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Disponibile in Italia idarucizumab, inattivatore di dabigatran

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Boehringer Ingelheim annuncia in un comunicato stampa che è disponibile in Italia idarucizumab, farmaco che inattiva in maniera specifica l’effetto di dabigatran.

Disponibile in Italia Idarucizumab, farmaco specifico per inattivare l’effetto anticoagulante di dabigatran
Disponibile in Italia Idarucizumab, farmaco specifico per inattivare l’effetto anticoagulante di dabigatran

Dabigatran è un inibitore diretto della trombina, appartenente alla generazione dei nuovi anticoagulanti orali, autorizzato in Italia per:

  • prevenzione dell’ictus e dell’embolia sistemica in pazienti adulti con fibrillazione atriale non valvolare, con uno o più fattori di rischio, quali precedente ictus o attacco ischemico transitorio, età ≥ 75 anni, insufficienza cardiaca (Classe NYHA ≥ II), diabete mellito, ipertensione,
  • prevenzione primaria di tromboembolismo venoso in pazienti adulti sottoposti a chirurgia elettiva di sostituzione totale dell’anca o del ginocchio
  • trattamento e prevenzione delle recidive di trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare (EP) negli adulti.

«I Nuovi Anticoagulanti Orali hanno rivoluzionato la prevenzione dell’ictus in presenza di Fibrillazione Atriale e hanno fatto sì che molti pazienti, che prima del loro ingresso nella pratica clinica non venivano trattati, oggi siano “protetti” da complicanze tromboemboliche – ha dichiarato Giuseppe Di Pasquale, direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Ospedale Maggiore di Bologna – I plus che li caratterizzano sono ormai noti: rispetto alla terapia anticoagulante tradizionale, i NAO, efficaci almeno quanto warfarin ma più sicuri, non necessitano di controlli ematici costanti, hanno scarsissime probabilità di interazioni con alimenti e altri farmaci, sono somministrati a dosaggio fisso e presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale».

«Tuttavia – conclude Di Pasquale – esistono ancora alcune remore riguardo l’utilizzo di questi farmaci per la mancanza in un antidoto in caso di emergenza. Per questo motivo, l’arrivo di idarucizumab assume una particolare importanza».

La disponibilità di idarucizumab, dunque, offre ai clinici maggiore sicurezza nella prescrizione di dabigatran, il primo NAO per il quale esiste un inattivatore specifico che ne neutralizza gli effetti terapeutici in maniera rapida e sostenuta nel tempo.

Ad oggi sono numerose le evidenze di sicurezza su dabigatran, che attualmente vanta un follow-up di oltre 6 anni. I dati disponibili provengono sia dagli USA che dall’Europa e derivano prevalentemente da database amministrativi indipendenti, che costituiscono una fonte affidabile per una “macro-fotografia” dell’impiego di dabigatran nel mondo reale, che confermano pienamente i dati di sicurezza ottenuti negli studi clinici.

«Se i NAO hanno ridotto, rispetto al trattamento anticoagulante orale tradizionale, il rischio di sanguinamento cerebrale (il più pericoloso per la vita di una persona) – aggiunge Anna Maria Ferrari, direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza dell’Azienda Ospedaliera Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia – ciò non significa che non si possano verificare sanguinamenti gravi, soprattutto quando ci troviamo di fronte a pazienti politraumatizzati o per i quali vengano richiesti interventi chirurgici urgenti come, ad esempio, per eliminare ematomi cerebrali, che non sarebbe possibile effettuare in presenza di un’anticoagulazione in fase attiva. Evidentemente questa non è la pratica clinica comune, ma nel momento in cui si verificasse un’emergenza, l’antidoto fa veramente la differenza. L’Azienda Ospedaliera presso la quale opero fa parte dei 10 Centri italiani entrati nella sperimentazione di idarucizumab che, nel nostro caso, abbiamo utilizzato su 5 pazienti, verificandone la sicurezza e l’efficacia. Il fatto di aver potuto impiegare questo farmaco, anche se con i vincoli legati allo studio, ci ha dato la possibilità di intervenire su alcuni pazienti gravi, consentendoci di affrontare con maggior sicurezza un sanguinamento in corso di trattamento anticoagulante con dabigatran». 

Per neutralizzare l’effetto della terapia anticoagulante tradizionale vengono generalmente utilizzate terapie non specifiche, come i concentrati di protrombina.

«Pur essendo molto efficaci – aggiunge Marco Moia, responsabile dell’Unità Operativa di Terapia Anticoagulante della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano e Presidente dei Centri di Terapia Anticoagulante Orale (FCSA) – questi rimedi vanno ad aumentare la coagulabilità del sangue in modo non sempre ‘controllato’, con il rischio di arrivare ad un eccesso di correzione. L’elemento interessante di idarucizumab è che non produce alcun effetto pro-trombotico. È un inattivatore altamente specifico per dabigatran e agisce in modo totalmente differente rispetto ai concentrati di protrombina: il suo meccanismo, infatti, elimina in pochi minuti dalla circolazione sanguigna il dabigatran, riportando la coagulazione a una situazione di normalità. È bene, poi, sottolineare che idarucizumab è importante anche nei pazienti che assumono dabigatran per eventi di tromboembolismo venoso (ulteriore indicazione per cui il farmaco è approvato). In questi casi, infatti, la terapia anticoagulante orale, viene prescritta per un periodo che può essere anche molto lungo (minimo 6 mesi), per evitare eventuali recidive».

Idarucizumab

Idarucizumab è un frammento di anticorpo umanizzato, o Fab, sviluppato dai ricercatori di Boehringer Ingelheim con un programma di ricerca avviato nel 2009, prima del lancio di dabigatran negli Stati Uniti nel 2010, come farmaco specifico per inattivare l’effetto anticoagulante di dabigatran, nei rari casi in cui questo debba essere rapidamente contrastato.

L’approvazione di idarucizumab da parte della Commissione Europea, avvenuta nel novembre 2015 si basa sui risultati di studi su volontari sani e su quelli dell’analisi intermedia dello studio clinico RE-VERSE AD™. In questi studi, l’inattivazione dell’effetto anticoagulante di dabigatran realizzata da idarucizumab si è vista immediatamente, dopo pochi minuti dalla somministrazione di 5 grammi del farmaco. L’inattivazione è stata completa e si è mantenuta per almeno 12 ore, in quasi tutti i pazienti. Come si legge nel Riassunto delle Caratteristiche di Prodotto di idarucizumab, nessuna reazione avversa è stata ad oggi identificata, né alcun effetto protrombotico. La sicurezza del farmaco è stata valutata in 224 soggetti sani unitamente a 123 pazienti dello studio in corso RE-VERSE AD™, che presentavano sanguinamento non controllato o che necessitavano di un intervento chirurgico o procedure di emergenza e che erano in terapia con dabigatran.

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IMA riceve il Premio Leonardo Qualità Italia 2015

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IMA annuncia di aver ricevuto il Premio Leonardo Qualità Italia 2015.

IMA riceve il Premio Leonardo Qualità Italia 2015 per la forte vocazione all’innovazione e una consolidata presenza internazionale
IMA riceve il Premio Leonardo Qualità Italia 2015 per la forte vocazione all’innovazione e una consolidata presenza internazionale. Nella foto della premiazione al Quirinale: Riccardo M. Monti, presidente dell’Agenzia ICE, Federica Guidi, ministro dello Sviluppo Economico, Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, Luisa Todini, presidente del Comitato Leonardo, Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di IMA, Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria

La premiazione si è svolta nel corso di una cerimonia nel Palazzo del Quirinale, dove, Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di IMA, ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il Premio Leonardo Qualità Italia 2015.

Questo riconoscimento, che si inserisce nell’ambito della Giornata Qualità Italia, è nato su iniziativa del Comitato Leonardo (Italian Quality Committee) e viene assegnato annualmente a imprenditori le cui aziende abbiano raggiunto particolari successi sui mercati internazionali, diventando ambasciatori dell’eccellenza italiana nel mondo.

Dopo un’attenta selezione, il premio è stato assegnato a IMA, riconoscendole di essere un’impresa con una forte vocazione all’innovazione e una consolidata presenza internazionale. Questo approccio ha da sempre contraddistinto il Gruppo e ne ha determinato una posizione di preminenza sul mercato mondiale.

Fondata nel 1961, IMA progetta e produce macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari, tè e caffè. Il Gruppo conta circa 4.800 dipendenti, di cui circa 2.400 all’estero, e si avvale di 34 stabilimenti di produzione tra Italia, Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, India e Cina. IMA ha una rete commerciale, che consiste di 29 filiali con servizi di vendita e assistenza in Italia, Francia, Svizzera, Regno Unito, Germania, Austria, Spagna, Polonia, Israele, Russia, Stati Uniti, India, Cina, Malesia, Thailandia e Brasile, uffici di rappresentanza nei paesi dell’Europa centro-orientale e più di 50 agenzie che coprono in totale circa 80 paesi. IMA S.p.A. è quotata alla Borsa di Milano dal 1995 ed è nel segmento STAR dal 2001. Il Gruppo IMA è titolare di oltre 1.400 tra brevetti e domande di brevetto attivi nel mondo, conta oltre 500 progettisti impegnati nell’innovazione di prodotto e ha lanciato numerosi nuovi modelli di macchine negli ultimi anni. La quota di export del Gruppo supera mediamente il 90% dei ricavi consolidati.

Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di IMA, ha così commentato: «Sono onorato di ricevere questo importante riconoscimento, a testimonianza del ruolo internazionale che il Gruppo ha costruito in oltre cinquant’anni di attività e dell’eccellenza della nostra tecnologia che si basa su un forte impegno nello sviluppo di soluzioni sempre più innovative».  

Il Comitato Leonardo, presieduto da Luisa Todini, annovera al suo interno personalità di rilievo tra cui imprenditori, artisti, scienziati e uomini di cultura. Il Premio ha fra i soci fondatori Confindustria e ICE.

Elettrocardiografo portatile collegabile a smartphone

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L’Università di Pavia annuncia in un comunicato stampa che due studenti di questo ateneo hanno brevettato D-Heart, elettrocardiografo portatile collegabile a smartphone e tablet.
Il progetto ha ricevuto un grant da 200mila euro dalla Fondazione Vodafone Italia
PAVIA.

D-Heart, brevettato da due studenti dell'Università di Pavia, è un elettrocardiografo portatile collegabile a smartphone e tablet
D-Heart, brevettato da due studenti dell’Università di Pavia, è un elettrocardiografo portatile collegabile a smartphone e tablet che può trasmettere i dati del paziente in tempo reale

Il progetto D-Heart, elettrocardiografo portatile collegabile a smartphone e tablet brevettato da due studenti dell’Università di Pavia (Niccolò Maurizi iscritto al sesto anno di Medicina e Nicolò Briante al quinto di Giurisprudenza), martedì 1 marzo 2016, al Vodafone Theatre, si è guadagnato il grant da 200.000 euro della Fondazione Vodafone Italia, confermandosi vincitore dopo la prima fase.

Il progetto era, infatti, risultato primo (su 476 progetti) nella precedente fase dell’iniziativa “Think for Social” e aveva già ottenuto da Fondazione Vodafone 30mila euro. D-Heart consiste in un dispositivo elettrocardiografico grande come uno yo-yo, collegato via bluetooh a uno smartphone o a un tablet, che può comunicare i dati al cardiologo più vicino. 

L’innovazione di D-Heart consiste nella guida al corretto posizionamento degli elettrodi sul torace del paziente tramite la fotocamera dello smartphone.

Questa soluzione può rivelarsi utile e fondamentale soprattutto nei paesi in via di sviluppo caratterizzati dalla mancanza di un facile accesso a cure mediche di base.

Sostegno all’internalizzazione nel Sud-Est Asiatico

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ICCS, Italian Chamber of Commerce in Singapore e Farmindustria hanno annunciato in un comunicato stampa di aver siglato un accordo di collaborazione per sostenere le imprese, in particolare le PMI, che intraprendono un percorso di internazionalizzazione nel Sud-Est Asiatico.

Accordo di collaborazione per sostenere i progetti di crescita delle imprese farmaceutiche italiane nel Sud-Est Asiatico
Accordo di collaborazione per sostenere i progetti di crescita delle imprese farmaceutiche italiane nel Sud-Est Asiatico

L’intesa prevede l’inaugurazione presso la sede della Camera di Commercio Italiana a Singapore in Anson Road di uno specifico desk Farmindustria.

Con oltre 63.000 dipendenti altamente qualificati in Italia, un fatturato complessivo di 30 miliardi di euro, per il 73% determinato dall’export, le imprese del farmaco operanti in Italia giocano un ruolo di primo piano nello scenario internazionale, in termini di apertura ai mercati esteri e, sempre più, per attività di ricerca, cresciuta del 20% negli ultimi due anni, con una specializzazione nelle biotecnologie, nei vaccini e negli emoderivati.

L’Italia è il secondo produttore farmaceutico della UE, dopo la Germania, e aspira a diventare il primo, aumentando le sue esportazioni e consolidando così il suo ruolo propulsivo per lo sviluppo dell’economia, testimoniato dal miglior risultato tra tutti i settori per la produzione industriale negli ultimi 5 anni.

La piazza di Singapore, che si contraddistingue per una spiccata attenzione verso il mondo delle Scienze della Vita, presenta in tal senso ampie potenzialità di sviluppo per le imprese del farmaco.

In virtù della nuova partnership, l’ICCS metterà a disposizione di Farmindustria e delle sue Aziende Associate tutte le competenze professionali e strategiche utili per favorire lo sviluppo di relazioni di business nel contesto economico di Singapore, porta d’accesso strategica al mercato ASEAN.

Farmindustria si impegnerà, a sua volta, a realizzare – in collaborazione con l’ICCS – azioni mirate di internazionalizzazione, missioni o workshop in Italia ed a Singapore.

La Camera di Commercio Italiana a Singapore (ICCS – Italian Chamber of Commerce in Singapore)

La Camera di Commercio Italiana a Singapore è un’organizzazione non-profit parte del network di Assocamerestero e di EuroCham. Costituita nel 1991 come Italian Business Association, nel 2000 ha mutato denominazione diventando la Camera di Commercio Italiana. La ICCS associa oggi oltre 250 membri creando opportunità di business e offrendo assistenza specializzata con l’obiettivo di rafforzare le relazioni bilaterali fra l’Italia e Singapore in coordinamento con partner strategici di entrambi i Paesi.

Farmindustria

Farmindustria, Associazione delle imprese del farmaco aderente a Confindustria, fondata nel maggio del 1978, conta circa 200 Aziende Associate, tra le imprese operanti in Italia, sia nazionali sia a capitale estero. Farmindustria – che aderisce in ambito internazionale alla Federazione Europea (EFPIA) e a quella mondiale (IFPMA) – persegue la realizzazione di un contesto normativo stabile e di una politica del farmaco che riconosca all’industria farmaceutica nel Paese un ruolo vitale per la crescita dell’Economia della Conoscenza, consolidandone la presenza e gli investimenti in Ricerca e produzione.

Riociguat per ipertensione polmonare

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Bayer ha annunciato in un comunicato stampa che grazie al farmaco riociguat per ipertensione polmonare, il team di ricerca e sviluppo composto da Bayer e dal centro di ricerca per le malattie polmonari dell’Università Justus-Liebig di Gießen ha ricevuto il Deutscher Zukunftspreis, premio del Presidente Federale tedesco per la tecnologia e l’innovazione.

Riociguat per ipertensione polmonare
Riociguat per ipertensione polmonare favorisce il ripristino del lume dei vasi

Il team di Bayer (Johannes-Peter Stasch e Reiner Frey) e dell’università di Gießen (Ardeschir Ghofrani) ha sviluppato insieme ad altri scienziati un farmaco innovativo per il trattamento di due forme potenzialmente letali di ipertensione polmonare. Le persone affette da questa malattia hanno una significativa riduzione della qualità di vita. Soffrono di una capacità fisica molto ridotta, dispnea e svenimenti dovuti a difficoltà circolatorie. Per questo, già nelle attività quotidiane, come salire le scale o gestire la casa, si scontrano con i propri limiti. Se non trattata, l’ipertensione polmonare porta nel giro di pochi anni alla morte per insufficienza cardiaca.

L’Accademia tedesca di Scienza e Ingegneria (Deutsche Akademie der Technikwissenschaften – acatech) ha proposto la candidatura del team al premio Deutscher Zukunftpreis per il farmaco.

«Sono molto contento di questo importante riconoscimento conferito al nostro team. Dopo l’assegnazione del Deutscher Zukunftspreis nel 2009 per il nostro farmaco trombolitico, viene ancora una volta premiato il valore che Bayer dà alla ricerca e all’innovazione – ha asserito Marijn Dekkers, CEO di Bayer AG. – Il Deutscher Zukunftspreis, in qualità di più importante premio tedesco per l’innovazione, sottolinea la centralità della scienza per la società. È un chiaro segnale del contributo che scienza e medicina, sia da parte dell’industria sia da parte delle università, danno al nostro futuro».

Riociguat per ipertensione polmonare

Riociguat è indicato per il trattamento di:

  • ipertensione polmonare tromboembolica cronica (chronic thromboembolic pulmonary hypertension, CTEPH),
  • ipertensione arteriosa polmonare (pulmonary arterial hypertension, PAH)

La ricerca dell’innovativo meccanismo di azione del farmaco si basa su una terapia con nitroglicerina: inizialmente usata come esplosivo, viene impiegata come terapia per l’angina pectoris.

Riociguat rilascia monossido di azoto (NO), che espande i vasi sanguigni e abbassa la pressione sanguigna. I pazienti affetti da ipertensione polmonare producono poco monossido di azoto e ciò fa aumentare la pressione nelle arterie polmonari. Riociguat stimola direttamente l’enzima guanilato ciclasi solubile (sGC), un recettore del monossido di azoto che, quando lega NO, catalizza la sintesi del messaggero guanosin-monofosfato ciclico (cGMP). Il cGMP intracellulare svolge un ruolo importante nella regolazione dei processi che influiscono sul tono vascolare, sulla proliferazione, sulla fibrosi e sull’infiammazione.

I dati indicano che gli stimolatori di sGC hanno effetti positivi anche in altri casi di malattie cardiovascolari.

In una collaborazione strategica globale, Bayer lavora con il suo partner MSD ad un programma completo di studi per l’analisi di questo potenziale.

Il principio attivo di nuova concezione è un eccellente esempio di come l’industria tedesca e le istituzioni accademiche hanno sviluppato, in stretta collaborazione, un trattamento innovativo. Il principio attivo specifico della stimolazione di sGC e la sua importanza medica sono stati scoperti dagli scienziati Bayer a Wuppertal. La ricerca clinica e lo sviluppo di riociguat per il trattamento dell’ipertensione polmonare sono stati svolti da Bayer insieme ai maggiori esperti dell’Excellence Cluster Cardio-Pulmonary System (ECCPS) dell‘Università Justus-Liebig di Gießen.

A partire da questa cooperazione, sono stati condotti studi clinici in centri di eccellenza in tutta la Germania. I risultati hanno confermato le aspettative dei primi anni di ricerca, con chiari segni di efficacia sui pazienti affetti da PAH e CTEPH. Successivamente, sono stati avviati importanti studi in tutto il mondo sotto la direzione di Ardeschir Ghofrani di Gießen. Questi hanno dimostrato l’efficacia e la sicurezza del principio attivo, fino ad ottenere, nel mese di marzo 2014, l’autorizzazione da parte della Commissione Europea.  Nel frattempo, il preparato è stato autorizzato in oltre 50 Paesi, tra cui Stati Uniti d’America e Giappone.

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Tumore lobulare al seno

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I ricercatori dell’Università Statale di Milano, dell’Istituto Europeo di Oncologia e dell’Istituto Nazionale dei Tumori hanno annunciato in un comunicato stampa di aver pubblicato, assieme ai ricercatori dell’Istituto Jules Bordet e del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, sul Journal of Clinical Oncology i risultati di uno studio condotto per 4 anni sul cancro al seno con istologia lobulare, che rappresenta dal 10 al 15% di tutti i tumori al seno.

Uno studio rivela che una migliore caratterizzazione molecolare del tumore lobulare al seno porterebbe a rilevanti implicazioni riguardo alla personalizzazione delle terapie
Uno studio rivela che una migliore caratterizzazione molecolare del tumore lobulare al seno porterebbe a rilevanti implicazioni riguardo alla personalizzazione delle terapie

Dallo studio emerge che il cancro lobulare potrebbe beneficiare di un approccio terapeutico diverso dagli altri tipi di tumori al seno, che oggi sono trattati allo stesso modo.

Il tumore lobulare al seno, un tipo di cancro ancora poco studiato

Tra i diversi tipi istologici di tumore al seno, il lobulare è il secondo sottotipo istologico più comune dopo il tumore duttale e rappresenta dal 10 al 15% dei tumori al seno.

I carcinomi lobulari hanno un comportamento clinico particolare: tendono a recidivare più tardivamente dei tumori duttali e in altri organi.

Ad oggi la maggior parte della ricerca si è concentrata sui tumori duttali, pertanto i tumori lobulari vengono trattati nello stesso modo degli altri tipi di tumori al seno.

Lo studio sulla caratterizzazione molecolare del tumore lobulare al seno

I ricercatori dell’Istituto Jules Bordet di Bruxelles hanno condotto una ricerca su 600 pazienti provenienti dall’Istituto Jules Bordet, University College London e da due centri di Milano e Marsiglia. Questo studio, condotto in collaborazione con il Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Università Statale di Milano, ha identificato diverse mutazioni di specifici geni nei tumori lobulari tramite l’utilizzo di nuove tecnologie di sequenziamento del DNA.

L’identificazione di queste specifiche anomalie genomiche nel cancro lobulare potrebbe migliorare la gestione terapeutica delle pazienti.

Attualmente, infatti, la scelta del trattamento per il cancro al seno è basata sulle caratteristiche del tumore, inclusi i recettori degli estrogeni e HER2, un recettore per il fattore di crescita epidermico. In particolare, le pazienti con tumori che esprimono il recettore degli estrogeni sono in genere trattate con terapia ormonale, mentre le pazienti con tumori con sovra-espressione di HER2 ricevono un trattamento mirato a tale proteina (Herceptin).

Lo studio dimostra che alterazioni nel gene per il recettore degli estrogeni o nei geni coinvolti nella sua regolazione si presentano in misura maggiore rispetto ai tumori duttali: la presenza di queste mutazioni potrebbe essere associata alla risposta o resistenza a differenti terapie ormonali, influenzando quindi la scelta della terapia.

Sarà possibile approfondire questo risultato con studi clinici mirati.

Inoltre, la ricerca ha individuato una serie di mutazioni ricorrenti nei geni HER2 e HER3 nei tumori lobulari.

I ricercatori hanno osservato che la presenza di mutazioni nei geni HER2 è associata a un rischio maggiore di ricaduta a breve termine. Le pazienti con mutazioni nei geni HER2 e HER3 potrebbero beneficiare di trattamenti specifici già esistenti.

I risultati di questo studio mostrano che una migliore caratterizzazione molecolare del tumore lobulare al seno porterebbe a rilevanti implicazioni riguardo alla personalizzazione della gestione terapeutica delle pazienti.

Lo studio è stato principalmente finanziato, in Belgio, dalla Susan G. Komen, da Amici dell’Istituto Bordet, dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica (FNRS), dalla Fondazione MEDIC e dalla Breast Cancer Research Foundation (BCRF) e, per l’Italia, dalla Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).

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rFIXFc per l’emofilia B. Parere favorevole del CHMP

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Sobi ha annunciato in un comunicato stampa che rFIXFc per l’emofilia B ha ricevuto il parere positivo del CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA: European Medicines Agency) per l’autorizzazione all’immissione in commercio.

rFIXFc per l'emofilia B è una  proteina di fusione ricombinante a emivita prolungata costituita dal fattore IX della coagulazione connesso al dominio Fc dell'IgG1 umana. Il CHMP raccomanda all'EMA di approvare la sua commercializzazione
rFIXFc per l’emofilia B è una proteina di fusione ricombinante a emivita prolungata costituita dal fattore IX della coagulazione connesso al dominio Fc dell’IgG1 umana. Il CHMP raccomanda all’EMA di approvare la sua commercializzazione

Il parere positivo del CHMP si è basato sui risultati degli studi clinici di fase III che hanno dimostrato l’efficacia, la sicurezza e il profilo di farmacocinetica di rFIXFc per l’emofilia B: lo studio registrativo  B-LONG, condotto su adulti e adolescenti trattati in precedenza, e lo studio Kids B-LONG, svolto su bambini al di sotto dei 12 anni di età già precedentemente trattati per l’emofilia B.

La raccomandazione del CHMP è rivolta alla Commissione europea, istituzione preposta a concedere l’autorizzazione all’immissione in commercio dei medicinali nella Ue.

Sobi e Biogen collaborano per lo sviluppo e la commercializzazione di rFIXFc per il trattamento dell’emofilia B. Sobi detiene i diritti, in esclusiva, sulla fase di sviluppo finale e sulla commercializzazione del farmaco in alcuni territori di propria competenza (Europa, Nord Africa, Russia e alcuni mercati dei Paesi Medio-Orientali). Biogen detiene i diritti per lo sviluppo e la produzione di rFIXFc così come i diritti di commercializzazione in Nord America e in tutti gli altri paesi, ad esclusione di quelli facenti parte del territorio di Sobi.

rFIXFc per l’emofilia B

rFIXFc, studiata per il trattamento dell’emofilia B, è una proteina di fusione ricombinante a lunga durata d’azione costituita dal fattore IX della coagulazione connesso al dominio Fc dell’IgG1 umana. Si ritiene che ciò consenta a rFIXFc di utilizzare una via naturalmente esistente nell’organismo per prolungare il tempo di permanenza in esso.

Il trattamento con rFIXFc è, attualmente, approvato per l’emofilia B negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Australia e in Nuova Zelanda.

La somministrazione di rFIXFc, come di qualsiasi altra proteina iniettabile, potrebbe associarsi ad episodi di ipersensibilità di tipo allergico o allo sviluppo di inibitori.

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Ripensare al colesterolo

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Sanofi annuncia in una nota stampa che l’indagine “Ripensare al colesterolo” dell’EAS (European Atherosclerosis Society) evidenzia in Italia un notevole divario tra la conoscenza del rischio cardiovascolare derivante da colesterolo alto e l’adozione di misure concrete per abbassarlo. Oggi di colesterolo si parla molto, ma spesso correlandolo quasi esclusivamente alla dieta e alla scorretta alimentazione. A volte invece gli alti livelli di colesterolo cattivo sono legati a una condizione genetica, l’ipercolesterolemia familiare, ancora sotto-diagnosticata.

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Ripensare al colesterolo. Il sito abbassiamoilcolesterolo.it promuove la conoscenza dell’ipercolesterolemia

Per sensibilizzare e informare sui rischi cardiovascolari correlati all’ipercolesterolemia è online il sito Abbassiamoilcolesterolo.it, promosso da Sanofi e Regeneron.

La survey Ripensare al colesterolo

L’indagine dell’EAS (European Atherosclerosis Society) “Think Again About Cholesterol” è un’indagine multinazionale condotta online in 11 Paesi europei dalla società di analisi Harris Poll per conto della Società Europea di Aterosclerosi (EAS) e realizzata con il contributo di Sanofi e Regeneron Pharmaceuticals. L’indagine ha come obiettivo verificare la conoscenza generale del colesterolo.

Sono stati intervistati in totale 12.142 adulti di età superiore ai 25 anni, in un periodo compreso tra il 25 Agosto e il 9 Settembre 2015, nei seguenti Paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

La survey evidenzia in Italia un notevole divario tra la conoscenza del rischio cardiovascolare derivante da colesterolo alto e l’adozione di misure concrete per controllarne i livelli nel sangue. Sebbene il 56% degli intervistati sia consapevole dell’importanza di tenere sotto controllo il colesterolo LDL, il 66% di loro non è a conoscenza dei propri livelli o non ha mai effettuato analisi.

Emerge quindi la necessità di ulteriori sforzi informativi e formativi per aiutare le persone e i pazienti a comprendere meglio che il colesterolo, in particolare il colesterolo cattivo o LDL, è la prima causa di eventi cardiovascolari gravi, come l’infarto del miocardio, per questo è necessario valutarlo e trattarlo appropriatamente, se necessario.

Il sito abbassiamoilcolesterolo.it

Pazienti, medici, comuni cittadini, attraverso il sito, potranno accedere a un ampio catalogo di informazioni sul colesterolo LDL, sull’ipercolesterolemia familiare, sul colesterolo in cucina.

Sul sito è possibile visionare, intero e in “pillole”, il lungometraggio cinematografico Heart Felt, dedicato ai pazienti con ipercolesterolemia “non solo” familiare, ad alto rischio cardiovascolare, realizzato dalla pluripremiata regista americana Cynthia Wade, già premio Oscar per il miglior documentario nel 2008 e con una nomination nel 2013, vincitrice di 33 premi cinematografici in ogni parte del mondo. Proprio Wade, con il suo staff, ha girato il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, per realizzare la pellicola che raccoglie le storie di persone che convivono tutti i giorni con l’ipercolesterolemia.

Accanto al film, sono visionabili le testimonianze video di pazienti italiani che, in modo diretto e immediato, raccontano i rischi cardiovascolari che interessano loro e le loro famiglie, portando alla luce il ruolo del colesterolo LDL, fino ad oggi un “illustre sconosciuto” nel panorama della divulgazione online.

Alcune di queste storie sono state proiettate in occasione del primo appuntamento del 2016 con #MeetSanofi dal titolo “Health Movie. La salute dal grande al piccolo schermo: dal cinema alla rete come le persone raccontano la malattia” che si è tenuto il 27 gennaio 2016.

#MeetSanofi è un format di incontri promosso da Sanofi, che fa parlare esperti, community e blogger intorno a temi come salute, innovazione e tecnologia, con il coinvolgimento della Rete attraverso Twitter e le dirette di Periscope.

La European Atherosclerosis Society (EAS)

La European Atherosclerosis Society (EAS) è stata fondata nel 1964 con lo scopo di “far progredire e scambiare conoscenze riguardo le cause, l’evoluzione, il trattamento e la prevenzione della malattia aterosclerotica”.  Per più di 50 anni l’esperienza della Società è stata messa a servizio dei medici per gestire i disturbi lipidici e prevenire l’aterosclerosi.

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Carta Europea del Paziente con Fibrosi Polmonare Idiopatica

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Nell’ambito dell’evento “Il Diritto alla diagnosi e alla cura dei pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica”, promosso da AMA Fuori Dal Buio, che si è svolto il 1° marzo a Roma, è stata presentata alle istituzioni italiane la Carta Europea del Paziente con Fibrosi Polmonare Idiopatica ed è stato lanciato un appello per il riconoscimento come malattia rara a livello nazionale e, quindi, per superare le discriminazioni tra pazienti delle diverse regioni italiane.

Riconoscere come malattia rara la fibrosi polmonare idiopatica a livello nazionale consentirebbe parità di trattamento per tutti i pazienti
Riconoscere come malattia rara la fibrosi polmonare idiopatica a livello nazionale consentirebbe parità di trattamento per tutti i pazienti

Lo annuncia l’Associazione Malati Autoimmuni Orfani e Rari AMA fuori dal buio in un comunicato stampa.

L’evento “Il Diritto alla diagnosi e alla cura dei pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica”

L’incontro dal titolo “Il Diritto alla diagnosi e alla cura dei pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica”promosso da AMA Fuori dal Buio con il supporto incondizionato di Roche, nell’ambito delle iniziative per la Giornata Mondiale delle Malattie Rare, si è svolto il 1° marzo 2016 a Roma,

In questo primo momento di confronto italiano sul tema della Fibrosi Polmonare Idiopatica sono state affrontate le problematiche con le quali quotidianamente i pazienti colpiti da IPF devono misurarsi e le proposte concrete per superarle, a partire dal riconoscimento a livello nazionale dell’IPF come malattia rarache garantirebbe l’esenzione dal pagamento dei ticket a ogni paziente, indipendentemente dalla regione di residenza. Oggi l’IPF è riconosciuta come malattia rara soltanto in Toscana e Piemonte, quindi impone ai pazienti di tutte le altre regioni di farsi carico autonomamente degli altissimi costi associati alle cure e al monitoraggio costante dell’evoluzione della patologia.

Le richieste avanzate ai decisori politici in occasione dell’evento, in sintesi, sono state:

  • il riconoscimento della Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) come malattia rara in tutte le regioni di Italia e la garanzia di accesso indiscriminato agli esami clinici e alle cure a tutti i pazienti,
  • l’implementazione di protocolli standardizzati e modelli diagnostici che facilitino la diagnosi precoce e accurata della patologia,
  • la promozione di una conoscenza più diffusa dell’IPF tra medici, professionisti del settore e grande pubblico.

La Carta Europea del Paziente con Fibrosi Polmonare Idiopatica

Per superare le disuguaglianze tra i pazienti a livello nazionale e internazionale è stata creata la Carta Europea del Paziente, già presentata al Parlamento europeo nel 2014 e portata all’attenzione delle istituzioni italiane per promuovere i diritti dei pazienti con IPF.

«La Carta Europea del Paziente, di cui AMA fuori dal buio è membro fondatore insieme ad altre 10 organizzazioni europee di pazienti con IPF, rappresenta uno strumento partecipato, condiviso ed esportabile, estremamente  importante nella diffusione di buone pratiche a favore delle persone con IPF – commenta Rosalba Mele, presidente dell’Associazione AMA fuori dal buio -. Attraverso la Carta ci appelliamo ai decisori politici e alle istituzioni sanitarie affinché i malati e le loro famiglie abbiano diritto a una diagnosi precoce e accurata, accesso alle cure, approccio olistico alla cura, informazioni esaustive e di alta qualità su questa patologia, accesso alle cure palliative e di fine vita. In particolare, ai decisori italiani, a livello nazionale e regionale, chiediamo oggi il riconoscimento urgente dell’IPF come malattia rara e l’esenzione dal pagamento dei ticket in tutte le regioni, per garantire a ogni paziente un diritto indiscriminato ai trattamenti».

La fibrosi polmonare idiopatica. Incidenza

L’IPF colpisce in Italia ogni anno circa 16 persone ogni 100.000 abitanti, prevalentemente uomini tra i 55 e i 70 anni, sebbene si registrino anche alcuni casi in età precoce e con familiarità.

A livello europeo le stime parlano di circa  80.000 – 111.000 persone che attualmente soffrono di IPF e circa 35.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno.

La fibrosi polmonare idiopatica ha esiti imprevedibili e aspettative di sopravvivenza peggiori rispetto a molti tipi di tumore. La conoscenza di questa patologia e della sua causa è ancora limitata.

Si tratta di una malattia cronica che colpisce i polmoni determinando progressivamente, e talvolta in maniera imprevedibile, importanti problemi di respirazione, fino al punto di togliere letteralmente il fiato. «L’IPF è un tipo specifico di fibrosi polmonare in cui gli alveoli, i piccoli sacchetti polmonari che assorbono l’ossigeno necessario alla nostra sopravvivenza, vengono gradualmente sostituiti da tessuto cicatriziale fibrotico fino a causare una grave e letale insufficienza respiratoria – spiega Carlo Vancheri, professore ordinario di malattie respiratorie Università degli Studi di Catania -. Il decorso della malattia è diverso da persona a persona e difficile da prevedere. Di certo i pazienti con IPF hanno un’aspettativa di vita peggiore rispetto alla maggior parte dei pazienti affetti da cancro sebbene al momento della diagnosi molti non ne percepiscano la gravità. Proprio a causa della sua scarsa conoscenza, sia a livello di opinione pubblica che di classe medica, e complice il fatto che la malattia presenti una sintomatologia aspecifica, l’IPF viene spesso confusa con altre malattie respiratorie causando un ritardo nella diagnosi in media di due anni dalla comparsa dei primi sintomi. Questo si ripercuote inevitabilmente sulle possibilità di successo dell’intervento terapeutico, che oggi grazie alla disponibilità di alcuni farmaci, è in grado di rallentare il decorso della malattia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti».

I vantaggi della diagnosi precoce e della rete di centri specialistici per la fibrosi polmonare idiopatica

Il riconoscimento precoce e corretto della malattia, fondamentale per i successivi approcci terapeutici e l’eventuale valutazione del trapianto polmonare, richiede l’intervento di un team multidisciplinare che può coinvolgere oltre allo specialista pneumologo diverse figure professionali quali radiologo, anatomopatologo, reumatologo, immunologo clinico, chirurgo toracico e cardiologo. «L’importanza di essere seguiti da un team multidisciplinare, che lavori armonicamente all’interno di uno stesso ospedale, implica la necessità di far afferire i pazienti in Centri Specialistici dedicati, idealmente distribuiti in maniera omogenea sul territorio nazionale, dove venga assicurato tale approccio multidisciplinare alla gestione della patologia – spiega Fabrizio Luppi, direttore del “Centro per le Malattie Rare del Polmone” dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena. – Poter contare su una rete nazionale ed europea di Centri consentirebbe inoltre la condivisione di programmi di ricerca sia clinica che volta a chiarire i meccanismi patogenici responsabili dell’insorgenza di questa patologia».

Le reti sono uno strumento essenziale, nell’ambito delle malattie rare, per creare sinergie in grado di fronteggiare le sfide che queste patologie pongono sia in termini di ricerca che di organizzazione dei sistemi sanitari ed è proprio grazie alla collaborazione di tutte le maggiori società scientifiche respiratore internazionali, che dal 2011 è disponibile un documento di linee guida interamente basato sull’evidenza per la diagnosi e la terapia dell’IPF.

«La disponibilità di linee guida condivise è fondamentale per assicurare a tutti i pazienti il diritto ad un percorso diagnostico e terapeutico accurato e standardizzato indipendentemente dalla loro localizzazione geografica o dalle caratteristiche del sistema sanitario in cui vivono»commenta Luca Richeldi, professore di medicina respiratoria, cattedra di patologie interstiziali polmonari, Università di Southampton.

Le malattie rare rappresentano una sfida ancora aperta per i sistemi sanitari di tutti i paesi impegnati da un lato a rispondere ai bisogni di ricerca e innovazione e dall’altro a confrontarsi con i problemi legati alla sostenibilità.

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Menopausa. Bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati

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MSD annuncia in un comunicato stampa che l’associazione bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati equini (20 mg BZA/ 0,45 mg CE) è disponibile in Italia per il trattamento dei sintomi della menopausa come vampate, sudorazione notturna e atrofia vulvo-vaginale.

menopausa
Bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati equini: terapia ormonale sostitutiva senza progestinico associata a modulatore selettivo del recettore degli estrogeni disponibile in Italia

Grazie a un accordo commerciale tra Pfizer e MSD, arriva in Italia Duavive®, il primo di una classe di farmaci, la TSEC, Tissue Selective Estrogen Complex o Complesso Estrogenico Tessuto-Selettivo, in grado di contrastare in modo efficace i più fastidiosi sintomi menopausali: vampate di calore, sudorazioni notturne e qualità del sonno.

Bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati equini Duavive

Duavive è un’associazione tra un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni, il bazedoxifene, ed estrogeni naturali coniugati equini.

Il farmaco è disponibile sotto forma di compresse a rilascio modificato (contenenti 0,45 mg di estrogeni coniugati e 20 mg di bazedoxifene), che liberano bazedoxifene immediatamente e gli estrogeni coniugati in un periodo prolungato.

La dose raccomandata di Duavive è una compressa una volta al giorno.

L’associazione ha fornito una nuova classe di trattamento: il Complesso Estrogenico Tessuto-Selettivo (TSEC), disegnato per migliorare i sintomi della menopausa quali vampate, sudorazione notturna e atrofia vulvo-vaginale.

Gli estrogeni coniugati agiscono come terapia ormonale sostitutiva, rimpiazzando gli estrogeni che non vengono più prodotti dall’organismo della donna dalla menopausa in poi e riducendo i sintomi causati dalla mancanza di questi ormoni. Se utilizzati da soli, gli estrogeni, possono causare iperplasia dell’endometrio, che può essere precursore di carcinoma endometriale; per questo, in Duevive, gli estrogeni sono associati a bazedoxifene, modulatore selettivo del recettore degli estrogeni (SERM) di ultima generazione, che ha mostrato un potente effetto anti-estrogenico sull’endometrio.

Bazedoxifene è un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni che, a seconda dei tessuti nei quali tali recettori sono espressi, può o agire da antagonista dei recettori (effetti inibenti), come nel tessuto mammario ed endometriale, o agire da agonista su altri tessuti, con un effetto stimolante sui recettori.  Bazedoxifene è stato autorizzato nel 2009 nell’UE per il trattamento dell’osteoporosi nelle donne che hanno superato la menopausa.

Grazie all’associazione senza progestinico tra SERM e estrogeni naturali, il trattamento consente di mantenere i benefici della terapia tradizionale con estrogeni, mentre antagonizza gli effetti di stimolazione sull’endometrio e ghiandola mammaria associati ai progestinici.

La combinazione bazedoxifene ed estrogeni coniugati può essere utilizzata dalle donne in postmenopausa non isterectomizzate per le quali il trattamento con terapia contenente progestinici non è appropriato.

Il farmaco non deve essere utilizzato in pazienti che hanno avuto problemi di tromboembolismo venoso, embolia polmonare e trombosi della vena retinica o in pazienti che sono ad accresciuto rischio di sviluppare tali condizioni. Non deve inoltre essere utilizzato nelle donne che hanno avuto un ictus o un infarto del miocardio. Infine, non deve essere impiegato nelle pazienti che sono affette o hanno probabilità di sviluppare o hanno avuto un carcinoma al seno o altri tumori di cui è nota la componente estrogeno-dipendente.

I risultati degli studi clinici sulla combinazione bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati

In ampi studi clinici randomizzati (Selective estrogens Menopause and Response to Therapy SMART trials1), la combinazione bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati ha dimostrato efficacia nel ridurre i sintomi postmenopausali, con un promettente profilo di sicurezza e tollerabilità.

Sono stati osservati, inoltre, miglioramenti per quanto riguarda il sonno e, più in generale, gli aspetti connessi alla qualità della vita.

Inoltre, rispetto alla terapia tradizionale estro-progestinica, la combinazione bazedoxifene ed estrogeni naturali coniugati ha dimostrato, nei confronti del placebo e del farmaco di confronto (estrogeni coniugati 0,45 mg/medrossiprogesterone acetato):

  • amenorrea uguale al placebo e migliore rispetto al farmaco di confronto;
  • riduzione nel dolore e tensione mammaria rispetto al farmaco di confronto e simile al placebo;
  • dopo 1 anno di trattamento, la densità mammaria si è dimostrata simile a quella osservata con placebo e inferiore rispetto al farmaco di confronto.

TERAPIE PER IL TRATTAMENTO DEI SINTOMI DELLA MENOPAUSA

La riduzione di estrogeni endogeni nelle donne in post-menopausa è associata alla comparsa di diversi sintomi. I più comuni sono:

  • sintomi vasomotori;
  • disturbi del sonno e dell’umore;
  • atrofia vulvo-vaginale e alterazioni dell’attività sessuale;
  • riduzione del tessuto osseo.

La Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) con estrogeni e progestinici viene da tempo utilizzata per migliorare i sintomi della menopausa. Tuttavia, vi sono ancora preoccupazioni per quanto riguarda il profilo di sicurezza e di tollerabilità delle terapie contenenti progestinici. Da qui la necessità di studiare nuove associazioni terapeutiche.

I benefici della Terapia Ormonale Sostitutiva a breve termine consistono nella riduzione dei sintomi climaterici con conseguente miglioramento della qualità di vita e a medio-lungo termine nella prevenzione di alcune malattie che nel sesso femminile aumentano dopo la menopausa, in particolare osteoporosi, malattie cardiovascolari e degenerative.

Il ricorso alla Terapia Ormonale Sostitutiva è una valutazione che viene eseguita dal ginecologo, insieme alla donna, in base ai disturbi e alla loro intensità, al rischio individuale di incorrere in determinate patologie e all’approccio che la donna ha nei confronti della menopausa. Solitamente, quando la donna ha conservato l’utero la TOS consiste nell’utilizzo continuativo o ciclico di estrogeni e progesterone o progestinici per via orale, transdermica o transvaginale.

La menopausa

La menopausa è l’assenza permanente delle mestruazioni legata alla mancata produzione di ormoni da parte delle ovaie. Viene dichiarata dopo 12 mesi consecutivi dall’ultima mestruazione non imputabili a nessun’altra evidente causa patologica o fisiologica.

La menopausa può essere naturale, o fisiologica, e artificiale, indotta da qualsiasi evento che porta a distruzione il tessuto ovarico (interventi chirurgici, chemioterapia, malattie endocrine). La menopausa fisiologica si presenta intorno ai 50 anni con un intervallo di normalità tra i 45 e i 57 anni. Nei Paesi occidentali la menopausa arriva in media attorno ai 51 anni. Fattori ereditari, etnici, comportamentali, pubertà tardiva, gravidanze e lunghezza del ciclo mestruale possono influenzare l’esordio della menopausa che può distinguersi in: precoce quando inizia prima dei 40 anni, prematura se inizia prima dei 45 anni e tardiva dopo i 53 anni.

Le fasi della menopausa

Esistono rilevanti differenze individuali nell’esordio e nella durata delle fasi che caratterizzano la menopausa: il ciclo può cessare improvvisamente o modificarsi in modo graduale, anche nel corso di anni.

  • Peri-menopausa. I primi segni dell’approssimarsi della menopausa si manifestano spesso anni prima dell’ultima mestruazione. Questa fase di transizione viene definita peri-menopausa. Può durare sei o più anni e termina un anno dopo l’ultima mestruazione. I cambiamenti e i disturbi perimenopausali sono legati alla variazione dei livelli ormonali. Durante la peri-menopausa, i livelli di estrogeno continuano a diminuire, ma in modo non prevedibile. Temporaneamente possono persino essere più elevati rispetto agli anni precedenti. Le alterazioni del ciclo mestruale, le vampate di calore, la secchezza vaginale, i disturbi del sonno e gli sbalzi d’umore sono manifestazioni tipiche e frequenti della peri-menopausa. Durante questa fase la donna ha ancora la possibilità di restare incinta, anche se la fertilità è complessivamente estremamente ridotta.
  • Pre-menopausa. Con questo nome si indicano quella fase della peri-menopausa che copre i 2 anni che precedono la menopausa, in questa fase i livelli di estrogeni calano in modo progressivo fino ad arrivare all’assenza di ovulazione.
  • Post-menopausa. La post-menopausa è il periodo che inizia a partire dall’ultima mestruazione, con ulteriore calo di estrogeni.

Nonostante l’aspettativa di vita sia aumentata, l’età in cui sopraggiunge la menopausa naturale non è cambiata significativamente negli ultimi secoli. Oggi una donna trascorre circa 30 anni, ovvero quasi un terzo della sua vita, in post-menopausa.

I sintomi della menopausa

La menopausa è associata a una sintomatologia che può variare nel tempo di frequenza, intensità e natura. I sintomi a breve termine, se non trattati, possono tuttavia avere delle conseguenze a lungo termine e di valenza patologica, come ad esempio l’osteoporosi.

A seconda dell’epoca di comparsa i sintomi vengono classificati in:

  • acuti, quando compaiono i primi mesi dopo la menopausa (vampate di calore, insonnia, variazioni del peso corporeo);
  • intermedi, che si manifestano entro i primi 2-3 anni (disturbi urogenitali, invecchiamento della pelle);
  • cronici o tardivi, che si manifestano anche a molti anni di distanza. La frequenza e la gravità della sintomatologia sono molto variabili e soggettive.

I sintomi più frequenti sono:

  • Alterazioni del ciclo. Con l’approssimarsi della peri-menopausa si possono verificare alterazioni del ciclo in termini di frequenza e intensità delle mestruazioni. Soltanto poche donne riferiscono la brusca interruzione delle mestruazioni da un giorno all’altro. La maggior parte di esse riferisce irregolarità del ciclo mestruale, dovuta alla produzione irregolare di ormoni nelle ovaie. Per lo più i cicli diventano più brevi, quindi le mestruazioni compaiono più spesso rispetto ai consueti 28 giorni. Tuttavia le mestruazioni possono essere più brevi o più lunghe, più o meno intense del solito. Con il passare del tempo, le mestruazioni “saltano” spesso, ossia scompaiono per determinati periodi, per poi riprendere regolarmente. Per la maggior parte delle donne in stato perimenopausale, le variazioni del ciclo sono naturali e non sempre richiedono un trattamento. Non tutte le alterazioni del ciclo mestruale nelle donne sono però riconducibili all’approssimarsi della menopausa. Per questo è importante che un ginecologo valuti la natura delle alterazioni del ciclo mestruale, per escludere altre possibili cause.
  • Vampate di calore. Si tratta di ondate di calore improvvise, transitorie e fortemente soggettive dovute a vasodilatazione cutanea del volto e del torace, seguite da intensa sudorazione e senso di freddo. Le vampate di calore notturne possono interferire con il sonno, anche se non sono intense al punto da risvegliare la donna. I disturbi del sonno possono causare stanchezza e affaticamento, che a loro volta possono essere motivo di irritabilità (umore depresso, irascibilità, permalosità). Il ginecologo deve escludere altre eventuali cause per le vampate di calore, soprattutto se la menopausa non sembra essere la causa probabile o se sono presenti anche altri sintomi atipici della menopausa. Nella maggior parte delle donne le vampate di calore durano da 3 a 5 anni. Alcune donne non hanno mai vampate di calore o le hanno soltanto per pochi mesi, mentre altre ne soffrono per anni.
  • Cambiamenti del tono dell’umore. Le donne che in menopausa vivono stati d’animo depressivi hanno spesso sofferto di variazioni d’umore di tipo depressivo anche in passato, ad esempio nel quadro della sindrome premestruale. Se il cambiamento dello stile di vita e le proprie risorse non bastano a influire positivamente sui disturbi di natura psichica, può essere utile un trattamento farmacologico (TOS).
  • Disturbi del sistema urogenitale e della sfera sessuale. Secchezza vaginale legata alla riduzione dello spessore dei tessuti di rivestimento della vagina e a una ridotta funzionalità delle ghiandole vaginali che rendono meno elastici i tessuti e più difficoltosi e dolorosi i rapporti; incontinenza urinaria e urgenza della minzione per indebolimento dei muscoli pelvici; riduzione del desiderio.
  • Aumento di peso. Molte donne aumentano di peso dopo i quaranta o cinquant’anni. L’aumento di peso è associato all’invecchiamento, allo stile di vita e ai cambiamenti ormonali della menopausa, ovvero al calo di estrogeni, che comporta diminuzione della massa muscolare e riduce il metabolismo basale e il fabbisogno calorico. La massa adiposa aumenta soprattutto a livello addominale e questo comporta, oltre ad un problema di natura estetica, anche un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di sindrome metabolica.
  • Aumento di peso. Molte donne aumentano di peso dopo i quaranta o cinquant’anni. L’aumento di peso è associa
  • Alterazioni dello scheletro. Con osteoporosi dovuta a diminuzione di massa ossea indotta dal deficit estrogenico peculiare della menopausa. Il 40% delle donne dopo la menopausa subisce una frattura.
  • Disturbi del sonno. Colpiscono tra il 40% e il 60% delle donne. L’insonnia è un sintomo correlato al calo degli estrogeni che regolano il ritmo sonno-veglia.
  • Alterazioni della cute. L’invecchiamento della pelle è legato alla riduzione del collagene, dovuta alla carenza di estrogeni, e dell’elasticità, mentre aumentano le rughe, le alterazioni della pigmentazione e la secchezza. Il fumo e i raggi solari aumentano tale effetto e dovrebbero pertanto essere evitati.

Tante donne, altrettanti modi di vivere la menopausa: l’impatto varia a seconda della storia personale e del grado di accettazione. Per tutte, comune è l’esigenza di contrastare i sintomi vasomotori come le vampate di calore, che compromettono la vita di relazione, e prevenire l’insorgenza di gravi malattie come l’osteoporosi e le malattie cardiovascolari. Lo rivela l’indagine “Le donne e la menopausa” condotta da GfK Italia per MSD Italia, i cui risultati sono stati presentati in occasione del 17° World Congress della Società Internazionale di Ginecologia Endocrinologica – ISGE.