.

Terapia farmacologica per l’asma

I farmaci antiasmatici per il controllo sintomatologico comprendono:

  • ß-2-agonisti che consentono la broncodilatazione agendo come agonisti dei recettori ß-2-adrenergici dei muscoli lisci dei bronchi rilassandoli. Inoltre, regolano il rilascio dei mediatori dell’infiammazione e prevengono il broncospasmo causato dallo sforzo fisico. Esistono anche formulazioni ad azione prolungata: i ß-2-agonisti long acting (LABA);
  • teofillina, un alcaloide che determina il rilassamento della muscolatura liscia bronchiale con meccanismi non ancora completamente chiariti;
  • antagonisti del recettore muscarinico, anticolinergici che inibiscono l’azione del sistema nervoso parasimpatico.

I farmaci usati per il controllo a lungo termine (terapie di mantenimento) comprendono:

  • corticosteroidi,
  • associazioni ICS/LABA
  • sodio cromoglicato,
  • sodio nedocromile,
  • molecole attive sui leucotrieni.

Oltre alla terapia farmacologica, per l’asma allergica è disponibile l’immunoterapia desensibilizzate che può essere realizzata utilizzando alcuni allergeni.

L’asma, però, è ancora un bisogno insoddisfatto. Circa 1 paziente su 2 continua a essere sintomatico nonostante le terapie di mantenimento.

«L’asma è la malattia cronica più diffusa in bambini e ragazzi ma molti di loro continuano a rimanere sintomatici malgrado le terapie standard» – ha dichiarato Christian Vogelberg, della Clinica Pediatrica Universitaria di Dresda, Germania, in occasione dell’edizione 2016 del Congresso Internazionale della European Respiratory Society (ERS).

Diffusione dell’asma

L’OMS stima che nel mondo ci siano olte 235 milioni di persone affette da patologia asmatica.

In Italia ci sono oltre 3 milioni di asmatici di cui 300.000 gravi. Secondo il Rapporto OSMED 2015, la prevalenza di asma nella popolazione assistibile è pari al 7,2%. Tali tassi di prevalenza sono risultati maggiori al Sud e nelle isole, rispetto al Centro e al Nord, sia per l’asma (8,9%), sia per la BPCO (3,8%). 

L’asma è stata diagnosticata maggiormente nelle donne (7,8% donne vs. 6,5% uomini) e ha presentato una prevalenza abbastanza uniforme tra le diverse fasce d’età (con un tasso più elevato tra i soggetti con meno di 45 anni).

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Tiotropio per l’asma

Tiotropio Respimat per il controllo dell’asma in età pediatrica

Tiotropio Respimat per il controllo dell’asma in età pediatrica

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Tiotropio Respimat per il controllo dell’asma migliora la funzionalità respiratoria nei bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni ed è ben tollerato rispetto a placebo nei bambini e ragazzi da 1 a 17 anni

Tiotropio Respimat per il controllo dell'asma in età pediatrica migliora la funzionalità respiratoria vs placebo e conferma il profilo di sicurezza
Tiotropio Respimat per il controllo dell’asma in età pediatrica migliora la funzionalità respiratoria vs placebo e conferma il profilo di sicurezza riscontrato negli adulti

In occasione dell’edizione 2016 del Congresso Internazionale della European Respiratory Society (ERS) a Londra, Boehringer Ingelheim ha reso noti i risultati di diversi studi su tiotropio Respimat® per il controllo dell’asma in età pediatrica.

I risultati possono essere così sintetizzati:

  • Lo studio CanoTinA-asthma dimostra che tiotropio Respimat, in aggiunta alla terapia standard, migliora la funzionalità respiratoria nei bambini dai 6 agli 11 anni
  • Ulteriori dati aggregati confermano il profilo di efficacia e sicurezza di tiotropio Respimat in bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni
  • Il profilo di sicurezza di tiotropio Respimat nei bambini da 1 a 5 anni è in linea con quello riscontrato in bambini e ragazzi più grandi e negli adulti.

L’asma è una delle malattie più diffuse in bambini e ragazzi, ma le opzioni terapeutiche disponibili sono limitate. Vi sono preoccupazioni di sicurezza per l’uso dei farmaci nei bambini e negli adolescenti. Sono pochissime le terapie dell’asma valutate in modo ampio e approfondito nelle popolazioni di pazienti più giovani.

Lo studio CanoTinA-asthma

Lo studio di Fase III CanoTinA-asthma® ha valutato tiotropio Respimat come terapia aggiuntiva in bambini e ragazzi già in terapia con un corticosteroide per via inalatoria (ICS) o con un ICS associato ad altra terapia di mantenimento.

I nuovi risultati dello studio dimostrano che la terapia di tiotropio Respimat®, in aggiunta a quella di mantenimento per il controllo dell’asma, migliora significativamente la funzionalità respiratoria nei bambini dai 6 agli 11 anni, rispetto a placebo (p < 0,0001).

La funzionalità respiratoria è stata misurata come FEV1(0-3h) cioè Volume Espiratorio Forzato.

In questo studio, il profilo di sicurezza e tollerabilità di tiotropio Respimat si è dimostrato comparabile a placebo.

Analisi su altri studi del programma di sviluppo clinico UniTinA-asthma

Una nuova analisi su dati aggregati dei tre studi VivaTinA-asthma®, RubaTinA-asthma® e PensieTinA-asthma®, i cui risultati sono stati anch’essi presentati all’ERS, dimostra che tiotropio Respimat, aggiunto alla terapia standard, in bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, ha un profilo di sicurezza comparabile a placebo.

Inoltre, l’analisi ha dimostrato che tiotropio Respimat migliora in modo significativo il picco di flusso espiratorio (PEF), un indicatore sensibile e  comunemente utilizzato per valutare il controllo dell’asma.

«Questi nuovi risultati dimostrano miglioramenti significativi della funzionalità respiratoria in bambini e adolescenti che soffrono d’asma e, aspetto assai rilevante, confermano che il profilo di sicurezza di tiotropio Respimat, in bambini dai sei anni in su è paragonabile a placebo» – ha commentato Christian Vogelberg, della Clinica Pediatrica Universitaria di Dresda, Germania.

Una nuova analisi post-hoc dello studio NinoTinA-asthma®, dimostra che nel sotto-gruppo composto da bambini di età compresa fra 1 e 5 anni, il profilo di sicurezza della terapia con tiotropio Respimat è in linea con quello riscontrato  in bambini e ragazzi più grandi e negli adulti.

Gli studi CanoTinA-asthma, NinoTinA-asthma, VivaTinA-asthma, RubaTinA-asthma® e PensieTinA-asthma fanno parte dei 18 studi clinici di Fase II e Fase III del programma di sviluppo clinico UniTinA-asthma® condotto in oltre 150 centri del mondo su più di 6.000 pazienti di cui oltre 1.800 bambini e adolescenti di età compresa fra 1 e 17 anni.

Tiotropio Respimat

Tiotropio è un antagonista muscarinico a lunga durata d’azione per via inalatoria. Agisce dilatando le vie aeree e mantenendole pervie per almeno 24 ore.

Tiotropio Respimat 5µg è indicato in Europa come terapia broncodilatatoria aggiuntiva per pazienti adulti asmatici in terapia di mantenimento con l’associazione di ICS (≥ 800µg budesonide/die o equivalente) e β2 agonisti a lunga durata d’azione (LABA), che nell’anno precedente hanno avuto una o più riacutizzazioni gravi.

Il farmaco è stato approvato nel trattamento dell’asma in oltre 50 Paesi, tra cui UE, Stati Uniti e Giappone. L’indicazione  per cui è approvato varia a Paese a Paese.

Tiotropio Respimat, attualmente, non è approvato per l’uso nei minori di 18 anni nella UE e nei minori di 12 anni negli Stati Uniti.

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Ventricular Assist Device

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Il Ventricular Assist Device è un dispositivo elettromeccanico impiantabile per assistere la circolazione cardiaca. Può essere utilizzato in attesa di trapianto anche in ambito pediatrico.

Il Ventricular Assist Device è un dispositivo elettromeccanico impiantabile per assistere la circolazione cardiaca anche in ambito pediatrico
Il Ventricular Assist Device è un dispositivo elettromeccanico impiantabile per assistere la circolazione cardiaca anche in ambito pediatrico

«È avvenuto a gennaio di quest’anno a Roma – spiega Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo e local press coordinator del ESC Congress 2016 – presso l’ospedale pediatrico Bambin Gesù il primo trapianto pediatrico di cuore artificiale: ne ha beneficiato una ragazza di 16 anni che rischiava di morire a causa di una cardiomiopatia dilatativa severa. Lo strumento preleva il sangue dai ventricoli e lo aiuta a raggiungere gli organi vitali come farebbe un cuore sano e viene usato sia come ausilio nei pazienti in attesa di un organo compatibile sia per coloro che non sono eleggibili per un trapianto».

«Durante il congresso ESC è stata presentata una ricerca dell’ospedale universitario di Lione – aggiunge Franco Romeo, direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma e local press coordinator del congresso – che si è proposto di analizzare l’efficacia dell’impianto del VAD (Ventricular Assist Device) che ha funzionato da “ponte” verso il trapianto di cuore. Si tratta di una analisi retrospettiva su dati clinici, demografici e outcome a lungo termine di 21 pazienti con meno di 18 anni  cui era stato impiantato il device ventricolare prima del trapianto di cuore in un periodo compreso tra il 2005 e il 2015. L’età media in cui era stato impiantato il dispositivo era 5,6 anni per un periodo di circa 30 giorni. Purtroppo due casi hanno avuto un infarto nonostante l’impianto di cuore artificiale e uno è stato vittima di una emorragia digestiva severa».

Le ragioni che rendevano necessario un cuore nuovo erano:

  • cardiomiopatia dilatativa in 19 casi
  • disturbo congenito nei rimanenti 2.

Le osservazioni dei ricercatori sull’efficacia dell’impianto del Ventricular Assist Device

Nel periodo di osservazione si sono verificati tre decessi di cui uno immediatamente dopo il trapianto a causa di un rigetto e altri due per sepsi severa. Tutti gli altri pazienti hanno avuto una normale reazione e sopravvivenza all’impianto con i seguenti ratei di sopravvivenza:

  • 95% ad un anno,
  • 89% a 5 anni,
  • 65% a 10 anni.

Le conclusioni dei ricercatori sono state valutate favorevoli: il supporto del VAD si è mostrato particolarmente importante per allungare la sopravvivenza degli aspiranti a un trapianto di cuore con un incidenza estremamente bassa di infezioni e di rigetto acuto.

Reti d’impresa, modello economico-industriale per competere

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Secondo Assobiomedica: «Le reti d’impresa rappresentano per molte aziende piccole e medie un’importante opportunità per competere sui mercati internazionali, per dare impulso a ricerca e sviluppo di prodotti e processi e per avviare un percorso di sviluppo aziendale.

Ma le reti di impresa sono un’opportunità anche per le grandi aziende che con questo strumento possono sviluppare accordi di filiera utili al raggiungimento dei propri obiettivi di mercato».

Così il vicepresidente dell’associazione con delega alle PMI Angelo Fracassi al Farete 2016 di Bologna.

reti d'impresa
Le reti d’impresa rappresentano per molte PMI un’importante strumento competitivo

Reti d’impresa nel comparto dei dispositivi medici

Secondo i dati del Centro Studi di Assobiomedica, presentati in occasione del seminario sulle reti d’impresa nel comparto biomedicale, che si è svolto a Bologna Fiera nell’ambito di Farete 2016, sono 33 le reti d’impresa in Italia che coinvolgono 66 aziende di dispositivi medici.

Per il 77% dei casi sono PMI con meno di 50 addetti, che al di fuori della rete avrebbero maggiori difficoltà a internazionalizzarsi o a investire in ricerca e sviluppo, e che quindi possono trarre i maggiori benefici dall’aggregazione con altre realtà aziendali e produttive.

Il 54% delle reti sono multisettore: vanno dall’assistenza sanitaria all’ICT, dall’elettronica all’ottica e prodotti chimici, e si integrano anche con manifattura, servizi e commercio.

Prevalgono le aggregazioni che includono fino a 3 imprese (52%), seguono quelle composte da 4-9 aziende (36%), poi quelle costituite da più di 10 (12%).

Modello economico-industriale innovativo in espansione

«Il contratto di rete – ha dichiarato Angelo Fracassi – è un modello economico-industriale innovativo sul quale diverse regioni stanno puntando, intravedendo in questa formula un fattore concorrenziale in grado di rafforzare il tessuto produttivo e l’economia. Per lo sviluppo di molte piccole e medie imprese del nostro settore, che hanno il know-how per produrre innovazione, ma dimensioni spesso troppo piccole per farlo, si tratta a volte di una strada quasi obbligata che merita grande considerazione».

«Negli ultimi tempi la diffusione del contratto di rete nel settore dei dispositivi medici sembra aver avuto un’accelerazione. Il 42% delle reti che coinvolgono imprese del settore sono nate negli ultimi due anni. Evidentemente molte PMI, che rappresentano il 96% delle imprese del settore – continua Fracassi – hanno compreso che questa modalità di aggregazione consente di condividere le conoscenze in un ambiente reciprocamente affidabile; co-innovare usando competenze diverse, distribuendo l’investimento e il rischio tra più soggetti; superare il localismo territoriale ed espandere le conoscenze tra più settori.

Sono Emilia Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia le regioni con il maggior numero di imprese partecipanti alle reti, rispettivamente con 18, 15 e 10 imprese coinvolte. Non sorprende che l’Emilia Romagna con il distretto biomedicale di Mirandola e grazie ai finanziamenti messi a disposizione per progetti di rete sia la regione con il maggior numero di imprese coinvolte in reti d’impresa».

Carenza di vitamina D e rischio di malattie cardiovascolari

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Bassi livelli di vitamina D circolante possono essere associati a un rischio aumentato di malattie cardiovascolari. Lo dimostra un numero crescente di evidenze. Una ricerca presentata al ESC Congress 2016 ha studiato il collegamento tra livelli di vitamina D e insufficienza cardiaca.

Vitamina D e insufficienza cardiaca
Carenza di vitamina D e rischio di malattie cardiovascolari: individuati i livelli di vitamina D sierica correlati ad aumento di incidenza di insufficienza cardiaca

I soggetti con carenza di vitamina D mostrano un aumento del rischio di insufficienza cardiaca di quasi il 60% in più rispetto alla popolazione con livelli normali.

Studio su livelli di vitamina D e insufficienza cardiaca

I ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli si sono proposti di indagare il collegamento tra bassi livelli di vitamina D circolante e insufficienza cardiaca in un’ampia coorte di adulti italiani.

18797 soggetti adulti sani di età superiore a 35 anni sono stati reclutati casualmente dalla popolazione generale nell’ambito dello studio epidemiologico MOLI-SANI.

Durante il reclutamento, ai partecipanti sono stati somministrati questionari anamnestici e alimentari. Sugli stessi sono stati effettuati prelievi di sangue e test diagnostici (ECG e spirometrie).

La coorte è stata seguita per un periodo di 7,5 anni (sino al dicembre 2013)

I livelli di vitamina D sierica sono stati misurati presso il laboratorio centrale del progetto europeo BiomarCaRe.

I livelli di vitamina D sono stati categorizzati in:

  • normale (≥ 30 ng/mL),
  • ipovitaminosi (10-30 ng/mL),
  • carenza di vitamina D (< 10 ng/mL).

Durante il periodo di follow-up, attraverso le schede di dimissione ospedaliera, sono stati registrati 592 eventi di insufficienza cardiaca con incidenze rispettive:

  • 1,7% nel gruppo con livello normale di vitamina D,
  • 3,2% nel gruppo con ipovitaminosi
  • 5,4% nel gruppo con carenza di vitamina D.

Dopo un’analisi multivariata, che ha permesso di escludere eventuali confondenti, gli individui con un livello di vitamina D inferiori a 10 ng/mL mostravano un aumento del rischio di scompenso cardiaco di 1,59 volte rispetto a quelli con livelli normali.

«Questi risultati – spiega Franco Romeo, direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma – contribuiscono a delineare meglio un possibile ruolo della carenza di vitamina D nell’insorgenza di eventi cardiovascolari. Un maggiore approfondimento in questo ambito, potrà portare a nuove strategie di prevenzione».

L’insufficienza cardiaca

Si tratta della condizione in cui il cuore non è in grado di pompare quantità di sangue sufficienti per far fronte alle necessità dell’organismo. La conseguenza è una carenza di ossigeno negli organi che reagiscono accumulando acqua e sodio nei tessuti.

Nota anche con il termine di “scompenso cardiaco”, è la prima causa di ricovero ospedaliero negli over 65.

In Italia questa condizione interessa circa 600 mila persone. La sua frequenza raddoppia ogni 10 anni in più d’età.

Affanno, stanchezza, gonfiore (edema) degli arti sono i sintomi più tipici.

Gli effetti dei disastri naturali sull’insufficienza cardiaca

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Gli effetti dei disastri naturali sull’insufficienza cardiaca sono stati valutati in uno studio che ha correlato l’incidenza con il grado di impatto dello tsunami del 2011 in Giappone.

Nelle aree più colpite il numero dei casi era 1,66 volte più elevato nell’anno dello tsunami e rimaneva alto in due anni successivi rispetto al numero di quelli attesi, calcolato sulla base degli anni 2009 e 2010 precedenti al disastro. Nelle zone meno colpite non si sono osservate differenze significative nell’incidenza.

Lo studio è stato presentato all’ESC Congress 2016

disastri naturali malattie cardiovascolari
Uno studio ha valutato gli effetti dei disastri naturali sull’insufficienza cardiaca. L’incidenza è risultata proporzionale alla percentuale di popolazione evacuata in seguito allo tsunami del 2011 in Giappone.

«Stress, traumi e cuore non sono buoni amici e se un po’ di emozioni sono di certo le spezie dell’esistenza, l’eccesso ha effetti diretti sull’organo cardiaco – spiega Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo. Già alcuni studi avevano mostrato un aumento dei casi di insufficienza cardiaca congestizia (CHF) dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone nel 2011, ma si trattava di studi che riferivano dei dati episodici mentre all’ESC 2016 viene presentata una nuova ricerca giapponese che si è posta l’obbiettivo di determinare gli effetti a lungo termine del disastro mettendo a confronto dati clinici degli abitanti di aree più vicine all’epicentro del disastro in un periodo di 2-4 anni, misurando i dati epidemiologici secondo i parametri dello studio Framingham».

Le caratteristiche dell’evento

L’11 marzo 2011, un terremoto di magnitudo 9 della scala Richter con epicentro nel nord est del Giappone ha provocato un violento tsunami. Il disastro ha provocato la morte di oltre quindicimila persone ed effetti che si sono protratti per molti mesi. Migliaia di persone hanno perso la propria casa e hanno vissuto in ricoveri senza gas, acqua, elettricità e collegamenti telefonici.

La severità dei danni in ogni comune colpito è stato valutato sulla percentuale di inondazione. Le aeree più severamente colpite erano definite da un valore PFTA maggiore del 30% (alto impatto) mentre le zone con PFTA inferiore a 30 sono state assegnate come aree di controllo in cui l’impatto del disastro era stato più basso.

Gli effetti cardiovascolari

L’incremento dei casi di sindrome coronarica acuta, cardiomiopatie, embolismo polmonare ed eventi acuti cerebrovascolari si è evidenziato immediatamente, sia a causa dello stress acuto sia della mancanza di servizi efficienti.

Un precedente studio (Stroke, 2013; 44 1518-1524) aveva rivelato che il rateo di incidenza di CHF tra gli uomini anziani nelle aree più colpite dagli allagamenti era raddoppiato durante le 4 settimane successive dalla data del disastro.

Altre ricerche avevano già mostrato importanti alterazioni della pressione sanguigna, aumento dei livelli serici di colesterolo, trigliceridi, ematocrito, fibrinogeno dopo forti terremoti, uragani, incidenti nucleari.

Lo stress mentale, la paura e i drammatici cambiamenti ambientali causano una anomala attivazione del sistema nervoso simpatico che determina cascate ormonali. Queste interferiscono con pressione arteriosa e attività delle piastrine, fattori che possono agire come ‘scatenanti’ di eventi cerebrovascolari.

Duranti i 6 anni di sorveglianza sono stati identificati 2059 nuovi casi di CHF. Il rateo di incidenza standard durante il 2011 e nel triennio successivo 2012-2014 è stato determinato dal numero dei casi osservati in relazione a quelli attesi calcolati sulla base degli anni 2009 e 2010 precedenti al disastro.

Quando il rateo di incidenza dell’insufficienza cardiaca è stato paragonato tra le aree più colpite e quelle meno interessate, il numero dei casi era 1,66 volte più elevato nell’anno dello tsunami e rimaneva alto in due anni successivi, mentre nelle zone meno colpite non si evidenziavano differenze significative nell’incidenza.

I casi erano direttamente proporzionali all’impatto sull’ambiente e sulla percentuale di popolazione evacuata.

La farmacia come presidio cardiologico

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Usare la farmacia come presidio cardiologico può dimostrarsi una strategia utile di prevenzione primaria e secondaria.

Telemedicina in farmacia per prevenire i disturbi cardiovascolari farmacia come presidio cardiologico
Telemedicina in farmacia per prevenire i disturbi cardiovascolari

Uno studio presentato all’ESC Congress 2016 ha valutato l’efficacia del monitoraggio remoto tramite tecnologie di telemedicina e trasmissione dati. Nelle farmacie coinvolte nel progetto sono stati messi a disposizione degli utenti gli strumenti per il monitoraggio di diversi parametri cardiovascolari. Le stesse farmacie sono state collegate 24 ore al giorno a un team di cardiologi per consulenze telefoniche.

Le malattie cardiovascolari hanno prevalenza e incidenza elevate e sono generalmente associate con un alto rateo di mortalità e ospedalizzazione. 

In molti casi, il tempo diventa un fattore cruciale per scongiurare le conseguenze più gravi di un evento acuto. Per molti soggetti, è necessario un monitoraggio continuo per “non perdere tempo” e per una corretta prevenzione primaria e secondaria.

Progetto sull’uso della farmacia come presidio cardiologico

«Al dipartimento di cardiologia dell’università di Brescia – spiega Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo e Local Press Coordinator ESC – hanno messo a punto un progetto che aveva lo scopo di valutare l’efficacia del monitoraggio remoto tramite tecnologie di telemedicina e trasmissione dati.

Il monitoraggio prevedeva elettrocardiogramma, misurazione della pressione arteriosa e holter ECG come prevenzione primaria per sottoporre a screening soggetti sani o controllare pazienti a rischio come soggetti con diabete, ipertensione o dislipidemia e anche di effettuare una prevenzione secondaria in pazienti che avevano già avuto un evento cardiovascolare».

In cooperazione con il dipartimento di cardiologia dell’università di Brescia hanno partecipato allo studio l’Associazione Nazionale Italiana Federfarma e l’Health Telematic Network. Questo ha installato in 1.916 farmacie distribuite sul territorio del paese un network telematico connesso a una piattaforma di telemedicina. Qui un team di cardiologi era disponibile h24 per il consulto telefonico. Tutte le farmacie aderenti al progetto erano state equipaggiate con gli strumenti per effettuare le indagini.

Lo studio è durato dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015. ln questo arco di tempo, il network telematico è stato utilizzato da 28282 persone con un’età media di 57 anni. I soggetti hanno utilizzato gli strumenti disponibili nelle farmacie per una serie di sintomi come palpitazioni, sincope, dolore toracico atipico, per testare la risposta alla terapia antiipertensiva e individuare ipertensione o ipotensione. I cardiologi hanno analizzato oltre 28.000 esami (18.087 ECG, 5094 ABPM, 5101 ECG Holter).

I numeri del progetto

SOGGETTI n DONNE UOMINI
28.282 14.733 13.549
Esami eseguiti Anormalità riscontrate Dettagli
ECG (18.087) 19% (3.436)
ABPM (5.094) 43% (2.190) 36% ipertensione
7% ipertensione sistolica isolata
4% ipertensione diastolica isolata
ECG Holter (5.101) 32,8% 536 fibrillazione atriale
413 aritmia ventricolare
219 blocco atrio-ventricolare
Condizioni a rischio vita 8,1%

«I risultati sono stati estremamente interessanti – aggiunge Franco Romeo, direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma e Local Press Coordinator ESC. – Nel 19% degli elettrocardiogrammi sono state individuate anormalità del tracciato, nel 43% delle rilevazioni pressorie sono stati individuati trend anormali nelle 24 ore in accordo con la classificazione della European Society of Hypertension come ipertensione sisto-diastolica, ipertensione sistolica e isolata e ipertensione diastolica isolata. E tra i soggetti sottoposti al monitoraggio Holter il 32,8% ha rivelato la presenza di aritmie come fibrillazione atriale, aritmie ventricolari e gravi blocchi atrio-ventricolari; 8,1% dei quali erano in pericolo di vita. Quando erano individuate delle anormalità i soggetti erano inoltrati alla valutazione di un medico di famiglia o a un cardiologo per successive valutazioni, mentre in caso di rischio imminente i pazienti sono stati inviati al più vicino pronto soccorso».

L’importanza della telemedicina in cardiologia

«Questi dati confermano l’importanza di un’implementazione dei sistemi di telemedicina nel nostro paese dove ancora stentano a decollare – sottolinea Michele Gulizia, direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania e Local Press Coordinator di ESC – Specialmente in cardiologia la possibilità di utilizzare strategie di prevenzione primaria e secondaria potrebbe non solo accelerare la diagnosi e il trattamento ma diminuire le cosiddette “morti evitabili” con un impatto positivo sui costi sanitari. Recentemente ANMCO e Fondazione per il tuo cuore hanno introdotto in Italia il Progetto di Prevenzione Cardiovascolare denominato “Banca del Cuore”. Si tratta di una banca digitale dei dati cardiologici, clinici e anagrafici più rilevanti di un soggetto, cui si accede da un qualunque accesso internet (pc, tablet o smartphone) e in qualsiasi parte del mondo, grazie alla propria password criptata contenuta nella card ”BancomHeart” consegnata al cittadino in occasione della visita cardiologica nella Cardiologia aderente».

Indacaterolo/glicopirronio bromuro vs salmeterolo/fluticasone per la BPCO

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Lo studio FLAME conferma la superiorità dell’associazione indacaterolo/glicopirronio bromuro di Novartis rispetto a salmeterolo/fluticasone nella prevenzione delle riacutizzazioni da BPCO

broncopneumopatia cronica ostruttiva indacaterolo/glicopirronio bromuro
Indacaterolo/glicopirronio bromuro nello studio Flame risulta superiore rispetto a salmeterolo/fluticasone nella prevenzione delle riacutizzazioni da BPCO

Rispetto a salmeterolo/fluticasone, indacaterolo/glicopirronio bromuro ha anche ridotto in modo significativo l’incidenza delle riacutizzazioni, ha prolungato il tempo di insorgenza della prima riacutizzazione moderata o grave ha migliorato la  funzionalità polmonare e qualità di vita nei pazienti con BPCO.

Questi dati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine (NEJM).

Lo studio FLAME su indacaterolo/glicopirronio bromuro vs salmeterolo/fluticasone

FLAME è stato uno studio di non inferiorità, randomizzato, in doppio cieco e doppio fantasma, a gruppi paralleli, con controllo attivo, della durata di 52 settimane, che ha coinvolto 3362 pazienti affetti da BPCO in 356 siti distribuiti in 43 Paesi.

Lo studio testa-a-testa FLAME ha confrontato l’efficacia di indacaterolo/glicopirronio bromuro (Ultibro® Breezhaler® di Novartis)  110/50 μg, somministrato una volta al giorno, con salmeterolo/fluticasone [SFC] (Seretide®) 50/500 μg, somministrato due volte al giorno, nel ridurre le riacutizzazioni da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

I risultati dello studio FLAME

I risultati hanno confermato che indacaterolo/glicopirronio bromuro 110/50 μg ha raggiunto l’endpoint primario di non inferiorità e ha inoltre dimostrato superiorità rispetto a SFC 50/500 μg per quanto riguarda il tasso di tutte le riacutizzazioni di BPCO (lievi/moderate/gravi) nel corso di un anno di trattamento in pazienti con BPCO con un’anamnesi di almeno una riacutizzazione durante l’anno precedente.

Per quanto riguarda gli endpoint secondari, indacaterolo/glicopirronio bromuro è stato anche superiore rispetto a SFC nel ridurre o migliorare:

  • il numero e il tempo alla prima riacutizzazione moderata o grave di BPCO
  • il tempo alla prima riacutizzazione di BPCO (lieve/moderata/grave)
  • il tempo alla prima riacutizzazione grave di BPCO
  • la funzionalità polmonare (misurata mediante FEV1)
  • la salute correlata alla qualità della vita (misurata tramite il St. George’s Respiratory Questionnaire)

FLAME fa parte del programma di studi clinici di Fase III IGNITE che valuta l’efficacia della combinazione indacaterolo/glicopirronio bromuro nel trattamento della BPCO.

I risultati dello studio FLAME hanno confermato che l’associazione indacaterolo/glicopirronio bromuro è superiore a SFC nel ridurre gli esiti di riacutizzazione, a prescindere dalla gravità della malattia e dai livelli degli eosinofili  del paziente. In particolare, rispetto a SFC, indacaterolo/glicopirronio bromuro ha ridotto del 17% il tasso di riacutizzazioni moderate o gravi e ha prolungato il tempo al primo di questi episodi con una riduzione del rischio del 22%.

I profili di sicurezza dei due trattamenti sono stati in linea con quanto già noto. L’incidenza di polmoniti è stata maggiore con SFC rispetto a indacaterolo/glicopirronio bromuro (3,2% vs 4,8%: una differenza statisticamente significativa).

I risultati hanno dimostrato la superiorità di indacaterolo/glicopirronio bromuro rispetto all’associazione, ampiamente utilizzata, ICS (steroide inalatorio)/LABA (agonista β2-adrenergico a lunga durata d’azione) per quanto riguarda gli esiti di riacutizzazione.

L’associazione indacaterolo/glicopirronio

L’associazione indacaterolo/glicopirronio bromuro 110/50 μg risulta in un duplice broncodilatatore LABA/LAMA (agonista muscarinico a lunga durata d’azione) da usare una volta al giorno.

Diversi studi clinici hanno dimostrato che offre miglioramenti statisticamente significativi rispetto ai trattamenti ampiamente usati come attuale standard terapeutico, inclusi SFC 50/500 μg e tiotropio (18 μg).

Indacaterolo/glicopirronio bromuro è approvato in oltre 80 Paesi come trattamento di mantenimento per alleviare i sintomi nei pazienti adulti affetti da BPCO.

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Aria di qualità oil-free

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Atlas Copco fornisce aria compressa di qualità per assicurare una profittevole, affidabile e sostenibile operatività ai propri clienti. L’azienda offre un’ampia scelta di prodotti e servizi per la progettazione e realizzazione di impianti completi in accordo alle specifiche esigenze della committenza. L’integrazione che ne deriva è garanzia dei risparmi energetici conseguiti, di affidabilità e di salvaguardia delle caratteristiche di salubrità e incontaminazione dei prodotti finali. Tutto ciò si rivela di fondamentale e imprescindibile importanza nel settore farmaceutico, per il quale Atlas Copco mette a disposizione i compressori non lubrificati o “oil-free”.

compressori a vite Atlas Copco serie Z oil-free
Compressori a vite Atlas Copco serie Z oil-free

Compressori a vite Atlas Copco serie Z oil-free

Di questa famiglia, fanno parte i compressori centrifughi, le soffianti e una vasta gamma di compressori a vite Atlas Copco serie Z oil-free, progettati per assicurare un notevole risparmio energetico e la qualità del prodotto finale e per garantire la massima affidabilità, con costi di manutenzione minimi, saltuari interventi di assistenza e lunghi intervalli fra una revisione e l’altra.

Assenza di olio certificata

Atlas Copco ha richiesto all’istituto tedesco TÜV (ente di certificazione terzo, indipendente) di effettuare un test campione sui compressori rotativi oil-free serie Z. Mediante le metodologie di test più rigorose attualmente disponibili, sono state misurate tutte le possibili forme di contaminazione da olio in una gamma di temperature e pressioni. Questo ha consentito all’Atlas Copco di ottenere la certificazione di Classe 0, e di superare le specifiche ISO 8573-1 Classe 0, che testimonia l’assenza di qualunque traccia di olio nell’aria prodotta dai compressori rotativi oil-free serie Z.

All’interno della gamma dei compressori oil free (che comprende modelli da 15 kW fino a 900 kW), uno dei compressori più richiesti è l’Atlas Copco ZR315VSD, un compressore da 315 kW in grado di mantenere la variazione di pressione entro 0,1 bar, garantendo la stabilità della pressione dell’aria compressa in mandata, senza sprechi di energia e nessuna sovrapressione indesiderata. Considerato che il consumo energetico rappresenta l’80% del costo totale della vita di un compressore in 10 anni, con lo ZR VSD si realizza un risparmio che mediamente si attesta su un valore del 25% circa, con un ritorno sul costo dell’investimento di pochi anni.