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Edoxaban per prevenire ictus, embolismo sistemico e tromboembolismo venoso

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L’anticoagulante orale edoxaban per la prevenzione dell’ictus e dell’embolismo sistemico in pazienti adulti affetti da fibrillazione atriale non valvolare, per la prevenzione del tromboembolismo venoso e per il trattamento del tromboembolismo venoso a seguito di un precedente trattamento di 5 giorni a base di eparina frazionata o non frazionata è stato approvato in Svizzera con il nome commerciale di Lixiana®

Edoxaban approvato in Svizzera con il nome commerciale di Lixiana
Edoxaban, anticoagulante orale in monosomministrazione giornaliera, è stato approvato in Svizzera con il nome commerciale di Lixiana

Dopo Giappone e Stati Uniti, arriva anche in Europa edoxaban, l’anticoagulante orale in monosomministrazione giornaliera di Daiichi Sankyo che inibisce in modo specifico, reversibile e diretto il fattore Xa, un importante fattore della cascata della coagulazione. L’autorità regolatoria svizzera Swissmedic, ha infatti approvato l’uso di Lixiana per la prevenzione dell’ictus e dell’embolismo sistemico (ES) in pazienti adulti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV). L’autorizzazione si estende inoltre al trattamento del tromboembolismo venoso (TEV), inclusi la trombosi venosa profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP) in seguito a precedente trattamento a base di eparina frazionata o non frazionata per 5 giorni, così come alla prevenzione delle recidive di TEV. La dose raccomandata di Lixiana è di 60 mg in monosomministrazione giornaliera, con dose ridotta a 30 mg in pazienti con rischio moderato o severo di insufficienza renale (clearance della creatinina 30-50 ml/min), peso corporeo uguale o inferiore a 60 kg, o uso concomitante di inibitori della glicoproteina P (ciclosporina, dronedarone, eritromicina, ketoconazolo, chinidina o verapamil).

L’approvazione della Swissmedic è basata sui risultati pubblicati sul New England Journal of Medicine degli studi di fase III Engage AF-TIMI 48 e Hokusai-VTE, i più ampi e lunghi trial singoli comparativi per un anticoagulante orale, che hanno coinvolto rispettivamente 21.105 e 8.292 pazienti affetti da FANV o TEV acuta. I due studi clinici hanno valutato edoxaban in monosomministrazione giornaliera per il trattamento e la prevenzione delle recidive di TEV nei pazienti con TVP e/o EP e per la prevenzione di ictus ed embolia sistemica in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare.

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Alemtuzumab disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

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Alemtuzumab di Genzyme ha ricevuto dall’Agenzia Italiana del Farmaco le indicazioni su regime di rimborsabilità e prezzo, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n.82 del 9 aprile 2015. Il trattamento in pazienti con decorso di sclerosi multipla recidivante remittente è già approvato in oltre 40 Paesi ed è supportato da un programma di sviluppo clinico che ha coinvolto nel mondo circa 1.500 pazienti e 5.400 pazienti-anno di follow-up.

Alemtuzumab
Alemtuzumab ha una modalità di somministrazione unica: una infusione endovenosa per 5 giorni il primo anno e per 3 giorni il secondo anno

Genzyme, società del Gruppo Sanofi, annuncia che è disponibile e prescrivibile anche in Italia, il farmaco biologico alemtuzumab: un anticorpo monoclonale iniettivo che interagisce in modo selettivo con le cellule del sistema immunitario responsabili dell’attacco al sistema nervoso centrale tipico della malattia. L’anticorpo colpisce infatti la CD52, una proteina presente in grandi quantità sulla superficie delle cellule T e B determinando l’eliminazione delle stesse cellule circolanti, responsabili del processo infiammatorio.

Rispetto ad altri trattamenti immunosoppressori, alemtuzumab esercita un impatto minimo sulle altre cellule immunitarie. Gli studi hanno inoltre dimostrato che la riduzione delle cellule T e B, caratteristica di questo farmaco, è seguita immediatamente da un ripopolamento delle cellule immunitarie con modalità che riducono potenzialmente l’attività della malattia con effetti persistenti a lungo termine.

Alemtuzumab è indicato nei pazienti adulti con sclerosi multipla recidivante-remittente (SMRR) con malattia attiva definita clinicamente o attraverso le immagini di risonanza magnetica e presenta una modalità di somministrazione unica nel panorama terapeutico della malattia. È, infatti, una infusione endovenosa da somministrare solo 5 volte (in 5 giornate consecutive) il primo anno di trattamento e 3 volte il secondo anno. L’efficacia del trattamento si protrae anche negli anni successivi (al momento il massimo periodo di osservazione degli studi è di 5 anni).

Studi clinici su alemtuzumab

Alemtuzumab è stato approvato a seguito di due importanti studi randomizzati di fase III che ne hanno confrontato l’effetto rispetto al trattamento con interferone beta-1a ad alto dosaggio, somministrato per iniezione sottocutanea in pazienti con sclerosi multipla recidivante remittente attiva, non sottoposti a precedente trattamento (Care-MS I) o che avevano avuto almeno una recidiva durante la terapia pregressa (Care-MS II).

Nello studio Care-MS I, alemtuzumab ha mostrato di essere significativamente più efficace rispetto a interferone beta-1a nel ridurre i tassi annualizzati di recidiva; nello studio Care-MS II, di essere significativamente più efficace di interferone beta-1a nella riduzione dei tassi annualizzati di recidiva e nel rallentare l’accumulo di disabilità.

Inoltre, i pazienti trattati con alemtuzumab avevano una probabilità significativa di mostrare un miglioramento della disabilità preesistente, come rilevato nei sei mesi di consistente diminuzione degli indici di disabilità.

È, inoltre, in corso uno studio di estensione che coinvolge oltre 1000 pazienti provenienti sia dagli studi di fase III soprariportati sia dallo studio di fase II, il Camms223, nel quale sono stati coinvolti pazienti con sclerosi multipla recidivante remittente attiva non sottoposti a precedente trattamento, con breve storia di malattia e bassa disabilità. Di quest’ultimo studio, sono già disponibili i dati osservati nel lungo periodo -5 anni – dove  il farmaco ha dimostrato di essere significativamente più efficace rispetto a interferone beta-1 a nel ridurre i tassi di recidiva per anno, nel rallentare l’accumulo di disabilità e nel migliorare la disabilità preesistente.

Rischi nell’uso di alemtuzumab

Poiché l’anticorpo monoclonale agisce eliminando le cellule del sistema immunitario, presenta anche alcuni rischi, tra i quali quello di sviluppare una malattia autoimmune dopo il trattamento. Le cellule del sistema immunitario, nel ripopolare l’organismo, possono colpire altri organi, in particolare la tiroide, inducendo una tiroidite autoimmune (con conseguente ipo o ipertiroidismo). Per questa ragione sono in corso nuovi studi per una migliore profilazione dei soggetti a rischio e per combinare farmaci in grado di proteggere gli organi bersaglio dell’autoimmunità durante e subito dopo il termine della cura. I risultati sono attesi versi la fine del 2017.

Nel frattempo, per consentire la precoce individuazione e l’ottimale gestione di questi eventi autoimmuni, è stato strutturato un programma di gestione del rischio, nel quale verranno inseriti tutti i pazienti trattati, con frequente monitoraggio di laboratorio. I più comuni eventi avversi associati ad alemtuzumab sono reazioni associate all’infusione (mal di testa, rash cutaneo, febbre, nausea, orticaria, prurito, arrossamento e affaticamento), infezioni (vie aeree superiori e tratto urinario), linfopenia e leucopenia. Alemtuzumab è controindicato in pazienti con infezione da HIV.

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Pembrolizumab per melanoma, tumore del polmone e mesotelioma

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L’immunoterapia con l’anticorpo anti PD-1 pembrolizumab dimostra un tasso di risposta del 28% in pazienti con mesotelioma, una risposta duratura in pazienti con NSCLC e un incremento del 30% della sopravvivenza globale e superiorità in termini di sopravvivenza libera da progressione e tasso di risposta complessivo rispetto allo standard di cura in pazienti con melanoma avanzato.

pembrolizumab
I dati su pembrolizumab, sviluppato da MSD, sono stati presentati al meeting annuale dell’American Association for Cancer Research e pubblicati sul New England Journal of Medicine

Studio Keynote-006 su pembrolizumab nel melanoma

Pembrolizumab, designato dalla FDA quale “Breakthrough Therapy”, secondo i dati di fase 3 dello studio Keynote-006, ha ottenuto un incremento del 30% della sopravvivenza globale rispetto all’anti-CTLA-4 ipilimumab, attuale standard di cura, in pazienti con melanoma in fase avanzata non operabile, la maggior parte dei quali non aveva ricevuto alcun precedente trattamento sistemico per il melanoma.

Nel trattamento del  pembrolizumab si è dimostrato superiore in termini di sopravvivenza globale (OS), sopravvivenza libera da progressione (PFS) e tasso di risposta complessivo (ORR).

I tassi di PFS a 6 mesi stimati per i bracci di pembrolizumab sono stati del 47,3% e del 46,4% nel gruppo di pazienti trattati con 10 mg/kg di pembrolizumab, rispettivamente, ogni 2 e 3 settimane, comparati al 26,5% di ipilimumab. La PFS mediana per pembrolizumab è stata di 5,5 mesi e di 4,1 mesi, rispettivamente, rispetto ai 2,8 mesi di ipilimumab.  La sopravvivenza a un anno è stata del 74,1% e del 68,4% per pembrolizumab rispetto al 58,2% di ipilimumab con un incremento di oltre il 30%. La sopravvivenza mediana non è stata raggiunta in nessuno dei gruppi di trattamento. Significativo il tasso di risposta complessiva (ORR), che è stato del 33,7% e del 32,9% per pembrolizumab rispetto all’11,9% di ipilimumab. I profili di efficacia e sicurezza di pembrolizumab sono risultati simili nei vari dosaggi.

Sulla base di questi dati, MSD ha annunciato la conclusione anticipata dello studio Keynote-006. Entro la metà del 2015 verrà presentata una domanda di approvazione a FDA, per il trattamento di prima linea del melanoma avanzato.

Studio Keynote-001 su pembrolizumab nel tumore del polmone non a piccole cellule

Nel trattamento del tumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC), secondo i dati dello studio Keynote-001, pembrolizumab ha ottenuto una risposta duratura sia tra i pazienti naive che tra quelli precedentemente trattati. La durata è stata osservata con più linee terapeutiche, tipi istologici ed espressione di PD-L1.

Il tasso di risposta globale (ORR) è stato del 45,4% nei pazienti con > 50% di cellule tumorali positive all’espressione di PD-L1, mentre la PFS mediana è stata di 6,3 mesi. La OS mediana non è stata raggiunta. Negli altri sottogruppi PD-L1, l’ORR è stata del 16,5% nei pazienti con l’1-49% di cellule tumorali positive  e del 10,7% nei pazienti con meno dell’1% di cellule tumorali positive per l’espressione PD-L1.  Nella popolazione totale dello studio, l’ORR è stata del 19,4%, dato coerente con i dati presentati in precedenza.

Le evidenze di efficacia dimostrano che l’espressione di PD-L1 nella cellula tumorale può essere un importante biomarcatore per identificare i pazienti con tumore polmonare NSCLC che hanno una maggiore probabilità di ottenere una risposta più efficace con una terapia anti-PD-1.

Pembrolizumab ha ottenuto dalla FDA la designazione di Breakthrough Therapy per l’NSCLC nell’ottobre del 2014. Merck ha annunciato di aver presentato a FDA la richiesta di approvazione per l’indicazione di NSCLC avanzato dalla seconda linea in poi.

Studio Keynote-028 su pembrolizumab nel mesotelioma

Nel mesotelioma pleurico, una delle forme di tumore per le quali oggi non esistono opzioni terapeutiche efficaci, i primi dati disponibili dello studio Keynote-028 hanno dimostrato che pembrolizumab ha ottenuto un tasso di risposta complessivo del 28%. Nel 48% dei pazienti la malattia si è stabilizzata, determinando un tasso di risposta del 76%.

Pembrolizumab

Pembrolizumab è un anticorpo anti PD-1, già approvato dall’FDA per il trattamento di pazienti con melanoma non resecabile o metastatico, già trattati con ipilimumab o anche con un BRAF inibitore, se con la mutazione BRAF V600 positiva. Pembrolizumab è in fase avanzata di sperimentazione in diversi trial clinici per il trattamento, in monoterapia e in combinazione, di oltre 30 tipi di tumori differenti, tra cui il tumore della vescica, gastrico, della testa e del collo, il carcinoma polmonare non a piccole cellule, il carcinoma mammario triplo negativo e le neoplasie ematologiche. La terapia con pembrolizumab ha l’obiettivo di ripristinare la naturale capacità del sistema immunitario di riconoscere e colpire le cellule tumorali mediante il blocco selettivo del legame del recettore PD-1 con i suoi ligandi (PD-L1 e PD-L2). Da settembre 2014 il farmaco è disponibile per il commercio negli Stati Uniti; in Europa è stato avviato un ampio programma di “expanded access” (uso compassionevole) al quale stanno partecipando anche molti centri italiani.

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Alemtuzumab per sclerosi multipla

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L’efficacia di alemtuzumab di Genzyme nella Sclerosi Multipla mantenuta a 4 anni dal trattamento sia nel rallentamento dell’atrofia cerebrale sia nell’attività delle lesioni rilevabili alla risonanza magnetica è stata confermata dai dati di RM a 4 anni che sono coerenti con i dati clinici dello studio di estensione e che hanno fornito ulteriori evidenze del mantenimento dell’efficacia di alemtuzumab sia sulle recidive sia sulla disabilità.

risonanza magnetica
risonanza magnetica

Genzyme, società del Gruppo Sanofi, annuncia all’American Academy of Neurology i nuovi risultati sulle immagini di risonanza magnetica (RM) emersi dal programma di sviluppo clinico di alemtuzumab, un anticorpo monoclonale, somministrato per infusione endovenosa indicato per il trattamento della Sclerosi Multipla Recidivante Remittente

Nei pazienti con sclerosi multipla recidivante remittente (SMRR) trattati con alemtuzumab in uno studio pivotal di fase III, i risultati osservati alla RM nel corso dei due anni di studio sono stati mantenuti durante i due anni successivi di estensione dello studio (anno 3 e 4). Dopo i due cicli di trattamento iniziali dello studio pivotal, con somministrazione al mese zero e al mese 12, circa il 70% dei pazienti trattati con alemtuzumab nel corso dei tre anni successivi, fino al mese 48, non è stato sottoposto a un ulteriore trattamento con alemtuzumab.

Gli studi di fase III su alemtuzumab erano randomizzati, della durata di 2 anni e hanno messo a confronto la molecola con interferone beta-1a ad alto dosaggio, somministrata per iniezione sottocutanea nei pazienti con SM recidivante remittente attiva non sottoposti a precedente trattamento (Care-MS I) o che avevano avuto almeno una recidiva durante la terapia pregressa  (Care-MS II).

Nel corso del quarto anno, il profilo degli eventi avversi con alemtuzumab è stato coerente con quanto osservato durante gli studi pivotal. I nuovi dati presentati all’AAN comprendono:

  • Il tasso di atrofia cerebrale, misurato in funzione della frazione parenchimale cerebrale (FPC), è diminuito progressivamente durante i 4 anni di osservazione nei pazienti trattati con alemtuzumab inseriti nello studio Care-MS I. Tra i pazienti trattati con alemtuzumab inseriti nello studio Care-MS II, il tasso di atrofia cerebrale è diminuito progressivamente durante i 3 anni di osservazione ed è rimasto basso all’anno 4. In entrambi gli studi, la perdita media di volume del cervello è stata meno del  -0.20% negli anni 3 e 4, quindi inferiore rispetto a quanto osservato durante i due anni degli studi pivotal.
  • Negli studi Care-MS I e II, il trattamento con alemtuzumab ha ridotto significativamente lo sviluppo di nuove lesioni rispetto a interferone beta-1a. Nello studio di estensione, la maggior parte dei pazienti trattati con alemtuzumab negli studi Care-MS I e II negli anni 3 e 4 non ha presentato nuove lesioni né attività di malattia rilevabile dalla RMN (circa il 70%).

L’atrofia cerebrale è una misura del processo patologico più distruttivo provocato dalla SM, è presente fin dagli stadi più precoci della malattia e può portare a un danno neurologico e cognitivo irreversibile. Dato che è associato alla disabilità, il controllo o la prevenzione dell’atrofia cerebrale è un obiettivo importante nel trattamento della SM. Inoltre, le misurazioni rilevate attraverso la RM, compresa la presenza di lesioni attive, sono considerate strumenti utili quando si valuta l’efficacia delle terapie per la SM. Inoltre, le lesioni attive sono tra i diversi fattori che portano a risultati clinici sfavorevoli.

I risultati di sicurezza relativi al secondo anno di estensione dello studio non hanno identificato ulteriori rischi. I più comuni eventi avversi attribuiti ad alemtuzumab sono rash cutaneo, mal di testa, febbre, rinofaringiti, nausea, infezioni del tratto urinario, affaticamento, insonnia, infezioni delle alte vie respiratorie, infezioni da herpes virale, orticaria, prurito, disturbi alla tiroide, infezioni fungine, artralgia, dolore alle estremità, mal di schiena, diarrea, sinusite, dolore orofaringeo, parestesia, vertigini, dolore addominale, vampate e vomito. Altri effetti collaterali gravi associati ad alemtuzumab comprendono tiroiditi autoimmuni, citopenia autoimmune, infezioni e polmoniti.

Oltre il 90% dei pazienti trattati con alemtuzumab negli studi Care-MS di fase III è stato arruolato nello studio di estensione. Questi pazienti idonei a ricevere un ulteriore trattamento con alemtuzumab nello studio di estensione erano quelli che avevano sperimentato almeno una ricaduta o almeno due nuove o più estese lesioni cerebrali o del midollo osseo. Le scansioni con la RM sono state prese alla baseline dello studio CARE-MS e ai mesi 12, 24, 36 e 48.

Nello studio Care-MS I, alemtuzumab ha mostrato di essere significativamente più efficace rispetto ad interferone beta-1a nel ridurre i tassi annualizzati di recidiva; la differenza osservata nel rallentamento della progressione della disabilità non ha invece raggiunto la soglia di significatività. Nello studio Care-MS II, alemtuzumab ha mostrato di essere significativamente più efficace rispetto ad interferone beta-1a nel ridurre i tassi annualizzati di recidiva e l’accumulo di disabilità è risultato significativamente rallentato nei pazienti trattati con alemtuzumab rispetto ai pazienti trattati con interferone beta-1a.

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Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

Giorgio Bruno direttore generale di Recipharm Italia

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La svedese Recipharm, società operante nel campo dei servizi di sviluppo e produzione in outsourcing di prodotti farmaceutici, ha annunciato la nomina di Giorgio Bruno a direttore generale di Recipharm Italia SpA.
Bruno svolgerà quindi la funzione di CEO degli impianti di Masate (produzione di sterili iniettabili in forma liquida e liofilizzata), Paderno Dugnano (sviluppo e produzione di API e di prodotti finiti) e Lainate (liofilizzazione di antibiotici beta lattamici sterili in bulk), acquisiti da Recipharm lo scorso ottobre da Corvette Pharmaceutical Services Group. I tre siti produttivi italiani sviluppano un fatturato di € 57 milioni e occupano circa 257 persone.

Giorgio Bruno
Giorgio Bruno, nominato general manager di Recipharm Italia

Thomas Eldered, CEO di Recipharm, ha commentato la nomina esprimendo la sua soddisfazione: «Non vedo l’ora che un manager tanto competente possa apportare il suo prezioso contributo alla società, rivestendo l’importante ruolo di responsabile di tutte le nostre attività italiane».

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Glioblastoma, identificati marcatori di cellule staminali tumorali

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Colpire il glioblastoma inibendo l’azione delle sue cellule staminali è una delle possibili stategie terapeutiche con le quali la medicina potrebbe combattere in futuro uno dei tumori più comuni e maligni del sistema nervoso centrale.

Il team del progetto Glioma
Il team del progetto Glioma

L’indicazione viene dai risultati del  progetto Glioma, che ha visto ricercatori italiani e sloveni lavorare all’identificazione e alla convalida di nuovi biomarcatori di cellule del glioblastoma e delle sue staminali, utilizzando la biologia sistematica, che unisce l’approccio molecolare alla bioinformatica. Sono stati numerosi i nuovi biomarcatori scoperti, alcuni dei quali potrebbero essere utili nel trattamento mirato e nel monitoraggio delle risposte terapeutiche. In particolare, grazie alla tecnologia dei nano anticorpi, sono stati identificati marcatori altamente specifici delle cellule staminali del glioblastoma.

Uno degli ostacoli principali incontrati dalla terapia di questo tipo di tumore deriva dalla sua alta eterogeneità cellulare. I ricercatori hanno dimostrato che nel microambiente dei tumori cerebrali di diverso grado sono presenti cellule staminali non-tumorigene, che aumentano l’aggressività delle cellule del glioma e che potrebbero rappresentare un nuovo bersaglio per i farmaci. Inoltre, i marcatori superficiali di queste cellule sono molto caratteristici nella previsione del decorso della malattia, il che consente un approccio clinico individualizzato. I potenziali nuovi fattori prognostici e i bersagli per i farmaci sono in fase di accertamento in una grande ricerca clinica europea.

Il progetto Glioma è stato finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013. A cordinarlo è stata Tamara Lah Turnšek dell’Istituto Nazionale di Biologia (NIB) di Lubiana, lead partner del progetto. Questi gli altri partner: Elettra Sincrotrone Trieste, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Udine, Azienda ULSS 14 di Chioggia e Università di Lubiana (con il Centro Clinico Universitario).

Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

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Biogen ha annunciato nuovi dati che confermano l’efficacia di dimetilfumarato come terapia di lungo periodo per i pazienti affetti da sclerosi multipla recidivante. I dati evidenziano come dimetilfumarato ha ridotto significativamente le recidive e la progressione della disabilità nei pazienti con diagnosi recente di sclerosi multipla recidivante remittente (SMRR) e malattia in fase molto attiva. Dati ulteriori indicano che dimetilfumarato ha avuto un’efficacia elevata e duratura a cinque anni nei pazienti con SMRR precedentemente trattati con un interferone (interferone beta-1a/b [IFN]) o glatiramer acetato (GA).

dimetilfumarato

L’analisi integrata degli studi di Fase III Define, Confirm e Endorse ha dimostrato l’efficacia a lungo termine del dimetilfumarato a rilascio ritardato nella sclerosi multipla recidivante remittente in base a precedente terapia; l’analisi integrata degli studi  Define e Confirm ha confermato l’efficacia clinica del dimetilfumarato a rilascio ritardato nei pazienti con sclerosi multipla recidivante remittente di nuova diagnosi con malattia in fase molto attiva

Efficacia clinica nei pazienti con diagnosi recente di SM e malattia in fase molto attiva

Dimetilfumarato ha dimostrato un elevato profilo di efficacia nei pazienti con diagnosi recente di SM e malattia in fase molto attiva, come emerso da un’analisi post-hoc di due anni dei dati integrati degli studi di Fase III Define e Confirm. I pazienti inclusi nell’analisi erano affetti da SMRR diagnosticata nell’anno precedente l’arruolamento negli studi Define  e Confirm, erano naïve al trattamento o precedentemente trattati con soli corticosteroidi e soddisfacevano i criteri per SM in fase molto attiva (due o più recidive nell’anno precedente l’arruolamento negli studi Define o Confirm). Rispetto al placebo (n=77) a due anni, dimetilfumarato (n=84) ha ridotto in modo significativo il tasso annualizzato di recidiva (ARR) (riduzione del 56%, p<0,0040), la percentuale di pazienti che hanno manifestato una recidiva (riduzione del 56%, p=0,0037) e il tempo alla progressione della disabilità confermata dopo 12 settimane (riduzione del 78%, p=0,0067).

Beneficio a lungo termine di dimetilfumarato per i pazienti naïve al trattamento e per i pazienti precedentemente trattati con IFN/GA

Dimetilfumarato ha fornito un’efficacia costante e a lungo termine nei pazienti con SMRR precedentemente trattati con IFN o GA, come rilevato da un’analisi post-hoc integrata in un sottogruppo di pazienti degli studi di Fase III Define , Confirm e Endorse. I pazienti inclusi nell’analisi sono stati sottoposti a follow-up per almeno cinque anni (due anni in Define/Confirm e tre o più anni in Endorse).

Durante il periodo dello studio, l’ARR è rimasto basso nei pazienti che avevano ricevuto un trattamento continuo con dimetilfumarato, rispetto a coloro che inizialmente avevano assunto il placebo per due anni negli studi Define/Confirm. Nei pazienti che sono passati dal placebo, assunto negli studi Define/Confirm, a dimetilfumarato, assunto nello studio Endorse, sono stati osservati dei miglioramenti in termini di ARR, sia che fossero naïve al trattamento o precedentemente trattati per la SM con IFN o GA.

  • Pazienti naïve al trattamento:
    • Pazienti che hanno assunto dimetilfumarato per cinque anni (n=267): ARR 0,123 (intervallo di confidenza [IC] 95%: 0,097; 0,157)
    • Pazienti che sono passati a dimetilfumarato al terzo anno (n=133): ARR 0,207 (IC 95%: 0,152; 0,283)
  • Pazienti trattati con una o più terapie a base di IFN/GA:
    • Pazienti che hanno assunto dimetilfumarato per cinque anni (n=124): ARR 0,195 (IC 95%: 0,151; 0,252)
    • Pazienti che sono passati a dimetilfumarato al terzo anno (n=68): ARR 0,253 (IC 95%: 0,181; 0,353)

Il profilo di sicurezza di dimetilfumarato osservato in Endorse nell’analisi presentata era coerente con i risultati favorevoli riportati negli studi Define e Confirm, con un minimo di cinque anni di osservazione. Non vi è stato un aumento del rischio complessivo di infezioni gravi, incluse quelle opportunistiche.

Endorse

Endorse è uno studio globale di estensione di Fase III tutt’ora in corso, con dose in cieco, volto a stabilire la sicurezza e l’efficacia a lungo termine di dimetilfumarato (240 mg, bid o tid). Lo studio ha arruolato 1.738 pazienti con SMRR che hanno completato gli studi Define e Confirm. I pazienti che avevano ricevuto dimetilfumarato per due anni nel corso degli studi Define e Confirm nello studio Endorse hanno proseguito con lo stesso dosaggio (bid o tid). I pazienti che avevano assunto precedentemente il placebo o GA (solo Confirm) sono stati randomizzati con un rapporto di 1:1 ad assumere dimetilfumarato bid o tid. I pazienti partecipanti allo studio Endorse saranno sottoposti a follow-up per otto anni.
L’obiettivo primario dello studio è valutare il profilo di sicurezza a lungo termine di dimetilfumarato. Gli obiettivi secondari includono: l’efficacia a lungo termine di dimetilfumarato in termini di outcome clinici e lesioni cerebrali dovute a SM rilevabili tramite RM e gli effetti di dimetilfumarato sulla qualità della vita.

Define

Define (Determination of the Efficacy and safety of oral Fumarate IN relapsing-rEmitting MS) è uno studio clinico globale di Fase III, della durata di due anni, randomizzato, multicentrico, in doppio cieco, controllato verso placebo, di confronto tra i dosaggi, che ha coinvolto 1.200 pazienti con SMRR presso 198 centri in 28 Paesi. Lo studio ha messo a confronto dimetilfumarato (240 mg, bid o tid) con il placebo.
L’obiettivo primario era stabilire se dimetilfumarato fosse efficace nel ridurre la percentuale di pazienti recidivanti a due anni. Gli endpoint secondari includevano la riduzione del numero di lesioni nuove o di recente estensione iperintense in T2 e di lesioni captanti gadolinio (Gd+) alla RM, la riduzione dell’ARR e la riduzione della progressione della disabilità secondo l’EDSS. Sono state inoltre valutate la sicurezza e la tollerabilità di dimetilfumarato.

Confirm

Confirm (COmparator and aN oral Fumarate IRelapsing-remitting MS) è uno studio clinico globale di Fase III, della durata di due anni, randomizzato, multicentrico, in doppio cieco, controllato verso placebo, di confronto tra i dosaggi, che ha coinvolto 1.400 pazienti con SMRR presso 200 centri in 28 Paesi. Lo studio ha esaminato dimetilfumarato (240 mg, bid o tid) rispetto al placebo e ha incluso un braccio di trattamento di confronto con glatiramer acetato (GA; iniezioni giornaliere sc di 20 mg) rispetto al placebo.
L’obiettivo primario era stabilire se dimetilfumarato fosse efficace nel ridurre il tasso di recidive cliniche a due anni rispetto al gruppo che assumeva il placebo. Gli endpoint secondari a due anni includevano la riduzione del numero di lesioni nuove o di recente estensione iperintense in T2 e il numero di nuove lesioni ipointense in T1 non in estensione (RM eseguite presso una coorte di centri); la riduzione della percentuale di pazienti recidivanti; la riduzione della progressione della disabilità secondo l’EDSS. Sono state inoltre valutate la sicurezza e la tollerabilità di dimetilfumarato.

Dimetilfumarato

Dimetilfumarato è una terapia orale indicata per il trattamento di pazienti adulti con sclerosi multipla recidivante-remittente, che rappresenta la forma più comune di sclerosi multipla. Attualmente dimetilfumarato è approvato negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, in Canada e in Australia. Grazie a un solido programma di studi clinici e ai lanci commerciali iniziati negli Stati Uniti a marzo 2013, sono stati trattati con dimetilfumarato più di 135.000 pazienti in tutto il mondo.
È stato dimostrato che dimetilfumarato riduce le recidive della SM, la progressione della disabilità e le lesioni cerebrali dovute alla patologia, mantenendo un profilo di sicurezza e tollerabilità favorevole. Negli studi clinici, gli eventi avversi più frequenti associati a dimetilfumarato sono stati rossore con sensazione di calore al viso e al collo ed eventi gastrointestinali. Tra gli altri effetti indesiderati rientrano una riduzione della conta linfocitaria media nel primo anno di trattamento, con una successiva fase di stabilizzazione. L’efficacia e la sicurezza di dimetilfumarato sono state studiate nell’ambito di un vasto programma clinico mondiale, comprendente uno studio di estensione a lungo termine tuttora in corso. Sebbene non si conosca l’esatto meccanismo di azione di dimetilfumarato, si ritiene che questo farmaco offra un nuovo approccio al trattamento della SM grazie all’attivazione e al potenziamento della via del fattore Nrf2. Questa via fornisce alle cellule dell’organismo una difesa fisiologica dall’infiammazione e dallo stress ossidativo causato da condizioni patologiche.

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Patologia rino-sinusale

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La rino-sinusite è un’infiammazione dei seni nasali che può presentarsi in forma acuta o in forma cronica. Nella sua forma acuta è un disturbo che guarisce con una terapia a base di antibiotici e corticosteroidi; invece, la forma cronica, che si verifica quando i sintomi si protraggono per più di 12 settimane, è trattabile con terapia medica in prima istanza. Si ricorre alla chirurgia solamente quando la terapia farmacologica non ha effetto o vi sono alterazioni anatomiche non correggibili. Entrambe le forme di rino-sinusite sono molto invalidanti per la persona che ne soffre.

La rino-sinusite è un disturbo in aumento, ma i nuovi trattamenti consentono tempi di guarigione ridotti
La rino-sinusite è un disturbo in aumento, ma i nuovi trattamenti consentono tempi di guarigione ridotti

Tra i sintomi della rino-sinusite si annoverano la congestione nasale, il dolore facciale, il mal di testa e la tosse notturna; di solito è preceduta da un raffreddore. Nei casi più gravi i sintomi possono perdurare fino a tre mesi.

In Europa soffre di rino-sinusite l’8% della popolazione, mentre in Italia si ipotizza si arrivi quasi al 7%. Il disturbo, nell’ultimo decennio, si è diffuso sempre di più e si stima che nel 2020 raggiungerà il 20% della popolazione, forse per via dell’inquinamento e dell’aumento della resistenza agli antibiotici. La reale incidenza della sinusite è a tutt’oggi difficile da stabilire, ma la patologia è sicuramente frequente e si può affermare che nel 90% dei casi di raffreddore esiste un interessamento sinusitico.

Per capire qual è la terapia migliore, il medico deve giungere a una diagnosi attendibile, basandosi sulla storia del paziente e sui sintomi, e poi effettuando una visita medica approfondita. Le moderne tecniche diagnostiche che comprendono oltre all’endoscopia nasale, la citologia nasale, la rinomanometria e l’olfattometria hanno permesso di migliorare il percorso diagnostico e di portarlo ad ottimi standard qualitativi, associate anche alle moderne tecniche radiologiche come la TC e la RMN.

«La patologia rino-sinusale interessa una parte della popolazione italiana che soffre di ricorrenti episodi di cefalea, sinusite acuta e malessere generale legato a processi flogistici sinusali» afferma Paolo Castelnuovo, presidente dell’Accademia Italiana di Rinologia e direttore della Clinica  Otorinolaringoiatrica all’Università dell’Insubria  che ha organizzato il primo Italian Rhinoforum, in collaborazione con l’Accademia Rinologica Italiana e con il supporto non condizionato di Chiesi Farmaceutici. «Le nuove tecniche operatorie e gli strumenti messi a nostra disposizione dalla tecnologia hanno permesso di accelerare i tempi degli interventi, di migliorare i trattamenti con minor disagi per i pazienti. Versatilità, micro-invasività, riduzione degli effetti collaterali e post-chirurgici, raffinatezza del risultato finale e innovazione: sono questi i punti cardine della “nuova” chirurgia del naso e del distretto cervico-facciale. Competenza e adeguatezza terapeutica saranno in larga misura fruibili dal 5% di italiani affetti da patologie dell’apparato respiratorio.» continua Castelnuovo. «Ricordo però che la terapia delle rino-sinusiti non è solo chirurgica ma nasce dall’azione combinata della terapia medica e della terapia chirurgica quando si rende necessaria per correggere situazioni anatomiche presenti».

Dal punto di vista tecnologico sono a disposizione molte innovazioni: strumenti endoscopici, strumenti tecnologici come il neuro navigatore, nuovi tipi di laser, nonché nuove terapie nel post operatorio che sono di aiuto nell’accelerare la guarigione del paziente, riducendo i tempi di malattia e di disagio per il paziente. Si è ridotto del 50% il tempo necessario di guarigione con l’utilizzo dei nuovi trattamenti topici. Duplice il beneficio, per il paziente stesso che vede ridotti i tempi di trattamento e può cosi più rapidamente tornare alla consueta vita lavorativa, sia per gli operatori che possono ottimizzare l’utilizzo di farmaci, e la relativa spesa prevista per il decorso post operatorio. Tra le innovazioni va sicuramente annoverato l’uso dell’acido ialuronico, che ha facilitato la guarigione e la ripresa della funzionalità nasale, come evidenziato in numerose riviste mediche internazionali. Questa terapia permette al paziente di ridurre i tempi di guarigione e di malattia ma non solo, consente infatti anche il minor numero di visite di controllo necessarie nel post chirurgico.

Una disciplina, quella della rinologia, che ha cambiato obiettivi e orientamenti nell’evoluzione degli ultimi anni.  «La rinologia è oggi una “superspecialità” che coinvolge a 360° lo studio del naso e delle strutture adiacenti. La rinologia non è più la figlia di un dio minore, ma una disciplina matura con una specifica identità nelle basi dottrinali, nelle aree di ricerca e nei protocolli terapeutici» conclude il Castelnuovo.

Ricerca medica, serve maggior trasparenza

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Arriva da OMS il monito a una maggior trasparenza per quanto riguarda la diffusione dei risultati degli studi clinici. La mossa – si legge in un comunicato dell’Organizzazione mondiale della sanità – mira a garantire che le decisioni relative alla sicurezza e all’efficacia di vaccini, farmaci e dispositivi medici per l’utilizzo da parte delle popolazioni siano supportate dalle migliori evidenze disponibili.
«La nostra intenzione – ha detto Marie-Paule Kieny, vice direttore generale per i sistemi sanitari e innovazione di OMS – è quella di promuovere la condivisione delle conoscenze scientifiche al fine di promuovere la salute pubblica. Vi è alla base l’obiettivo principale della ricerca medica: servire il miglioramento dell’umanità».

sperimentazione clinica
«La mancata pubblicazione dei risultati delle sperimentazioni genera disinformazione, portando a definire priorità distorte sia in R&D sia negli interventi di sanità pubblica», ha aggiunto Kieny. «Si creano in questo modo costi indiretti per gli enti pubblici e privati, compresi i pazienti stessi, che pagano per trattamenti non ottimali o nocivi».

International Clinical Trials Registry Platform (ICTRP) per promuovere la trasparenza

Proprio nell’ottica di ottenere una maggior trasparenza, nel 2005, l’OMS aveva istituito la Piattaforma Internazionale delle Sperimentazioni Cliniche, un database che importa i principali dati dai registri relativi agli studi clinici di tutto il mondo. Per l’Europa, in applicazione alla Direttiva del 2001/20/EC sulle sperimentazioni cliniche, chi finanzia uno studio o una sperimentazione clinica deve pubblicare i risultati sul database europeo degli studi clinici EudraCT, gestito dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Le informazioni relative ai risultati degli studi devono essere immesse nel sito EU Clinical Trials Register, accessibile al pubblico.

In una nota, l’Aifa precisa che, oltre a verificare che tutti i dati vengano inseriti nel database europeo EudraCT, attraverso l’Osservatorio Nazionale sulla Sperimentazione Clinica dei medicinali (OsSC), raccoglie le informazioni sulle sperimentazioni cliniche (fase I-IV) che si svolgono in Italia. La funzione dell’Osservatorio non è solo quella di fotografare in tempo reale l’andamento della ricerca clinica in Italia, ma anche e soprattutto quello di evidenziarne gli aspetti peculiari e le inevitabili criticità, così da introdurre i necessari correttivi (di controllo e di sistema) per sostenere e sviluppare ulteriormente l’intero settore. In ambito europeo, l’OsSC rappresenta un modello di banca dati sulla sperimentazione clinica dei medicinali, sia per quanto riguarda la gestione della documentazione fra Regioni, Autorità Competenti, Comitati Etici, promotori, centri clinici e banca dati Europea EudraCT, sia per le informazioni rivolte periodicamente agli operatori e ai cittadini. I dati raccolti dall’Osservatorio sono pubblicati annualmente in un volume, la cui sintesi è disponibile anche in lingua inglese e in cui sono riportate le informazioni sugli studi approvati dall’Autorità Competente e dai Comitati Etici del territorio.

«Garantire la trasparenza nella ricerca medica è fondamentale perché accresce la fiducia dei cittadini nei confronti delle sperimentazioni cliniche e dell’affidabilità dei risultati prodotti, spesso oggetto di pregiudizi legati alla mancanza di informazioni – commenta Sandra Petraglia, direttore dell’Ufficio Sperimentazione e Ricerca dell’Aifa. – La condivisione della conoscenza consente di mettere al servizio dei pazienti e di tutta la comunità scientifica un’informazione corretta, che riguardi sia i risultati positivi sia quelli negativi delle sperimentazioni condotte».

Terapie personalizzate del tumore al polmone

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I risultati di un sondaggio  indicano che un quarto dei pazienti con nuova diagnosi di carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) avanzato non ha ricevuto una terapia personalizzata sulla base del tipo di tumore o della sua caratterizzazione molecolare, nonostante sia stato sottoposto al test per individuare mutazioni di EGFR, il cui risultato avrebbe potuto guidare la scelta terapeutica verso trattamenti più specifici e più efficaci rispetto alla chemioterapia standard.

Tumore polmoni

L’intento del sondaggio promosso da Boehringer Ingelheim su scala mondiale era approfondire le conoscenze sulla diagnosi del tumore, sul test per la mutazione del fattore di crescita epidermico (EGFR) e sul trattamento dei pazienti con NSCLC avanzato. Il sondaggio è stato condotto online su 562 oncologi esperti di tumore polmonare in 10 Paesi (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Taiwan, Regno Unito e Stati Uniti) tra dicembre 2014 e gennaio 2015 e ha valutato le percentuali di realizzazione del test, l’atteggiamento e le barriere nei confronti del test e il modo in cui i risultati del test influenzano l’approccio terapeutico nella pratica clinica.

L’indagine ha evidenziato che in quasi 1 paziente su 4 con NSCLC avanzato, la terapia di prima linea è stata avviata prima che fossero disponibili i risultati del test sulle mutazioni EGFR, con differenze significative fra le varie regioni geografiche (intervallo: dal 12% in Asia al 30% in Europa). Le ragioni principali per cui non tutti i pazienti vengono sottoposti al test, sono risultate essere (oltre all’istologia del tumore): “tessuto insufficiente”, “incertezza sul fatto che il tessuto fosse sufficiente”, “scarsa efficienza” e “tempi troppo lunghi per avere i risultati”.

Per quanto riguarda i risultati relativi all’Italia, si evidenzia che il test per la mutazione EGFR prima della terapia di prima linea viene effettuato nel 79%  dei casi (in confronto al 77% della media europea). Nel 67% dei casi è stato effettuato il test e i risultati sono stati disponibili prima dell’inizio della terapia di prima linea rispetto ad una media europea del 57%.

Le linee guida internazionali raccomandano che il test per l’individuazione delle mutazioni EGFR venga eseguito al momento della diagnosi di NSCLC avanzato e che i risultati guidino le scelte sulla terapia, per garantire che i pazienti ricevano trattamenti specifici appropriati sulla base del tipo di tumore dai quali possono trarre benefici in termini di sopravvivenza libera da progressione della malattia e qualità di vita, rispetto alla chemioterapia standard.