Fabio Mazzotta, Direttore della Business Unit Consumer Healthcare di Sanofi Italia, entra nella Commissione Direttiva di Assosalute, l’Associazione Nazionale farmaci di automedicazioneche, che, all’interno di Federchimica, riunisce le aziende che producono e commercializzano in Italia prodotti e farmaci senza l’obbligo di prescrizione medica.
Fabio Mazzotta
Fabio Mazzotta, in Sanofi Italia dal 2013, è stato nominato Direttore della Business Unit Consumer Healthcare in ottobre 2014. In questo ruolo è entrato a far parte del Consiglio Direttivo di Sanofi Italia, riportando direttamente ad Alexander Zehnder, Presidente e Amministratore Delegato.
Laureato in Economia e Business Administration alla Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento di Pisa, Mazzotta è entrato in Sanofi con il ruolo di Head of Trade Marketing Consumer Healthcare. In precedenza ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità in aziende leader nel mercato dei prodotti di largo consumo, quali Kimberly Clark, ReckittBenckiser e L’Oreal.
La FDA statunitense ha approvato nintedanib* come terapia della fibrosi polmonare idiopatica.
La U.S. Food and Drug Administration ha approvato nintedanib come terapia della fibrosi polmonare idiopatica basandosi sui risultati ottenuti in trial di Fase II e III
L’approvazione segue la designazione di Terapia Fortemente Innovativa (Breakthrough Therapy) concessa dall’FDA a nintedanib di Boehringer Ingelheim e si basa sui risultati di studi di Fase II e III che hanno dimostrato che nintedanib riduce del 50% circa il declino annuo della funzionalità respiratoria nel confronto con placebo.
Nintedanib
Nintedanib, sviluppato da Boehringer Ingelheim, è un inibitore di tirosin-chinasi (TKI) a piccola molecola che prende di mira i recettori dei fattori di crescita coinvolti nei meccanismi dai quali si genera la fibrosi polmonare, in particolare inibisce il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR), il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) e il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR). Bloccando queste vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, si ritiene che nintedanib, una capsula assunta due volte al giorno, abbia il potenziale di rallentare il declino della funzionalità polmonare e la progressione della malattia.
L’approvazione di nintedanib da parte dell’FDA si basa sui risultati ottenuti in un trial di Fase II (Tomorrow) e in due trial di Fase III (Inpulsis™-1 e Inpulsis™-2).
Negli studi clinici, nintedanib ha ridotto il declino annuo della funzionalità respiratoria del 50% circa; anche in pazienti con malattia in fase iniziale (capacità vitale forzata [FVC]>90% del predetto), assenza di aree a nido d’ape (honeycombing) alla TAC toracica ad alta risoluzione (HRCT) e/o concomitante enfisema. Nintedanib è la prima terapia mirata per la fibrosi polmonare idiopatica a raggiungere in maniera omogenea l’endpoint primario in due trial clinici gemelli di Fase III. Nintedanib ha anche ridotto in maniera significativa il rischio di riacutizzazioni giudicate gravi. Questo può essere determinante dato che circa il 50% dei pazienti ricoverati per una riacutizzazione grave della FPI muore durante il ricovero. Gli effetti collaterali di nintedanib possono essere efficacemente gestiti nella maggior parte dei pazienti.
Lo Studio Tomorrow su nintedanib
Tomorrow è stato uno studio di fase II randomizzato, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placebo della durata di 12 mesi, condotto in 92 centri di 25 paesi che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di nintedanib per via orale, a quattro dosaggi, in 432 pazienti con diagnosi di Fibrosi Polmonare Idiopatica (FPI), così come definita dalla American Thoracic Society (ATS) e dalla European Respiratory Society (ERS).
L’endpoint primario dello studio Tomorrow è stato il tasso annuo di declino della Capacità Vitale Forzata (FVC). Gli endpoint secondari hanno compreso riacutizzazioni gravi, qualità della vita valutata con il Questionario St. Georges Respiratory Questionnaire (SGRQ) e capacità respiratoria complessiva. Nei pazienti trattati con nintedanib 150 mg due volte al giorno, la FVC è peggiorata di 0,06 litri l’anno rispetto a 0,19 litri l’anno nei pazienti che hanno ricevuto placebo. Questo dosaggio ha dimostrato una minor incidenza di riacutizzazioni gravi rispetto a placebo (2,4 contro 15,7 ogni 100 anni paziente; p=0,02) e il mantenimento di una miglior qualità di vita rilevata con SGRQ rispetto a placebo.
Nel gruppo trattato con nintedanib 150 mg due volte al giorno gli effetti collaterali gastrointestinali sono stati comuni, ma, nella maggioranza dei casi, sono stati di grado lieve o moderato. Gli eventi avversi gravi si sono verificati con frequenza simile nei gruppi trattati con placebo e con trattamento attivo, ma nel gruppo in terapia con il farmaco al dosaggio di 150 mg due volte al giorno sono stati numericamente inferiori.
Gli Studi di Fase III Inpulsis™ su nintedanib
Questi studi clinici randomizzati, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placebo e della durata di 52 settimane, hanno coinvolto 1.066 pazienti in 24 Paesi e hanno valutato l’effetto di nintedanib, 150 mg due volte al giorno, per os, sul tasso annuo di declino della capacità vitale forzata (FVC) in pazienti con FPI. Gli studi hanno avuto identico disegno, criteri di inclusione, endpoint e dosaggio. L’endpoint primario è stato il declino annuo della FVC (espressa in mL su 52 settimane). I principali endpoint secondari sono stati: variazione rispetto al basale della qualità di vita correlata, valutata con il questionario Saint-George’s Respiratory Questionnaire (SGRQ), e tempo intercorso sino alla comparsa della prima riacutizzazione acuta.
Principali risultati:
Nintedanib ha ridotto il declino della funzionalità respiratoria del 50% circa.
Nintedanib ha significativamente ridotto del 68% il rischio di riacutizzazioni giudicate gravi.
C’è stato un significativo ancorché piccolo beneficio di nintedanib rispetto a placebo nel punteggio totale SGRQ in Inpulsis-2, ma nessuna differenza significativa fra i gruppi in Inpulsis-1.
In entrambi gli studi Inpulsis, gli eventi avversi più comuni sono stati di natura gastrointestinale, di grado da lieve a moderato, che raramente hanno comportato l’interruzione del trattamento. La percentuale di pazienti con eventi avversi seri è stata simile in tutti i gruppi.
Il risultato del test Elecsys® di Roche permette ai professionisti della sanità di evitare ospedalizzazioni inutili, scartando in modo sicuro l’eventualità dell’insorgenza di preeclampsia per una settimana e di migliorare i risultati terapeutici per la madre e il bambino grazie all’ottimizzazione delle cure prenatali, qualora il test confermasse la diagnosi della patologia.
La preeclampsia è caratterizzata dall’insorgenza di un’ipertensione gestazionale associata ad un incremento della quantità di proteine nell’urina (proteinuria) dopo la 20a settimana di gestazione. Altri sintomi clinici di preeclampsia possono includere cefalee gravi, un improvviso rigonfiamento del volto, delle mani e dei piedi, dolori nella parte superiore dell’addome. Tuttavia, sia l’ipertensione che la proteinuria non sono sufficienti a predire la comparsa clinica della patologia e la sua evoluzione.
La preeclampsia si manifesta nel corso di una gravidanza su 20 circa e rappresenta la seconda causa di decesso della madre. La patologia è potenzialmente fatale sia per la madre sia per il bambino, soprattutto se viene diagnosticata tardi. Nel caso si manifesti un episodio acuto, la preeclampsia è un’indicazione di parto immediato pre-termine. La maggior parte delle volte, la preeclampsia si manifesta in donne in buona salute, in attesa del loro primo figlio. Patologie quali l’ipertensione cronica, il diabete e l’insufficienza renale sono associate ad un rischio superiore di comparsa della preeclampsia e vengono spesso confuse con essa.
Il test Roche per la preeclampsia misura la quantità di due proteine, sFlt-1 (soluble fms-like tyrosine kinase-1) e PlGF (placental growth factor) nel sangue materno. In funzione del risultato del test, presentato sottoforma di rapporto di queste due proteine, i medici possono escludere o predire in modo affidabile, a breve termine, lo sviluppo di questa patologia e concentrarsi con sicurezza sulle donne che presentano un elevato rischio di preeclampsia indicato da un elevato valore del rapporto sFlt-1/PlGF.
Lo studio Prognosis
Prognosis è uno studio multicentrico, prospettico e non interventistico condotto in doppio cieco, che valuta la predizione della diagnosi a breve termine della preeclampsia, dell’eclampsia e della sindrome HELLP (hemolysis, elevated liver enzymes, low platelet count) nelle donne incinte per le quali si sospetta una preeclampsia. Tra il dicembre 2010 e gennaio 2014, più di 1270 donne incinte sono state reclutate in 30 centri di 14 paesi diversi. I suoi principali obiettivi consistevano nel dimostrare che un rapporto basso di sFlt-1/PlGF è predittivo di un’assenza di preeclampsia, d’eclampsia e di sindrome HELLP per un lasso di tempo di una settimana dall’effettuazione del test.
Gilead Sciencesha annunciato i risultati del follow-up a lungo termine degli studi registrativi che descrivono la durata della risposta, la sopravvivenza libera da progressione (PFS, progression-free survival) e il profilo di sicurezza di idelalisib nei pazienti affetti da leucemia linfatica cronica (LLC) e da due tipi di linfoma non-Hodgkin indolente (LNHi).
Idelalisib è un inibitore orale dell’isoforma delta della fosfoinositide-3-chinasi (PI3K), una proteina che svolge un ruolo nell’attivazione, proliferazione e vitalità delle cellule B, una componente fondamentale del sistema immunitario. Il pathway dell’isoforma delta della PI3K è attiva in molte leucemie e linfomi a cellule B e, inibendo la proteina, idelalisib blocca diverse vie di segnalazione cellulare che stimolano la vitalità delle cellule B.
In Europa, idelalisib è indicato in combinazione con rituximab per il trattamento di pazienti adulti affetti da LLC che hanno ricevuto almeno una terapia precedente, oppure come trattamento di prima linea in presenza di delezione 17p o di mutazione del gene TP53 in pazienti non idonei alla chemio-immunoterapia. Idelalisib è stato anche approvato come monoterapia per il trattamento di pazienti adulti con linfoma follicolare (LF) refrattario a due linee di trattamento precedenti.
Il 23 luglio 2014 idelalisib è stato approvato con procedura accelerata dalla US Food and Drug Administration come monoterapia per i pazienti con LF o SLL recidivante che hanno ricevuto almeno due precedenti terapie sistemiche, ed è stato approvato in combinazione con rituximab per i pazienti con LLC recidivante per i quali il solo rituximab sarebbe considerato una terapia appropriata, a causa della presenza di comorbilità. Il 19 settembre 2014 la Commissione europea ha approvato idelalisib come monoterapia nei pazienti con LF refrattari a due precedenti linee di trattamento; in combinazione con rituximab, per i pazienti con LLC che hanno ricevuto almeno una terapia precedente e in pazienti che presentano delezione 17p o di mutazione del gene TP53 e che non sono idonei a ricevere la chemio-immunoterapia.
Il LNH indolente e la LLC sono neoplasie ematologiche incurabili a crescita lenta, che insorgono tipicamente in soggetti anziani e possono determinare complicanze potenzialmente letali, come anemia, gravi infezioni e compromissione del midollo osseo. In seguito alla chemio-immunoterapia iniziale, la recidiva è piuttosto comune. Molti pazienti con malattia recidivante non sono in grado di tollerare ulteriori trattamenti chemioterapici con conseguente limitazione delle opzioni terapeutiche.
Lo studio 101-09 sul LNHi
Lo studio 101-09 è uno studio di Fase II a singolo braccio che valuta idelalisib in monoterapia in 125 pazienti con LNHi precedentemente trattato ma refrattario sia a rituximab sia alla chemioterapia contenente un agente alchilante, una popolazione di pazienti che dispone di poche o nessuna opzione terapeutica. Secondo le analisi ad interim dei dati del giugno 2014, 72 pazienti (58%) hanno risposto alla terapia, inclusi 12 (10%) che hanno ottenuto una risposta completa – con un aumento rispetto alle 7 (6%) risposte complete riportate inizialmente e pubblicate all’inizio di quest’anno nel The New England Journal of Medicine. Alla più recente analisi ad interim dei dati, la durata mediana della risposta per tutti i pazienti è stata pari a 12,5 mesi. La durata mediana della risposta tra i pazienti nei sottogruppi linfoma follicolare (LF; n = 40) e linfoma linfocitico a piccole cellule B (SLL, small lymphocytic lymphoma; n = 17) è stata rispettivamente pari a 10,8 e 12,5 mesi.
Gli eventi avversi di grado ≥3 insorti più comunemente tra tutti i pazienti sono stati diarrea/colite (19%) e polmonite (12%). Nel 14% dei pazienti si sono verificati aumenti delle transaminasi di grado ≥3.
Lo studio 116, dati a lungo termine nella LLC
Lo studio 116 è uno studio randomizzato e controllato con placebo che ha valutato idelalisib più rituximab rispetto a rituximab in monoterapia in 220 pazienti con LLC recidivante che non erano in grado di tollerare la chemioterapia standard. I pazienti arruolati in questo studio sono stati ritenuti idonei a continuare a ricevere la terapia con idelalisib in uno studio di estensione in aperto (studio 117). I risultati dello studio primario e di quello di estensione dimostrano che tra i 110 pazienti randomizzati a ricevere idelalisib più rituximab, la PFS mediana è stata ormai raggiunta, ed è pari a 19,4 mesi.
Nello studio 116/117 gli eventi avversi di grado ≥3 insorti più comunemente nei pazienti trattati con idelalisib più rituximab sono stati diarrea/colite (16%) e polmonite interstiziale (13%). Nel 6% dei pazienti si sono verificati aumenti delle transaminasi di grado ≥3 entro le prime 12 settimane di trattamento, in genere asintomatici e reversibili all’atto dell’interruzione del medicinale.
Harvoni® combina 90 mg dell’inibitore di NS5A ledipasvir (LDV) e 400 mg dell’analogo nucleotidico inibitore della polimerasi sofosbuvir (SOF, Sovaldi®) per il trattamento dell’infezione cronica da virus dell’epatite C (HCV) di genotipo 1 e 4 negli adulti.
Ledipasvir/sofosbuvir è una terapia orale da assumere una volta al giorno indicata per il trattamento dell’infezione da virus dell’epatite cronica C (HCV) negli adulti ed è raccomandato nei pazienti mai trattati in precedenza e già trattati in precedenza, cirrotici e non cirrotici, con virus di genotipo 1 e 4, per un trattamento della durata di 12 o 24 settimane, a seconda dell’anamnesi terapeutica e dello stato della cirrosi. Nei pazienti con virus di genotipo 1 mai trattati in precedenza, può essere preso in considerazione un trattamento di 8 settimane con ledipasvir/sofosbuvir. Nei pazienti con virus di genotipo 1 e 4 con cirrosi scompensata e nei pazienti con virus di genotipo 3 con cirrosi e/o fallimento di un trattamento precedente, ledipasvir/sofosbuvir deve essere utilizzato in associazione con ribavirina per 24 settimane. Harvoni è indicato anche nei pazienti con HCV con co-infezione da HIV.
La Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per Harvoni (ledipasvir 90 mg/sofosbuvir 400 mg), in monosomministrazione quotidiana per trattare la maggior parte delle infezioni da virus dell’epatite cronica C di genotipo 1 e 4 nei pazienti adulti. L’autorizzazione è stata rilasciata in seguito al parere favorevole espresso con procedura di revisione accelerata dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano dell’Agenzia Europea dei Medicinali basato sui dati provenienti dai tre studi clinici di Fase 3 ION-1, ION-2 e ION-3. Questa denominazione consente la commercializzazione di ledipasvir/sofosbuvir in tutti i 28 Paesi dell’Unione europea (UE).
Gli studi clinici su Harvoni
I tre studi clinici di Fase 3 ION-1, ION-2 e ION-3 hanno valutato 8, 12 o 24 settimane di trattamento con Harvoni, con o senza ribavirina, in quasi 2000 pazienti con HCV di genotipo 1 e malattia epatica compensata. Questi studi hanno incluso pazienti cirrotici e non cirrotici mai trattati in precedenza per l’HCV e pazienti che avevano fallito una precedente terapia con un regime a base di interferone, ivi inclusi i regimi contenenti un inibitore della proteasi dell’HCV. Questi studi hanno incluso pazienti non cirrotici mai trattati in precedenza (ION-3), pazienti cirrotici e non cirrotici mai trattati in precedenza (ION-1) e pazienti cirrotici e non cirrotici che avevano fallito una precedente terapia con un regime a base di interferone, ivi inclusi regimi contenenti un inibitore della proteasi dell’HCV (ION-2). L’endpoint primario di ogni studio era una risposta virologica sostenuta (HCV non rilevabile) 12 settimane dopo il completamento della terapia (SVR12). I pazienti che raggiungono una SVR12 sono considerati guariti dall’HCV. In questi studi, ribavirina non ha dimostrato di aumentare i tassi di risposta. I partecipanti allo studio clinico nei bracci senza ribavirina (n = 1080) hanno ottenuto tassi di SVR12 del 94-99%.
Gli studi clinici Solar-1, che ha valutato pazienti con cirrosi scompensata e pazienti pre- e post-trapianto di fegato, ed Eradicate, che ha valutato pazienti con HCV di genotipo 1 co-infetti da HIV hanno fornito dati di ulteriore supporto all’approvazione. L’endpoint primario in questi studi era la SVR12. Nel corso dellostudio SOLAR-1 i pazienti con cirrosi scompensata trattati con un regime terapeutico di 12 settimane con ledipasvir/sofosbuvir più ribavirina hanno avuto un tasso SVR4 del 90% (n = 45/50). Nei pazienti post-trapianto di fegato senza malattia epatica scompensata, i tassi di SVR4 sono stati superiori al 95 per cento (n = 109). In un’analisi ad interim dello studio clinico Eradicate, 40 dei 50 pazienti hanno completato le 12 settimane post-trattamento e hanno avuto tassi di SVR12 del 98% (n = 39/40).
Lo studio clinico Electron-2, uno studio di Fase 2 condotto in aperto, ha fornito dati preliminari sui pazienti con infezione da HCV di genotipo 3, dimostrando il 100% (n = 26/26) di SVR12 quando ledipasvir/sofosbuvir è stato utilizzato in associazione con ribavirina per 12 settimane.
In questi studi clinici, stanchezza e mal di testa sono stati più comuni nei pazienti trattati con ledipasvir/sofosbuvir rispetto a quelli trattati con placebo.
In un’analisi aggregata di studi di Fase II e Fase III condotti in aperto su oltre 500 pazienti infettati con HCV genotipo 1 e cirrosi compensata che hanno ricevuto ledipasvir/sofosbuvir da solo o con ribavirina (RBV) per 12 o 24 settimane, il 96% dei pazienti ha ottenuto una risposta virologica sostenuta (SVR12). I pazienti che ottengono una SVR12 sono considerati guariti dall’infezione da HCV.
Due analisi prospettiche derivate da uno studio in aperto di Fase II (GS-US-337-0123), che ha valutato pazienti con cirrosi scompensata e pazienti con HCV recidivante in seguito a trapianto di fegato. Nel primo sottogruppo, 108 pazienti infettati con virus di genotipo 1 e 4 e cirrosi scompensata, inclusi quelli con insufficienza epatica moderata (classe B nel punteggio Child-Pugh-Turcotte [CPT]) e insufficienza epatica grave (CPT di classe C), hanno ricevuto ledipasvir/sofosbuvir più RBV per 12 o 24 settimane.In generale, i tassi di SVR12 sono stati dell’87% (n=45/52) nel braccio di 12 settimane e dell’89% (n=42/47) nel braccio di 24 settimane. Il secondo sottogruppo ha valutato una terapia di 12 o 24 settimane con ledipasvir/sofosbuvir più RBV tra 223 pazienti con virus di genotipo 1 e 4 che avevano sviluppato HCV recidivante in seguito a un trapianto di fegato. Tra i pazienti non cirrotici i tassi di SVR12 sono stati del 96% (n=53/55)e del 98% (n=55/56) rispettivamente dopo 12 e 24 settimane di trattamento. Per i pazienti con cirrosi compensata i tassi di SVR12 sono stati del 96% in entrambi i bracci di 12 settimane (n=25/26) e di 24 settimane (n=24/25) di terapia. I tassi di SVR12 tra i pazienti con cirrosi scompensata sono stati dell’81% in entrambi i bracci di 12 settimane (n=25/31) e di 24 settimane (n=17/21) di terapia.
Studi sul itrattamento di pazienti che hanno fallito una terapia precedente
Lo studio GS-US-337-0121 ha valutato 155 pazienti con virus di genotipo 1 con cirrosi compensata che avevano fallito un precedente trattamento con interferone pegilato (PegIFN)/RBV e successivamente con PegIFN/RBV più un inibitore della proteasi. In questo studio i pazienti sono stati randomizzati (1:1) a ricevere ledipasvir/sofosbuvir più RBV per 12 settimane o solo ledipasvir/sofosbuvir per 24 settimane. Il 96% (n=74/77) dei pazienti trattati con ledipasvir/sofosbuvir più RBV per 12 settimane e il 97% (n =75/77) di quelli trattati con ledipasvir/sofosbuvir per 24 settimane hanno ottenuto una SVR12.
In un secondo studio, 51 pazienti con virus di genotipo 1 che in precedenza avevano fallito regimi di trattamento con SOF/PegIFN/RBV, SOF/RBV o placebo/PegIFN/RBV hanno ricevuto ledipasvir/sofosbuvir più RBV per 12 settimane. Il 29% (n=15/51) era affetto da cirrosi. Il 98% (n=50/51) ha ottenuto una SVR12 dopo 12 settimane di trattamento con ledipasvir/sofosbuvir più RBV.
Nel corso di tutti questi studi ledipasvir/sofosbuvir è stato ben tollerato e il suo profilo di sicurezza è stato generalmente paragonabile a quello osservato negli studi clinici con ledipasvir/sofosbuvir. Gli eventi avversi hanno incluso affaticamento, mal di testa, nausea e anemia, che era più comune tra i pazienti che assumevano RBV. Le anomalie di laboratorio di grado 3/4 sono state poco frequenti e hanno incluso riduzioni dei livelli di emoglobina, coerenti con l’anemia associata a RBV.
La sicurezza e l’efficacia di ledipasvir/sofosbuvir non sono state stabilite per gli usi sperimentali descritti sopra.
La Commissione Europea ha rilasciato l’autorizzazione all’immissione in commercio per il regime di trattamento completamente orale, privo di interferone e di breve durata costituito da Viekirax® (ombitasvir/paritaprevir/ritonavir compresse) + Exviera® (dasabuvir compresse).
Il trattamento è stato approvato per l’uso con o senza ribavirina (RBV) per i pazienti affetti da infezione da virus dell’epatite cronica C (HCV) con genotipo 1 (GT1), compresi i soggetti affetti da cirrosi epatica compensata, co-infezione da HIV-1, soggetti che ricevono terapia sostitutiva con oppioidi e soggetti che hanno ricevuto trapianto epatico. Inoltre, Viekirax ha ricevuto l’approvazione per l’uso insieme a RBV nei pazienti affetti da epatite cronica C con genotipo 4.
L’approvazione nell’Unione Europea concessa al trattamento di AbbVie per l’epatite C si aggiunge alle recenti approvazioni rilasciate negli Stati Uniti e in Canada.
Queste approvazioni sono l’esito di un processo abbreviato di valutazione previsto dall’Agenzia Europea per i Medicinali per i nuovi farmaci che rivestono particolare interesse per la sanità pubblica.
Viekirax + Exviera sono i primi prodotti a essere stati approvati come trattamento combinato composto da tre agenti antivirali ad azione diretta, ciascuno caratterizzato da un diverso meccanismo d’azione e da profili di resistenza non sovrapposti, diretti contro l’epatite C nelle varie fasi della replicazione virale.
Viekirax consiste nella combinazione a dose fissa di paritaprevir 150 mg (inibitore della proteasi NS3/4A) e ritonavir 100 mg in associazione a ombitasvir 25 mg (inibitore del NS5A), somministrato una volta al giorno, mentre Exviera consiste di dasabuvir 250 mg (inibitore non nucleosidico della polimerasi NS5B) somministrato due volte al giorno, con o senza ribavirina (quest’ultima somministrata due volte al giorno). Il trattamento Viekirax + Exviera con o senza RBV dura 12 settimane per tutti i pazienti, ad eccezione dei soggetti con infezione da HCV di genotipo 1a e cirrosi, il cui trattamento ha una durata di 24 settimane.
Il regime di AbbVie per il trattamento dei pazienti affetti da epatite cronica C con genotipo 4 prevede la combinazione di Viekirax somministrato una volta al giorno e RBV, somministrata due volte al giorno.
Programma di sviluppo clinico del regime Viekirax+Exviera
L’approvazione di Viekirax + Exviera è il risultato di un programma di sviluppo clinico disegnato per studiare la sicurezza e l’efficacia del regime in più di 2.300 pazienti arruolati in 25 paesi.
Il programma è stato costituito da 6 studi di Fase 3, che hanno dimostrato la capacità di Viekirax + Exviera di curare il 95%-100% dei pazienti affetti da epatite cronica C con infezione da HCV di genotipo 1, che hanno ricevuto il regime raccomandato, riscontrando il fallimento virologico in una percentuale di pazienti inferiore al 2%. Inoltre, il ciclo completo di terapia è stato portato a termine da più del 98% dei pazienti (n=2.011/2.053) arruolati nelle sperimentazioni cliniche. Le reazioni avverse più comuni (>20%) associate al trattamento con Viekirax + Exviera in associazione a RBV sono state stanchezza e nausea.
L’approvazione di Viekirax + Exviera si è basata anche sui risultati degli studi clinici di Fase 2, in pazienti con infezione cronica da HCV di genotipo 1, che hanno dimostrato come Viekirax + Exviera curi il 97% (n=33/34) dei pazienti sottoposti a trapianto epatico, il 92% (n=58/63) dei pazienti con co-infezione da HIV-1 e il 97% (n=37/38) dei pazienti che ricevono terapia sostitutiva con oppioidi. I pazienti che raggiungono una risposta virologica sostenuta (SVR12) sono considerati curati dall’epatite C.
L’approvazione di Viekirax per il trattamento dei pazienti affetti da epatite cronica C con genotipo 4 si è basata su uno studio di Fase 2 in cui la risposta SVR12 è stata ottenuta nel 100% dei pazienti trattati con Viekirax in associazione a RBV.
Gli esperti di IBM Research e Mars, Incorporated hanno fondato il Consortium for Sequencing the Food Supply Chain, una piattaforma di sicurezza alimentare collaborativa che utilizzerà i progressi nella genomica per migliorare le conoscenze in merito a ciò che rende un alimento sicuro.
Proteggere l’approvvigionamento alimentare globale è una sfida di dimensioni monumentali per la salute pubblica. Solo negli Stati Uniti, ogni anno, una persona su sei è colpita da malattie di origine alimentare che portano a 128.000 ricoveri ospedalieri, 3.000 decessi e 9 miliardi di dollari di costi sanitari. Ogni anno viene inoltre ritirato ed eliminato cibo contaminato per un valore di 75 miliardi di dollari.
Dato che la catena degli approvvigionamenti alimentari sta diventando sempre più globale e complessa, stanno emergendo approcci innovativi che utilizzano i dati genetici per comprendere meglio e migliorare la sicurezza alimentare, fornendo informazioni e conoscenze sempre più complete. A sostegno di questo obiettivo, il Consorzio condurrà un ampio studio di metagenomica per classificare e capire i microrganismi e i fattori che influiscono sulla loro attività in un normale ambiente di fabbrica sicuro. Questo lavoro potrebbe essere esteso a un ambito più ampio della catena degli approvvigionamenti alimentari – dalla fattoria alla forchetta – e portare a nuove informazioni relative al modo in cui i microrganismi interagiscono all’interno del sistema ecologico della fabbrica ed essere meglio controllati da dati e pratiche scientifiche.
Come primo passo, gli scienziati del Consorzio studieranno le caratteristiche genetiche degli organismi viventi come i batteri, i funghi o i virus e il modo in cui si moltiplicano nei diversi ambienti tra cui i banchi dei negozi, le fabbriche e le materie prime. Questi dati saranno utilizzati per studiare ulteriormente come interagiscono i batteri, fattore che potrebbe portare a modalità del tutto nuove di valutare la gestione della sicurezza della catena alimentare.
La ricerca del consorzio sarà inizialmente concentrata su materie prime e ambienti di fabbrica selezionati, ma sarà poi estesa all’intero settore alimentare. Capire i microrganismi del suolo, ad esempio, sarà fondamentale per poter aiutare gli agricoltori a comprendere come proteggere le loro piante dai patogeni, garantendo nel contempo una crescita sana e l’assorbimento dei nutrienti.
I primi campioni di dati saranno raccolti negli impianti di produzione di Mars, mentre gli esperti IBM di genomica, analitica e sanità utilizzeranno l’IBM Accelerated Discovery Thinklab, un ambiente collaborativo di ricerca atto a sostenere le esigenze di calcolo e la grande quantità di dati di questa iniziativa. A seguito del progetto di ricerca, i dati e i risultati saranno presentati in modo sistematico per consentire l’uso estensivo di queste tecniche di analisi a prezzi accessibili.
Accordo raggiunto tra il colosso americano e il produttore numero uno di iniettabili al mondo. Per circa 17 miliardi di dollari Pfizer ha acquistato Hospira. I titoli di Pfizer hanno fatto segnare un +3%. Le azioni di Hospira sono volate al 34%.
L’operazione verrà finanziata attraverso una combinazione di cassa e debito: 5,2 miliardi di $ più l’assunzione di debito.
Fusione approvata all’unanimità dai consigli di amministrazione di entrambe le società.
La combinazione grazoprevir/elbasvir di MSD rappresenta una terapia multigenotipica efficace anche senza l’aggiunta di ribavirina e ha evidenziato altissimi tassi di risposta virologica a 12 settimane. Le due molecole di MSD svolgono azione antivirale diretta: grazoprevir inibendo la proteasi NS3A/4A, elbasvir inibendo il complesso replicativo NS5A . La loro efficacia è tale che il tempo di esposizione necessario per raggiungere il successo terapeutico è ridotto.
Lo studio di fase II C-Worthy ha valutato la combinazione con o senza ribavirina, coinvolgendo 471 pazienti con infezione da HCV cronica di genotipo 1 tra i quali pazienti difficili da curare, inclusi i pazienti mai trattati in precedenza con cirrosi epatica e pazienti con precedente risposta nulla alla terapia, con e senza cirrosi. I tassi di risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane sono stati del 97% per i pazienti naïve al trattamento, non-cirrotici e co-infetti HIV, del 97% dei pazienti naïve al trattamento con cirrosi e dal 91% dei pazienti con precedente risposta nulla, con o senza cirrosi. La combinazione rappresenta un’importante barriera genetica che limita al minimo l’insorgenza di ceppi virali resistenti e, in altri studi, si dimostra sicura e ben tollerata anche per pazienti con malattia renale allo stadio terminale o in emodialisi o con grave insufficienza renale in quanto è poco o nulla metabolizzata dal rene. Di conseguenza, le concentrazioni plasmatiche non sono alterate dalla carenza di filtro renale. A ciò si aggiunge il vantaggio che i due principi attivi vengono somministrati come unica pillola, aumentando quindi l’aderenza terapeutica dei pazienti.
Le evidenze finora disponibili saranno convalidate nella fase III dello sviluppo clinico di grazoprevir/elbasvir, chiamata C-EDGE, per la quale è stato completato l’arruolamento.
Sempre nel trattamento dell’infezione da epatite C, è già in sperimentazione anche la combinazione tra grazoprevir/elbasvir e MK-3682, che potrebbe aprire la strada dai regimi multigenotipici a quelli pangenotipici e ribavirin-free, con un buon profilo di tollerabilità. Inoltre, l’associazione di grazoprevir con un’altra molecola in fase di valutazione, MK-8408, inibitore dell’NS5A, rappresenta una chance per i pazienti con problemi di resistenze dopo il fallimento di precedenti terapie. Infatti, MK-8408 conserva un’eccellente efficacia antivirale anche contro ceppi resistenti ai farmaci della stessa classe (inibitori dell’NS5A virale) e risulta efficace contro HCV appartenente a numerosi genotipi.
B.I.L. Italia (Biologici Italia Laboratories) è un marchio di spicco nel mondo farmaceutico per quanto riguarda i prodotti sterili iniettabili in forma liofilizzata e liquida.
Prima di essere acquistata lo scorso ottobre della svedese Recipharm, dal luglio 2011 B.I.L. era parte, insieme a Liosintex ed Edmond Pharma, di Corvette Group Pharmaceutical Services, controllata di Lbo Italia Investimenti. Proprio a seguito di questa acquisizione, l’azienda aveva deciso di adottare una piattaforma ERP strutturata per superare l’impostazione poco informatizzata che ne aveva caratterizzato il passato, rivoluzionando in modo radicale il modus operandi e cambiando il baricentro per allinearsi maggiormente alle esigenze di un mercato estremamente esigente.
Roberto Teruzzi, Ceo Biologici Italia Laboratories
Principali esigenze
B.I.L. rientra nel comparto CDMO (Contract Development Manufacturing Organization), che impone il tracciamento di tutte le operazioni effettuate e la cura della relativa documentazione in modo validato, secondo i requisiti posti dalle autorità competenti, dall’ingresso delle merci alle analisi di laboratorio, dai rilasci dei prodotti all’attività sugli impianti. Il sistema precedentemente in uso rendeva complesso, sia alla dirigenza sia alle aree operative, interloquire con le altre funzioni e con i clienti, mentre era fondamentale poter disporre di una cloche per governare in modo corretto l’azienda e valutare la reale incidenza dei costi e delle marginalità. Forte era, infatti, l’esigenza di poter estrapolare facilmente e rapidamente i dati per analizzare le performance, non solo per quanto riguarda i processi ma anche gli aspetti di natura economico-industriale, visto che il settore farmaceutico impone una pressione sui prezzi costante, con l’obiettivo ultimo della soddisfazione dei clienti.
Soluzione
Al fine di poter disporre di un chiaro ed esaustivo quadro di controllo, B.I.L., che non contempla la figura di un IT manager interno, iniziò a valutare quali soluzioni ERP sul mercato potessero garantirle caratteristiche di “riconoscibilità” nel settore farmaceutico, supportare le peculiari connotazioni aziendali, considerando in prospettiva un ampliamento al gruppo, nonché realizzare l’integrazione dei processi e il coordinamento di tutti gli attori coinvolti nel “rilascio tecnico” del prodotto.
La software selection vide primeggiare SAP, prescelta per le sue rigorose caratteristiche gestionali, per la diffusione sul mercato e per l’autorevolezza percepita dai clienti e dagli enti regolatori. I moduli che la società aveva deciso di introdurre riguardavano la Contabilità Generale e Sezionale, comprensiva del Bilancio, i Cespiti, il Controllo di Gestione e il Reporting, le Vendite, la Gestione Acquisti di Materiali e Servizi, la Produzione di Processo Farma e il Controllo Qualità.
Alla scelta della piattaforma seguì quella del partner cui affidare il progetto di implementazione. Valutazioni approfondite portarono B.I.L. sulla strada di HT High Technology, Business Partner IBM, per l’ampio ventaglio di referenze nel settore, per la sensibilità alle rigide regole che governano il mondo farmaceutico e per l’approccio messo in campo.
Grazie allo stretto legame con IBM, HT è infatti in grado di assicurare standard qualitativi elevati, proporre template specifici e applicare una metodologia consolidata per fasi, che permette di contare su competenze certificate e approfondite. Anche la capacità di HT di comprendere, interpretare e adeguarsi al linguaggio di B.I.L., manifestando una totale collaborazione e un costante supporto, hanno saputo dar luogo a un rapporto cresciuto nel tempo all’insegna della semplicità, dell’efficienza e dell’efficacia.
Vista l’assenza di una struttura IT interna, B.I.L. valutò le possibili alternative di fruizione della soluzione HT 4-PHARMA, propendendo per il Cloud, in grado di rispondere ai diversi requirement societari, tra cui l’esigenza di flessibilità e immediatezza.
Per accrescere velocità operativa e ottimizzare la gestione delle risorse B.I.L. ha scelto HT 4-PHARMA
Benefici
L’adozione di HT 4-PHARMA ha permesso a B.I.L. di accrescere la velocità operativa e ottimizzare la gestione delle risorse, disponendo di un completo quadro di controllo della situazione aziendale sotto molteplici punti di vista: operativo, di magazzino, di produzione, finanziario ed economico, con un oggettivo miglioramento anche per quanto riguarda l’uniformità di lettura del dato.
Poter contare sulle evolute funzionalità di SAP rappresenta, poi, per B.I.L. un importante biglietto da visita verso i propri clienti, essendo l’ERP riconosciuto unanimemente nel settore come garanzia di correttezza e rispetto delle norme. La società ha ottenuto, in questo modo, un elevato ritorno a livello di immagine che si riflette in maggiore customer relationship.
Il rispetto dei tempi e dei costi di go live definiti in fase di budget ha inoltre permesso a B.I.L. di non perdere alcun giorno di fatturazione, così come mai sono stati riscontrati problemi nell’ingresso o nell’uscita di merci dal magazzino.
La decisione di fruire di HT 4-PHARMA in modalità Cloud, infine, ha sgravato B.I.L. da ogni attività di gestione infrastrutturale, pur garantendo sicurezza e affidabilità del dato.
Infrastruttura di base
In B.I.L., è il Cloud computing a fare da cornice all’utilizzo di HT 4-PHARMA. L’assenza di una struttura IT interna aveva già portato l’azienda a valutare ipotesi di esternalizzazione, ma la condivisione con HT di opinioni, progetti, proposte e modelli, l’ha spinta a decidere per il Cloud, affidandosi all’esperienza di IBM per l’infrastruttura tecnologica e a quella di HT per l’AMS Applicativo e sistemistico SAP, per l’assistenza di base, per la gestione della sicurezza e il backup giornaliero e settimanale in Cloud remoto.
Cloud Softlayer IBM è stato utilizzato sia durante la fase progettuale sia in quella operativa di produzione, garantendo scalabilità e flessibilità, sicurezza e monitoraggio costanti.
L’unico intervento eseguito da B.I.L. ha riguardato il potenziamento della linea telefonica, per essere certa che problematiche esterne alla tecnologia Cloud non potessero inficiarne il funzionamento.
La testimonianza
Guarda il servizio video per scoprire dalla voce di Roberto Teruzzi – Ceo Biologici Italia Laboratories – le esigenze che hanno indotto l’azienda a scegliere HT 4-PHARMA e la soddisfazione di Vittorio Soldavini – AD di H.T. High Tecnology – nell’implementare la soluzione proposta da IBM.
SAP 4-PHARMA
L’implementazione di SAP 4-PHARMA, effettuata in HPI da HT High Technology, si basa sull’approccio FAST START nell’ambito delle soluzioni SAP RDS – Rapid Deployment Solutions una risposta a tutto tondo all’intero ventaglio di esigenze dei clienti. Il programma mette, infatti, a disposizione: “Software”, per indirizzare velocemente le esigenze di business, Content, ovvero Best Practice, software testato, template e tool per rendere l’implementazione della soluzione più facile e veloce, “Enablement” vale a dire guide e formazione al fine di velocizzare l’adozione della soluzione per gli utenti finali, “Service”, con obiettivi e prezzi fissi al fine di garantire alta predicibilità e bassi rischi.
Un approccio innovativo che consente alle aziende di poter contare su un pacchetto ready-to-go nonché sulla riduzione dei costi, dei tempi di progettazione, installazione, implementazione, su un minor time-to-value e su una chiara diminuzione del rischio progettuale.