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Dosaggio di 10 mg di rivaroxaban per la prevenzione secondaria del TEV

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Rivaroxaban per la prevenzione secondaria del TEV ha ricevuto il parere positivo del CHMP come terapia prolungata in monosomministrazione giornaliera da 10 mg.

Rivaroxaban per la prevenzione secondaria del TEV ha ricevuto il parere positivo del CHMP come terapia prolungata in monosomministrazione giornaliera
Bayer ottiene il parere positivo dal CHMP per rivaroxaban 10 mg in monosomministrazione giornaliera, come terapia prolungata per la prevenzione secondaria del tromboembolismo venoso

Bayer AG ha annunciato che il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) ha espresso parere positivo all’aggiornamento della scheda tecnica di rivaroxaban, inibitore orale del Fattore Xa.

Inserimento del dosaggio di 10 mg di rivaroxaban per la prevenzione secondaria del TEV

L’aggiornamento della scheda di rivaroxaban raccomandato prevede l’inserimento del dosaggio di 10 mg in monosomministrazione per la prevenzione secondaria del tromboembolismo venoso, quando è indicata una profilassi estesa della TVP e della EP.

Questo aggiornamento interesserà i pazienti che hanno già seguito almeno sei mesi di terapia anticoagulante standard.

Il dosaggio di 20 mg in monosomministrazione giornaliera è già stato approvato per questa indicazione.

Tromboembolismo venoso e recidive

Il tromboembolismo venoso (TEV) comprende embolia polmonare (trombo che raggiunge i polmoni) e trombosi venosa profonda (trombo in vena profonda, spesso nelle gambe). Attualmente ha un considerevole impatto a livello mondiale. È infatti la terza principale causa di mortalità per problemi cardiovascolari nel mondo, dopo infarto e ictus.

Le attuali Linee Guida terapeutiche raccomandano per la prevenzione di recidive di tromboembolismo venoso, una terapia anticoagulante per almeno tre mesi. Questa è eventualmente da prolungare in base al rapporto fra il rischio di recidiva di TEV e il rischio di emorragia.

«Chi ha già avuto episodi di TEV spesso ha un maggior rischio di recidiva se la terapia anticoagulante viene interrotta – ha dichiarato Joerg Moeller, responsabile Sviluppo e membro del Consiglio Direttivo della Divisione Farmaceutici di Bayer AG – Il parere positivo espresso oggi dal CHMP ci avvicina al momento in cui i medici avranno a disposizione un’ulteriore opzione terapeutica, che consentirà loro di scegliere la terapia prolungata più adatta al profilo rischio-beneficio dello specifico paziente».

Lo studio EINSTEIN CHOICE sul dosaggio da 10 mg di rivaroxaban per la prevenzione secondaria del TEV

Il parere positivo del CHMP si è basato sui risultati dello studio di Fase III EINSTEIN CHOICE. Lo studio ha valutato rivaroxaban in due dosaggi:

  • 10 mg in monosomministrazione giornaliera,
  • 20 mg in monosomministrazione giornaliera.

Lo studio ha dimostrato che entrambi i dosaggi di rivaroxaban hanno ridotto in modo significativo il rischio di recidiva di tromboembolismo venoso (TEV) rispetto ad aspirina (acido acetilsalicilico) al dosaggio di 100 mg in monosomministrazione giornaliera. Questi risultati sono stati ottenuti in pazienti che avevano precedentemente completato un periodo da 6 a 12 mesi di terapia anticoagulante per embolia polmonare (EP) e/o trombosi venosa profonda (TVP) sintomatica.

In tutti e tre i bracci di terapia si sono osservate percentuali molto basse e comparabili di emorragia maggiore (principale esito di sicurezza).

I risultati di EINSTEIN CHOICE sono stati inoltre pubblicati sul New England Journal of Medicine a marzo 2017.

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Fibrosi Polmonare Idiopatica, il cortometraggio d’autore “IPF”

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Eccolo il corto “IPF” di Davide Gentile, presentato da Reverb in occasione della quinta edizione della Settimana Mondiale della Fibrosi Polmonare Idiopatica (17-24 settembre 2017) nell’ambito del progetto Vocisottacqua per sensibilizzare sulla malattia.

Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF)

La Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) è una patologia polmonare di cui non si conoscono le cause che colpisce principalmente gli uomini sopra i 60 anni: gli alveoli si riempiono di tessuto cicatriziale che rende impossibile lo scambio di ossigeno e anidride carbonica del sangue. Si tratta di una malattia che non ha una cura risolutiva e porta alla morte nel giro di alcuni anni. L’unica speranza di guarigione è il trapianto dei polmoni che si può però effettuare solo in alcuni casi. Esistono diversi farmaci che rallentano notevolmente lo sviluppo della malattia e i suoi effetti sul corpo, allungando le aspettative e la qualità della vita dei pazienti. La diagnosi precoce è fondamentale per poter intervenire efficacemente.

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Nintedanib con pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica

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I risultati dello studio INJOURNEYTM di 12 settimane indicano che il profilo di sicurezza e tollerabilità di nintedanib con pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica è in linea con i profili noti dei singoli farmaci.

I risultati di INJOURNEY vanno ad aggiungersi al corpus di evidenze ottenute nel programma completo di studi clinici, che confermano sicurezza ed efficacia di nintedanib nella IPF.

Analisi esplorative d’efficacia suggeriscono un potenziale beneficio dalla terapia d’associazione a base di nintedanib con pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica
Analisi esplorative d’efficacia suggeriscono un potenziale beneficio dalla terapia d’associazione a base di nintedanib con pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica

I risultati dello studio INJOURNEY che ha valutato nintedanib in associazione a pirfenidone come terapia della fibrosi polmonare idiopatica (IPF) sono stati pubblicati sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine.

Nintedanib è uno dei due farmaci antifibrotici che hanno dimostrato di rallentare la progressione della malattia in pazienti con IPF.

La IPF è una malattia con prognosi infausta e mortalità del 50% a 3 anni dalla diagnosi. Nella maggioranza dei pazienti, nonostante le terapie efficaci, la Fibrosi Polmonare Idiopatica, anche se più lentamente, continua a progredire. Come per altre patologie croniche, gli pneumologi valutano con interesse la possibilità di terapie combinate per migliorare ulteriormente gli esiti della malattia. La comunità scientifica si è chiesta se le due terapie disponibili potessero essere impiegate in associazione tra di loro, in sicurezza, nei pazienti con IPF.

Lo studio INJOURNEY fornisce risposte a quelle domande. I risultati dello studio dimostrano che il profilo di sicurezza e tollerabilità della terapia d’associazione a base di nintedanib con aggiunta di pirfenidone è in linea con i profili noti dei singoli farmaci in pazienti con IPF.

Ulteriori indagini sono, tuttavia, necessarie per valutare in modo completo l’efficacia della terapia d’associazione.

«Siamo impegnati nella ricerca nell’ambito della fibrosi polmonare idiopatica, che è una malattia progressiva e dall’esito infausto. L’effetto di lungo termine di nintedanib nel rallentare la progressione della malattia, unito alla sua azione di riduzione del rischio di riacutizzazioni della IPF, ne fanno la terapia di prima scelta per la fibrosi polmonare idiopatica. Questi nuovi risultati forniscono la base per ulteriori indagini su regimi associativi con nintedanib come terapia di base» – ha dichiarato Ivan Blanarik, senior vice president e responsabile Area Terapeutica Respiratoria di Boehringer Ingelheim.

Lo studio INJOURNEY su nintedanib con pirfenidone per la fibrosi polmonare idiopatica

INJOURNEY è uno studio di 12 settimane randomizzato in aperto, che ha valutato sicurezza, tollerabilità e farmacocinetica di nintedanib in combinazione con pirfenidone, rispetto a nintedanib assunto singolarmente in pazienti con IPF.

Come endpoint esplorativo è stata valutata la variazione di capacità vitale forzata (FVC), che è considerato l’endpoint d’efficacia più consolidato negli studi sulla IPF.

L’endpoint primario, invece, era la percentuale di pazienti con eventi avversi gastrointestinali durante il trattamento nel periodo dal basale alla settimana 12 di trattamento randomizzato.

Risultati di INJOURNEY

I risultati dimostrano che l’associazione di nintedanib e pirfenidone ha un profilo di sicurezza e tollerabilità gestibile nella maggioranza dei pazienti.

Gli eventi avversi più frequenti sono stati:

  • diarrea,
  • nausea,
  • vomito.

Questi sono in linea con il profilo di sicurezza dei singoli farmaci. L’incidenza è stata lievemente superiore nel gruppo con l’aggiunta di pirfenidone. Gli eventi avversi gravi sono stati rari in entrambi i gruppi di trattamento.

Non sono stati osservati nuovi elementi da segnalare riguardo alla sicurezza con la terapia d’associazione.

I risultati indicano, inoltre, che ci potrebbe essere un declino più lento della FVC in pazienti trattati con pirfenidone aggiunto a terapia di base con nintedanib, rispetto a nintedanib assunto singolarmente. Questo suggerisce quindi un possibile beneficio dalla terapia d’associazione.

«La sicurezza è sempre al primo posto quando si valuta la terapia più adatta per lo specifico paziente con IPF. I risultati di INJOURNEY forniscono le risposte alle domande su sicurezza, tollerabilità e possibili interazioni della terapia d’associazione a base di nintedanib con aggiunta di pirfenidone per il trattamento della IPF. I risultati sono rassicuranti e a favore di future ricerche su regimi d’associazione a base di nintedanib nella IPF» – ha dichiarato Carlo Vancheri, professore ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università di Catania, e direttore del Centro di Riferimento Regionale per le Malattie Rare del Polmone e del Laboratorio di Medicina Respiratoria Sperimentale.

Gli studi SENSCIS e PF-ILD

Boehringer Ingelheim è impegnata nella ricerca con lo scopo di migliorare le cure per coloro che convivono con patologie respiratorie gravi. L’obiettivo è principalmente trasformare le malattie polmonari fibrosanti progressive, come la fibrosi polmonare idiopatica, da malattie fatali a malattie croniche trattabili.

Nell’ambito di questo impegno, Boehringer Ingelheim sta attualmente arruolando pazienti per partecipare a due ulteriori studi clinici: SENSCISTM e PF-ILD*. Lo scopo è proprio valutare in modo completo il potenziale beneficio offerto da nintedanib in una gamma più ampia di patologie polmonari fibrosanti progressive, oltre la IPF.

Lo studio SENSCISTM (acronimo di Safety and Efficacy of Nintedanib in Systemic SClerosIS ovvero Sicurezza ed Efficacia di Nintedanib nella Sclerosi Sistemica) è lo studio più ampio condotto ad oggi su una terapia in pazienti con sclerosi sistemica (nota anche come sclerodermia) e malattia interstiziale polmonare (SSc-ILD).

Sulla base dell’esperienza clinica positiva in contesti real life nella fibrosi polmonare idiopatica, inoltre, lo studio PF-ILD (acronimo di progressive fibrosing interstitial lung disease ovvero malattia polmonare interstiziale fibrosante progressiva) valuta se nintedanib possa essere efficace nel trattamento anche di altre malattie polmonari intestiziali. È il primo studio nell’ambito delle malattie interstiziali polmonari che raggruppa i pazienti sulla base degli aspetti comuni fisiopatologici e di comportamento clinico della malattia, piuttosto che sulla base delle specifiche diagnosi.

Nintedanib

È una piccola molecola inibitotore di tirosin-chinasi (TKI). Ha come bersaglio i recettori del fattore di crescita che hanno dimostrato essere coinvolti nella patogenesi della IPF. In particolare, inibisce:

  • il recettore del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR),
  • il fattore di crescita fibroblastico (FGFR),
  • il recettore del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGFR). 

Si ritiene che nintedanib, bloccando le vie di passaggio dei segnali coinvolte nei processi fibrotici, rallenti il declino della funzionalità polmonare e la progressione della IPF.  

In fibroblasti di polmone umano e in modelli animali Nintedanib ha dimostrato potenzialità di trattamento per malattie interstiziali polmonari, diverse dalla IPF.

Nintedanib è un farmaco attualmente approvato nell’adulto solamente per il  trattamento della fibrosi polmonare idiopatica. Ha infatti dimostrato di rallentare la progressione della malattia, misurata dal tasso annuo di declino della funzionalità polmonare. È uno dei due farmaci antifibrotici che hanno dimostrato di rallentare la progressione della fibrosi polmonare idiopatica. Nintedanib e pirfenidone infatti sono le uniche terapie farmacologiche approvate e il cui impiego in pazienti con IPF è raccomandato dalle linee guida internazionali.

Allo stato attuale, nintedanib non è approvato per l’impiego nella sclerodermia con malattia interstiziale polmonare (SSc-ILD) né per malattie polmonari interstiziali fibrosanti progressive (diverse dalla IPF) e la sua sicurezza ed efficacia in queste patologie non sono state ancora pienamente stabilite.

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La malaria

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La malaria è una malattia causata da protozoi del genere Plasmodium. Questi parassiti possono essere introdotti nel circolo sanguigno umano dalla puntura di una zanzara Anopheles nella quale i plasmodi hanno svolto una parte del proprio ciclo vitale. I parassiti, nell’uomo, infettano le cellule del fegato e i globuli rossi e completano il proprio ciclo vitale dando origine a forme che possono infettare una nuova zanzara. La malattia si manifesta con febbre alta e altri sintomi che dipendono dalla specie di Plasmodium e dalla carica infettante.

malaria artemisin
La molecola dell’artimisina è usata contro la malaria, malattia causata da protozoi del genere Plasmodium introdotti nel circolo sanguigno umano dalla puntura di una zanzara Anopheles

La malaria è endemica in vaste aree del mondo e continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie del pianeta.

Agenti patogeni e sintomatologia della malaria

I sintomi comuni a tutti i tipi di malaria, comprendono:

  • febbre, brividi intensi e sudorazione profusa. Spesso questa triade sintomatologica ha andamento intermittente (parossismo malarico che coincide con la rottura dei globuli rossi ogni 48 o 72 ore se i plasmodi hanno sincronizzato il proprio ciclo),
  • anemia emolitica,
  • splenomegalia (di solito palpabile dopo una settimana di malattia),
  • epatomegalia.

La sintomatologia di ogni parossismo dipende anche dai livelli di parassitemia.

Le specie principali di Plasmodium che infettano l’uomo causando i diversi tipi di malaria sono:

  • falciparum, è l’agente della terzana (picchi febbrili a intervalli di 48 h, ogni terzo giorno) maligna (perché ha effetti microvascolari). I sintomi compaiono da una a due settimane dopo la puntura e possono comprendere cefalea, vomito, diarrea, emorragie retiniche, ittero, convulsioni, coma. A volte non dà splenomegalia. Plasmodium falciparum può ostruire i capillari e impedire l’ossigenazione del cervello (malaria cerebrale) o di altri organi.
  • vivax, causa febbre terzana solitamente benigna. L’incubazione è di 12–17 giorni, nei climi temperati può protrarsi per oltre 1 anno. Raramente determina morte per rottura della milza o per iperparassitemia incontrollata nei pazienti asplenici. Dopo l’attacco primario, può dare recidive a distanza di qualche mese per la persistenza di alcuni parassiti nel fegato,
  • ovale, determina una sintomatologia analoga al Plasmodium vivax che può presentarsi dopo 16-18 giorni o più
  • malariae, è l’agente della quartana (picchi febbrili a intervalli di 72 h, ogni quarto giorno). L’incubazione va da un mese ad anni. I sintomi possono essere non acuti, ma possono ripresentarsi portando nefriti o nefrosi da immunocomplessi o splenomegalia tropicale per la persistenza di alcuni parassiti in circolo,
  • knowlesi, ha come serbatoi alcuni primati, raramente causa una forma di quartana benigna anche nell’uomo.

Ciclo vitale del plasmodio – fase sessuata o sporogonica (nella zanzara)

Nell’apparato digerente di una femmina di Anopheles che si è nutrita del sangue contenente gametociti (forme sessuate dei plasmodi), questi escono dai globuli rossi che li ospitano. Un microgametocita flagellato penetra in un macrogametocita: avviene così la riproduzione sessuata del Plasmodium. Per meiosi si forma uno zigote che assume forma allungata e si incista nella parete dell’intestino della zanzara trasformandosi in oocisti. All’interno dell’oocisti, per successiva riproduzione asessuata, si formano migliaia di sporozoiti che vengono rilasciati e, dall’intestino, raggiungono le ghiandole salivari della zanzara. La durata della parte del ciclo vitale del plasmodio all’interno delle zanzare (fase sporogonica) è influenzata dai fattori ambientali. Generalmente è di:

  • 8-10 giorni per P. vivax e P. falciparum,
  • 12-14 giorni per P.ovale,
  • 14-16 giorni per P. malariae.

Dalle ghiandole salivari della zanzara, gli sporozoiti sono inoculati nell’uomo con una puntura.

Ciclo vitale del plasmodio – fase schizogonica epatica o pre-eritrocitaria o esoeritrocitaria (nel fegato dell’uomo)

Attraverso il circolo ematico del nuovo ospite raggiungono il fegato in pochi minuti e invadono le cellule epatiche per le quali hanno un elevato tropismo. I recettori per trombospondina e properdina sulla faccia basolaterale degli epatociti si legano a dominii della proteina circumsporozoitica omologhi alla trombospondina.

All’interno degli epatociti, gli sporozoiti si moltiplicano (fase asessuata schizogonica) per una o due settimane a seconda della specie di Plasmodium e maturano trasformandosi in schizonti intraepatocitari. Gli schizonti si rompono liberando migliaia di merozoiti (circa 3000 nel Plasmodium malariae, 10.000 nel P. vivax, 15.000 nel P. ovale e 30.000-40.000 nel P. falciparum) e determinando la lisi delle cellule epatiche.

La fase schizogonica intraepatica non dà segni evidenti e dura:

  • 5-7 giorni per P. falciparum,
  • 8 giorni per P. vivax,
  • 9 giorni per P.ovale,
  • 13-15 giorni per P. malariae.

Ciclo vitale del plasmodio – fase schizogonica eritrocitaria (nei globuli rossi dell’uomo)

I merozoiti invadono gli eritrociti (solitamente un merozoita per emazia, in alcune infezioni da P. falciparum fino a quattro) dove si trasformano prima in trofozoiti che si dividono in numerosi schizonti intraeritrocitari e iniziano un’altra fase di riproduzione asessuata (schizogonia eritrocitaria). Nei globuli rossi, i parassiti idrolizzano l’emoglobina e polimerizzano l’eme in emozoina o pigmento malarico. L’emozoina è formata da aggregati di polimeri insolubili di ematina che si sono formati e accumulati dopo la separazione e la metabolizzazione della globina.

Inoltre, nelle emazie, i plasmodi cambiano la propria forma: da anelli (forma precoce) assumono forme irregolari ameboidi (forme mature). La forma assunta è diversa da specie a specie e permette la diagnosi differenziale da striscio di sangue.

Ogni schizonte intraeritrocitario arriva a contenere da 6 a 24 merozoiti che causano la rottura dello schizonte e del globulo rosso. In questo modo è rilasciata anche l’emozoina che agisce come sostanza pirogena sui centri bulbari della termoregolazione e determina gli accessi febbrili. La lisi dei globuli rossi causa anemia più o meno grave.

I merozoiti liberati infettano altri eritrociti e riprendono la riproduzione asessuata. Dopo alcuni cicli, sub-popolazioni di merozoiti si differenziano in gametociti maschili (microgametociti) e femminili (macrogametociti). Questi possono essere succhiati da una Anopheles durante un pasto di sangue e riprendere la fase sessuata del ciclo.

Altri merozoiti delle specie P. vivaxP. ovale e possono dar vita a ipnozoiti, forme dormienti del parassita in grado di provocare ricadute anche a distanza di anni. Anche P. malariae può dare ricadute, ma per la persistenza di una parassitemia troppo bassa per essere rilevata.

La malaria grave da Plasmodium falciparum

Gli schizonti intraeritrocitari di Plasmodium falciparum secernono proteine che formano sulla superficie dei globuli rossi delle protuberanze chiamate knobs. In associazione con i knobs, vengono espresse proteine che conferiscono citoaderenza alle emazie (sequestrine).

Il Plasmodium falciparum determina quindi, oltre ad anemia, anche ipossia dei tessuti causata da:

  • sequestro nel microcircolo delle emazie parassitate, dovuto alla citoaderenza con le cellule endoteliali,
  • formazione di rosette, cioè adesione di eritrociti sani a uno parassitato,
  • rigidità e quindi scarsa deformabilità dei globuli rossi.

Questo impedisce il passaggio dei globuli rossi dalla milza e la eritrocateresi. Determina, inoltre, il rallentamento del flusso capillare soprattutto a livello cerebrale e, quindi, anossia con:

  • aumento della permeabilità della barriera meningo-encefalica,
  • formazione di trombi,
  • deposizione di immunocomplessi,
  • liberazione di citochine proinfiammatorie, soprattutto TNF (tumor necrosis factor).

I pazienti che non riescono a produrre quantità adeguate di citochine antinfiammatorie per fronteggiare valori persistentemente elevati di TNF sono a maggior rischio di sviluppare un quadro clinico severo con:

  • encefalopatia,
  • scompenso cardiaco congestizio,
  • edema polmonare.

Vettori dei plasmodi

Il parassita è trasmesso da un individuo all’altro da zanzare femmine appartenenti al genere Anopheles. Delle più di 400 specie di Anopheles note, circa 40 sono vettori di malaria con diverso grado di capacità vettrice.

Le Anopheles in Europa prima dell’eradicazione erano delle specie:

  • labranchiae,
  • superpictus,
  • maculipennis,
  • atroparvus.

Attualmente le specie coinvolte nella trasmissione sono:

  • Anopheles gambiae e A. funestus in Africa equatoriale;
  • A. culicifacies, A. minimus e A. maculatus in Asia;
  • A. darlingi e A. acquasalis in America del Sud.

Il numero di sporozoiti rilasciati dalla zanzara è variabile, ma si ritiene che possa raggiungere un massimo di 100 per il Plasmodium falciparum.

Resistenza alla malaria

Aplotipo HLA B53

Soggetti di origine africana con aplotipo HLA B53 mostrano sulla superficie degli epatociti antigeni specifici dello stadio intra-epatico del Plasmodium falciparum. Le cellule T citotossiche di questi individui sono quindi in grado di eliminare gli epatociti infettati e arrestano l’infezione.

Gruppo sanguigno Duffy

Soggetti originari dell’Africa occidentale con fenotipo del gruppo sanguigno Duffy negativo sono resistenti ai merozoiti del Plasmodium vivax. Questi infatti si legano agli antigeni Duffy Fya o Fyb sulla superficie dei globuli rossi attraverso una lectina di superficie. Poiché gli eritrociti di questi soggetti non hanno l’Ag del gruppo sanguigno Duffy, necessario per l’adesione del P. vivax ai globuli rossi, è impedita la fase intra-eritrocitaria.

Falcemia

Individui con il tratto falcemico sono parzialmente resistenti alla malaria. Gli
eritrociti parassitati, infatti, si falcizzano rapidamente, e vengono quindi rimossi dal circolo dai macrofagi splenici. Questa resistenza ha costituito un fattore di pressione positiva sulla conservazione del gene dell’anemia falciforme in zone dove la malaria era endemica.

Anticorpi contro la sequestrina

Individui immuni alla malaria hanno anticorpi contro la sequestrina. Questa immunità però non è duratura perché i parassiti sono in grado di produrre una famiglia di sequestrine immunologicamente distinte.

Trattamento della malaria

La scelta dei farmaci antimalarici è operata sulla base di:

  • manifestazioni cliniche,
  • specie infettante di Plasmodium,
  • pattern di resistenza di ceppi noti nella zona di acquisizione,
  • efficacia,
  • effetti avversi.

I farmaci antimalarici comprendono:

  • Atovaquone/proguanil,
  • Artemeter/lumefantrina,
  • Chinina solfato,
  • Idrossiclorochina,
  • Primachina,
  • Doxiciclina,
  • Tetraciclina,
  • Clindamicina,
  • Meflochina,
  • Artemisina.

Alcuni di questi farmaci possono essere usati in associazione tra loro.

Chiarimenti dagli infettivologi

La morte di una bimba avvenuta a Trento all’inizio di settembre 2017 per malaria da Plasmodium falciparum ha suscitato grande emozione e comportato richieste di informazioni agli infettivologi.

Susanna Esposito, professore ordinario di pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, afferma:

«Se pur non conosco personalmente i dettagli del caso vorrei rassicurare le famiglie sottolineando che la malaria non si trasmette da persona a persona se non attraverso sangue infetto. Nel nostro Paese, però, esistono, se pur rare, specie di zanzare Anopheles (in particolare, Anopheles labranchiae), che sono possibili vettori di questa malattia. Quando ci sono soggetti infetti, il contagio, se pur eccezionale, è un rischio possibile. È fondamentale che i pazienti con malaria accertata stiano in una stanza con zanzariere alle finestre e porte chiuse per evitare il diffondersi della malattia che in teoria può verificarsi».

Massimo Galli, vicepresidente SIMIT e ordinario di malattie Infettive presso l’Università di Milano precisa ulteriormente:

«L’eccezionalità del caso, la complessità della materia e la volontà di fare chiarezza ed evitare possibili equivoci nell’interpretazione di quanto riportato dai mezzi di comunicazione ci portano a ritenere utile precisare quanto segue:

1 – Vie di trasmissione

La malaria può essere trasmessa soltanto:

  • da un vettore (una zanzara del genere Anopheles), come accade nella stragrande maggioranza dei casi,
  • per scambio di siringa tra tossicodipendenti (circostanza che non si verifica in Italia da molto tempo),
  • per incidente in ospedale (trasfusione, trapianto d’organo o altro tipo di incidente che comporti l’inoculazione del sangue di un paziente malarico in un’altra persona).

Cinque specie di plasmodi (sulle oltre cento note) sono in grado di causare malaria nell’uomo. Le specie di Anopheles sono circa 430, di cui 30-40 possono trasmettere malaria. Ciascuna di esse è adattata a una specie di plasmodio o a una sottopopolazione nell’ambito di ciascuna specie.

2 – Anopheles in Italia

In Italia sono tutt’ora presenti popolazioni di Anopheles labranchiae, che risulterebbero in espansione numerica e geografica. Questa specie è stata responsabile fino al dopo guerra di migliaia di casi di malaria da Plasmodium falciparum (il nostro paese è stato dichiarato libero da malaria solo nel 1970). Non sembra tuttavia che le popolazioni autoctone di Anopheles labranchiae siano competenti cioè possano infettarsi con ceppi di Plasmodium falciparum provenienti dall’Africa. In altre parole, se anche pungessero persone affette da malaria importata, non sarebbero in grado di trasmettere “quel” Plasmodium falciparum ad altre persone. Questo, almeno, fino a prova contraria basata su dati scientifici consistenti.

3 – Distanze che possono essere percorse dalle Anopheles

Le femmine di zanzara anofele, (i maschi non si nutrono di sangue e quindi non trasmettono malaria) vivono in natura da una a due settimane, a seconda delle condizioni di temperatura e umidità. Le informazioni sulle distanze che le zanzare di questo genere possono percorrere sono limitate. In alcune specie africane gli spostamenti sarebbero contenuti al di sotto dei due chilometri. Tutte le considerazioni che possono essere fatte sulla malaria da valigia, cioè sulla malaria causata dalla puntura di una zanzara viva importata, devono tenere conto di questi fattori.

4 – I casi di malaria in Italia

I dati del Ministero della Salute attestano la notifica in Italia, nel periodo 2011-2015, di 3633 casi di malaria, quasi tutti d’importazione. Le infezioni contratte in Italia (autoctone) sono state infatti solo sette:

  • una sospetta da bagaglio (P. falciparum), una sospetta introdotta (P. vivax), cioè trasmessa da zanzare indigene;
  • tre definite come criptiche (1 da P. falciparum e 2 da P. malariae) poiché non è stato possibile identificare con certezza la fonte d’infezione o ipotizzarne ragionevolmente una;
  • due indotte (una da P. falciparum e una da P. malariae), cioè accidentalmente acquisite attraverso contaminazioni in ospedale.

Dei 6377 casi di malaria riportati in Italia nel periodo 2000-2008, solo nove sono stati classificati come autoctoni:

  • uno da trasfusione,
  • uno da trapianto,
  • quattro da trasmissione ospedaliera,
  • tre da valigia.

Se ne deduce che la trasmissione ospedaliera è eccezionale e infrequente, ma può verificarsi e che in alcuni casi è stato impossibile ricostruire le modalità con cui ciò è potuto accadere o identificare comportamenti negligenti o errori da parte del personale.

Il 20% dei casi registrati tra il 2011 e il 2015 si sono verificati in cittadini italiani, di cui:

  • 41% in viaggio per lavoro,
  • 22% per turismo,
  • 21 % per volontariato o per missione religiosa.

Il restante 80% è stato diagnosticato in stranieri, l’81% dei quali immigrati regolarmente residenti in Italia e tornati nel paese di origine in visita a parenti e amici, il 13% tra immigrati al primo ingresso. La specie di plasmodio predominante è risultata P. falciparum, con l’82% dei casi».

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Siringa preriempita di adrenalina senza solfiti

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Laboratoire Aguettant immette sul mercato italiano una nuova siringa preriempita di adrenalina senza solfiti.

Il Laboratoire Aguettant immette sul mercato italiano una nuova siringa preriempita di adrenalina senza solfiti né conservanti allergenici
Il Laboratoire Aguettant immette sul mercato italiano una nuova siringa preriempita di adrenalina senza solfiti né conservanti allergenici

Dal 2016, questo nuovo prodotto viene distribuito in Inghilterra, Germania, Paesi Bassi, Francia, Portogallo, Belgio, Spagna e Austria e ora anche in Italia.

Questo nuovo formato di adrenalina, farmaco d’emergenza per eccellenza, permette di garantire tanto ai medici quanto ai pazienti sicurezza, efficacia e rapidità di somministrazione. Il prodotto è indicato nel trattamento dell’arresto cardiaco e dello shock anafilattico, non contiene solfiti né conservanti allergenici. Il dosaggio disponibile è 1 mg/10 ml.

L’adrenalina

L’adrenalina appartiene alla categoria degli agenti adrenergici e dopaminergici. È un agente simpatomimetico diretto che esercita effetti sugli adrenorecettori α e β. Ha effetti più evidenti sugli adrenorecettori β rispetto agli adrenorecettori α, sebbene quelli sugli adrenorecettori α prevalgano a dosi elevate.

Gli effetti dell’adrenalina includono:

  • aumento di frequenza e forza della contrazione cardiaca,
  • vasocostrizione cutanea,
  • broncodilatazione.

Con dosi più elevate, la stimolazione dei recettori α periferici determina un aumento della resistenza periferica e della pressione sanguigna.

Le indicazioni dell’adrenalina Aguettant 1 mg/10 ml soluzione iniettabile in siringa preriempita sono:

  • rianimazione cardiopolmonare,
  • anafilassi acuta negli adulti.

Specificità di progettazione e di fabbricazione della siringa preriempita di adrenalina senza solfiti

L’adrenalina senza solfiti è particolarmente soggetta a ossidazione. Il processo di fabbricazione e l’imballaggio del prodotto sono stati quindi concepiti in modo da proteggere il principio attivo dalla degradazione. L’obiettivo di stabilità è stato raggiunto inserendo la siringa in un involucro complesso di alluminio che funge da barriera alla luce e ai gas e introducendo all’interno un assorbitore di ossigeno.

Due innovazioni consentono un processo di fabbricazione che assicura la sterilità della siringa, anche nelle zone critiche, nonché la stabilità della soluzione:

  1. il sistema di apertura della siringa brevettato. La tenuta della siringa è garantita da un sigillo di protezione spezzabile. Al momento dell’apertura, il connettore (luer-lock) è completamente protetto e rimane sterile fino al momento dell’uso,
  2. la sterilizzazione tra le labbra della guarnizione in calore umido, (sistema brevettato che consente al vapore di penetrare nello spazio interlabiale) a 121°C.

I vantaggi offerti dalla siringa preriempita di adrenalina senza solfiti

Il dispositivo pronto all’uso permette di ridurre il numero di passaggi di preparazione e, di conseguenza, di diminuire i rischi associati, gli sprechi e, quindi, i costi.

Per il paziente riduzione di rischi di:

• errori terapeutici,
• infezioni nosocomiali,
• contaminazione particellare.

Per l’operatore sanitario:
• riduzione del rischio di tagli e lesioni
• risparmio di tempo: riduzione del numero di passaggi di preparazione/riorganizzazione dei tempi dei servizi infermieristici.

Osteoporosi e indice di massa corporea

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Osteoporosi e indice di massa corporea sono strettamente correlati: per uno stato osseo ottimale è necessario un BMI nei limiti a partire dall’infanzia.

Osteoporosi e indice di massa corporea sono strettamente correlati: per uno stato osseo ottimale è necessario un BMI nei limiti a partire dall'infanzia.
Valori di BMI alle estremità dello spettro possono rappresentare un fattore di rischio sia per lo sviluppo dello scheletro sia per il mantenimento dello stato osseo

In estate è maggiore il tempo che le persone passano all’aria aperta. Questo consente fare il pieno di vitamina D, che è però destinato ad esaurirsi nel giro di poche settimane. Oltre a cercare di esporsi al sole per almeno 20 minuti al giorno durante tutto l’anno, è necessario curare anche l’alimentazione. Soggetti troppo magri o troppo grassi, infatti, possono avere difficoltà a raggiungere lo status ottimale. La maggior parte dei disturbi alimentari è collegato a un deficit di vitamina D.

«Per uno stato osseo ottimale è necessario avere anche un indice di massa corporea (BMI) nei limiti, a partire dall’infanzia. Infatti, valori di BMI alle estremità dello spettro possono rappresentare un fattore di rischio sia per lo sviluppo dello scheletro sia per il mantenimento dello stato osseo – avverte Ranuccio Nuti, professore dell’Università di Siena. – Oltre il 50% dei soggetti affetti da magrezza patologica e soprattutto anoressia nervosa presentano alterazioni dello stato osseo. In particolare, circa il 10% dei soggetti affetti da anoressia manifestano un quadro di osteoporosi. Tra le molteplici complicanze di questa patologia, oltre al grave calo ponderale, meritano considerazione quelle endocrino-metaboliche, tra cui si annoverano:

  • la malnutrizione, con conseguente riduzione della massa grassa e della massa magra,
  • l’ipogonadismo,
  • l’amenorrea,
  • la resistenza periferica all’azione del GH,
  • l’eccesso di cortisolo,
  • la sindrome da basso T3 (uno degli ormoni tiroidei).

Tali condizioni contribuiscono sia alla determinazione di alterazioni del metabolismo osseo sia a una riduzione della densità minerale ossea (BMD)».

Obesità e fragilità ossea

Tradizionalmente l’obesità è stata considerata un fattore protettivo per il rischio di fratture osteoporotiche. Infatti la maggior parte degli studi hanno riportato che i soggetti con un BMI normale o elevato hanno un rischio inferiore di andare incontro a fratture rispetto a quelli con un BMI ridotto. In realtà non esistono molti dati in letteratura riguardo alle modificazioni scheletriche cui vanno incontro i pazienti obesi. Recentemente però numerosi studi hanno dimostrato che la presenza di massa grassa non sempre ha un effetto protettivo nei confronti dell’osteoporosi e del rischio di fratture. Infatti è stato osservato che un eccessivo accumulo di grasso viscerale ha un effetto negativo sulla BMD. Studi condotti sia su popolazioni asiatiche sia caucasiche, inoltre, hanno riportato una correlazione inversa tra tessuto adiposo addominale e BMD femorale.

Proteine e tessuto osseo

«Un giusto apporto di proteine ha un duplice effetto preventivo e protettivo perché contribuisce allo sviluppo di ossa e muscoli forti, anche grazie all’aumento dei livelli di IGF-1 nel sangue. Prodotto dal fegato, IGF-1 promuove la formazione di tessuto osseo, muscolo e aiuta la trasformazione della vitamina D nella sua forma attiva. Inoltre gli aminoacidi che compongono le proteine hanno un ruolo sull’intestino favorendo l’assorbimento intestinale di calcio – precisa Maurizio Muscaritoli, presidente SINuC. – E per rassicurare anche la quota di soggetti che assume poche proteine da fonti animali, recenti studi hanno confermato che anche le fonti di proteine vegetali funzionano per la prevenzione dell’osteoporosi».

Come sottolineato anche nelle linee guida per la prevenzione dell’osteoporosi emanate dal Ministero della Salute, l’osteoporosi non è soltanto conseguente alla perdita ossea che accade con l’avanzare dell’età. Un individuo che non raggiunge un picco ottimale di massa ossea durante l’infanzia e l’adolescenza può infatti sviluppare osteoporosi senza che vi sia un’accelerata perdita ossea in età adulta.

Fabbisogno di proteine

La prevenzione deve iniziare nell’infanzia e durare tutta la vita passando per un’alimentazione ricca, equilibrata e completa. Spesso, invece, nell’età anziana la qualità dell’alimentazione va incontro a uno scadimento, aprendo la strada a quadri clinici di malnutrizione. Fattori economici, problemi dentali e di masticazione, mancanza di appetito, infatti, rendono l’alimentazione degli anziani monotona, povera e spesso priva del giusto quantitativo di proteine, il che ha come conseguenza la perdita di massa muscolare, debolezza e fragilità con il rischio di cadute.

Ma come stabilire di quante proteine abbiamo bisogno? Basta moltiplicare il proprio peso (se adulti) per 0,8 (il fabbisogno in grammi per chilo). Un soggetto di 60 chili, quindi, avrà bisogno di introdurre 48 grammi di proteine.

Un etto di carne rossa o pesce apporta 28 grammi di proteine circa,

  • un uovo grande 6 grammi,
  • 400 grammi di latte 16 grammi,
  • 1 etto di formaggio intorno ai 30 grammi,
  • 1 tazza di lenticchie 20 grammi,
  • due cucchiai di burro di arachidi circa 8 (Fonte RDA US Department of Agriculture).

Fabbisogno di vitamina D e di esposizione al sole

È necessario fare attenzione anche al declino stagionale di vitamina D. Infatti, quando ci esponiamo al sole e sintetizziamo la vitamina D, questa si accumula, ma la sua vita è di circa 3-6 settimane. È quindi verosimile che nell’organismo ci sia un picco di vitamina D fino nelle stagioni primaverile ed estiva. Da novembre a marzo, invece, i livelli toccano il punto più basso se le uscite non sono sufficienti a ripristinarne i livelli. Ma anche nel periodo estivo bisogna ricordare di dedicare almeno 20 minuti al giorno all’esposizione senza filtri: la protezione solare anche di fattore 6 è capace di bloccare quasi del tutto la sintesi cutanea.

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Preparazione di chemioterapici antiblastici in Italia

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QuintilesIMS ha condotto un’indagine nazionale con il supporto incondizionato di Baxter sulla gestione della preparazione dei chemioterapici antiblastici negli ospedali italiani.

Dall’indagine è emerso un quadro frammentato tra i circa 400 centri ospedalieri che hanno partecipato.

Il 30% gestisce internamente la preparazione e manipolazione dei chemioterapici antiblastici in misura e in funzione delle esigenze dei reparti ma in assenza di una strutturale centralizzazione delle attività.

Il 45% gestisce i processi all’interno di un’UFA (Unità Farmaci Antiblastici), con elevato livello di centralizzazione di attività e strutture, ma presenta comunque elementi di criticità e margini di miglioramento rispetto all’ideale a cui tendono i presupposti normativi.

Il restante 25% si approvvigiona da strutture esterne.

L’indagine nazionale

I dati dell’ampia indagine nazionale offrono una mappatura delle modalità di preparazione e manipolazione di queste terapie nei Centri oncologici. Ne emerge il forte bisogno di dotarsi di strutture UFA ad alti standard, vista anche la grande accelerazione della ricerca che ha portato allo sviluppo di terapie sempre più complesse, la cui gestione ha bisogno di un alto grado di specializzazione.

Assenza di strutture UFA dedicate

Il dato principale che emerge dall’indagine, realizzata da QuintilesIMS su tutto il territorio nazionale, è che sui 385 centri ospedalieri che hanno collaborato, circa il 30%, prepara farmaci chemioterapici antiblastici in maniera non centralizzata, ovvero gestisce e manipola le preparazioni in assenza di una struttura UFA dedicata.

Una soluzione che potrebbe garantire una maggiore sicurezza e qualità sarebbe quella di creare delle reti di strutture sul territorio che si avvalgano della stessa UTA.

Difficoltà nella gestione informatizzata dei farmaci chemioterapici

Dall’indagine emerge anche un altro dato significativo: il 45% dei Centri che dichiara di preparare in una struttura dedicata, condivide alcune criticità.

Uno dei problemi più diffusi e di maggior rilevanza riguarda l’informatizzazione della gestione dei farmaci chemioterapici antiblastici, che risulta quasi sempre complessa e macchinosa. Questo è in gran parte dovuto alla carenza di un sistema informatico integrato. Raramente l’informatizzazione copre tutta la filiera del processo e si evidenzia una disomogeneità dei software utilizzati sia all’interno della stessa struttura (prescrizione, cartella clinica, calcoli, etc.) sia da Centro a Centro (troppi sistemi diversi, considerando che per le cure i pazienti si muovono anche sul territorio).

Sarebbe opportuno definire standard tecnici comuni da rispettare, in modo che i sistemi siano in grado di dialogare fra loro e soprattutto di interfacciarsi con i Registri AIFA. Questo ridurrebbe il rischio di errori (potenzialmente dovuto anche alla attuale necessità di trascrivere la medesima prescrizione su più applicativi) e garantirebbe un risparmio di tempo.

 

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UFA: Unità Farmaci Antiblastici

Migliorare la gestione delle UFA. Tavoli di lavoro a Roma e Milano

Migliorare la gestione delle UFA. Tavoli di lavoro a Roma e Milano

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Le priorità individuate dagli esperti per migliorare la gestione delle UFA (Unità Farmaci Antiblastici) e la preparazione dei chemioterapici antiblastici sono:

  • UFA che rispettino gli standard,
  • selezione e formazione del personale,
  • informatizzazione dei processi.
Migliorare la gestione delle UFA. Tavoli di lavoro a Roma e Milano
Mettere in rete le UFA sul territorio è una delle proposte emerse dai tavoli di lavoro organizzati da QuintilesIMS sul tema della preparazione di chemioterapici antiblastici

In seguito ai risultati dell’indagine nazionale sulla gestione della preparazione dei chemioterapici antiblastici negli ospedali italiani, QuintilesIMS con il supporto incondizionato di Baxter, ha organizzato due tavoli di lavoro (a Roma e a Milano) che hanno messo a confronto su questo tema direttori sanitari, farmacisti ospedalieri responsabili di UFA e oncologi per definire le criticità e i punti di miglioramento nella preparazione delle terapie antiblastiche in Italia.

Fare sistema avvalendosi di UFA già esistenti e realizzate con i migliori standard (centralizzazione) o, laddove necessario, dotarsi di UFA, anche grazie a partnership pubblico-private, è la possibile soluzione individuata dai partecipanti ai tavoli di lavoro, che hanno discusso di altri fattori chiave di miglioramento come la selezione e formazione specifica del personale dedicato e l’informatizzazione dei processi.

Le principali proposte emerse dai tavoli di lavoro organizzati a Milano e Roma sono:

  • Mettere in rete le UFA sul territorio, definendo una soglia minima di preparazioni giornaliere per aumentare gli standard qualitativi e di sicurezza,
  • Promuovere selezione e formazione del personale più puntuali e mirate allo sviluppo delle competenze degli operatori dedicati alla preparazione dei farmaci chemioterapici (sia farmacisti, sia infermieri sia tecnici di laboratorio), adottando strategie volte ad aumentare la motivazione e diminuire elementi di stress, come turnazione e coinvolgimento trasversale all’interno del percorso di cura,
  • Implementare l’informatizzazione della gestione di tutta la filiera della terapia oncologica, dalla prescrizione alla somministrazione, attraverso soluzioni innovative come il bracciale elettronico e software semplificati e che “dialogano” tra loro.
  • Coinvolgere inoltre proattivamente il paziente nel processo, rendendolo consapevole delle modalità di cura in cui è coinvolto e ascoltandone la voce in quanto possibile segnalatore di eventuali anomalie.

Centralizzare le UFA

La realizzazione delle UFA trova oggi un possibile percorso sostenibile attraverso l’avvio di partnership pubblico-privato con aziende esperte nella progettazione, realizzazione e gestione delle UFA.  

Le Unità Farmaci Antiblastici rappresentano una realtà importante nello scenario dell’oncologia nel nostro Paese. Svolgono infatti un ruolo chiave legato alla sempre maggiore complessità delle terapie antitumorali, che richiedono un’alta specializzazione e strutture adeguate alla loro manipolazione. C’è ancora molto da fare, come è emerso dai due tavoli di lavoro, per rendere omogenea la situazione a livello nazionale e per sensibilizzare le direzioni generali delle Aziende ospedaliere e sanitarie sull’importanza dell’investimento che rappresentano le UFA per il Centro di Oncologie e di Onco-Ematologia e per la salute dei pazienti.

Criteri di formazione delle reti

Le UTA destinate a servire diverse strutture devono essere strutturate anche in funzione dei volumi di somministrazione. La manipolazione e preparazione di chemioterapici antiblastici dovrà essere affidata soltanto alle UFA accreditate sul territorio che raggiungano, idealmente, una soglia minima di 50 preparazioni giornaliere, attraverso accordi di fornitura tra le diverse Aziende Ospedaliere.

Questa  proposta apre un tema importante anche dal punto di vista economico. Manca infatti un tariffario condiviso per la manipolazione dei chemioterapici antiblastici. Il Centro deputato a erogare queste prestazioni anche all’esterno potrebbe quindi esserne penalizzato.

Criteri per l’informatizzazione della gestione di tutta la filiera della terapia oncologica

I sistemi informatici dei vari centri dovrebbero rispettare standard tecnici comuni in modo da dialogare fra loro e con i Registri AIFA.

Questo ridurrebbe il rischio di errori di trascrizione e garantirebbe un risparmio di tempo che potrebbe essere utilizzato per migliorare l’assistenza al paziente.

I tavoli di lavoro

Al tavolo di lavoro di Milano hanno partecipato:

  • Ivana Brini, Responsabile s.s. Centro di produzione galenica, Farmacia Ospedale di Legnano, ASST Ovest Milanese;
  • Roberta Di Turi, Direttore Farmacia, ASL Roma 3 (fra cui AO San Giovanni Addolorata);
  • Sergio Fava, Direttore Dipartimento di Oncologia, Azienda Socio Sanitaria Legnano;
  • Vito Ladisa, Direttore Farmacia, INT – Istituto Nazionale Tumori di Milano;
  • Antonio Lazzara, Direttore Sanitario, Azienda Ospedaliero-Universitaria “Policlinico Vittorio Emanuele”, Catania;
  • Patrizia Nardulli, Direttore Farmacia, IRCCS Istituto Tumori Giovanni Paolo II, Bari;
  • Emanuela Omodeo Salè, Direttore Farmacia, IEO – Istituto Europeo di Oncologia, Milano.

Al tavolo di lavoro di Roma hanno partecipato:

  • Roberto Bordonaro, Direttore Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Garibaldi, Catania;
  • Andrea Cambieri, Direttore Sanitario, Policlinico Universitario Agostino Gemelli, Roma;
  • Gaetano D’Onofrio, Direttore Sanitario, Azienda Ospedaliero-Universitaria Federico II, Napoli;
  • Roberto Grinta, Direttore Farmacia, ASUR Marche Area Vasta 2, Jesi;
  • Giuseppina Fassari, Farmacista Responsabile UFA, Azienda Ospedaliera Garibaldi, Catania.

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Preparazione di chemioterapici antiblastici in Italia

UFA: Unità Farmaci Antiblastici

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La preparazione delle terapie oncologiche deve essere effettuata in un ambiente dedicato denominato UFA (Unità Farmaci Antiblastici). Si tratta di una camera bianca ad atmosfera controllata, ossia un ambiente totalmente sterile e protetto. Qui, giornalmente, vengono preparati in tutta sicurezza i chemioterapici antiblastici e tutte le preparazioni centralizzate in farmacia ospedaliera. Queste strutture sono in grado di garantire nel contempo una maggior sicurezza per i pazienti e per gli operatori.

Le Unità Farmaci Antiblastici (UFA) sono le strutture nelle quali sono preparati i chemioterapici antiblastici e tutte le preparazioni centralizzate
Le Unità Farmaci Antiblastici (UFA) sono le strutture nelle quali sono preparati i chemioterapici antiblastici e tutte le preparazioni centralizzate in farmacia ospedaliera

L’aumento dell’incidenza di patologie neoplastiche ha reso routinario e massivo l’utilizzo di farmaci chemioterapici, non soltanto nei reparti strettamente oncologici. La responsabilità di proteggere sia il paziente, garantendogli una terapia sterile, sia l’operatore, riducendo il rischio di esposizione ad agenti pericolosi, è delegata alla farmacia ospedaliera.

Protezione dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici e istituzione delle UTA

Già nel 1999, con la pubblicazione in G.U. del Documento di linee guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario (Gazzetta Ufficiale n. 236 del 07/10/1999) si stabiliva che, al fine di garantire un adeguato sistema di protezione per i soggetti che impiegano queste sostanze negli ambienti sanitari, è opportuno prevedere l’istituzione di una specifica “Unità Farmaci Antiblastici”.

Inoltre, le Norme di Buona Preparazione (Farmacopea Ufficiale Italiana), a garanzia della qualità dei prodotti e della sicurezza degli operatori, regolano le attività di preparazione dei galenici sterili, tra cui i chemioterapici antiblastici, definendo:

  • le competenze,
  • le responsabilità,
  • i controlli obbligatori,
  • le caratteristiche,
  • le norme di sicurezza relative ai locali e alle attrezzature dedicate a tale attività.

Secondo lo IARC (International Agency for Research on Cancer), i farmaci antiblastici possono essere classificati in base alla loro pericolosità in “cancerogeni”, “probabili cancerogeni”, “possibili cancerogeni”.

La salvaguardia e la salute degli operatori sanitari impegnati nella manipolazione di sostanze classificate come pericolose è, nella realtà di una struttura ospedaliera, un aspetto molto importante da dover rispettare.

Le fasi critiche della manipolazione degli antiblastici

La fase più critica nella manipolazione degli antiblastici è quella della preparazione, ovvero della ricostituzione e diluizione di questi farmaci. In questa fase, infatti, si registra il massimo livello di esposizione per l’operatore. La riduzione del rischio di esposizione deve essere garantita tramite un’idonea dotazione strutturale (locali ed apparecchiature) e attraverso l’adozione di procedure scritte il cui rispetto deve essere costantemente verificato.  

Inoltre, le terapie oncologiche sono personalizzate sulla base di molteplici parametri di tipo:

  • clinico (stato clinico del paziente, stadiazione del tumore)
  • fisico (peso, superficie corporea ecc).

Per questa ragione ogni terapia richiede la definizione di una prescrizione paziente specifico e la realizzazione di una serie di operazioni tra cui il calcolo del dosaggio e la verifica di compatibilità. Tali operazioni potrebbero comportare errori o imprecisioni, che si possono evitare con la definizione di procedure standard e l’attribuzione di ruoli e responsabilità chiari come è possibile solamente in una struttura centralizzata (UFA).

Le UFA di Baxter

Baxter mette a disposizione una UFA che assicura l’esecuzione di tutte le attività nell’ottica di una partnership virtuosa tra pubblico e privato. Le attività del ciclo produttivo gestite nel rispetto dei più alti standard qualitativi nell’UTA di Baxter comprendono:

  • l’acquisto delle materie prime e dei materiali,
  • la produzione,
  • il controllo,
  • la spedizione del prodotto finito.

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Nuova divisione prodotti e specialità dalla fusione tra Dow e DuPont

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DowDuPont™ ha annunciato di aver completato con successo il “merger of equals” tra The Dow Chemical Company (“Dow”) ed E.I. du Pont de Nemours & Company (“DuPont”).

La nuova entità è operativa dal 31 agosto 2017 quale società holding con il nome di “DowDuPont™” e include tre divisioni: Agriculture, Materials Science e Specialty Products.

La nuova divisione prodotti e specialità della società DowDuPont, derivata dalla fusione tra Dow e DuPont, offrirà soluzioni differenziate e innovative
Tre società nei settori Prodotti di Specialità, Agricoltura e Scienza dei Materiali deriveranno dalla costituzione di DowDuPont

Le azioni di DuPont e Dow hanno cessato le negoziazioni alla chiusura della Borsa di New York il 31 agosto 2017. A partire dal 1 settembre 2017, DowDuPont ha iniziato le negoziazioni alla Borsa di New York con simbolo “DWDP”. In base all’accordo di fusione, gli azionisti Dow hanno ricevuto un rapporto di cambio fisso pari a 1,00 azioni di DowDuPont per ciascuna azione Dow, mentre gli azionisti DuPont hanno ricevuto un rapporto di cambio fisso pari a 1,282 azioni di DowDuPont per ciascuna azione DuPont.

«Abbiamo completato con successo la fusione che porterà alla creazione di tre società indipendenti quotate in borsa e leader nei rispettivi settori. – ha dichiarato Andrew Liveris, executive chairman di DowDuPont. – Sulla base dei nostri punti di forza ed esperienza, il valore di questa fusione darà vita a tre società che definiranno i rispettivi mercati e guideranno la crescita a beneficio di tutti gli stakeholder. I nostri team hanno lavorato per oltre un anno al processo di integrazione e siamo ora in grado di procedere alla prevista separazione nel più breve tempo possibile».

«La chiusura di questa transazione rappresenta per i nostri azionisti, clienti e dipendenti un significativo passo avanti nella creazione di valore e maggiori opportunità per un futuro incentrato sulla crescita sostenibile e l’innovazione – ha affermato Ed Breen, chief executive officer di DowDuPont. – DowDuPont è un trampolino di lancio per la costituzione di tre solide società che saranno ben posizionate per reinvestire nella scienza e nell’innovazione, per soddisfare le continue esigenze dei nostri clienti e creare valore a lungo termine per i nostri azionisti. A fusione ultimata, siamo ora impegnati nel finalizzare le strutture organizzative e cogliere le sinergie per la creazione di valore. Le tre nuove società saranno dotate del focus, della visibilità di mercato e di un settore R&D più produttivo per competere con successo quale industry leader».

DowDuPont è quindi una società holding composta da The Dow Chemical Company e DuPont. Ha l’intento di creare società solide, indipendenti e quotate in borsa specializzate nei settori dell’Agricoltura, della Scienza dei Materiali e dei Prodotti di Specialità che guideranno le rispettive industrie attraverso l’innovazione produttiva basata sulla scienza per soddisfare le esigenze dei clienti e per contribuire a far fronte alle sfide globali.

Le tre divisioni di DowDuPont

Includeranno tre società ciascuna specializzata nei seguenti settori:

  • dei Prodotti di Specialità,
  • dell’Agricoltura,
  • della Scienza dei Materiali.

Divisione prodotti e specialità

La società nel settore dei Prodotti di Specialità sarà composta alcuni dei business più forti e leader di mercato tra cui:

  • DuPont Protection Solutions,
  • Sustainable Solutions,
  • Industrial Biosciences,
  • Nutrition and Health che integrerà il business FMC Health and Nutrition in attesa della chiusura di tale transazione,
  • Electronic Technologies che unirà il business Electronics & Communications di DuPont al business Electronic Materials di Dow.

Tale società avrà specialty business innovativi guidati dalla tecnologia. Offrirà una gamma di prodotti e soluzioni altamente differenziati destinati a trasformare l’industria e la vita quotidiana. Il quartier generale sarà a Wilmington, Delaware.

Divisione Agricoltura

La società nel settore dell’Agricoltura riunirà i punti di forza di DuPont Pioneer, DuPont Crop Protection e Dow AgroSciences per soddisfare al meglio le esigenze degli agricoltori nel mondo grazie a una maggiore scelta e prezzi competitivi in rapporto alla qualità. L’unione di capacità e un motore di innovazione altamente produttivo consentirà di portare sul mercato una più ampia gamma di prodotti in modo rapido e di offrire agli agricoltori soluzioni innovative. Tale società avrà il quartier generale a Wilmington, Delaware, e i global business center a Johnston, Iowa e Indianapolis, Indiana.

Divisione Scienza dei Materiali

La società nel settore della Scienza dei Materiali prenderà il nome Dow e comprenderà i business Dow con i seguenti segmenti operativi:

  • Performance Plastics,
  • Performance Materials & Chemicals,
  • Infrastructure Solutions,
  • Consumer Solutions (Consumer Care e Dow Automotive Systems; il business Dow Electronic Materials sarà parte della società specializzata nel settore Specialty Products),

oltre che l’attuale segmento operativo Performance Materials di DuPont.

Tale società offrirà un’ampia gamma di conoscenze chimiche e polimeriche nel settore grazie a competenze competitive e di scala in grado di fornire ai clienti soluzioni differenziate nei mercati a elevata crescita quali packaging, trasporti, infrastrutture e cura della persona. Il quartier generale sarà a Midland, Michigan.

Board e Governance di DowDuPont

Il Consiglio di Amministrazione di DowDuPont comprende 16 membri, rispettivamente otto amministratori dei precedenti Consigli di Amministrazione di DuPont e Dow. Tra questi figurano due lead director: Jeffrey Fettig di Dow e Alexander Cutler di DuPont. Liveris assume l’incarico di executive chairman of the Board e Breen diventa membro del Consiglio. Il Consiglio di Amministrazione include inoltre:

·         Da parte Dow:

·         Da parte DuPont:

  • Lamberto Andreotti, Former Chair of the Board and CEO of Bristol-Myers Squibb Company,
  • Robert A. Brown, President of Boston University,
  • Marillyn A. Hewson, Chairman, President, and Chief Executive Officer of Lockheed Martin Corporation,
  • Lois D. Juliber, Former Vice Chairman and Chief Operating Officer of Colgate-Palmolive Company,
  • Lee M. Thomas, Former Chairman and Chief Executive Officer of Rayonier Inc.,
  • Patrick J. Ward, Chief Financial Officer of Cummins, Inc.

Sono stati istituiti tre Comitati Consultivi dal Consiglio di DowDuPont, qualificati per sovrintendere alla costituzione delle nuove divisioni Agriculture, Materials Science (Dow) e Specialty Products. Inoltre, ogni Comitato Consultivo svilupperà una struttura patrimoniale conforme ai principi guida stabiliti nello Statuto e designerà il futuro chief executive officer e il leadership team della rispettiva società.

Officer di DowDuPont

DowDuPont sarà guidata da un leadership team dotato dei punti di forza e le competenze di entrambe le società.  Oltre a Liveris e Breen, includerà:

  • Howard Ungerleider, Chief Financial Officer,
  • Stacy Fox, General Counsel and Corporate Secretary,
  • Charles J. Kalil, Special Counsellor to the Executive Chairman, General Counsel for the Materials Science Division,
  • James C. Collins, Jr., Chief Operating Officer for the Agriculture Division,
  • Jim Fitterling, Chief Operating Officer for the Materials Science Division,
  • Marc Doyle, Chief Operating Officer for the Specialty Products Division

I vantaggi previsti per gli stakeholder

Con l’unione dei portfolio altamente complementari di Dow e DuPont e la conseguente costituzione di società leader di settore, DowDuPont prevede di creare maggior valore per tutti gli stakeholder:

  • Gli azionisti potranno beneficiare di un più forte profilo di investimento di ciascuna società e di sinergie di costo significative, oltre che di una crescita a lungo termine e la creazione di valore sostenibile derivante dalla costituzione di tre società indipendenti.
  • I clienti potranno usufruire di soluzioni superiori e un’offerta più estesa di prodotti. Attraverso l’unione dei punti di forza di Dow e DuPont, ciascuna società sarà in grado di rispondere in modo più rapido ed efficace alle esigenze in continua evoluzione con una maggiore scelta di prodotti innovativi.
  • I dipendenti, infine, saranno parte di queste società leader di settore altamente focalizzate e competitive, incentrate sulla crescita sostenibile a lungo termine che creeranno opportunità per i nostri business e le nostre persone.

Il processo di separazione

I leader Dow e DuPont e i team di integrazione sono impegnati nello sviluppo dei modelli e delle strutture organizzative a sostegno della strategia di ciascuna società. A seguito della definizione per ciascuna divisione dei processi, persone, asset, sistemi e licenze che consentiranno di operare in modo indipendente, DowDuPont procederà con la separazione delle divisioni e delle rispettive entità legali, soggetta all’approvazione del Board e all’ottenimento delle diverse approvazioni di legge. Si prevede che il processo di separazione si concluderà nei prossimi 18 mesi.

Il Board di DowDuPont è impegnato nella revisione dell’intero portfolio per valutare gli aspetti commerciali e le conoscenze acquisite nel corso dell’ultimo anno e mezzo al fine di cogliere le opportunità di crescita in vista della creazione di società leader di settore.

Klein e Company, Lazard e Morgan Stanley & Co. LLC hanno ricoperto il ruolo di consulenti finanziari per Dow nell’operazione di transazione, con Weil, Gotshal & Manges LLP in qualità di consulente legale.

Evercore e Goldman, Sachs & Co. hanno assistito DuPont nelle attività di consulenza finanziaria nell’operazione di transazione, con Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom LLP in veste di consulente legale.