Uno studio dei ricercatori della Sapienza di Roma ha dimostrato che il marker prognosticoalfa-sinucleina può essere misurato nella saliva.
Le concentrazioni di alfa-sinucleina nella saliva sono correlate alla gravità dei sintomi motori della malattia di Parkinson. La loro misura è un test prognostico che permette di valutare l’andamento della malattia nel tempo
I ricercatori romani hanno verificato chealla riduzione di alfa-sinucleinatotale corrisponde un aumento della sua forma aggregata oligomerica tossica.
Lo studio è stato condotto dai neurologi dallaSapienzadi Roma, guidati da Alfredo Berardelli, e pubblicato su PLOSone. I risultati sono stati presentati anche al II congresso nazionale dell’Accademia LIMPE DISMOV (Bari 4 – 6 maggio 2016).
La dimostrazione della possibilità diindividuarele variazioni dia-sinucleinanellasaliva, invece che nel liquor cefalorachidiano, sarà molto utile nel migliorare la diagnosi e la pratica clinica per valutare l’andamento nel tempo della malattia di Parkinson.
La ricerca di biomarker per la valutazione della malattia di Parkinson
«Da tempo la comunità scientifica è alla ricercadi un biomarkercapace di aiutare il medico nelladiagnosie nellavalutazione dell’evolvere della malattia– dice Alfredo Berardelli – Abbiamo dimostrato che, rispetto a controlli sani di pari età, nei pazienti Parkinsonsi riduce la forma non aggregata monomerica dell’alfa-sinucleinae ciò si correla proporzionalmente alla gravità del quadro motorio. È come se fosse “consumata” dalle cellule e accumulata in aggregati, gli oligomeri, che risultano infatti aumentati. I risultati ovviamente andranno confermati da altri studi».
Nel 2011 era sembrato un successo poter dosare la forma fosforilata dell’alfa–sinucleina nel sangue quando i ricercatori anglo-giapponesi delle Università di Lancaster e Tokyo diretti da David Allsop avevano indicato che nel plasma dei parkinsoniani risultava costantemente aumentata, ma i valori sono poi risultati così variabili da persona a persona da rendere incerto questo marker che doveva predire di anni la malattia.
«Misurare le concentrazioni di alfa-sinucleinae delle sue componenti nella saliva rappresenta un grosso passo avanti rispetto allecomplesse misurazionidi scarsa maneggevolezza effettuate finora nel liquido cefalorachidiano tramite puntura lombare – continua Berardelli – che è invasiva, dolorosa, scarsamente ripetibile e a rischio di sanguinamenti».
Altrimarker prognosticinon motori sono importanti, a partire dalle alterazioni olfattive ai disturbi del sonno. Tra questi, ad esempio, c’è il disturbo dellegambe senza riposo.Questo si manifesta anni prima dei tre sintomi classici di Malattia di Parkinson: tremore, rallentamento motorio e rigidità.
L’Italia rimane ancora l’unico paese europeo a mantenere la norma del patent linkage.
La Commissione Industria del Senato il 2 agosto 2016 ha bocciato i tre emendamenti presentati al ddl concorrenza tesi ad eliminare il meccanismo del patent linkage
Il patent linkage è la pratica di collegare l’autorizzazione all’immissione in commercio dei medicinali, la determinazione del prezzo o l’ammissione alla rimborsabilità degli stessi e qualsiasi altra approvazione relativa a un farmaco generico, allo status del brevetto del prodotto originario di riferimento.
Questa norma, nel 2009, a seguito dell’inchiesta sul settore farmaceutico della Commissione Europea, è stata dichiarata inequivocabilmente contraria alla normativa comunitaria.
Lo sottolinea Assogenerici in un comunicato stampa.
Il commento di Enrique Häusermann, presidente di Assogenerici, all’esito dei lavori della Commissione
«La Commissione Industria del Senato ha bocciato il 2 agosto 2016 i tre emendamenti presentati al ddl concorrenza tesi ad eliminare il meccanismo del patent linkage. L’Italia resta così l’ultima nazione in Europa a consentire queste pratiche volte a ritardare l’ingresso dei farmaci equivalenti sul mercato, con i conseguenti mancati risparmi in termini di denaro pubblico».
«Gli italiani devono sapere – prosegue Häusermann – che il SSN potrebbe continuare a pagare più degli altri paesi europei. Un onere aggiuntivo e ingiustificato, dovuto al permissivismo della legislazione italiana nei confronti dell’uso distorto dei diritti di privativa industriale. Amareggiano le dichiarazioni del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, espresse ieri in Commissione Industria, in merito all’asserita illiceità della rimborsabilità di un farmaco a carico del servizio sanitario prima della scadenza del brevetto. Ancora una volta non si comprende che qui non si sta discutendo di consentire alcuna illiceità».
«Assogenerici, come più e più volte ribadito, non intende assolutamente depotenziare la normativa sulla tutela della proprietà industriale, bensì chiede il rispetto della normativa europea che impone all’AIFA di non tener conto della durata dei brevetti nelle procedure regolatorie e di rimborso, poiché questa materia è di carattere esclusivamente privatistico e dovrebbe, quindi, restare esclusivo appannaggio della giustizia ordinaria. Il nostro ordinamento, invece, per ragioni strettamente privatistiche e industriali, continua a imporre lacciuoli ingiustificati all’attività dell’Agenzia regolatoria, che come organismo pubblico e indipendente dovrebbe operare con l’unico obiettivo di garantire efficacia, sicurezza e sostenibilità alle terapie a disposizione dei cittadini italiani».
Nintedanib rallenta la progressione della fibrosi polmonare idiopatica anche in pazienti senza una diagnosi ottenuta secondo le attuali Linee Guida. Lo dimostra una nuova analisi post hoc degli studi INPULSIS®
Una nuova analisi di dati degli studi INPULSIS su nintedanib potrebbe ampliare i criteri diagnostici della fibrosi polmonare idiopatica: l’efficacia è dimostrata anche pazienti con diagnosi effettuata secondo criteri più ampi di quelli previsti dalla attuali linee guida
L’analisi post-hoc è stata pubblicata sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Potrà avere implicazioni sui criteri diagnostici per la IPF impiegati nella prassi clinica e sul disegno di studi clinici futuri.
«Nella pratica clinica è difficile arrivare a una diagnosi certa di IPF. Se, da un lato, la precisione della diagnosi aumenta grazie agli scambi multidisciplinari fra esperti a livello regionale con esperienza e competenza in materia di interstiziopatie polmonari, d’altro canto i medici del territorio possono più spesso fare una diagnosi di IPF che non sempre risponde ai criteri fissati nelle Linee Guida internazionali – ha commentato Ganesh Raghu, professore di Medicina, Divisione di Pneumologia e Terapia Intensiva dell’Università di Washington e direttore del Centro Interstiziopatie Polmonari del Policlinico dell’Università di Washington di Seattle –
Questa analisi conferma, per la prima volta, che la progressione della malattia e gli effetti della terapia in un sottogruppo di pazienti con caratteristiche non integralmente rispondenti ai criteri fissati per la diagnosi di IPF nelle Linee Guida Internazionali 2011 sono simili a quelli dei pazienti la cui malattia soddisfa tali criteri diagnostici. Ciò implica che si possa prendere in considerazione di accettare criteri modificati, come quelli impiegati nello studio, per arrivare alla diagnosi di IPF che comprendono presenza di un possibile quadro UIP e bronchiectasie da trazione nei lobi inferiori (nonostante la mancanza di strutture a ‘nido d’ape’ nettamente visibili alla HRCT e l’assenza di biopsia polmonare), negli appropriati contesti clinici e negli studi clinici futuri».
Criteri per la diagnosi della fibrosi polmonare idiopatica
Per arrivare a una diagnosi precisa di IPF i medici utilizzano una tecnica di imaging, la TAC ad alta risoluzione (HRCT), per individuare la presenza di tessuto cicatriziale (fibrosi) e in particolare il quadro tipico della polmonite interstiziale comune (UIP).
Modificazioni con struttura a ‘nido d’ape’ evidenziate alla HRCT polmonare sono un indicatore chiave di fibrosi polmonare e un tratto caratteristico di quadro UIP visibile alla HRCT. In assenza di struttura a‘nido d’ape’ evidenziata alla HRCT, può essere difficile confermare che la presenza di tessuto cicatriziale soddisfi rigorosamente i criteri fissati dalle Linee Guida per una diagnosi definitiva di IPF.
Per un ampio gruppo di pazienti che non ha una diagnosi confermata di IPF secondo i criteri delle Linee Guida, compresi coloro che non soddisfano i criteri per effettuare una biopsia polmonare, il decorso clinico della malattia e l’efficacia della terapia per la IPF restano sconosciuti. Indagini sulle caratteristiche della malattia nei diversi sottogruppi di pazienti per tipologia di diagnosi sono pertanto fondamentali.
L’analisi post hoc degli studi INPULSIS
Gli studi INPULSIS hanno incluso oltre a pazienti con diagnosi di IPF formulata in maniera classica, anche pazienti con diagnosi clinica di IPF che, in assenza di biopsia polmonare e di struttura a ‘nido d’ape’ evidenziata alla HRCT, presentavano un possibile quadro UIP e presenza di bronchiectasie da trazione, quest’ultime riconosciute come uno dei segni di fibrosi polmonare più rilevanti alla TAC.
L’analisi post-hoc di sottogruppo sulla base dei criteri diagnostici dei dati combinati degli studi di Fase III INPULSIS ha riguardato un totale di 1.061 pazienti.
Tutti i pazienti degli studi INPULSIS avevano una diagnosi di IPF confermata nella pratica clinica ≤5 anni prima della randomizzazione. Per gli scopi dell’analisi di sottogruppo, il 31,9% dei pazienti è stato classificato come avente un possibile quadro UIP e bronchiectasie da trazione evidenziate alla HRCT e non sottoposto a biopsia polmonare, e il 68,1% dei pazienti classificato come presentante un quadro UIP alla HRCT e/o sottoposto a biopsia polmonare, che ha confermato il quadro UIP (criteri diagnostici per la IPF secondo le attuali linee guida internazionali).
I risultati dell’analisi
I risultati dell’analisi dimostrano che nintedanib rallenta la progressione della malattia in entrambi i sottogruppi diagnostici. L’efficacia del farmaco dimostrata dagli studi di Fase III nella vasta tipologia di pazienti reclutati, può essere valida anche per i pazienti che si incontrano nella normale prassi clinica.
L’analisi di sottogruppo, in dettaglio, ha dimostrato che:
in pazienti con quadro UIP confermato, compresa struttura a ‘nido d’ape’ e/o biopsia, il tasso annuo corretto di declino della FVC era −108,7 mL/anno nel gruppo nintedanib e -225,7 mL/anno nel gruppo a placebo (differenza rispetto a placebo di 117,0 mL/anno).
In pazienti che alla HRCT evidenziavano possibile quadro UIP, assenza di struttura a ‘nido d’ape’ e non sottoposti a biopsia, ma con presenza di bronchiectasie da trazione, il tasso annuo rettificato di declino della FVC era di −122,0 mL/anno nel gruppo nintedanib e di -221,0 mL/anno nel gruppo a placebo (differenza rispetto a placebo di 98,9 mL/anno).
Il valore p di interazione di terapia per sottogruppo non è stato significativo (p = 0,8139), indicando che l’effetto terapeutico di nintedanib non è stato diverso fra i sottogruppi.
L’effetto terapeutico in entrambi i sottogruppi è stato, altresì, omogeneo rispetto a quello della popolazione complessiva a cui i dati combinati si riferiscono.
Gli eventi avversi sono stati simili nei sottogruppi.
Nintedanib
Nintedanib, inibitore di tirosin-chinasi a piccola molecola, sviluppato dai ricercatori Boehringer Ingelheim, è indicato per l’impiego negli adulti come terapia della fibrosi polmonare idiopatica.
Nel 2015 il farmaco è stato inserito nelle Linee Guida Internazionali aggiornate sul trattamento della fibrosi polmonare idiopatica.
Nintedanib rallenta la progressione della malattia, riducendo di circa il 50% il deterioramento della funzionalità polmonare in una vasta gamma di pazienti affetti da IPF, tra cui pazienti con malattia in fase precoce (minima compromissione della funzionalità polmonare, FVC >90% del predetto), fibrosi limitata (assenza di ispessimento interstiziale a nido d’ape o honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e pazienti con enfisema.
Gli effetti collaterali di nintedanib possono essere efficacemente gestiti nella maggior parte dei pazienti e l’effetto collaterale più frequentemente riferito è diarrea.
Nintedanib prende di mira i recettori del fattore di crescita che hanno dimostrato di essere coinvolti nella patogenesi della fibrosi polmonare, soprattutto inibendo il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) e il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR).
Si ritiene che nintedanib, bloccando queste vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, rallenti il declino della funzionalità polmonare e la progressione della fibrosi polmonare idiopatica.
La terapia per l’ipotiroidismo è semplice e maneggevole: consiste nella somministrazione orale di levotiroxina sodica (T4), ma richiede cautele. Oltre alla corretta modalità di assunzione deve essere valutata la possibile interferenza con altri farmaci o con alimenti che possono alterare il corretto assorbimento dell’ormone.
Formulazioni alternative di tiroxina per l’ipotiroidismo, come softgel e soluzione in etanolo e glicerina, possono migliorare la compliance in pazienti difficili
Le alterazioni della secrezione acida gastrica ma anche radicate abitudini nutrizionali (come l’assunzione concomitante di caffè e di fibre) possono interferire negativamente con l’assorbimento della tiroxina.
La scarsa compliance porta ad aumentare le dosi.
«La presenza di malattie gastrointestinali, spesso occulte, (infezioni da H. pylori, gastriti atrofiche, malattia celiaca, intolleranza al lattosio, parassitosi intestinali) che interagiscono negativamente sull’assorbimento della tiroxina complicano ulteriormente le cose – sottolinea Marco Centanni, dell’Università Sapienza di Roma, direttore della UOC di Endocrinologia del polo di Latina – Da monitorare anche le interazioni con farmaci: antiacidi, inibitori di pompa protonica, alcuni neurolettici e antidepressivi interferiscono con il controllo della patologia specialmente in pazienti definiti difficili».
Tra questi ci sono «pazienti anziani con malattie concomitanti e in politerapia, ma anche donne in gravidanza e bambini, pazienti alimentati con sonda enterale, soggetti sottoposti a chirurgia bariatrica e con problemi di malassorbimento» spiega Andrea Giustina, ordinario di Endocrinologia all’Università di Brescia.
Formulazioni alternative
In alcuni pazienti, come quelli con storia di malattie cardiovascolari, la formulazione classica può causare complicazioni: dall’ischemia cardiaca ad aritmie e spasmi delle coronarie.
Negli ultimi anni, per far fronte a queste problematiche, la tiroxina è stata proposta in due nuove formulazioni:
una in softgel, priva di lattosio e altri eccipienti,
una liquida in cui il principio attivo è disciolto in etanolo e glicerolo.
Queste alternative si sono dimostrate utili ad aggirare alcuni fattori che contribuivano al mancato controllo della patologia o al rischio di somministrare dosi eccessive.
In altri pazienti la mancata efficacia è riconducibile a una mancata o ridotta conversione del pro ormone T4 alla forma attiva T3. Questa situazione interessa circa il 20% dei pazienti. In questi casi, l’utilizzo della T3 in associazione con la levotiroxina è una promettente prospettiva.
Teva Pharmaceutical Industries e Allergan hanno annunciato il completamento dell’acquisizione da parte di Teva del business dei farmaci equivalenti di Allergan (“Actavis Generics”).
Teva ha acquisito Actavis Generics, il business dei farmaci equivalenti di Allergan
Teva si apre così nuove possibilità nel campo dei farmaci equivalenti e dei farmaci specialistici.
Questa acquisizione strategica fonde due aziende che hanno profili complementari sotto diversi aspetti. Così Teva si potrà rafforzare nei settori R&S, pipeline e portfolio prodotti, presenza geografica, rete operativa e cultura.
«L’acquisizione di Actavis Generics arriva in un momento in cui Teva è più forte che mai, sia nel business dei farmaci equivalenti, sia in quello dei farmaci specialistici – ha commentato Erez Vigodman, president and CEO di Teva. – Attraverso la nostra acquisizione di Actavis Generics, stiamo creando una nuova Teva con solide fondamenta, un profilo finanziario significativamente rafforzato, fonti di ricavo maggiormente diversificate e flussi di profitto sostenuti da un forte sviluppo di prodotto sia nel settore dei farmaci specialistici, sia in quello degli equivalenti. Questo permetterà di avere una piattaforma in grado di generare, secondo le previsioni, una crescita top-line e bottom-line pluriennale e allo stesso tempo un cash flow importante».
Vigodman ha commentato:
«Come risultato del rafforzamento del profilo finanziario conseguente a questa operazione, saremo ancor meglio posizionati e potremo così sfruttare i benefici della capacità di Ricerca e Sviluppo di Teva per sostenere una crescita top-line e ampliare il nostro portfolio in tutti i nostri business. Il forte cash flow combinato dell’azienda consentirà una rapida riduzione della leva finanziaria e ci darà la capacità di continuare ad allocare capitali con un’attenzione particolare al rafforzamento del nostro portfolio prodotti e della nostra pipeline di farmaci specialistici. Allo stesso tempo rafforzerà il ritorno economico per gli azionisti”.
Richieste di approvazione e pipeline Teva
Grazie all’acquisizione, Teva ha ora circa 338 richieste di registrazione di prodotti in attesa di approvazione presso l’FDA.
In Europa, a seguito della cessione, Teva avrà una pipeline con oltre 5.000 lanci previsti in tutta l’area.
Nei mercati in crescita di Teva, inclusi Asia, Africa, America Latina, Medio Oriente, Russia e Paesi CIS (Ucraina, Russia, Bielorussia, Kazakistan), l’azienda dispone di circa 600 prodotti in attesa di approvazione.
Complessivamente, Teva sta pianificando 1.500 lanci di farmaci equivalenti per il 2017 a livello globale.
«Teva al momento possiede alcuni tra i migliori asset, persone e capacità del settore. Abbiamo la responsabilità di trasformare questi punti di forza in risultati significativi per i pazienti, i clienti e le comunità in cui operiamo così come per i nostri azionisti – ha dichiarato Siggi Olafsson, presidente e CEO Global Generic Medicines di Teva – Siamo lieti di dare il benvenuto ai nostri nuovi e talentuosi colleghi di Actavis Generics tra cui numerosi scienziati e business leader di prima classe».
«Grazie all’acquisizione di Actavis Generics, in Italia abbiamo la possibilità di rafforzare il nostro business nell’area delle malattie respiratorie e della salute della donna, e di aumentare la nostra presenza produttiva – ha commentato Hubert Puech d’Alissac, AD di Teva Italia – con il sito produttivo di Nerviano si completa a tutti gli effetti la filiera produttiva di Teva in Italia, che arriva così a coprire l’intero percorso produttivo del farmaco, dal principio attivo, fino al farmaco finito. Una presenza sempre più completa e importante per fornire valore ai nostri pazienti, clienti e al sistema sanitario».
Integrazione e prontezza operativa
Fin dall’annuncio dell’accordo di acquisizione, nel luglio 2015, i team di Teva e di Actavis Generics dedicati all’integrazione, hanno lavorato attentamente per pianificare l’integrazione delle due organizzazioni, in modo da garantire che la nuova azienda combinata fosse pienamente operativa al momento della chiusura della transazione. Come risultato di queste azioni, Teva inizierà fin da subito a capitalizzare i vantaggi offerti dall’acquisizione di Actavis Generics.
Le due aziende condividono una forma culturale e strategica molto simile e Teva si propone di valorizzare le competenze e i talenti di entrambe le aziende. Il senior management team combinato è composto sia dai leader di Teva sia da quelli di Actavis. È strutturato in modo da valorizzare le risorse di entrambe le organizzazioni.
Teva Pharmaceutical Industries, con sede in Israele, produce una vasta gamma di farmaci equivalenti per quasi tutte le aree terapeutiche. Nel settore dei farmaci specialistici, si occupa di trattamenti innovativi nelle aree del Sistema Nervoso Centrale, della terapia del dolore e del sistema respiratorio.
Per migliorare la qualità della vita delle persone con malattia di Parkinson, oltre alle terapie farmacologiche, rivestono un ruolo fondamentale approcci che vanno dalla neurostimolazione alla musicoterapia, dal canto alla danza.
Possibilità terapeutiche per la malattia di Parkinson: neurostimolazione DBS con elettrodi direzionali, canto corale associato a logopedia, danza irlandese, tango, metodo AMAPM e LSVT®LOUD
La terapia farmacologica può avvalesi dei collaudati dopamino-agonisti e sull’introduzione della safinamide.
Sono disponibili sistemi di infusioni di apomorfina o duodopa che garantiscono un livello costante per tutto l’arco della giornata.
Farmaci in via di sperimentazione si avvalgono di anticorpi in grado di distruggere l’aggregato proteico patogenico.
Musica, danza e canto-terapia per migliorare l’umore, il sonno e la capacità di muoversi e di esprimersi
Le strategie fisioterapiche che forniscono informazionisonore con cui riorganizzare mentalmente le caratteristichespaziali del cammino e riadattare ilcomportamento motorio possono migliorare il modo di camminare e sono un’importante misura riabilitativa: quelle basate sull’ascolto di suoni melodici o ritmici aiutano a sincronizzare la cinetica della marcia.
Le indicazioni a favore dell’impiego della danza irlandeseo del tango come tecniche riabilitative sono ormai molteplici, tant’è che la danza è stata proposta da ricercatori inglesi dell’Università di Roehampton come trattamento di routine per la sua unica proprietà di indurre contemporaneamente miglioramenti negli ambiti fisico, mentale, emotivo e di socializzazione.
Nel 2015 i ricercatori dell’Università di Ferrara hanno proposto un ritmo musicale appositamente studiato per la riabilitazione dei pazienti, l’AMAPM, acronimo di Adapted motor activity with pleasant music. Si tratta di una compilation di armoniche e ritmiche proposte in una determinata sequenza. Musica classica, pop, leggera anni ’50 e ’60 e anche musiche per bambini, tutte scelte dagli stessi pazienti in base al benessere psichico che infondevano loro.
L’AMAPM è stato studiato su un campione di pazienti con età media di circa 78 anni.
Dopo l’ascolto, i pazienti hanno riportato miglioramento delle performance motorie e psichiche. Il beneficio sull’umore è stato del 36%; il calo degli altri disturbi associati, come i problemi di sonno del 47%.
L’effetto benefico si è avuto anche sui caregiver, con conseguente miglioramento della qualità di vita di entrambi.
Metodi per migliorare l’eloquio
Uno dei grossi handicap di chi soffre di malattia di Parkinson è l’intellegibilità dell’eloquio, una menomazione che spesso costituisce un pesante motivo di frustrazione e di isolamento che va ad aggiungersi agli altri, incidendo pesantemente sulla qualità di vita di questi pazienti.
Da una ventina d’anni sono state sviluppate varie tecniche per migliorare l’eloquio come quella chiamata LSVT®LOUD o il metodo Lombard da effettuare con l’aiuto di logopedisti specializzati. Con queste metodiche si può arrivare a liberare i pazienti parkinsoniani dal loro isolamento comunicazionale.
Uno studio per integrare il canto corale all’intervento logopedico tradizionale
FLI e Associazione Parkinson Puglia, in collaborazione con i Logopedisti Parkinson Puglia (Valentina Lavermicocca, Marilina Notarnicola e Angela Tedesco) specializzati nella Malattia di Parkinson e coordinati da Anna Rita Dello Monaco, ha condotto uno studio sul canto associato alleterapie logopediche specifiche per migliorare i disturbi della voce nella Malattia di Parkinson.
Nello studio, 7 pazienti sono stati addestrati da unlogopedista a migliorare intensità della voce, durata e frequenza dell’emissione vocalesfruttando tecniche come il metodo LSVT®LOUD. I pazienti hanno poi partecipato perdue mesi a sessionidi un’ora e mezza alla settimana dicanto corale. Essi hanno avuto unmiglioramento dell’intensità della voce,dell’articolazione della parola e dell’intellegibilità dell’eloquio. I miglioramenti sono stati valutati tramite ROMP (Radboud Oral Motor Inventory for Parkinson’s Disease), una scala di valutazione dell’eloquio e del controllo della deglutizione dei pazienti parkinsoniani. Il risultato indica come anche nella malattia diParkinsonla canto-terapiapuò dimostrarsi di grosso aiuto nelrisolvereun problema che grava pesantemente sulla qualità di vita di questi pazienti.
I benefici derivanti dalla partecipazione al canto corale nellefunzioni religiose era già stato oggetto di uno studio pubblicato sulla rivista Dementia da ricercatori della Canterbury Christ Church University e dell’Università del Sussex. Partendo dal presupposto che lefunzioni religiosedi ogni credo sono animate da canti corali, i ricercatori inglesi hanno dimostrato uneffetto positivo su problemi comportamentali, psicologici e cognitivi. In 10 settimane èmigliorata anche lacapacità di svolgere le normali attività quotidiane in soggetti con segni didemenza.
Lo studio pigliese è stato presentato da Marilina Notarnicola del Centro Giovanni Paolo II di Putignano al secondo congresso dell’Accademia Italiana LIMPE-DISMOV per lo studio della malattia di Parkinson e dei Disturbi del Movimento (Bari 4 – 6 maggio 2016).
Un bastone per il Parkinson
L’Accademia Italiana LIMPE-DISMOV per lo studio della malattia di Parkinson e dei Disturbi del Movimento ha in programma di valutare la validità scientifica di un dispositivo messo a punto da un paziente.
Si tratta di un bastone snodabile a 360° con una sospensione a molla regolabile.
Lo snodo permette il passaggio della gamba una volta che il bastone viene appoggiato in avanti, consentendo stabilità in discesa, in salita e su terreno scosceso.
La molla regolabile determina ilmolleggio di ritorno quando il paziente si appoggia al bastone.
L’asta è catarifrangente e il malato la identifica come un ostacolo e spontaneamente solleva la gamba camminando con più sicurezza.
Tale strumento ha vinto il premio Gorini 2012 per la follia creatrice ed è nato dall’incontro fra un paziente, Alberto Pugliani, che l’aveva creato per sé e un intraprendente costruttore meccanico che poi l’ha brevettato.
Secondo le indicazioni del costruttore, portando in avanti questo pastone il malato è portato a scavalcare con la gamba dominante ciò che identifica come un ostacolo, per poi ripetere l’operazione e quando prende dimestichezza, riacquista sicurezza e soprattutto dignità.
Il paziente, grazie a questo bastone riuscerebbe a girare su sé stesso, entrare in casa senza aiuto, richiudere o aprire la porta, andare in bagno, camminare in spazi angusti e soprattutto girare libero per casa o all’esterno senza l’aiuto altrui o di ulteriori punti d’appoggio.
Occorrerà vedere se in un sufficiente numero di pazienti e per un sufficiente periodo di tempo i risultati ottenuti nel signor Pugliani verranno confermati.
Stimolazione cerebrale profonda
La neuromodulazione DBS (Deep Brain Stimulation), introdotta negli anni ’80, è una procedura neurochirurgica funzionale. Viene solitamente riservata a pazienti difficili, che sono stati trattati farmacologicamente per anni e non rispondono più alle terapie. Consiste nell’erogazione di microimpulsi elettrici tramite elettrodi impiantati a livello dei nuclei cerebrali interessati. Gli impulsi riattivano ineuroni dopaminergici desincronizzando i meccanismi abnormi instauratisi nella malattia.
La tecnica è stata migliorata grazie alla possibilità di impiantare elettrodi direzionali. Questi permettono di concentrare il campo elettrico con maggiore precisione e offrono la possibilità di personalizzare il trattamento a seconda delle esigenze dei singoli pazienti.
rFVIIIFc (efmoroctocog alfa) è disponibile in Italia per il trattamento dell’emofilia A.
rFVIIIFc offre una protezione prolungata verso gli episodi emorragici con infusioni endovenose profilattiche ogni 3-5 giorni. È disponibile in Italia
Il fattore VIII ricombinante a emivita prolungata di Sobi™ è ottenuto mediante tecnologia Fc. È indicato per la profilassi e il trattamento dei sanguinamenti in persone con emofilia A (deficit congenito di fattore VIII). Può essere utilizzato da persone di tutte le età.
rFVIIIFc (efmoroctocog alfa)
Efmoroctocog alfa è una proteina ricombinante di fusione sviluppata legando a una molecola del fattore VIII, con delezione del dominio B, la porzione Fc dell’immunoglobulina umana IgG1. Ciò consente di utilizzare una via naturalmente esistente nell’organismo per prolungare l’emivita della terapia. Per questa sua caratteristica, rFVIIIFc offre una protezione prolungata verso gli episodi emorragici con infusioni endovenose profilattiche praticate ogni 3-5 giorni.
La profilassi dell’emofilia A
In profilassi, un livello di fattore VIII pari a 1 UI/dL è generalmente ritenuto la soglia minima per prevenire gli episodi di sanguinamento. Per alcuni pazienti, tuttavia, non è sufficiente. Pertanto, per mantenere un livello di fattore VIII adeguato, l’emivita relativamente breve delle terapie sostitutive convenzionali rende necessaria una somministrazione endovenosa frequente, un limite per un trattamento ottimale.
Efmoroctocog alfa, grazie alla sua clearance ridotta e all’emivita prolungata, è in grado di migliorare la protezione dai sanguinamenti, senza aumentare, complessivamente, il consumo di fattore o l’impatto del trattamento stesso.
«Accogliamo con favore l’avvento di questo nuovo farmaco, che va ad accrescere l’offerta di prodotti a disposizione dei clinici per fornire risposte terapeutiche sempre più adeguate alle esigenze dei singoli pazienti – dice Cristina Cassone, presidente della Federazione delle Associazioni Emofilici (FedEmo Onlus) – Terapie in grado di offrire una maggiore protezione per più tempo assicurano una miglior prevenzione verso i sanguinamenti, un importante passo avanti per queste persone, sia dal punto di vista clinico che sociale. Inoltre, ridurre il numero di infusioni rappresenta un concreto vantaggio per la comunità emofilica. L’augurio è che ai pazienti venga consentito l’accesso in tempi brevi a questi nuovi trattamenti, sempre in un’ottica complessiva di sostenibilità del sistema».
L’evoluzione della profilassi per l’emofilia A
«Siamo di fronte a una nuova era, dove la qualità di vita degli emofilici potrà essere ulteriormente migliorata – afferma Giovanni Di Minno, presidente dell’Associazione Italiana Centri Emofilia (AICE) – L’arrivo della profilassi in emofilia ha migliorato la qualità di vita dei pazienti, riducendo i sanguinamenti e i danni articolari. Questo, però, imponeva di infondere il fattore sostitutivo più volte a settimana (comunemente 3) e il rischio di sanguinamenti occasionali restava possibile. Disporre di un prodotto a emivita prolungata significa ridurre potenzialmente a zero questo rischio e, allo stesso tempo, diminuire il numero di infusioni. Questo riduce l’impatto del trattamento sulla qualità di vita del paziente e aumenta la sua aderenza alla terapia. Un prodotto a emivita prolungata ci permetterà di essere sempre più vicini all’obiettivo finale: sanguinamenti zero in emofilia».
«La profilassi, così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi, è una sorta di compromesso. Le infusioni si praticano ogni due/tre giorni anche se, per garantire un regime di coagulazione normale, dovrebbero essere ogni 24 ore; l’emivita media delle terapie convenzionali, infatti, è di circa 12 ore – dichiara Andrea Buzzi, presidente di Fondazione Paracelso – L’altro problema è legato agli adolescenti, alla loro scarsa aderenza terapeutica che espone a un rischio elevato di sanguinamenti e emorragie. E la discontinuità favorisce le emorragie cosiddette subcliniche, causa di importanti danni articolari. Ben vengano, quindi, le nuove terapie a emivita prolungata, che possono solo portare ad un innalzamento della qualità di vita di tutta la comunità emofilica».
Studi su rFVIIIFc (efmoroctocog alfa)
La Tecnologia Fc di efmoroctocog alfa (rFVIIIFc) negli studi A-LONG e Kids A-LONG e sulla base dei dati ad interim dello studio di estensione in aperto ASPIRE, ha dimostrato di superare i principali limiti terapeutici esistenti oggi: sia aumentare il livello di protezione senza incrementare il numero di infusioni, sia ridurre la frequenza di somministrazione senza compromettere i livelli di protezione dai sanguinamenti.
L’approvazione di efmoroctocog alfa (rFVIIFc) per l’emofilia A nei 28 Paesi membri dell’Unione europea (UE), oltre a Islanda, Liechtenstein e Norvegia, avvenuta nel novembre 2015, si basa sui risultati degli studi clinici di fase III A-LONG e Kids A-LONG.
Nello sviluppo clinico sono stati esaminati l’efficacia, la sicurezza e il profilo farmacocinetico di efmoroctocog alfa negli adulti e adolescenti di età superiore ai 12 anni e in bambini di età inferiore ai 12 anni con emofilia A grave; entrambi i gruppi erano già stati precedentemente trattati con altre terapie.
L’associazione grazoprevir/elbasvirriceve l’autorizzazione all’immissione in commercio dalla Commissione Europea per il trattamento dell’epatite C cronica genotipi 1 e 4.
Grazoprevir/elbasvir riceve l’AIC dalla CE. L’associazione garantisce alti tassi di guarigione in una vasta gamma di pazienti con epatite cronica da HCV genotipo 1 o 4, compresi quelli fragili
L’associazione di MSD approvata ha il nome commerciale di Zepatier™. È una compressa combinata a dose fissa, da assumere una volta al giorno. Contiene elbasvir, inibitore di NS5A (50 mg) e grazoprevir, inibitore della proteasi NS3/4A (100 mg). L’indicazione è con o senza ribavirina (RBV) per il trattamento dell’epatite cronica da virus C (HCV) genotipo (GT)1 oppure GT4 negli adulti.
L’approvazione ottenuta consente la commercializzazione del farmaco nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea e negli Stati membri dell’Area Economica Europea, Islanda, Liechtenstein e Norvegia.
L’infezione cronica da HCV, causata dalla presenza del virus dell’epatite C nel sangue, è una delle maggiori criticità per la salute pubblica, e colpisce globalmente più di 170 milioni di persone, 15 milioni delle quali vivono in Europa. Dei sei genotipi di HCV che causano infezione cronica, il GT1 è il più comune in Europa rappresentando circa il 66% dei casi. Il genotipo 1b è il più diffuso sub-genotipo nella maggior parte dei Paesi Europei. La diffusione dell’infezione da GT4 è in aumento in Europa.
«Data la complessità dell’epatite C cronica, è fondamentale avere una varietà di opzioni di trattamento efficaci, per garantire ai diversi tipi di pazienti la più alta probabilità di raggiungere la guarigione – dichiara Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato di MSD Italia. – L’approvazione di elbasvir/grazoprevir nell’Unione Europea, che segue le approvazioni già ottenute all’inizio del 2016 negli Stati Uniti e in Canada, è un passo importante nel trattamento di questa devastante patologia. Nei trial clinici, il nostro farmaco ha dimostrato alti tassi di guarigione in una vasta gamma di pazienti con epatite cronica da HCV genotipo 1 o 4, dai pazienti naïve al trattamento a quelli in cui l’infezione cronica da HCV è stata storicamente sempre difficile da trattare, fornendo una nuova importante opzione nella lotta contro questa epidemia che interessa la salute pubblica globale».
«Da oltre 25 anni – continua Nicoletta Luppi – MSD è impegnata nella lotta all’epatite C cronica: una lunga storia di lavoro e di ricerca, finalizzata a rendere disponibili opzioni terapeutiche dall’elevato profilo di efficacia, tollerabilità e sicurezza al maggior numero di pazienti, con l’obiettivo ambizioso di aiutare a ridurre in tutto il mondo il carico della malattia».
MSD continua a lavorare per rifornire il mercato europeo. I lanci del prodotto cominceranno tra l’ultimo trimestre 2016 e il primo trimestre 2017, e continueranno in Europa per tutto il 2017.
Pazienti con epatite C cronica in tutto il mondo hanno partecipato al programma di sviluppo clinico del farmaco, che è stato progettato per rispondere anche ai bisogni terapeutici di pazienti fragili: con cirrosi compensata o con precedente fallimento al trattamento con peg-interferone più RBV, con o senza un inibitore della proteasi.
Studi clinici su grazoprevir/elbasvir
Nei trial clinici di fase III, grazoprevir/elbasvir hanno raggiunto alti tassi (SVR) di guarigione in popolazioni diverse di pazienti con epatite C cronica, comprese quelle di pazienti con insufficienza renale oppure in terapia agonistica con oppiacei.
La risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane dopo il completamento della terapia (SVR 12, considerata “cura virologica” basata su livelli non rilevabili di HCV RNA) è stata raggiunta nel 96% (301/312) dei pazienti con infezione da HCV GT1b trattati con grazoprevir/elbasvir per 12 settimane.
Nei pazienti con infezione cronica da HCV GT1a, il 93% (483/519) e il 95% (55/58) ha raggiunto la cura seguendo il trattamento, rispettivamente, con grazoprevir/elbasvir per 12 settimane o con grazoprevir/elbasvir più RBV per 16 settimane. Inoltre, il 94% (61/65) e il 100% (8/8) dei pazienti con infezione cronica da HCV GT4 ha raggiunto la cura seguendo il trattamento, rispettivamente, con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane o elbasvir/grazoprevir più RBV per 16 settimane.
L’efficacia e la sicurezza di grazoprevir/elbasvir sono state valutate in otto studi clinici in circa 2.000 pazienti. Il programma di sviluppo è stato progettato per studiare grazoprevir/elbasvir in pazienti con epatite C cronica, compresi quelli in terapia con agonisti oppioidi, quelli con insufficienza renale cronica o con co-infezione HCV/HIV-1.
L’endpoint primario di efficacia in tutti gli studi era la SVR 12.
Panoramica degli studi clinici
Studio
Popolazione di pazienti
Bracci di studio e durata
C-EDGE TN
(doppio cieco)
GT1, GT4 o GT6 TN +/- cirrosi
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane (N=316)
placebo per 12 settimane (N=105)
C-EDGE COINFECTION (open-label)
GT1, GT4 o GT6 TN con co-infezione HCV/HIV-1 +/- cirrosi
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane (N=218)
C-SURFER
(doppio cieco)
GT1 TN o TE con malattia renale cronica stadio 4 e 5 +/- cirrosi
grazoprevir/elbasvir* per 12 settimane (N=122, compresi 11 pazienti in un braccio aperto PK intensivo)
placebo per 12 settimane (N=113)
C-WORTHY
(open-label)
GT1 o GT3 TN +/- cirrosi, TE null responders +/- cirrosi,
TN con co-infezione HCV/HIV-1 senza cirrosi
grazoprevir/elbasvir* per 8, 12 o 18 settimane (N=31, 136 e 63, rispettivamente)
grazoprevir/elbasvir* + RBV† per 8, 12 o 18 settimane (N=60, 152 e 65, rispettivamente)
C-SCAPE
(open-label)
GT4 o GT6 TN senza cirrosi
grazoprevir/elbasvir* per 12 settimane (N=14)
grazoprevir/elbasvir* + RBV† per 12 settimane (N=14)
C-EDGE TE
(open-label)
GT1, GT4 o GT6 TE +/- cirrosi e +/- co-infezione HCV/HIV-1
grazoprevir/elbasvir per 12 o 16 settimane (N=105 e 105, rispettivamente)
grazoprevir/elbasvir + RBV† per 12 o 16 settimane (N=104 e 106, rispettivamente)
C-SALVAGE
(open-label)
GT1 TE con regimi a base di inibitori della proteasi di HCV‡ +/- cirrosi
grazoprevir/elbasvir* + RBV† per 12 settimane (N=79)
C-EDGE
CO-STAR
(doppio cieco)
GT1, GT4 o GT6 TN in terapia a base di agonisti oppiodi +/- cirrosi
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane (N=201)
placebo per 12 settimane (N=100)
GT = Genotipo TN = Treatment-Naïve TE = Treatment-Experienced (con precedente fallimento alla terapia con interferone [IFN] o peginterferone alfa [pegIFN] con o senza RBV o che erano intolleranti alla terapia precedente) PK = farmacocinetica *elbasvir 50mg + grazoprevir 100mg co-somministrati come agenti singoli †RBV somministrata con dosi giornaliere da 800 mg a 1.400 mg in base al peso ‡Fallimento a trattamenti precedenti con boceprevir, telaprevir, o simeprevir in combinazione con pegIFN + RBV.
Regime di terapia con grazoprevir/elbasvir raccomandato
Per i pazienti con epatite C cronica da HCV GT1 e GT4 è raccomandato un regime di terapia di una compressa al giorno per 12 settimane.
Per alcune categorie di pazienti, deve essere considerato un regime di terapia con grazoprevir/elbasvir più RBV per 16 settimane.
Nella tabella sottostante sono inclusi i regimi e le durate raccomandate per il trattamento dell’epatite C cronica in pazienti con o senza cirrosi compensata (solo Child Pugh A).
Non sono necessari adattamenti del dosaggio quando si usa il farmaco con agenti anti-acido.
Genotipo
HCV
Trattamento e durata
GT1a
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane
grazoprevir/elbasvir per 16 settimane più ribavirina* deve essere considerato nei pazienti con livello di HCV RNA al basale > 800.000 UI/mL e/o presenza di polimorfismi specifici di NS5A al fine di minimizzare il rischio di fallimento del trattamento**
GT1b
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane
GT4
grazoprevir/elbasvir per 12 settimane
grazoprevir/elbasvir per 16 settimane più ribavirina* deve essere considerato nei pazienti con livello di HCV RNA al basale > 800.000 UI/ml al fine di minimizzare il rischio di fallimento del trattamento
* Negli studi clinici, la dose di RBV era basata sul peso (< 66 kg = 800 mg al giorno, da 66 a 80 kg = 1,000 mg al giorno, da 81 a 105 kg = 1,200 mg al giorno, > 105 kg = 1,400 mg al giorno) e somministrata in due dosi separate insieme al cibo.
**I polimorfismi di NS5A, che causano una riduzione di almeno 5 volte dell’attività di elbasvir, includono L/M28T/A, R/Q30E/H/R/G/K/L/D, L31M/V/F, H58D e Y93C/H/N.
È stato individuato un modello prognostico per il tumore ovarico che classifica le pazienti in base al rischio di recidiva.
La scoperta deriva da uno studio multicentrico italiano, nato dalla collaborazione di tre Istituti. La ricerca è stata pubblicata su “The Lancet Oncology“. Dopo una necessaria validazione permetterà di inserire le donne più a rischio in protocolli di trattamento più aggressivi per ritardare o bloccare la ripresa del tumore.
L’individuazione di 35 micro-molecole di acido ribonucleico che predicono il rischio di progressione o di recidiva ha permesso di creare MiROvaR, un modello prognostico per il tumore ovarico
Il modello è stato denominato MiROvaR e può essere considerato una firma molecolare del carcinoma ovarico. È basato sull’espressione di 35 microRNA, in grado di identificare il rischio di ricaduta delle pazienti, sin dal momento della diagnosi.
I microRNA sono piccole molecole con la funzione di regolare l’espressione dei geni e quindi il comportamento delle cellule.
MiROvaR è stato individuato dai ricercatori della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, coordinati da Delia Mezzanzanica.
La ricerca è stata possibile grazie alla collaborazione con altri centri italiani di eccellenza per questa patologia, in particolare:
iDipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare (Marina Bagnoli, Silvana Canevari, Loris De Cecco),
struttura di Chirurgia Ginecologica (Francesco Raspagliesi)
IRCCS Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (Erika Cecchin e Giuseppe Toffoli)
IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli (Sandro Pignata, Daniela Califano e Francesco Perrone)
gruppo MITO (gruppo multicentrico italiano per il disegno di trial clinici di tumori ginecologici) che ha raccolto i campioni di carcinoma ovarico utilizzati nell’analisi.
Lo studio è stato finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e dalla Fondazione CARIPLO.
Il carcinoma ovarico
«Il carcinoma ovarico è un tumore poco frequente ma ad elevata mortalità. È di difficile diagnosi, è caratterizzato da un’elevata eterogeneità sia patologica sia molecolare e tende a ripresentarsi dopo la chemioterapia sviluppando resistenza ai trattamenti farmacologici. Questo tumore rimane la prima causa di morte dei tumori di tipo ginecologico – spiega Delia Mezzanzanica, responsabile della Struttura di Terapie Molecolari all’Istituto Tumori di Milano – Negli ultimi anni si stanno studiando le sue caratteristiche molecolari per capire al momento della diagnosi quali siano i tumori più aggressivi, cioè quelli che diventano resistenti alla chemioterapia e recidivano più rapidamente, per migliorare il loro trattamento».
Anche Sandro Pignata, presidente del gruppo MITO, sottolinea la necessità di individuare per questa patologia predittori di prognosi clinicamente utili.
MiROvaR
MiROvaR è stato sviluppato partendo dall’analisi di campioni di carcinoma ovarico raccolti al momento della diagnosi dal gruppo MITO.
I ricercatori hanno identificato 35 microRNA che predicono il rischio di recidiva o di progressione analizzandone i profili d’espressione.
«La sua efficacia nel prevedere il rischio di ricaduta di malattia – approfondisce Mezzanzanica – è stata verificata complessivamente in quasi 900 casi di carcinoma ovarico mettendo a disposizione della comunità scientifica internazionale la più ampia collezione di dati sull’espressione di microRNA al momento disponibile per questa patologia».
L’analisi effettuata in questo studio potrebbe consentire, una volta inserita nella pratica clinica, importanti risultati nella lotta al carcinoma ovarico: «L’identificazione precoce delle pazienti ad alto rischio di ricaduta di malattia permetterà di inserirle in protocolli di trattamento più aggressivi così da colpire il tumore in modo più deciso e ritardarne o bloccarne la ripresa – conclude Mezzanzanica -. L’impiego di MiROvaR nella pratica clinica potrà comunque avvenire solo a seguito di ulteriori verifiche della sua precisione predittiva».
“Dare Voce ai Malati Rari” è l’obiettivo prioritario della Federazione Italiana Malattie Rare Onlus, UNIAMO.
Il 26 luglio 2016, UNIAMO ha presentato alla Camera dei Deputati MonitoRARE,il 2° Rapporto sulla Condizione delle Persone con Malattia Rara in Italia.
Presentato alla Camera dei Deputati MonitoRARE, il 2° Rapporto sulla Condizione delle Persone con Malattia Rara in Italia. Focus su Screening Neonatali Allargati, Farmaci Orfani e legge sul “Dopo di Noi”, nuovi LEA
Il rapporto è una fotografia aggiornata su organizzazione socio-sanitaria, associazioni, screening neo-natale, farmaci orfani e registri delle malattie rare. Il progetto è realizzato in collaborazione con ASSOBIOTEC, Associazione Nazionale per lo Sviluppo delle Biotecnologie (FEDERCHIMICA).
«Le malattie rare – sottolinea Nicola Spinelli Casacchia, presidente UNIAMO FIMR Onlus-Rare Disease Italy – sono state dichiarate una priorità di sanità pubblica comunitaria. A causa della loro peculiarità in continua evoluzione, la scarsa informazione, la grande varietà di forme e complessità assistenziale e di impatto nella vita delle persone e delle famiglie, rappresentano certamente una sfida ma anche uno straordinario laboratorio del “fare salute e sanità pubblica”. Per raggiungere questo obiettivo, il rapporto MonitoRARE rappresenta uno strumento importante, proprio perché lo abbiamo realizzato con una visione dalla parte del paziente».
«Non bisogna dimenticare, però, che dietro una malattia rara c’è sempre una persona: terapia della malattia e cura del malato sono per noi principi fondamentali. Ciò significa che dobbiamo superare l’idea della sola medicalizzazione della malattia e vedere prima di tutto la persona nei suoi bisogni sociali e di integrazione. Per questo – conclude Spinelli Casacchia – la priorità è aggiornare il Piano Nazionale Malattie Rare, con un giusto equilibrio tra azioni sanitarie e sociali».
I dati del 2° Rapporto della Federazione Italiana Malattie Rare
Il Rapporto è suddiviso in 4 sezioni: A, B, C e D.
Sezione A
La prima sezione offre un’analisi preliminare dell’evoluzione nel nostro Paese delle politiche sanitarie e socio-sanitarie.
Il rapporto evidenzia la contrazione delle risorse disponibili per le politiche sanitarie, subita negli ultimi anni.
Le politiche socio-sanitarie risultano caratterizzate da due interessanti novità:
l’approvazione della legge del “Dopo di noi”
l’approvazione della riforma del Terzo settore.
Inoltre, si evidenzia il percorso dell’Italia sulle malattie rare, sia a livello nazionale sia regionale, confrontandolo con la realtà europea.
Si affronta, poi, anche il problema del numero delle persone con malattia rara nel nostro Paese, impresa molto difficile perché, ad oggi, i Registri Regionali e quello Nazionale delle Malattie Rare non hanno ancora raggiunto in alcuni territori un livello di copertura adeguato. Il numero complessivodi persone affette da malattia rara in Italia è stimato tra i 450.000 e i 670.000. La prevalenza delle malattie rare risulta attestarsi tra lo 0,75% e l’1,1% della popolazione.
In realtà, i malati rari potrebbero essere molti di più: i Registri Regionali non hanno ancora una copertura totale sul territorio. Di conseguenza, il Registro Nazionale delle Malattie Rare non è in grado di restituire informazioni precise.
Sezione B
Nella sezione B viene presentata la situazione italiana nel contesto europeo. Si utilizzano come riferimento gli indicatori definiti nel 2013 dalla “Raccomandazione EUCERD per i Piani/Strategie Nazionali per le Malattie Rare”.
Pur in assenza dei dati necessari per operare un confronto sistematico, in ragione del mancato aggiornamento del rapporto EUCERD, la comparazione con il livello europeo ritorna un quadro abbastanza positivo del contesto italiano, nonostante le evidenti differenze fra i territori soprattutto sul versante assistenziale. In particolare:
buon posizionamento del sistema italiano sul fronte della ricerca, pur in assenza di finanziamenti o di programmi di ricerca dedicati;
attività dei laboratori clinici e politiche relative agli screening, con particolare riferimento a quello delle malattie metaboliche ereditarie;
esistenza di help-line istituzionali di riferimento per le malattie rare;
ricchezza del tessuto associativo di settore italiano.
Un ulteriore elemento positivo è che l’Italia si è dotata di un Piano Nazionale Malattie Rare 2013-2016 adottato con l’approvazione in sede di Conferenza Stato-Regioni del 16 ottobre 2014.
Inoltre, è in via di approvazione una legge sulla “Definizone dei nuovi livelli essenziali di assistenza”. Con il via libera alla proposta di DPCM da parte della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome del 7 luglio 2016, saranno definiti i nuovi livelli essenziali di assistenza (LEA). La norma includerà anche un aggiornamento dell’elenco delle malattie rare di cui all’Allegato A del DM n. 279/2001. Lo stesso provvedimento prevede poi l’istituzione dello screening neonataleesteso per le malattie metaboliche ereditarie. Le risorse necessarie alla sua implementazione sono già state previste dalla Legge di Stabilità.
In questa sezione, infine, si segnala la mancata costituzione del “Comitato Nazionale” rappresentativo di tutti i diversi portatori di interesse del settore. Il Comitato dovrebbe sovrintendere allo sviluppo e all’implementazione del Piano della Strategia Nazionale per le malattie rare.
Sezione C
È la sezione più ampia del Rapporto eoffre una focalizzazione più specifica sul contesto nazionale e regionale. La sezione C affronta i seguenti argomenti:
Screening neo-natali
Dal 2016 è totale in tutte le Regioni la copertura degli screening neonatali per:
ipotiroidismo congenito,
fenilchetonuria
fibrosi cistica.
Non è invece omogeneo sul territorio nazionale il complesso delle patologie metaboliche ereditarie sottoposte a screening neonatale esteso. Questa prestazione è attualmente ancora extra LEA. Le Regioni, infatti, effettuano lo screening neonatale esteso, a regime o con progetti pilota, per un numero variabile da 1 a 58 malattie metaboliche (compresa la fenilchetonuria). In alcune Regioni il dato si riferisce a progetti pilota che non coinvolgono necessariamente tutti i neonati.
La situazione più critica è, con qualche eccezione, relativa alle Regioni dell’Italia meridionale.
Dal 2016 la copertura è totale in tutte le regioni per gli screening neonatali relativi alle 3 patologie obbligatoriamente previste per legge (ipotiroidismo congenito, fenilchetonuria e fibrosi cistica.
Il Rapporto Tecnico sui programmi di screening neonatale in Italia elaborato dalla SIMMESN evidenzia una crescita decisa della copertura dello screening neo-natale esteso per le malattie metaboliche ereditarie, aumentato di più di 13 punti percentuali nel biennio 2012-2014 (dal 29,9% del 2012 al 43,1% del 2014).
Farmaci orfani
In Italia è aumentato il numero di farmaci orfani complessivamente disponibili: da 22 nel 2011 a 66 nel 2015. Il numero di farmaci orfani autorizzati dall’EMA è 87.
Dei 21 medicinali rimanenti, 13 (14,9%) non risultano disponibili sul territorio nazionale: 11 (12,6% contro l’8,6%% del 2014) risultano con stato amministrativo “in domanda”, quindi in attesa della attribuzione della fascia C-nn, mentre 2 farmaci (2,3% contro il 7,4% del 2014) sono ancora in attesa di negoziazione perché non è stata effettuata nessuna domanda di prezzo e rimborsabilità.
I restanti 8 medicinali (9,2% rispetto agli 87 autorizzati dall’EMA; era il 6,2% nel 2014) sono accessibili sul territorio tramite ulteriori canali di erogazione (Legge 648/96 e Art. 8 della Legge 326/2003) che l’Agenzia Italiana del Farmaco mette a disposizione dei pazienti.
L’aumento del numero di farmaci orfani è accompagnato da un incremento dei consumi, misurato in termini di Defined Daily Dose (DDD): dai 7,5 milioni del 2013 abbiamo raggiunto i 10,3 milioni del 2015.
La spesa, dai 917 milioni di euro del 2013, ha superato il miliardo di euro nel 2015.
Nel triennio 2013-2015, l’incidenza del consumo dei farmaci orfani sul totale del consumo di farmaci è passata dallo 0,3% allo 0,4%. L’incidenza della spesaper i farmaci orfani sul totale della spesa farmaceutica è salita dal 4,7% al 5,5%.
Il numero di farmaci per le malattie rare compreso nell’elenco della Legge n. 648/1996 è cresciuto dai 13 del 2012 ai 27 del 2015. Nel 2015 sono stati 5 i nuovi inserimenti.
Le richieste di riconoscimento di utilizzo off-label di farmaci per malattie rare presentate negli ultimi 4 anni sono state in totale 31 di cui 16 solamente nel 2015.
Lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare
Il ruolo dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare è astato pienamente riconosciuto anche nel PNMR 2013-2016. Questo, fra i propri obiettivi, pone esplicitamente la necessità di “potenziare e valorizzare il ruolo dello Stabilimento chimico farmaceutico militare (SCFM) nell’assicurare la disponibilità a costi ridotti di farmaci e altri trattamenti per le malattie rare”. Il numero (4 prima del 2012, 8 nel 2015) e le quantità di produzioni autorizzate negli anni ai sensi del D.Lgs 219/06 articolo 5 non fanno altro che confermare questo quadro.
Servizi socio-sanitari, sociali e del lavoro
L’Italia ha approvato alcuni importanti e attesi provvedimenti normativi che interessano da vicino la vita delle persone con disabilità:
Decreto Legislativo n. 151 del 14 settembre 2015, che riforma la Legge n. 68/1999
Legge n. 112 del 22 giugno 2016 “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilita’ grave prive del sostegno familiare”, provvedimento noto come legge sul “Dopo di noi”.
Il D.Lgs 151/15 aggiorna le norme sull’adeguamento dei servizi di mediazione e di supporto all’inclusione lavorativa.
La legge sul “Dopo di noi” prevede l’istituzione presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave e disabili prive del sostegno familiare con una dotazione di 90 milioni di euro per l’anno 2016, 38,3 milioni di euro per l’anno 2017 e in 56,1 milioni di euro annui a decorrere dal 2018.
Da ricordare anche l’approvazione della Legge n. 196 del 6 giugno 2016, “Delega al Governo per la riforma del Terzo Settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”.
Ricerca e sperimentazioni cliniche
Il Rapporto evidenzia l’aumento degli studi clinici autorizzati sulle malattie rare. Dai 117 del 2013 (20,1%) si è passati ai 160 del 2015 (23,5%).
Complessivamente l’Italia detiene una quota pari a circa il 18% della ricerca interventistica farmacologica complessiva dell’Unione Europea. Il numero di studi clinici autorizzati, dopo il calo osservato nel 2013 sia in Italia sia in Europa in ragione della crisi economica, è risalito per l’Italia a quota 681, riportandosi sui livelli di quattro anni prima. Aumentano gli studi clinici autorizzati sulle malattie rare: dai 117 del 2013 (20,1%) ai 160 del 2015 (23,5%).
Un ruolo nel sostenere la ricerca in ambito sanitario è rappresentato dalla Fondazione Telethon. Nel quadriennio 2011-2015, la Fondazione ha finanziato complessivamente 272 progetti sulle malattie rare. L’investimento è passato dagli oltre 26,8 milioni di euro del 2012 ai 39 milioni di euro del 2014 e del 2015 per un totale di 136 milioni di euro nel quadriennio.
Biobanche
Uno sviluppo continuo caratterizza le Biobanche. I campioni biologici conservati nelle 11 Biobanche afferenti al Telethon Network of Genetic Biobanks a fine settembre 2015 sono quasi 106 mila rispetto ai poco più di 78 mila del 2012.
Aumenta anche il numero di accordi di bio-bancaggio sottoscritti dalle Biobanche con le associazioni delle persone con malattia rara che sono raddoppiate (da 5 a 13) nel periodo di tempo considerato, arrivando a coinvolgere 5 Biobanche su 11.
Centri di competenza
Per quanto riguarda la distribuzione dei centri di competenza nelle varie Regioni, la situazione è abbastanza diversificata. Il loro numero per milione di abitanti va da 1,8 della Regione Sicilia al 12,8 per la Regione Molise. Il valore medio nazionale è pari a 3,8.
Inoltre, risultano disomogeneii criteri operativi utilizzati per la definizione dei centri e le relative modalità di individuazione. Si spazia infatti dall’auto-candidatura basata su auto-certificazioni a complessi sistemi di analisi di dati dei flussi informativi esistenti.
Informazione
Il sito italiano di Orphanet si conferma come fonte qualificata di riferimento per l’informazione sulle malattie rare. Il numero di visitatori passa dai 13.218 del 2013, ai 13.823 del 2014 ai 14.319 nel 2015. La percentuale di nuovi visitatori rimane intorno all’80%.
Cresce fortemente l’interesse per “OrphaNews Italia”, la versione italiana di “OrphaNews Europe”, newsletter elettronica quindicinale del Comitato degli Esperti sulle Malattie Rare dell’Unione Europea. Il suo numero di iscritti è più che raddoppiato nel corso del quadriennio 2012-2015 (da 2.465 nel 2012 a 6.160 nel 2015).
Il Telefono Verde Malattie Rare del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ha registrato nel 2015 circa 1.600 contatti di pazienti, di loro famigliari e di rappresentanti associativi. Il trend, in diminuzione negli anni, è da collegarsi all’attivazione nel corso del tempo di altri servizi di informazione locali e/o regionali e all’incremento dell’utilizzo dei canali web istituzionali e associativi.
Per armonizzare le attività, ridurre la frammentarietà dell’informazione e condividere competenze e risorse, il CNMR-ISS ha promosso un’iniziativa che “mette in rete” vari coordinamenti regionali e servizi di informazione sulle malattie rare a livello regionale, operanti in ambito nazionale. Le Regioni che hanno già aderito all’iniziativa sono: Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte e Valle d’Aosta, Puglia, Sardegna, Umbria, Toscana e Sicilia.
L’Italia è presente nell’European Network of Rare Diseases Help Lines (Enrdhl), che attualmente include 12 help line (erano 11 nel 2014) di 7 diversi Paesi, con due soggetti: il Telefono Verde Malattie Rare del CNMR- ISS e il Coordinamento delle malattie rare della Regione Veneto.
Associazioni
Negli ultimi 4 anni il numero di associazioni di malattia rara censite sul sito di Orphanet ha registrato un continuo incremento: da 2.467 nel 2012 a 2.716 nel 2015 (+10%). L’incremento in termini percentuali è quasi triplo per le associazioni italiane che passano dalle 265 del 2012 alle 332 del 2015 (+25,2%). Il “contingente” italiano rappresenta il 12,2% delle associazioni registrate sul sito di Orphanet (era il 10,7% nel 2012).
Le malattia rare “coperte” da almeno una associazione di pazienti presente e attiva sul territorio italiano risultano 448 e rappresentano il 6,6% del totale delle malattie rare.
La presenza dell’associazionismo di settore sul territorio nazionale è molto diversificata: da 0,05 sedi di associazioni per 100.000 abitanti della Calabria, all’1,9 del Trentino Alto Adige (il valore medio nazionale è pari a 0,55).
Formazione
Anche la formazione sulle malattie rare sembra avere ampi spazi di miglioramento: il numero di corsi ECM dedicato trasversalmente alle malattie rare è, infatti, ancora molto contenuto.
L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Medicina di Genova, ha promosso il corso di formazione a distanza dal titolo “Approccio alle Malattie Rare” rivolto a medici e altre professioni sanitarie (fruibile dal 1-10-2014 al 30-09-2015) al quale hanno partecipato concludendo l’intero corso 11.359 professionisti.
Il Centro Nazionale Malattie Rare e l’Ufficio Relazioni Esterne dell’ISS hanno promosso il corso gratuito di formazione a distanza per medici e altre professioni sanitarie dal titolo “Screening neonatale esteso per la prevenzione di malattie metaboliche congenite (malattie rare)” (fruibile dal 18-3-2015 al 18-03-2016) che ha contato 8.255 iscritti.
Registri
Parte integrante del sistema di monitoraggio sono i Registri (Regionali e Nazionale) delle Malattie Rare.
Ad oggi, i sistemi informativi non sono ancora in grado di produrre in tutti i territori regionali un’informazione precisa e accurata sul numero delle persone con malattia rara. Il graduale incremento della copertura territoriale dei Registri Regionali Malattie Rare, pur nelle loro diverse modalità organizzative, è comunque evidente, anche se, soprattutto, i sistemi di più recente attivazione non sono ancora a pieno regime nella raccolta dei dati e nella copertura della popolazione. Ne è riprova la crescita del numero di casi censiti nel RNMR: dai 102.661 di fine 2009 ai 198.445 di fine 2014 (dati parziali).
Laboratori clinici
Trend in costante crescita in questi ultimi quattro anni sia per il numero di laboratori clinici considerati nel database di Orphanet, che sono globalmente passati dai 1.645 del 2012 ai 1.693 del 2015 (+2,9%), che, soprattutto, del numero di malattie testate (+8,9%, da 3.205 a 3.861). Il numero di laboratori censiti passa da 264 a 277; le malattie testate passano da 794 a 1.378.
La graduatoria dei Paesi che offrono il maggior numero di test vede al primo posto la Germania (2.648 geni), quindi la Spagna (1.835 geni), la Francia (1.695), l’Olanda (1.330) e l’Italia (1.228). Anche per quanto riguarda il numero di malattie rare che è possibile testare al primo posto c’è la Germania (2.074), seguita da Spagna (1.855), Francia (1.606), Italia (1.165) e Olanda (1.059).
Nel rapporto è presente anche un approfondimento sull’attività dei servizi italiani di genetica medica basato sull’indagine promossa nel 2012 dalla Società Italiana di Genetica Umana e condotta dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma in collaborazione con Orphanet Italia.
Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale
La realizzazione dei PDTA, pur un’elevata eterogeneità delle modalità e dei contenuti, è completa in:
Lombardia,
Toscana,
Lazio,
Emilia-Romagna,
Piemonte,
Valle d’Aosta,
Sicilia,
P.A. Trento e Bolzano,
Friuli Venezia Giulia
Umbria,
Veneto.
In particolare, in Veneto, si sta sviluppando la gestione dell’intero percorso assistenziale dei malati per gruppo di malattie, tra cui le malattie emorragiche ereditarie, in attuazione dell’Accordo tra Governo, Regioni e Province Autonome di Trento e di Bolzano del 13 marzo 2013 (Rep. Atti n. 66/CSR).
Nelle altre Regioni è ancora in fieri.
Tra le malattie rare, soltanto la Sclerosi Laterale Amiotrofica beneficia di una linea di finanziamento dedicata a livello nazionale derivante dall’Accordo n. 56 Conferenza Unificata del 25 maggio 2011 concernente “presa in carico globale delle persone con malattie neuromuscolari e malattie analoghe dal punto di vista assistenziale”.
Sezione D: lo stato di implementazione delle azioni previste dal Piano Nazionale Malattie Rare 2013-2016
Il rapporto MonitoRare 2016, rispetto all’edizione precedente, contiene la nuova sezione D. Questa è dedicata alla presentazione della prima azione di monitoraggio del Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR) 2013-2016 che UNIAMO F.I.M.R. onlus ha realizzato in collaborazione con i Centri di Coordinamento Regionale per le Malattie Rare.
Il Piano Nazionale Malattie Rare 2013-2016 rappresenta il quadro unitario di riferimento per la programmazione nel settore delle malattie rare. È stato adottato con l’approvazione in sede di Conferenza Stato–Regioni del 16 ottobre 2014.
Ad oggi 10 le Regioni hanno recepito con un proprio atto il “Piano Nazionale Malattie Rare 2013-2016”. 14 Regioni hanno invece previsto uno spazio specifico per il tema delle malattie rare nell’ambito degli strumenti di programmazione sanitaria.
I risultati in sintesi
Fra i risultati positivi finora raggiunti dal PNMR, si annoverano quindi:
miglioramenti nell’accessibilità ai farmaci orfani: fno all’85% di quelli autorizzati in UE è disponibile nel territorio nazionale
crescita dei farmaci introdotti nell’elenco allegato alla Legge n. 648/1996 che, per le malattie rare, sono ormai 27
esistenza di help-line istituzionali di riferimento per le malattie rare in ambito nazionale
partecipazione delle associazioni dei pazienti in attività di programmazione regionale in materia di malattie rare
aggiornamento dell’elenco delle malattie rare di cui all’Allegato 1 del DM n. 279/2001
aggiornamento dei LEA
istituzione dello screening neonatale esteso per le malattie metaboliche ereditarie
Questi ultimi due provvedimenti sono previsti dalla proposta di DPCM recante “Nuova definizione dei livelli essenziali di assistenza”. Su questa proposta, la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, nell’incontro del 7 luglio 2016, ha espresso il proprio parere favorevole, ma manca ancora il via libera del MEF.
Gli aspetti migliorabili
Fra gli aspetti con i più ampi margini di miglioramento sono stati individuati:
l’ambito della formazione dove sono ancora poche le iniziative formative dedicate alle malattie rare
dotazione di risorse finanziarie del PNMR
l’area del “Sistema nazionale di sorveglianza e monitoraggio” dove le informazioni di interesse (es. sulla copertura delle rilevazioni regionali e interregionali, sulla completezza e qualità dei dati inviati al RNMR, sulla affidabilità dell’elaborazione dei dati del RNMR in relazione al panel di indicatori concordato con le Regioni e le P.P.A.A e il Ministero della Salute) non sono ancora note
mancata costituzione del cd. “Comitato Nazionale”rappresentativo di tutti i diversi portatori di interesse del settore, con il compito di sovra-intendere allo sviluppo e all’implementazione del Piano/della Strategia Nazionale per le malattie rare
disequità di trattamento delle persone con malattia rara nei diversi territori (percorsi diagnostici terapeutici assistenziali, programmi assistenziali in grado di garantire la transizione dall’età pediatrica all’età adulta, soluzioni tecnologiche per supportare la condivisione dell’informazione clinica e per ridurre la mobilità dei pazienti, regolamentazione della somministrazione di terapie farmacologiche e non in ambito scolastico, accesso a brevi ricoveri di sollievo per le persone con MR presso strutture di degenza competenti non ospedaliere, interventi di sostegno alla famiglia e/o al caregiver che si prendono cura di persone con malattia rara ad elevata intensità assistenziale).