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Approvato dalla CE inotuzumab ozogamicin per la LLA

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Pfizer ha annunciato che è stato approvato dalla CE inotuzumab ozogamicin per la LLA da precursori delle cellule B, recidivante o refrattaria.

Approvato dalla CE inotuzumab ozogamicin per la LLA da precursori delle cellule B, recidivante o refrattaria
Approvato dalla CE inotuzumab ozogamicin per la LLA da precursori delle cellule B, recidivante o refrattaria

La Commissione Europea ha approvato inotuzumab ozogamicin (Besponsa®) per il trattamento, in monoterapia, di pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta (LLA) da precursori delle cellule B CD22-positivi, recidivante o refrattaria. Questa indicazione comprende il trattamento di pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta, recidivante o refrattaria, negativa per il cromosoma Philadelphia (Ph-) e positiva per il cromosoma Philadelphia (Ph+). I pazienti adulti con LLA Ph+ da precursori delle cellule B, CD22-positivi, recidivante o refrattaria, devono aver fallito precedentemente il trattamento con almeno un inibitore della tirosinchinasi (TKI).

Con questa approvazione, inotuzumab ozogamicin diventa il primo e unico anticorpo-farmaco coniugato disponibile nell’UE per il trattamento dei pazienti con questo tipo di leucemia.

«L’approvazione di inotuzumab ozogamicin da parte della Commissione Europea rappresenta un traguardo importante per i pazienti, la comunità scientifica e Pfizer – afferma Andreas Penk, M.D., regional president dell’Oncologia di Pfizer. – Con questa approvazione inotuzumab ozogamicin diventa disponibile, come una nuova opzione di trattamento dopo la chemioterapia, per i pazienti dell’Unione Europea che stanno combattendo contro una forma di leucemia particolarmente difficile da trattare».

L’obiettivo del trattamento per le forme recidivanti o refrattarie (resistenti) della LLA è di ottenere una remissione completa, evitando un’eccessiva tossicità, affinché i pazienti possano affrontare ulteriori programmi terapeutici, in particolare il trapianto di cellule staminali, riconosciuto come la migliore opzione in grado di prolungare la vita dei pazienti, ma anche le terapie di mantenimento o altre terapie.

In pazienti con LLA recidivante o refrattaria, la mediana di sopravvivenza globale è di soli 3-6 mesi. L’attuale standard di trattamento è costituito da cicli di chemioterapia intesivi, efficaci in meno del 50% dei pazienti refrattari o recidivanti e associati a scarsa sopravvivenza a lungo termine, alta tossicità, lunghi tempi di degenza e infusioni continue.

«La leucemia linfoblastica acuta recidivante o refrattaria alla prima linea di trattamento è una patologia rara e a rapida progressione con una prognosi molto sfavorevole – commenta David Marks, del Dipartimento di Ematologia della University Hospitals Bristol NHS Foundation Trust, Bristol, United Kingdom – L’approvazione di inotuzumab ozogamicin rende disponibile in Europa una nuova opzione di trattamento molto attesa dalla classe medica e dai pazienti allo stesso modo, che può aiutare a migliorare i risultati per alcuni dei pazienti più vulnerabili affetti da leucemia».

Inotuzumab Ozogamicin

Inotuzumab ozogamicin è un anticorpo-farmaco coniugato (ADC) costituito da un anticorpo monoclonale (mAb) diretto verso il CD22. Il CD22 è un antigene presente sulle cellule cancerose di quasi tutti i pazienti con LLA da precursori delle cellule B.

Inotuzumab ozogamicin è collegato a un agente citotossico, la calicheamicina. Quando l’ADC si lega all’antigene CD22 sulle cellule B, viene internalizzato nella cellula. Qui l’agente citotossico, la calicheamicina, viene rilasciato per distruggere la cellula maligna.

Inotuzumab Ozogamicin nasce dalla collaborazione tra Pfizer e Celltech, ora UCB. Pfizer ha la responsabilità unica per tutto il processo di produzione e sviluppo clinico della molecola. Pfizer collabora anche con SFJ Pharmaceuticals Group (SFJ) sul programma di registrazione (INO-VATE ALL) per inotuzumab ozogamicin.

Negli Stati Uniti, inotuzumab ozogamicin ha ricevuto nell’ottobre del 2015 la designazione di breakthrough therapy per LLA dall’FDA. La domanda di registrazione per medicinali biologici (Biologic License Application) per inotuzumab ozogamicin nel trattamento di pazienti adulti con LLA da precursori delle cellule B, refrattaria o recidivante, è stata accettata con procedura di revisione prioritaria da parte della FDA a marzo 2017.

Lo studio INO-VATE ALL

L’approvazione di inotuzumab ozogamicin da parte della Commissione Europea è supportata dai risultati dello studio di fase III INO-VATE ALL. Questo ha arruolato 326 pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B, refrattaria o recidivante. Ha confrontato inotuzumab ozogamicin con la chemioterapia standard intensiva.

Lo studio INO-VATE ALL aveva due endpoint primari:

  • la risposta completa con o senza il recupero ematologico (CR/CRi),
  • la sopravvivenza globale (OS – Overall Survival).

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul The New England Journal of Medicine a giugno del 2016.

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Le sindromi lipodistrofiche

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Con il termine sindromi lipodistrofiche si indica un’ampia varietà di malattie rare che, pur essendo contraddistinte da diverse cause e manifestazioni, sono accomunate da una perdita di tessuto adiposo sottocutaneo.

Le sindromi lipodistrofiche sono malattie rare accomunate da una perdita di tessuto adiposo sottocutaneo e da bassi livelli circolanti di leptina
Le sindromi lipodistrofiche sono malattie rare accomunate da un’anomala distribuzione del tessuto adiposo sottocutaneo e da bassi livelli circolanti di leptina

«Le sindromi lipodistrofiche costituiscono un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dalla perdita più o meno estesa di tessuto adiposo sottocutaneo, in assenza di uno stato di deprivazione nutrizionale o di uno stato di aumentato catabolismo – spiega Ferruccio Santini dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa. – In base all’eziologia, vengono distinte forme genetiche o acquisite e, in base al grado di perdita del tessuto adiposo, forme generalizzate o parziali. Le forme congenite includono sottotipi a trasmissione autosomico recessiva e dominante mentre le forme acquisite possono riconoscere una causa autoimmune».

Tra le forme ereditarie la più importante è la lipodistrofia congenita generalizzata (CGL).

Le sindromi lipodistrofiche sono caratterizzate da bassi livelli circolanti di leptina, un ormone che regola:

  • la composizione corporea,
  • il consumo energetico,
  • l’introito calorico.

I pazienti affetti da tali patologie presentano frequentemente molteplici alterazioni ormonali e metaboliche, quali:

  • insulino-resistenza con precoce comparsa di diabete mellito,
  • alterazioni del profilo lipidico, con alto livello di trigliceridi,
  • dannoso accumulo di grassi presso altri organi, principalmente nel fegato in cui si determina una steatosi epatica non alcolica (NAFLD),
  • alto rischio di complicanze cardiache (come la cardiomiopatia ipertrofica) e cerebrovascolari, spesso fatali,
  • sindrome dell’ovaio policistico (PCOS).

La qualità di vita risulta notevolmente compromessa.

La sindrome si associa ad appetito vorace e accelerazione della crescita durante l’adolescenza.

«Questa sindrome comprende manifestazioni cliniche differenti che possono interessare contemporaneamente o separatamente le funzioni metaboliche e la distribuzione del grasso corporeo – sottolinea Andrea Giustina, presidente CUEM e presidente eletto della Società Europea di Endocrinologia (ESE) – sono alterazioni del metabolismo glucidico e anomala distribuzione del grasso corporeo: accumulo di grasso sottocutaneo alla base della nuca, alle mammelle e all’addome sino alla perdita di grasso con assottigliamento degli arti inferiori con prominenza delle vene sottocutanee, restringimento dei fianchi e delle cosce, assottigliamento del volto (guance) con aumento delle rughe».

La diagnosi è clinica e dovrebbe essere confermata mediante una valutazione del grasso corporeo, in particolare attraverso l’assorbimetria a doppio raggio fotonico e la risonanza magnetica.

In Italia, i pazienti affetti da lipodistrofia sono un centinaio. Per loro, in attesa del farmaco (attualmente disponibile soltanto in Giappone e negli USA) si organizzano i Registri di patologia.

La terapia delle sindromi lipodistrofiche

In passato, la terapia delle lipodistrofie mirava a ridurne le comorbidità associando dieta, attività fisica e farmaci comunemente impiegati per la cura del diabete mellito e delle dislipidemie, ma con scarsi risultati e senza andare ad agire sulle cause della malattia.

L’unico farmaco specifico per il trattamento di questa patologia è la leptina umana ricombinante, attualmente approvata negli Stati Uniti e in Giappone per il trattamento delle forme generalizzate. Questo trattamento ha lo scopo di migliorare le complicanze metaboliche associate alla patologia.

Diversi studi clinici hanno dimostrato l’efficacia della leptina umana ricombinante nel ridurre in maniera statisticamente significativa:

  • la glicemia,
  • l’emoglobina glicata (una forma che permette di misurare il livello della glicemia nel tempo),
  • i trigliceridi,
  • il colesterolo totale.

In seguito alla somministrazione sottocutanea giornaliera della leptina ricombinante umana si è assistito anche a una riduzione di:

  • peso corporeo,
  • fattezze acromegaloidi,
  • xantomi cutanei (accumuli di grasso sottocutaneo),
  • alterazioni a carico del fegato.

I Registri di Patologia per le sindromi lipodistrofiche

Come ammesso dagli stessi ricercatori, le conoscenze in questo settore sono limitate sia dal punto di vista epidemiologico sia relativamente alla storia naturale della patologia. «Proprio per questo si sta lavorando all’organizzazione e all’ottimizzazione dei Registri di Patologia che hanno come obiettivo quello di ottenere informazioni utili a definire le dimensioni del problema; si tratta, inoltre, di uno strumento fondamentale per supportare la ricerca e promuovere il confronto tra operatori sanitari sia in termini di diagnosi che di terapia» – prosegue Santini.

Poiché la lipodistrofia è una malattia rara e poco conosciuta, richiede competenze specifiche e necessita della condivisione della casistica tra i centri di riferimento. Questo renderà possibile il miglioramento delle conoscenze e l’elaborazione di percorsi clinico-assistenziali comuni.

Perciò, dal palco del 6° CUEM (Clinical Update in Endocrinologia e Metabolismo) parte l’appello per una migliore gestione e integrazione dei Registri di Patologia. L’obiettivo è tracciare un identikit preciso dei pazienti e delle forme da cui sono affetti.

Richiesta di autorizzazione per emicizumab per l’emofilia A

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Roche annuncia di aver avanzato richiesta di autorizzazione per emicizumab per l’emofilia A all’FDA e all’EMA. La richiesta di AIC è supportata dai risultati degli studi:

  • HAVEN 1 su adulti e adolescenti,
  • HAVEN 2 sui bambini fino ai 12 anni (dati ad interim).
La richiesta di autorizzazione per emicizumab per l’emofilia A all’FDA e all’EMA è supportata dai dati degli studi HAVEN 1 e 2
La richiesta di autorizzazione per emicizumab per l’emofilia A all’FDA e all’EMA è supportata dai dati degli studi HAVEN 1 e 2

Lo studio HAVEN 1 ha evidenziato una riduzione del tasso di sanguinamento pari all’87% con emicizumab rispetto agli agenti bypassanti on-demand.
Tutti i 12 endpoint secondari dello studio HAVEN 1 sono stati raggiunti, compreso un confronto intra-paziente. Da questo è emerso che emicizumab ha ridotto il tasso di sanguinamenti del 79% rispetto alla precedente profilassi con agenti bypassanti.

I dati sono stati pubblicati sulla rivista The New England Journal of Medicine (NEJM) e presentati al 26° convegno dell’International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH).

I dati di entrambi gli studi HAVEN 1 e HAVEN 2 sono stati sottomessi per approvazione all’Agenzia europea dei medicinali (EMA) e alla Food and Drug Administration (FDA) statunitense.

A settembre del 2015, l’FDA ha accordato a emicizumab la designazione di terapia breakthrough per adulti e adolescenti affetti da emofilia A con inibitori.

Altri studi stanno valutando emicizumab in soggetti affetti da emofilia A con e senza inibitori, nonché regimi posologici con una minore frequenza di somministrazione.

«Accogliamo con entusiasmo i risultati di efficacia di emicizumab negli adulti con emofilia A ed inibitori e i risultati ad interim nei bambini con inibitori – ha affermato Maurizio de Cicco, presidente e amministratore delegato di Roche Italia. – Lo sviluppo di inibitori, che rendono meno efficace, o inefficace, la terapia sostitutiva con fattore VIII, rappresenta una delle principali sfide odierne nel trattamento dell’emofilia A, esponendo i pazienti a un alto rischio di sanguinamenti ripetuti, anche potenzialmente letali e che più frequentemente possono causare danno articolare a lungo termine. Come Roche, siamo particolarmente orgogliosi di poter fare la differenza nella vita delle persone che, insieme alle loro famiglie, affrontano quotidianamente con coraggio questa malattia cronica così invalidante».

Lo studio HAVEN 1

Lo studio HAVEN 1 è una sperimentazione volta a valutare la profilassi (preventiva) con emicizumab somministrato una volta a settimana per via sottocutanea in adulti e adolescenti affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII rispetto ai BPA on-demand (nessuna profilassi; solo uso episodico).

HAVEN 1 è uno studio di fase III randomizzato, multicentrico e in aperto. Ha incluso 109 pazienti (di età uguale o superiore a 12 anni) affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII precedentemente sottoposti a terapia on-demand o profilattica a base di BPA.

I pazienti precedentemente sottoposti a terapia on-demand con BPA sono stati randomizzati in rapporto 2:1 al trattamento profilattico con emicizumab (Braccio A) o a nessuna profilassi (Braccio B). Ai pazienti precedentemente sottoposti a terapia profilattica con BPA è stato somministrato il trattamento profilattico con emicizumab (Braccio C). Ulteriori pazienti, trattati precedentemente con BPA (on-demand o in regime profilattico) sono stati inoltre arruolati in un braccio separato (Braccio D). Il protocollo di studio consentiva, in tutti i bracci, il trattamento on-demand con BPA in caso di sanguinamenti insorti in corso di terapia.

Endpoint dello studio HAVEN 1

L’endpoint primario dello studio è il numero di sanguinamenti trattati nel tempo mediante la profilassi con emicizumab (Braccio A) rispetto a nessuna profilassi (Braccio B).

Gli endpoint secondari comprendono:

  • il tasso complessivo di tutti i sanguinamenti,
  • il tasso di sanguinamenti articolari,
  • il tasso di sanguinamenti spontanei,
  • il tasso di sanguinamenti a carico delle articolazioni bersaglio,
  • la qualità della vita correlata alla salute (HRQoL)/condizioni di salute,
  • il confronto intra-paziente del tasso di sanguinamenti riscontrati durante il precedente regime di profilassi con BPA (Braccio C) o in assenza di profilassi (Braccio A).

Lo studio ha inoltre valutato sicurezza e farmacocinetica.

L’endpoint primario ha evidenziato una riduzione clinicamente rilevante e statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari all’87% (rischio relativo [RR] = 0,13, p < 0,0001) con la profilassi a base di emicizumab rispetto agli agenti bypassanti (BPA) on-demand (nessuna profilassi; solo uso episodico).

Tutti gli endpoint secondari sono stati raggiunti, compresa una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari al 79% (RR = 0,21, p = 0,0003) ottenuta da un’analisi intra-paziente, unica nel suo genere, volta a confrontare due regimi di profilassi (emicizumab e BPA) in un sottogruppo di pazienti.

Rispetto al trattamento on-demand con BPA, la riduzione del tasso di sanguinamenti con emicizumab si è rivelata uniforme in tutta la serie di endpoint secondari:

  • tutti i sanguinamenti (80%, RR=0,20, p<0,0001),
  • sanguinamenti spontanei trattati (92%, RR=0.08, p≤0.0001),
  • sanguinamenti alle articolazioni trattati (89%, RR=0,11, p=0,0050),
  • sanguinamenti trattati occorsi a carico delle articolazioni bersaglio (95%, RR=0,05, p=0,0002).

I risultati hanno altresì evidenziato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della qualità della vita correlata alla salute (HRQoL) valutata a 25 settimane, comprendente il punteggio relativo alla sfera della salute fisica e quello totale del questionario Haem-A-Qol, nonché il punteggio sulla scala analogica visiva e il punteggio totale di utilità del questionario EQ-5D-5L.

Ulteriori dati dello studio HAVEN 1

Ulteriori dati tratti dallo studio HAVEN 1 hanno evidenziato che dopo un tempo mediano di osservazione di 31 settimane un numero significativamente maggiore di pazienti ha sperimentato zero sanguinamenti con la profilassi di emicizumab, rispetto al trattamento on-demand con BPA. Tale risultato è stato osservato trasversalmente a tutte le misurazioni dei parametri di sanguinamento, che hanno compreso:

  • zero sanguinamenti trattati (62,9% dei pazienti in profilassi con emicizumab versus 5,6% in on-demand con BPA),
  • zero sanguinamenti spontanei trattati (68,6% versus 11,1%),
  • zero sanguinamenti articolari trattati (85,7% versus 50,0%),
  • zero sanguinamenti trattati a carico delle articolazioni bersaglio (94,3% versus 50,0%),
  • zero sanguinamenti complessivi, che comprendono tutti i sanguinamenti trattati e non trattati (37,1% versus 5,6%).

È stato inoltre osservato un miglioramento clinicamente rilevante e statisticamente significativo della qualità della vita correlata alla salute (HRQoL) valutata a 25 settimane mediante due strumenti validati (Haem-A-QoL e EQ-5D-5L).

Analisi intra-paziente sulla somministrazione di emicizumab successivamente alla profilassi con BPA (adulti)

In un altro braccio dello studio (Braccio C, n = 49) i pazienti che precedentemente erano in profilassi con BPA hanno ricevuto un trattamento di profilassi con emicizumab. Un sottogruppo di pazienti inclusi in questo braccio (n = 24) aveva precedentemente partecipato a uno studio non interventistico (NIS) che ha permesso di realizzare un’analisi intra-paziente unica nel suo genere, volta a confrontare i due regimi di profilassi.

Dall’analisi è emersa una riduzione dei sanguinamenti trattati pari al 79% (RR = 0,21, p = 0,0003) osservata nei pazienti a cui è stato somministrato emicizumab successivamente alla profilassi con BPA in corso durante lo studio NIS. I dati hanno anche evidenziato che il 70,8% dei pazienti di questo sottogruppo non ha manifestato sanguinamenti trattati durante la profilassi con emicizumab, mentre con la precedente profilassi a base di BPA, in corso durante lo studio NIS, soltanto il 12,5% di tali pazienti non aveva manifestato sanguinamenti.

«Da un punto di vista metodologico, lo studio HAVEN 1 rappresenta un’innovazione nel campo dell’emofilia perché, grazie al precedente studio osservazionale, ha consentito di effettuare il primo confronto intra-paziente rispetto alla precedente terapia a base di agenti bypassanti somministrati in profilassi – illustra Flora Peyvandi, professore ordinario di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore del Centro Emofilia e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi, Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. – L’efficacia dimostrata nello studio in termini di diminuzione del numero di sanguinamenti, la via di somministrazione sottocutanea e la lunga emivita, hanno la potenzialità di rappresentare una vera svolta nella cura dell’emofilia, sia per quanto riguarda la gestione clinica della malattia sia per quanto riguarda l’impatto migliorativo nella qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie».

Eventi avversi nei pazienti trattati con emicizumab osservati durante lo studio HAVEN 1

Gli eventi avversi (AE) che si sono verificati in almeno il 5% dei pazienti trattati con emicizumab sono stati:

  • reazioni localizzate in corrispondenza della sede di iniezione,
  • mal di testa,
  • affaticamento,
  • infezione delle alte vie respiratorie,
  • dolore articolare (artralgia).

Come già segnalato in precedenza, si sono verificati degli eventi avversi seri: rispettivamente in due e tre pazienti, si sono manifestati eventi tromboembolici (TE) e microangiopatia trombotica (TMA) durante la profilassi con emicizumab. Tali eventi TMA e TE hanno un aspetto in comune: i pazienti erano in profilassi con emicizumab e hanno ricevuto oltre 100 u/kg/die di un BPA (complesso protrombinico attivato) mediamente per 24 o più ore prima dell’insorgenza dell’evento. Nessuno degli eventi TE ha necessitato di terapia anticoagulante e un paziente ha ripreso il trattamento con emicizumab. I casi di TMA verificatisi sono risultati transitori e un paziente ha ripreso la terapia con emicizumab.

Lo studio HAVEN 2

HAVEN 2 è uno studio di fase III multicentrico, in aperto e a braccio singolo volto a valutare l’efficacia, la sicurezza e la farmacocinetica della somministrazione sottocutanea di emicizumab una volta a settimana.

L’analisi ad interim condotta dopo una mediana di 12 settimane di trattamento ha incluso 19 bambini di età inferiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII che necessitano di terapia con BPA.

Gli obiettivi dello studio consistono nel valutare il numero di sanguinamenti trattati nel tempo con la profilassi con emicizumab, nonché la sicurezza, la farmacocinetica, la qualità della vita correlata alla salute (HRQoL) e l’HRQoL riferita dai caregiver, con aspetti relativi al carico assistenziale. Lo studio arruolerà complessivamente 60 bambini per l’analisi finale, pianificata dopo 52 settimane di trattamento con emicizumab.

Risultati ad interim dello studio HAVEN 2

I risultati ad interim ottenuti dallo studio a braccio singolo HAVEN 2, condotto su bambini di età inferiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori, che hanno ricevuto la profilassi con emicizumab, sono coerenti con i risultati positivi dello studio HAVEN 1.

Dopo un tempo mediano di osservazione di 12 settimane, dallo studio è emerso che soltanto uno dei 19 bambini cui è stato somministrato emicizumab ha riportato un sanguinamento trattato.

Non sono stati riferiti sanguinamenti a carico delle articolazioni né dei muscoli.

«Nell’emofilia A, la principale complicanza clinica è data dalla comparsa degli inibitori contro il fattore VIII in corso di trattamento con i concentrati del fattore carente. Il verificarsi di questa condizione comporta una serie di problematiche di difficile gestione, come i sanguinamenti, spesso più difficili da controllare con i farmaci bypassanti, e la necessità di dover ricorrere ai protocolli di immunotolleranza. Quest’ultimi implicano frequenti infusioni endovenose, che nei più piccoli possono richiedere anche l’applicazione di un catetere venoso centrale che peggiora notevolmente la loro qualità di vita. – commenta Giancarlo Castaman, direttore del Centro Malattie Emorragiche e della Coagulazione, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze.

«I risultati ad interim dello studio pediatrico HAVEN 2 sono particolarmente incoraggianti e, se confermati, potrebbero preludere a una nuova possibilità terapeutica per questi piccoli pazienti. La somministrazione per via sottocutanea una volta alla settimana potrebbe inoltre rappresentare un cambiamento epocale nella gestione anche domiciliare di questa malattia del bambino con inibitore» – conclude Giancarlo Castaman.

Analisi intra-paziente sulla somministrazione di emicizumab successivamente alla profilassi con BPA (bambini)

Dal confronto intra-paziente (n = 8) effettuato in quei soggetti precedentemente arruolati nello studio non interventistico già citato (NIS) è stato osservato che tutti questi pazienti hanno avuto, dopo la terapia con emicizumab, una riduzione del 100% dei sanguinamenti trattati (il precedente tasso di sanguinamenti annualizzato [ABR] era compreso tra 0 e 34,24); tra questi erano inclusi sette bambini che avevano ricevuto una precedente terapia di profilassi con BPA e uno pretrattato con BPA on-demand.

I dati indicano inoltre che la stessa dose di emicizumab è appropriata sia per i bambini che per gli adulti e adolescenti, come dimostrato dai livelli ematici di emicizumab (farmacocinetica) rilevati in queste popolazioni di pazienti.

Eventi avversi nei pazienti trattati con emicizumab osservati durante lo studio HAVEN 2

Nello studio HAVEN 2 gli AE più comuni associati a emicizumab sono stati lievi reazioni in corrispondenza delle sede di iniezione e sintomi da raffreddore (rinofaringite). Non sono stati osservati né eventi TE né eventi TMA.

Emicizumab (ACE910)

Emicizumab è un anticorpo monoclonale bispecifico sperimentale ideato per unire i fattori IXa e X, che sono le proteine necessarie per attivare la naturale cascata della coagulazione e ripristinare il processo di coagulazione del sangue.

Può essere somministrato sotto forma di soluzione pronta all’uso da iniettare al di sotto della pelle (per via sottocutanea) una volta a settimana.

Emicizumab è studiato nell’ambito di studi registrativi di fase III condotti su soggetti di età uguale o superiore a 12 anni, con e senza inibitori del fattore VIII, e su bambini di età inferiore a 12 anni con inibitori del fattore VIII. Altre sperimentazioni stanno valutando regimi posologici con una minore frequenza di somministrazione. Il programma di sviluppo clinico sta valutando la sicurezza e l’efficacia di emicizumab, nonché la sua potenzialità di contribuire a superare le attuali sfide di natura clinica, quali la breve durata degli effetti dei trattamenti esistenti, lo sviluppo di inibitori del fattore VIII e la necessità di frequente accesso venoso. Emicizumab è stato ideato da Chugai Pharmaceutical ed è sviluppato congiuntamente da Chugai, Roche e Genentech.

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Il morbo di Basedow-Graves

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Il morbo di Basedow-Graves è una condizione autoimmune che determina la formazione di anticorpi diretti contro il recettore del TSH. È la causa più frequente di ipertoroidismo e ne rappresenta fino all’80% dei casi. Colpisce tra l’1,8% e il 3% della popolazione, prevalentemente il genere femminile: 10 donne ogni 1,5 uomini. Nel 25% dei pazienti interessa anche gli occhi.

Il morbo di Basedow-Graves è la causa più frequente di ipertiroidismo. Nel 25% dei casi determina orbitopatia basedowiana con esoftalmo
Il morbo di Basedow-Graves è la causa più frequente di ipertiroidismo. Nel 25% dei casi determina orbitopatia basedowiana con esoftalmo

È conosciuto anche con il nome di gozzo tossico diffuso o malattia di Flaiani-Basedow o di Parry.

Il morbo di Basedow-Graves mostra un comportamento camaleontico in quanto può virare e trasformarsi in tiroidite di Hashimoto e ipotiroidismo generando problematiche di monitoraggio e terapia.

Un particolare focus su questa patologia è stato affrontato nel 6° CUEM che si è svolto all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Sintomi del morbo di Basedow-Graves

L’esordio è talora insidioso, i sintomi sfumati e poco specifici e può scatenarsi dopo periodo di stress emotivo. Nelle forme conclamate sono presenti:

  • nervosismo,
  • insonnia,
  • tremori,
  • palpitazioni,
  • stanchezza,
  • aumento dell’appetito con perdita di peso,
  • nelle donne, alterazioni del ciclo.

Talvolta la diagnosi viene chiarita al comparire dei sintomi oculari con il caratteristico esoftalmo (l’aumento del volume dei muscoli extra-oculari e/o del tessuto adiposo posteriore al bulbo oculare e l’incremento della tensione e del gonfiore delle orbite). Gli occhi quindi sporgono all’infuori diventando più fissi e alterando l’espressione del volto.

Orbitopatia basedowiana

«L’interessamento oculare chiamato orbitopatia basedowiana interessa il 25% dei pazienti con Basedow-Graves ma alcuni studi che si avvalgono di metodiche strumentali sofisticate parlano di percentuali fino al 70-80% – spiega Andrea Giustina, Full Endocrinology Professor all’Università Vita-Salute San Raffaele, Presidente del CUEM e presidente eletto della Società Europea di Endocrinologia. – Non si tratta di una condizione estetica, i pazienti che non riescono a chiudere completamente gli occhi di notte vanno incontro a secchezza che può favorire infezioni della cornea. La pressione cronica sul nervo ottico inoltre può determinare difetti del campo visivo che in alcuni casi possono evolvere in cecità. In presenza di oftalmopatia lieve è opportuno primariamente rimuovere i fattori di rischio come il fumo».

Terapie per il morbo di Basedow-Graves

I cortisonici rappresentano il gold standard della terapia per il morbo di Basedow-Graves. Nuovi farmaci biologici sono in fase di studio. In particolare, i farmaci che agiscono sul recettore dell’IGF-1 hanno effetti positivi sui sintomi oculari.

«Nelle forme più gravi le linee guida del gruppo europeo EUGOGO suggeriscono un protocollo con glucocorticoidi e farmaci immunosoppressivi – sottolinea Luigi Bartalena, professore di Endocrinologia all’Università dell’Insubria e direttore della Endocrinologia dell’Ospedale di Circolo a Varese. – Ma le maggiori speranze sono riposte nei nuovi farmaci biologici: si attendono i risultati del trial sull’utilizzo del tocilizumab che ha come target il recettore del interleuchina 6».

«L’orbitopatia basedowiana – aggiunge Andrea Giustina – rimane una condizione non sempre risolvibile non essendo scarsamente influenzata dalla terapia tireostatica ed anche non sempre responsiva ai glucocorticoidi».

Studio su teprotumumab per l’orbitopatia basedowiana

Risultati molto promettenti sono venuti dallo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che ha valutato teprotumumab nell’orbitopatia basedowiana.

Teprotumumab è un anticorpo monoclonale diretto contro il recettore dell’IGF-1.

La ricerca ha svelato risultati sorprendenti proprio sull’esoftalmo, che notoriamente risponde poco ai trattamenti immunosoppressivi.

Nello studio multicentrico in doppio cieco con placebo sono stati valutati 88 pazienti assegnati casualmente al placebo o al trattamento con teprotumumab somministrato per via endovenosa una volta ogni tre settimane.

L’obiettivo primario era valutarne gli effetti sulle complicazioni oculari con una riduzione di almeno due punti su una scala da 0 a 7 (dove un punteggio superiore a 3 indica una oftalmopatia tiroide-correlata attiva).

A 6 settimane di trattamento il 43% dei volontari assegnati al farmaco biologico aveva raggiunto l’obiettivo prefissato. contro il 4% di quelli assegnati al gruppo del placebo.

Questi risultati dovranno essere confermati da studi che mettano a confronto il nuovo farmaco biologico con l’attuale terapia di prima linea (i glucocorticoidi per via endovenosa) dell’orbitopatia basedowiana.

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Cladribina per la sclerosi multipla riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA

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Merck annuncia che cladribina per la sclerosi multipla riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA. Il nome commerciale proposto e depositato in EMA è MAVENCLADTM. L’indicazione è il trattamento delle forme recidivanti di sclerosi multipla (Relapsing Multiple Sclerosis – RMS) nei pazienti con elevata attività di malattia.

Il parere è supportato dai dati provenienti da studi clinici controllati con placebo. Questi dati confermano il profilo rischio/beneficio di cladribina e migliorano la comprensione del meccanismo d’azione di cladribina compresse. In particolare, indicano che il medicinale sperimentale cladribina compresse riduce in modo selettivo e transitorio i linfociti B e T, con le conte linfocitarie che ritornano a livelli normali prima della fine del secondo anno nei pazienti con sclerosi multipla recidivante. I dati sono stati presentati in occasione del 3° Congresso della European Association of Neurology (EAN) ad Amsterdam.

Cladribina per la sclerosi multipla riceve il parere positivo del CHMP dell'EMA
Cladribina per la sclerosi multipla riceve il parere positivo del CHMP dell’EMA per l’autorizzazione all’immissione in commercio

«Il parere positivo del CHMP rappresenta per Merck uno straordinario traguardo, poiché conferma la nostra convinzione che cladribina compresse sia un’opzione di trattamento potenzialmente importante per i pazienti che convivono con la sclerosi multipla – ha dichiarato Belén Garijo, CEO Healthcare e membro dell’Executive Board di Merck. – Ora attendiamo con impazienza la decisione della Commissione Europea, per avere l’opportunità di fare la differenza nel paradigma terapeutico della SM. Il nostro più sincero ringraziamento va all’intera comunità della SM, per il continuo supporto fornito durante lo sviluppo di cladribina compresse».

«Crediamo fortemente nel valore terapeutico di cladribina compresse e nel significativo impatto che questa terapia sperimentale potrebbe avere sul futuro della cura della SM – ha affermato Luciano Rossetti, Global Head of R&D per l’area di business Biofarma di Merck. – Esistono ancora significativi bisogni insoddisfatti per i pazienti con SM, in particolare per quelli con elevata attività di malattia».

Il parere positivo del CHMP si è basato su dati relativi a più di 10.000 anni-paziente, con oltre 2.700 pazienti inclusi nel programma di sperimentazione clinica. Il periodo di osservazione in alcuni soggetti ha superato i 10 anni.

Il programma di sviluppo clinico ha incluso dati provenienti da:

  • studi di Fase III CLARITY, CLARITY EXTENSION e ORACLE MS,
  • studio di Fase II ONWARD,
  • nonché dati di follow-up a lungo termine provenienti dal registro prospettico di 8 anni PREMIERE.

I risultati di efficacia e sicurezza di questi studi hanno consentito di formulare una caratterizzazione completa del profilo rischio/beneficio di cladribina compresse.

Nel corso degli studi

  • CLARITY,
  • CLARITY EXTENSION,
  • ORACLE-MS

cladribina compresse è stata somministrata in due periodi di trattamento annuali negli anni 1 e 2 – con una terapia orale della durata massima di 20 giorni nei due anni, corrispondente alla somministrazione di una dose da 3,5 mg/kg di peso corporeo – e nessun ulteriore trattamento attivo negli anni 3 e 4.

Nei pazienti con elevata attività di malattia, le analisi post hoc dello studio CLARITY hanno dimostrato che – rispetto al placebo – cladribina compresse ha ridotto il tasso annualizzato di recidiva del 67% e il rischio di progressione a 6 mesi, confermata dalla scala EDSS, dell’82%. Come dimostrato nello studio CLARITY EXTENSION, negli anni 3 e 4 non è stato necessario alcun ulteriore trattamento con cladribina. Il set di dati completo ha contribuito a stabilire i requisiti di posologia e monitoraggio.

«Questi dati, presentati al Congresso EAN, migliorano la comprensione del meccanismo d’azione di cladribina compresse da parte della comunità impegnata nella cura della SM – ha dichiarato Per Soelberg Sørensen, autore della presentazione e Head of MS Research Unit, Danish Multiple Sclerosis Centre. – Questi dati supportano le teorie emergenti relative alla capacità di alcuni agenti di “ripristinare” in modo selettivo il sistema immunitario, senza l’autoreattività che a volte si osserva con i trattamenti per la SM recidivante. Ciò rappresenterebbe un significativo progresso nell’ambito della cura della sclerosi multipla».

I dati dei tre studi chiave suggeriscono che cladribina compresse riduce in modo selettivo e transitorio i linfociti B e T nei pazienti con forme precoci e recidivanti di SM. È stata osservata una riduzione precoce e discontinua dei linfociti B nel sangue periferico – con le conte cellulari che hanno raggiunto un nadir alla settimana 13 post-trattamento – seguita da una rapida ripresa verso i livelli basali. È stata anche evidenziata una moderata riduzione delle conte dei linfociti T, anche se in misura minore rispetto ai linfociti B; questa riduzione è stata più marcata nei linfociti CD4+ rispetto ai CD8+.

Un’analisi esplorativa dei dati dello studio CLARITY suggerisce che, se prima di ogni breve ciclo di trattamento annuale si applicano rigorose regole di conteggio dei linfociti, la percentuale di pazienti che si ristabiliscono alla fine dell’anno 1 è stata dell’89,1% e dell’88,3% alla fine dell’anno 2. Considerato l’effetto clinico del dosaggio osservato in CLARITY durante gli anni 1 e 2, e oltre gli anni 1 e 2 con CT 3,5 mg/kg nello studio CLARITY EXT, questi dati dimostrano che l’effetto clinico osservato è stato ottenuto senza immunosoppressione continua e mediante effetti selettivi sulle popolazioni di linfociti B e T.

«Facendo seguito al parere positivo del CHMP, questi dati di sicurezza integrati provenienti da un periodo di follow-up fino a 8 anni in alcuni pazienti, supportano ulteriormente l’uso di cladribina compresse come opzione di trattamento per i pazienti con SM» – ha affermato Luciano Rossetti, Global Head R&D per l’area di business Biofarma di Merck.

L’effetto collaterale più comune riportato nei pazienti trattati con cladribina compresse è stato la linfopenia. Questa può essere può essere severa e duratura. Altri effetti collaterali riscontrati sono state infezioni, inclusa quella da herpes zoster. L’incidenza di infezioni è stata del 48,3% con cladribina compresse e 42,5% con placebo; di queste, rispettivamente il 99,1% e il 99% sono state valutate dai ricercatori da lievi a moderate.

Cladribina compresse

Cladribina compresse è una terapia orale sperimentale con breve ciclo di trattamento che agisce in modo selettivo e transiente sui linfociti. Questi sono ritenuti parte integrante del processo patologico della sclerosi multipla.

Cladribina compresse non è ancora autorizzata in nessuna indicazione negli Stati Uniti, in Canada ed in Europa.

Il 23 giugno 2017 il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP, Committee for Medicinal Products for Human Use) ha espresso parere positivo per l’approvazione di cladribina compresse per il trattamento delle forme recidivanti di sclerosi multipla (Relapsing Multiple Sclerosis – RMS) con elevata attività di malattia.  Il parere positivo del CHMP è stato inoltrato alla Commissione Europea (CE), perché quest’ultima possa prendere la decisione finale sulla domanda di autorizzazione all’immissione in commercio.

Il programma di sviluppo clinico per cladribina compresse

Il programma di sviluppo clinico per cladribina compresse include:

  • CLARITY (CLAdRIbine Tablets Treating MS OrallY). Studio di fase III a due anni per valutare cladribina in monoterapia vs placebo in pazienti con SMRR,
  • estensione dello studio CLARITY. Studio di fase III a quattro anni, proseguimento dello studio CLARITY. È disegnato per fornire dati a lungo termine su sicurezza ed efficacia della somministrazione di cladribina compresse per 4 anni,
  • ORACLE MS (ORAl CLadribine in Early MS). Studio di Fase III a due anni, controllato con placebo, disegnato per valutare l’efficacia e la sicurezza di cladribina compresse in monoterapia nei pazienti a rischio di sviluppare sclerosi multipla (che hanno manifestato un primo evento clinico indicativo di SM),
  • ONWARD (Oral Cladribine Added ON To Rebif New Formulation in Patients With Active Relapsing Disease). Studio di Fase II controllato con placebo. È disegnato principalmente per valutare la sicurezza e la tollerabilità dell’impiego aggiuntivo del trattamento con cladribina compresse nei pazienti con forme recidivanti di SM, nei quali si è verificata una progressione della malattia nel corso di una terapia consolidata con interferone beta.
  • PREMIERE (PRospective observational long-term safEty registry of Multiple sclerosis patIEnts who have participated in CladRibinE clinical trials). Follow-up a lungo termine dei dati dal registro prospettico PREMIERE. È stato messo a punto per valutare la sicurezza a lungo termine di cladribina compresse. Il follow-up comprende più di 10.000 pazienti-anno, con un periodo di osservazione in alcuni pazienti di oltre 8 anni dalla terapia.

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Microsfere con ittrio-90 per metastasi al fegato da tumore primario al lato destro del colon

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L’aggiunta alla chemioterapia di prima linea di microsfere con ittrio-90 per metastasi al fegato da tumore primario al lato destro del colon migliora la sopravvivenza globale.

I risultati degli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global indicano che la radioterapia interna selettiva (SIRT) diretta al fegato aggiunta alla chemioterapia di prima linea standard è in grado di migliorare la sopravvivenza globale nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico (mCRC) con tumori primari al lato destro, rispetto a quelli sottoposti alla sola chemioterapia
I risultati degli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global indicano che la radioterapia interna selettiva (SIRT) diretta al fegato aggiunta alla chemioterapia di prima linea standard è in grado di migliorare la sopravvivenza globale nei pazienti con tumore del colon-retto metastatico (mCRC) con tumori primari al lato destro, rispetto a quelli sottoposti alla sola chemioterapia

Un’analisi a posteriori dei dati dei 739 pazienti degli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global indica che l’aggiunta della radioterapia interna selettiva (SIRT) con microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 dirette al fegato alla chemioterapia standard di prima linea  mFOLFOX6 per il tumore del colon-retto metastatico (mCRC) esclusivamente al fegato o prevalentemente al fegato ha portato, nei pazienti con tumori primari al lato destro (RSP), un beneficio in termini di sopravvivenza globale media, statisticamente significativo e clinicamente rilevante, di 4,9 mesi (rapporto di rischio [HR]: 0,64 [CI 95%: 0,46–0,89]; p=0,007). Ciò si traduce in una riduzione del 36% del rischio di decesso in qualsiasi momento rispetto ai pazienti sottoposti esclusivamente a chemioterapia.

Guy van Hazel, professore clinico di medicina alla University of Western Australia, Perth, ha presentato i dati al 19° World Congress on Gastrointestinal Cancer (WCGC) della European Society of Medical Oncology a Barcellona.

«Questa impressionante e fondamentalmente inaspettata scoperta, può dare nuova speranza ai pazienti con mCRC e tumori esclusivamente al fegato o prevalentemente al fegato che si sono diffusi dal lato destro dell’intestino o del colon. Questi tumori sono geneticamente e strutturalmente diversi da quelli che originano nel lato sinistro del colon. I pazienti con tumori RSP hanno una prognosi peggiore in termini di sopravvivenza e per loro è disponibile un minor numero di opzioni di trattamento. Non rispondono bene alle terapie biologiche come cetuximab o panitumumab» – afferma Guy van Hazel.

I nuovi dati sono coerenti con una metanalisi del 2016 su 66 studi che ha coinvolto oltre 1,4 milioni di pazienti con CRC. Questa aveva evidenziato un impatto prognostico significativo della sede del tumore primario sulla sopravvivenza globale. In particolare, i pazienti con mCRC da tumore primario al lato sinistro (LSP) avevano un rischio di morte ridotto del 27% in qualunque momento dato rispetto a quelli con RSP (HR: 0,73; p<0,001). In questa analisi, i pazienti con RSP rappresentavano oltre un terzo (35–38%) dei casi di mCRC.

«Negli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global, da noi originariamente progettati nel 2005, non avevamo definito la lateralizzazione del tumore primario come obiettivo formale. Allora, la comprensione scientifica della lateralizzazione del tumore quale variabile potenzialmente significativa nella gestione del CRC stava iniziando ad emergere. Tuttavia, avevamo un forte interesse accademico per l’argomento e siamo stati abbastanza preveggenti da registrare la localizzazione del tumore primario per ogni paziente arruolato e da esaminare questi dati quale variabile secondaria indipendente nel nostro piano statistico» – spiega Guy van Hazel.

E aggiunge: «Non siamo stati gli unici a essere inizialmente cauti riguardo all’effetto della lateralizzazione del tumore del colon-retto. Al Congresso annuale dell’ASCO del 2016, ad esempio, Alan Venook della University of California ha affermato che, benché i precedenti studi avessero introdotto l’idea che la localizzazione del tumore potesse influenzare gli esiti del trattamento del tumore del colon-retto, l’effetto osservato nell’analisi retrospettiva dello studio clinico di fase III CALGB/SWOG 80405 sembrava molto maggiore di quanto atteso, tanto da modificare il corso della gestione della malattia».

«Il dibattito scientifico su questo tema deve proseguire e proseguirà – aggiunge Guy van Hazel. – Ma se la lateralizzazione del tumore primario divide effettivamente il tumore del colon-retto e le relative metastasi in due malattie molto differenti, allora i paradigmi di trattamento devono essere attentamente rivalutati per assicurare a ogni paziente i migliori possibili esiti dai trattamenti. Le nostre scoperte necessitano di ulteriori convalide e possono supportare la considerazione di un utilizzo più tempestivo della SIRT per i pazienti con mCRC e metastasi esclusivamente al fegato o prevalentemente al fegato da tumori primari al lato destro».

«I dati che stiamo riferendo – prosegue van Hazel – sono tratti da studi di prima linea che combinavano SIRT e chemioterapia per i pazienti con mCRC e non modificano le evidenze raccolte in precedenza a supporto del ruolo della SIRT con microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 nel trattamento dei pazienti con mCRC che non avevano risposto o erano risultati intolleranti alla chemioterapia iniziale. Tali evidenze avevano portato alle raccomandazioni inserite nelle linee guida cliniche ESMO e NCCN».

Risultati dettagliati dell’analisi di lateralizzazione

L’analisi dei risultati in base alla localizzazione del tumore primario presentati al WCGC era fondata su dati tratti da

  • SIRFLOX, studio su 530 pazienti presentato per la prima volta all’ASCO nel 2015 e successivamente pubblicato nel Journal of Clinical Oncology,
  • FOXFIRE Global, trial su 209 pazienti i cui risultati sono stati resi noti al congresso ASCO del 2017,
  • FOXFIRE, studio condotto nel Regno Unito su 364 pazienti, presentato sempre al congresso ASCO del 2017.

I dati di questi tre studi sono stati uniti in modo prospettico nell’analisi combinata FOXFIRE su 1.103 pazienti, che è stata presentata all’ASCO a giugno 2017 da Ricky Sharma, titolare della cattedra di radio-oncologia all’University College di Londra. Quest’analisi non ha mostrato alcuna differenza nell’obiettivo primario della sopravvivenza globale derivante dall’aggiunta della SIRT alla chemioterapia di prima linea basata su FOLFOX nell’mCRC esclusivamente al fegato o principalmente al fegato, indipendentemente dalla sede del tumore CRC primario del paziente. Tuttavia, la presentazione di Sharma all’ASCO ha richiamato l’attenzione sulla scoperta di un beneficio in termini di sopravvivenza per i pazienti RSP trattati con SIRT con microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 e ha preannuciato la divulgazione di ulteriori dati.

Tra i 739 pazienti arruolati negli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global, sono stati individuati i seguenti gruppi:

  • 179 (24,2%) avevano un tumore RSP,
  • 540 (73,1%) ne avevano uno LSP;
  • 16 pazienti (2,2%) avevano un primario in entrambi i lati.

In 4 pazienti (0,5%) la localizzazione del tumore primario era sconosciuta.

Come previsto, i pazienti con RSP, rispetto a quelli con LSP:

  • erano più anziani (media: 64,4 rispetto a 61,6 anni),
  • una proporzione maggiore era costituita da donne (42,5% rispetto al 32,0%).

Non sono emerse differenze significative tra i bracci di trattamento in base alla localizzazione del tumore primario.

La sopravvivenza globale è stata notevolmente migliorata dall’aggiunta della SIRT con microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 alla chemioterapia di prima linea mFOLFOX6 (± bevacizumab) nei pazienti mCRC con tumore primario al lato destro (mediana di 22,0 rispetto a 17,1 mesi, rispettivamente con o senza SIRT; HR: 0,64 [CI 95%: 0,46–0,89]; p=0,007).

Nessun miglioramento della sopravvivenza è stato osservato dall’’aggiunta della SIRT alla chemioterapia mFOLFOX6 di prima linea nei pazienti con tumori LSP (mediana 24,6 rispetto a 26,6 mesi, rispettivamente con o senza SIRT; HR: 1,12 [CI 95%: 0,92–1,36]; p=0,279).

Anche un test statistico standard dell’interazione tra i trattamenti in base alla localizzazione ai fini della sopravvivenza globale si è dimostrato altamente significativo (Chi-quadrato: 9,49; p=0,002; HR: 0,548 [CI 95%: 0,37–0,80]) e ha fornito ulteriori evidenze che il beneficio osservato a seguito dell’aggiunta di SIRT alla chemioterapia mFOLFOX6 nei pazienti con mCRC RSP non era casuale.

I pazienti con tumori RSP trattati con SIRT più mFOLFOX6 hanno mostrato anche una tendenza a una migliorata sopravvivenza senza progressione della malattia (PFS) rispetto a quelli trattati con solo mFOLFOX6 (mediana rispettivamente di 10,8 contro 8,7 mesi; HR: 0,73 [CI 95%: 0,53–1,01]; p=0,053).

Non sono state osservate differenze significative nell’incidenza di eventi avversi (EA) tra i pazienti con tumori RSP e LSP.

«Benché nell’analisi combinata gli EA fossero più comuni nel gruppo della chemioterapia più SIRT, questi erano generalmente prevedibili e gestibili – commenta van Hazel. – La localizzazione del tumore primario nel mCRC sta emergendo come uno dei principali fattori prognostici e predittivi della risposta al trattamentoI pazienti con mCRC da tumori primari al lato destro hanno una prognosi peggiore e una risposta al trattamento inferiore rispetto a quelli con tumori primari al lato sinistro».

La nostra analisi dell’effetto della localizzazione del tumore primario sugli esiti nelle coorti degli studi SIRFLOX e FOXFIRE Global dimostra che l’aggiunta delle microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 alla chemioterapia di prima linea basata su FOLFOX era associata a un incremento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale nei pazienti con tumore primario al lato destro».

«Riteniamo che i nostri dati vadano ad aggiungersi alla crescente bibliografia sull’effetto della localizzazione del tumore primario sugli esiti del mCRC, che è stato osservato per vari trattamenti e che, se convalidato, sosterrà un approccio alla selezione dei pazienti per la SIRT che tenga conto della lateralizzazione nel trattamento di prima linea del mCRC esclusivamente al fegato o prevalentemente al fegato» – concluce van Hazel.

Tumore del colon-retto

Il tumore del colon-retto è la quarta patologia oncologica per frequenza e la terza causa di decesso per cancro al mondo, che miete quasi 700.000 vittime all’anno. [Fonte: GLOBOCAN 2012  Estimated cancer mortality, incidence and prevalence worldwide.] A più della metà di tutti i pazienti con tumore del colon-retto vengono diagnosticate metastasi, di norma al fegato.

La SIRT con microsfere in resina SIR-Spheres con Y-90

Le microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 sono una forma di radioterapia mirata per il cancro al fegato. Ne sono state già fornite circa 67.000 dosi in più di 1.000 centri medici di oltre 40 paesi.

La SIRT viene somministrata ai pazienti da radiologi interventisti, che infondono milioni di microsfere in resina radioattive (di diametro compreso tra 20–60 micron) attraverso un catetere inserito nelle arterie epatiche che irrorano i tumori. Utilizzando l’irrorazione sanguigna del tumore, le microsfere colpiscono selettivamente i tumori al fegato con una dose di radiazioni beta ad alta energia che è fino a 40 volte più alta rispetto alla radioterapia convenzionale, risparmiando il tessuto sano circostante.

Le microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 sono approvate per il trattamento dei tumori epatici non resecabili in Argentina, Australia, Brasile, Unione europea (marchio CE), Svizzera, Turchia e in diversi Paesi asiatici. Negli Stati Uniti, le microsfere in resina SIR-Spheres con ittrio-90 dispongono dell’approvazione pre-commercializzazione (PMA) della FDA e sono indicate per il trattamento dei tumori epatici metastatici non resecabili derivanti da cancro colorettale primario, in combinazione con chemioterapia intra-arteriosa epatica (IHAC) utilizzando FUDR (floxuridina).

SIR-Spheres® è un marchio commerciale registrato di Sirtex SIR-Spheres Pty Ltd.

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Il passaggio a insulina glargine 300 Units/mL negli anziani

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Lo studio osservazionale in real-world DELIVER 3 dimostra che il passaggio a insulina glargine 300 Units/mL negli anziani da un’altra terapia basale dimezza il rischio ipoglicemico.

Il passaggio a insulina glargine 300 Units/mL in soggetti ultra 65enni nell’ambito del passaggio da un’altra terapia basale dimezza il rischio ipoglicemico
Il passaggio a insulina glargine 300 Units/mL in soggetti ultra 65enni nell’ambito del passaggio da un’altra terapia basale dimezza il rischio ipoglicemico

Sanofi annuncia i risultati dello studio retrospettivo e osservazionale DELIVER 3, condotto in real-world in una popolazione a rischio di soggetti adulti ultra 65enni con diabete di tipo 2 hanno dimostrato che l’uso di insulina glargine 300 Units/mL (Toujeo) nell’ambito del passaggio da un’altra insulina basale riduce significativamente i casi di ipoglicemia documentata rispetto al passaggio a un’altra terapia – che comprende insulina glargine 100 Units/mL (Lantus®), insulina detemir e insulina degludec – con un simile controllo glicemico.

I dati di DELIVER 3 sono stati presentati alla 77° edizione del congresso annuale dell’American Diabetes Association (ADA).

«I soggetti anziani con diabete di tipo 2 sono negativamente impattati dagli episodi di ipoglicemia e dalle loro conseguenze – ha dichiarato Jeremy Pettus, assistant professor della Division of Endocrinology alla University of California di San Diego. – I risultati di studi osservazionali in real-world, come il DELIVER 3, possono essere di grande supporto nella scelta decisionale e possono aiutare i medici a consigliare meglio i pazienti che rientrano in questa popolazione ad alto rischio».

Il programma DELIVER

Il programma DELIVER utilizza i dati provenienti dal database Predictive Health Intelligence Environment (PHIE) che raccoglie le cartelle cliniche elettroniche della pratica clinica di 37 reti sanitarie statunitensi. L’ipoglicemia è stata identificata attraverso un codice di diagnosi ICD 9/10 e attraverso il livello di glucosio nel plasma (≤ 70 mg/dL).

Questi risultati rappresentano le condizioni reali di impiego del farmaco e i risultati clinici in contesti esterni ai confini del trial clinico, che potrebbero includere anche l’utilizzo del farmaco non previsto dalle indicazioni approvate dalla FDA.

I dati sui casi di ipoglicemia, registrati al basale e in entrambi i gruppi di trattamento, non erano basati sull’automonitoraggio glicemico, aspetto che potrebbe comportare una sottostima degli eventi meno gravi. Le limitazioni previste negli studi DELIVER erano simili a quelle normalmente osservate in studi simili.

Lo studio DELIVER 3

Lo studio osservazionale retrospettivo DELIVER 3 ha analizzato le cartelle cliniche di 1.610 ultra 65enni con diabete di tipo 2 in trattamento con insulina basale nell’ambito del passaggio a Toujeo o ad altra insulina basale (insulina glargine 100 Units/mL, insulina detemir o insulina degludec).

Dopo 6 mesi, i pazienti passati a Toujeo hanno registrato il 57% di casi di ipoglicemia in meno (Odds Ratio: 0,432, 95% CI: 0,307 to 0,607, p<0,0001) rispetto a quelli passati ad altra insulina basale.

L’uso di Toujeo nell’ambito del passaggio ad altra insulina basale ha fatto registrare una variazione del livello di emoglobina glicata simile (least squares mean difference -0,09%, p=0,24).

Lo studio DELIVER 2

Lo studio osservazionale retrospettivo DELIVER 2 ha analizzato le cartelle cliniche di 1.827 soggetti adulti con diabete di tipo 2 (n=3.654), in trattamento con insulina basale passati a Toujeo o ad altra insulina basale (insulina glargine 100 Units/mL, insulina detemir o insulina degludec) suddivisi in 2 coorti appaiate.

Dopo 6 mesi, i pazienti passati a Toujeo hanno registrato il 33% di casi di ipoglicemia in meno rispetto a quelli passati ad altra insulina basale (tasso medio di incidenza di eventi ipoglicemici per paziente per anno: 0,667 vs. 0,902; differenza: -0,225 eventi per paziente per anno; p<0,01) con un controllo glicemico sovrapponibile.

I pazienti passati a Toujeo hanno registrato un minor numero di eventi ipoglicemici correlati ad accessi al ricovero (least squares mean difference: −0,714, 95% CI: −1,285 to −0,143, p=0,01), a visite al pronto soccorso (least squares mean difference: −0,177 events/PPPY, 95% CI: −0,319 to −0,036, p=0,01) o a visite ambulatoriali (least squares mean difference: −0,985 events/PPPY, 95% CI: −1,610 to −0,359, p<0,01).

Queste riduzioni hanno contribuito a un risparmio in termini di spesa sanitaria correlata che può essere stimata di 2.000 dollari l’anno circa per paziente.

«I risultati degli studi DELIVER 2 e 3 dimostrano il beneficio clinico di Toujeo rispetto alle altre insuline basali, e quanto questo si traduca in termini di risparmio complessivo» – commenta Riccardo Perfetti, Head of Global Diabetes Medical Team ‎Sanofi.

Altri studi su Toujeo

«Oltre a questi studi osservazionali in real-world, Sanofi sta conducendo anche un programma di tre studi clinici randomizzati e prospettici di real life con Toujeo – continua Riccardo Perfetti. – La metodologia di questi studi ci offrirà ulteriori evidenze sul beneficio clinico di Toujeo rispetto alle altre insuline basali e i risultati potranno essere importanti per la pratica clinica futura e per la valutazione generale dei costi complessivi della terapia».

Questi studi randomizzati e prospettici basati sulla pratica clinica quotidiana sono:

  • ACHIEVE CONTROL,
  • REACH CONTROL,
  • REGAIN CONTROL.

Comprendono più di 4.500 persone con diabete di tipo 2 negli Stati Uniti e in Europa che iniziano un trattamento con insulina basale o che passano da un’altra insulina basale a Toujeo. Oltre ai dati prettamente clinici, questi studi registreranno il parere sul grado di soddisfazione dei pazienti per il trattamento e sulla loro esperienza in merito agli eventi di ipoglicemia, in aggiunta ai dati relativi all’impatto sull’uso delle risorse sanitarie.

Toujeo

Toujeo (insulina glargine 300 U/Ml) è un’insulina di nuova generazione; un analogo dell’insulina umana a lunga azione indicata per il miglioramento del controllo glicemico negli adulti con diabete mellito. È stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) americana, dalla Commissione europea, da Health Canada, dalla Therapeutic Goods Administration in Australia e dalla MHLW in Giappone (dove è commercializzata come Lantus® XR).

In Italia è disponibile in fascia A dal 14 febbraio scorso per il trattamento del diabete mellito di tipo 1 e di tipo 2 negli adulti.

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Il fatturato delle macchine per il packaging vola sopra i 6,6 miliardi di euro

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Il fatturato delle macchine per il packaging vola sopra i 6,6 miliardi di euro nel 2016, con un incremento del +6,6% sul 2015. Il mercato italiano supera 1,3 miliardi di euro di fatturato (+9,8% sull’anno precedente). L’export rappresenta l’80,1% delle vendite, pari a 5,3 miliardi di euro (+5,8% sull’anno precedente). È in aumento anche il numero delle aziende attive nel settore, 601 contro le 588 del 2015. Gli occupati crescono di 1.738 unità (+6,2) per un totale di 29.644. Food e beverage sono i settori di sbocco principali.

È quanto emerge dalla 5a indagine statistica nazionale Ucima.

Il fatturato delle macchine per il packaging vola sopra i 6,6 miliardi di euro nel 2016, con un incremento del +6,6% rispetto al 2015
Il fatturato delle macchine per il packaging supera i 6,6 miliardi di euro nel 2016, con un incremento del +6,6% rispetto al 2015

Secondo i dati raccolti dal Centro Studi Ucima (l’associazione nazionale di Confindustria), a fine 2016 tutti i principali indicatori del settore macchine per il confezionamento e l’imballaggio sono risultati in netta crescita.

«Siamo molto fiduciosi che anche nel 2017 il nostro settore vedrà confermato il trend di crescita in atto da alcuni anni – dichiara il presidente di Ucima, Enrico Aureli. – I primi dati disponibili, relativi al primo trimestre dell’anno, registrano una crescita del +13% del fatturato di settore. E siamo molto soddisfatti del contributo dato dalle vendite in Italia. Grazie al piano di incentivi targati Industry 4.0, infatti, sul mercato domestico abbiamo registrato una crescita del +6,5%. Inoltre, le previsioni del nostro Centro Studi, stimano un incremento medio annuo delle vendite di macchine packaging pari al 4,8%, nel triennio 2017-2019».

I risultati sui mercati internazionali

La presenza capillare sui mercati esteri si conferma il punto di forza delle tecnologie italiane, che si contendono la leadership innovativa e di presidio dei mercati con le aziende tedesche. Una macchina su cinque venduta nel mondo è infatti italiana.

L’Unione Europea, si conferma la principale area di destinazione e assorbe il 37,2% (1.969,8 milioni di Euro) del fatturato totale. Al secondo posto si posiziona l’Asia, con un valore di 1.236 milioni di euro ed un’incidenza del 23,4% sul fatturato.

L’importante mercato nord-americano è sul terzo gradino del podio, con 593,4 milioni di Euro (11,2%). Seguono Sud America (507,6 milioni di Euro; 9,6%), Europa Extra-UE (495,6 milioni di Euro; 9,4%), Africa e Oceania (490,9 milioni di Euro; 9,2%).

Per quanto riguarda, invece, i singoli Paesi, Stati Uniti, Francia e Germania restano sul podio, seguiti da Polonia, Regno Unito, Spagna, Cina, Turchia, Messico e Russia.

Il mercato domestico

Le vendite sul mercato italiano continuano il trend positivo degli ultimi anni, con l’ulteriore spinta data, dalla seconda metà del 2016, dagli incentivi previsti nel piano Industry 4.0 varato dal Governo. All’incremento del 9,8% registrato a fine 2016, è infatti seguito un ulteriore +6,5% nel primo trimestre del 2017.

I settori clienti

Nella suddivisione del fatturato tra i vari settori clienti, il 2016 conferma una predominanza dell’industria alimentare (food and beverage), che incide per il 57,4% sul volume d’affari complessivo.

I due sotto-settori si confermano anche singolarmente in testa alla classifica: il food risulta nel 2016 il primo settore cliente, assorbendo il 29,8% (1.970 milioni di euro) del fatturato totale, con una propensione esportativa del 75%.

Il beverage si colloca al secondo posto, assorbendo il 27,6% del fatturato totale. Le vendite in questo settore sono destinate ai mercati esteri per l’85%.

Segue il settore “altro” – che include macchine per il tabacco, tissue ecc. – che raggiunge la quota di 1.156 milioni di Euro (17,5% del totale), con una propensione esportativa dell’83%.

Segue il mercato delle macchine per il settore farmaceutico con 1.114 milioni di euro (16,9% del totale), realizzato per l’80% sui mercati internazionali.

Chiudono la graduatoria i comparti:

  • cosmetico, con fatturato di 271 e percentuale di export pari al 74%,
  • chimico, con fatturato di 268 milioni di euro, percentuale di export del 77%.

Il cosmetico si afferma il comparto con maggiore incidenza percentuale del fatturato Italia (26%). Il beverage risulta trainante sul fronte export (85%).

La struttura del settore

Il settore dei costruttori italiani di macchine per il confezionamento e l’imballaggio riflette perfettamente la struttura dell’industria italiana.

Il 66,4% delle aziende genera fatturati inferiori ai 6 milioni di euro. Le 51 imprese di dimensioni maggiori (con fatturati oltre i 25 milioni di euro) realizzano  il 68% del fatturato totale.

La maggior parte delle aziende è localizzata in Emilia Romagna (36,9%) dove viene prodotto il 62,1% del fatturato totale. Seguono:

  • Lombardia (28,5% delle aziende e 17,6% del fatturato),
  • Veneto (11,6% delle aziende e 9,1% del fatturato),
  • Piemonte (10,1% delle aziende e 5,7% del fatturato).

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Il premio XOVA 2017

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Novartis annuncia i cinque vincitori del premio XOVA 2017.

Il premio XOVA (eXcellence in Ophthalmology Vision Award) è stato inaugurato da Novartis nel 2010 per finanziare progetti volti ad apportare miglioramenti significativi i per la cura della vista a livello globale e in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Novartis annuncia i cinque vincitori del premio XOVA 2017 che finanzia progetti per la cura della vista, in particolare nei Paesi in via di sviluppo
Novartis annuncia i cinque vincitori del premio XOVA 2017 che finanzia progetti per la cura della vista, in particolare nei Paesi in via di sviluppo

«Il premio XOVA è uno dei modi concreti in cui Novartis contribuisce ad espandere l’accesso alla cura della vista nei Paesi in via di sviluppo.  È motivo d’orgoglio per tutti noi constatare la qualità e l’innovatività dei progetti che anno dopo anno si candidano a questo premio, distinguendosi per la capacità di produrre un impatto reale sulla cura dei pazienti» – ha dichiarato Dirk Sauer, Global Development Unit Head, Ophthalmology.

I vincitori sono stati annunciati formalmente da Francesco Bandello in occasione del 17° congresso della ESASO Retina Academy, tenutosi a Berlino il 30 giugno 2017. Francesco Bandello ha così commentato:

«Il premio XOVA rappresenta un’occasione straordinaria per migliorare la qualità della vita umana e della vista nelle aree in via di sviluppo, e creare una comunità di persone attente alle esigenze dei più bisognosi».

I vincitori del premio XOVA 2017

I cinque vincitori, selezionati tra 96 candidature di elevata qualità, provenienti da 37 Paesi, sono:

Edison Mutsinzi dell’ospedale Kabgayi, in Ruanda, in collaborazione con CBM Italia, che lavorerà per il miglioramento dei servizi oculistici e degli esiti chirurgici presso la Kabgayi Eye Unit

In Ruanda la cataratta è la causa principale di cecità evitabile. Questo Paese conta solo 17 oftalmologi per oltre 12 milioni di abitanti e la popolazione rurale difficilmente ha accesso ai servizi sanitari oculistici. Questa iniziativa contribuirà a:

  • formazione di 2 nuovi medici,
  • addestramento sul posto di 25 tecnici da parte di esperti oculisti esterni,
  • acquisto di attrezzature innovative per la sterilizzazione degli strumenti.

Si stima che entro la fine dell’anno potranno essere operati ​4000 pazienti e verranno forniti 30.000 consulti.

«Siamo orgogliosi che il nostro progetto in Ruanda abbia vinto il premio Xova, un importante riconoscimento alla nostra Organizzazione, che da più di cent’anni è impegnata nella lotta alla cecità nel Sud del mondo. Ogni giorno lavoriamo insieme ai nostri partner locali per portare cure oculistiche di qualità a milioni di persone povere, per le quali recuperare la vista significa avere una concreta possibilità di costruirsi un futuro. Questo premio è un ulteriore stimolo a proseguire su questa strada» – ha dichiarato Massimo Maggio, direttore di CBM Italia Onlus.

CBM Italia è una Organizzazione Non Governativa (ONG) impegnata nella cura e prevenzione della cecità e disabilità evitabile nei Paesi del Sud del mondo. CBM Italia fa parte di CBM, organizzazione attiva dal 1908 composta da 11 associazioni nazionali:

  • Australia,
  • Canada,
  • Germania,
  • Gran Bretagna,
  • Irlanda,
  • Italia,
  • Kenya,
  • Nuova Zelanda,
  • USA,
  • Sud Africa,
  • Svizzera.

Queste sostengono progetti e interventi di tipo medico-sanitario, riabilitativo ed educativoDal 1989 CBM è partner dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella lotta contro la cecità prevenibile e la sordità. CBM opera nei Paesi in via di sviluppo in sinergia con i partner locali in un’ottica di crescita e sviluppo locale. In un anno (2016) ha raggiunto 28,3 milioni di persone attraverso 628 progetti in 59 Paesi. CBM Italia ha sostenuto 61 progetti in 26 Paesi.

Prema Chande del Lotus College of Optometry di Mumbai, che svilupperà servizi oculistici primari sostenibili a Rishikesh, Uttarakhand, India

Circa un terzo della popolazione di questa regione (inclusi i bambini) non ha accesso ai servizi oculistici primari.

Gli obiettivi di questo progetto di assistenza primaria sono:

  • fornire prestazioni oculistiche permanenti,
  • stabilire un servizio ambulatoriale quotidiano per la cura degli occhi e della vista sotto forma di modello sostenibile.

Marty Spencer di Seva Canada, che espanderà il programma Community Eye Centres in Dar es Salaam, Tanzania

La Tanzania ha pochissimi fondi per sostenere i servizi di assistenza oculistica. Di conseguenza, le persone con disturbi visivi anche relativamente lievi, come l’errore di rifrazione o altre patologie come la cataratta, sono cieche a tutti gli effetti.

I Community Eye Centres tratteranno 6000 pazienti al mese. Il premio XOVA servirà a sostenere sia le strutture di outreach sia la capacità di assistenza nell’ambito del sistema ospedaliero.

Kurfa Beyo e Desalegn Amanuel di Girarbet Tehadiso Mahber, in Etiopia, che implementeranno un programma di screening per gli errori di rifrazione nei bambini in età scolastica e iniziative sociali volte a promuovere gli interventi chirurgici per la trichiasi tracomatica ad Addis Abeba

L’Etiopia ha solo 129 oftalmologi. Questo progetto mira a fornire a 44.000 persone nell’arco di due anni:

  • lo screening per gli errori di rifrazione ai bambini in età scolastica,
  • la chirurgia per la trichiasi tracomatica.

12.000 bambini e 2000 adulti saranno sottoposti a screening e se necessario a terapie. 30.000 persone beneficeranno dell’educazione alla salute.

Walimbwa Wilson della Christian Rural Eye Sight Promotion, che migliorerà la vista e la cura degli occhi nei bambini di Mbale, nel distretto di Manafwa, in Uganda

Metà della popolazione rurale del distretto di Mbale/Manafwa non ha accesso a servizi oculistici, motivo per cui esiste la necessità di campagne comunitarie e cliniche di outreach.

Questo progetto aumenterà la consapevolezza pubblica sulla salute degli occhi dei bambini, promuoverà l’assistenza oculistica ai bambini dall’attuale 6% fino al 40% e formerà 95 operatori sanitari comunitari in materia di gestione dell’assistenza oculistica pediatrica, nonché altri 100 nella gestione dell’assistenza oculistica.

La giuria del premio XOVA 2017

La giuria internazionale che ha valutato i progetti è composta da:

  • Francesco Bandello, professore e direttore del Dipartimento di Oftalmologia presso l’Università Vita-Salute e Istituto Scientifico San Raffaele di Milano
  • Richard Gale, consulente medico oftalmologo praticante presso il York Teaching Hospital, York, Gran Bretagna
  • Paul J Harasymowycz, responsabile della ricerca sul glaucoma presso l’Università di Montreal, in Canada
  • Lyndon Jones, professore presso la School of Optometry and Vision Science,University Research Chair e direttore del Centre for Contact Lens Research presso l’Università di Waterloo, Waterloo, Canada
  • Paolo Lanzetta, professore e direttore del Dipartimento di Oftalmologia dell’Università di Udine, Udine, Italia

Il premio XOVA

Il premio XOVA è stato avviato e sostenuto da Novartis, a testimonianza dell’impegno dell’azienda nel miglioramento della cura della vista in tutto il mondo. Offre finanziamenti sotto forma di sovvenzione all’istituzione vincente al fine di contribuire a migliorare gli esiti dei pazienti e la produttività dei sistemi sanitari.

I progetti vincenti possono essere:

  • educativi (come la formazione di professionisti locali nella cura dell’occhio, che a loro volta addestreranno altri medici locali),
  • relativi a un’innovazione nel campo oftalmologico (per esempio, servizi di tele-oftalmologia alle comunità più remote).

Vengono selezionati secondo criteri di necessità insoddisfatte, fattibilità e sostenibilità.

Complessivamente, le istituzioni ricevono un totale di € 210.000, da investire per portare a termine iniziative innovative che potrebbero avere in tutto il mondo un impatto significativo sulla possibilità di soddisfare le esigenze disattese in materia di cura degli occhi. È importante che le iniziative siano sostenibili sul lungo termine; le proposte devono infatti indicare come il progetto continuerà a essere implementato in ogni Paese, utilizzando risorse locali, dopo l’esaurimento dei fondi XOVA; ma devono anche dimostrare un impatto e un beneficio a lungo termine per la popolazione locale.

La schizofrenia

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La schizofrenia è un disordine mentale cronico caratterizzato da sintomi psicotici con alterazione del comportamento e dell’affettività. In questa patologia, i segni perdurano oltre i sei mesi e hanno una gravità tale da limitare le normali attività.

Il termine schizofrenia indica “scissione delle funzioni mentali” e non sdoppiamento della personalità. Non si tratta, infatti, di un disturbo di personalità multipla che invece si presenta in alcune sindromi dissociative.

La distorsione della percezione compromette la capacità mentale e il senso di individualità della persona, la sua risposta affettiva e la capacità di riconoscere la realtà, di comunicare e di relazionarsi con gli altri.

La schizofrenia è uno dei disturbi psichiatrici più complessi e meno compresi. Nella maggior parte dei casi, ha un forte impatto dal punto di vista sociale, affettivo e cognitivo. È definita come una condizione cronica e debilitante, a causa del progressivo deterioramento funzionale che in genere determina. La progressione può avvenire attraverso diverse fasi di durata e con caratteristiche variabili:

  • premorbosa: può essere asintomatica o manifestarsi con lievi deficit delle competenze sociali, di coping, delle competenze sociali, anedonia e alterazione percettiva, disorganizzazione cognitiva,
  • prodromica: può esordire in modo lento e insidioso o acuto. Possono emergere sintomi subclinici come irritabilità isolamento,
  • centrale: è la fase della manifestazione sintomatica. Può comprendere esacerbazioni e remissioni o svilupparsi come un peggioramento continuo dei deficit funzionali. Ogni nuovo episodio psicotico aumenta il rischio di episodi successivi. Le recidive si verificano nella maggior parte dei pazienti e rappresentano la difficoltà principale nella gestione della malattia,
  • tardiva: in questa fase la malattia può stabilizzarsi o migliorare.

Classificazione della schizofrenia secondo l’OMS

La schizofrenia, come gli altri disturbi mentali, è descritta nel capitolo V della classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi di salute correlati, decima revisione, versione 2010, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I tipi di schizofrenia individuati dall’OMS comprendono:

  • paranoide: presenta prevalentemente sintomi positivi (allucinazioni soprattutto uditive e deliri) ad esordio acuto,
  • ebefrenico o disorganizzato: determina comportamento irresponsabile e imprevedibile discorsi incoerenti, tendenza all’isolamento e appiattimento affettivo dovuti spesso ad allucinazioni fugaci e frammentarie,
  • catatonico: dominato da disturbi psicomotori che alternano ipercinesi e catatonia connessa ad allucinazioni visive,
  • indifferenziato: presenta sintomi non strutturati secondo i criteri degli altri tipi,
  • residuo: compare spesso come esito di un disturbo psichico maggiore lasciando sintomi negativi prevalenti (passività povertà di linguaggio verbale e non verbale, scarsa cura di sé e dei rapporti sociali),
  • semplice: le caratteristiche negative della schizofrenia residua compaiono in modo insidioso e progressivo senza essere precedute da sintomi psicotici.

Diffusione e impatti della schizofrenia

«Secondo le stime dell’OMS, più di 21 milioni di persone al mondo soffrono di schizofrenia; in Italia sono circa 300.000, secondo uno studio condotto con la collaborazione dell’Università di Tor Vergata. Da tenere presente che le persone affette da schizofrenia hanno una mortalità più del doppio rispetto alla popolazione generale» spiega Alberto Siracusano, professore ordinario di Psichiatria Università degli Studi di Roma Tor Vergata, direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica Fondazione Policlinico Tor Vergata e direttore del Dipartimento di Neuroscienze Fondazione Policlinico Tor Vergata.

«La schizofrenia nel nostro Paese ha un forte impatto economico: il costo totale generato da costi diretti e indiretti è pari a circa 2,7 miliardi di euro. Di questi circa il 50,5%, è costituito da costi indiretti, non direttamente imputabili alla patologia, mentre solo il restante 49,5% è generato da costi diretti, ovvero i costi di ospedalizzazione (compresa la residenzialità e l’assistenza domiciliare), della terapia farmacologica e degli altri trattamenti. È interessante notare che tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa solo per il 10%, mentre l’80% circa è dato dai costi di ospedalizzazione, residenzialità e assistenza domiciliare» – conclude Alberto Siracusano.

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