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Qualificazione del personale del Controllo Qualità

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Nell’ottica di fornire una formazione efficace che consenta di minimizzare il cosiddetto “errore umano”, Daniele Fraioli, Giovanni Boccardi e Chiara Scotti del Gruppo di Studio Controllo Qualità e Sviluppo Analitico di AFI propongono di condurre una “gap analysis” preliminare per individuare argomenti di formazione specifica a seconda delle figure del Controllo Qualità interessate.

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  • Per un operatore del laboratorio chimico e/o microbiologico, l’indicazione è di indirizzare la formazione soprattutto agli aspetti operativi e di manipolazione dei reagenti, degli strumenti, degli eventuali agenti patogeni e dei relativi rischi, su cui sono state rilevate le maggiori e più comuni carenze.
  • Per un operatore del laboratorio materiali di confezionamento, laddove presente, la formazione deve puntare alla conoscenza dei materiali, incluse le loro tecniche di produzione, alle modalità di campionamento e alle tecnologie legate ai nuovi requisiti (data matrix, serializzazione…).
  • Per un responsabile di laboratorio e/o di un reparto di Controllo Qualità, oltre a quanto sopra, la formazione deve fornire conoscenze delle normative interne, nazionali e internazionali, sia in tema di qualità che di sicurezza.

È bene anche fare in modo che tali conoscenze siano continuamente trasferite ai propri collaboratori durante le attività quotidiane per realizzare quel “training-on-the-job” che rappresenta il vero valore aggiunto di qualunque attività formativa e che contribuisce a creare un ambiente professionale attento e attivo.

Gli autori riscontrano inoltre l’urgenza di formare i responsabili alla gestione dei colloqui di selezione del personale.

Mieloma multiplo. Procedura accelerata per ixazomib

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Takeda Pharmaceutical ha annunciato che il CHMP (Comitato per i Medicinali per Uso Umano) dell’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali) ha concesso una valutazione accelerata a ixazomib per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo recidivato e/o refrattario.

mieloma multiplo
Il CHMP dell’EMA ha concesso una valutazione accelerata a ixazomib per il trattamento di pazienti con mieloma multiplo recidivato e/o refrattario

La richiesta di autorizzazione alla commercializzazione nella Unione Europea (UE) da parte di Takeda per ixazomib è basata sui risultati della prima analisi ad interim pre-specificata dello studio pivotale di fase III Tourmaline-MM1. Questo studio internazionale, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, su 722 pazienti è stato disegnato per valutare la superiorità di ixazomib più lenalidomide e desametasone in confronto a placebo più lenalidomide e desametasone in pazienti adulti affetti da mieloma multiplo recidivato e/o refrattario. Il trattamento dei pazienti reclutati in questo studio prosegue per valutare i risultati nel lungo termine.

«La terapia continuativa sta diventando lo standard terapeutico nel mieloma multiplo in quanto ha dimostrato migliori risultati nel  lungo termine» ha dichiarato Philippe Moreau dell’Ospedale Universitario di Nantes, Francia. «Se viene approvato ixazomib, per la prima volta i medici avranno a disposizione un regime terapeutico completamente orale basato su un inibitore del proteasoma per il trattamento del mieloma multiplo, che rappresenterà un reale vantaggio nella somministrazione di una terapia continuativa».

Ixazomib

Si tratta di un inibitore orale del proteasoma in fase sperimentale studiato nel mieloma multiplo (MM), nell’amiloidosi sistemica a catene leggere (AL) e in altre neoplasie. Il farmaco ha ottenuto la designazione di farmaco orfano per il MM sia negli USA sia in Europa nel 2011 e per l’amiloidosi (AL) nel 2012. Nel 2014 ha avuto la designazione di terapia innovativa dalla Food and Drug Administration (FDA) per l’amiloidosi (AL) recidivata e/o refrattaria.

Sono in corso cinque studi globali di fase III su ixazomib:

  •  Tourmaline-MM1 vs. placebo in combinazione con lenalidomide e desametasone nel MM recidivato e/o refrattario;
  •  Tourmaline-MM2 vs. placebo in combinazione con lenalidomide e desametasone nei pazienti con nuova diagnosi di MM;
  •  Tourmaline-MM3 vs. placebo come terapia di mantenimento nei pazienti di nuova diagnosi di MM in seguito a terapia di induzione e trapianto autologo di cellule staminali (ASCT);
  •  Tourmaline-MM4, vs. placebo come terapia di mantenimento nei pazienti di nuova diagnosi di MM non sottoposti ad ASCT;
  •  Tourmaline-AL1 su ixazomib più desametasone nei pazienti con amiloidosi AL recidivata o refrattaria.

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Ceftolozane/tazobactam per infezioni addominali e urinarie

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L’antibiotico sperimentale Zerbaxa (ceftolozane/tazobactam) ha ottenuto il parere positivo dal CHMP (Comitato per i medicinali per uso umano) dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) sull’autorizzazione alla commercializzazione nei paesi UE e SSE (dell’Area Economica Europea).

Zerbaxa (ceftolozane/tazobactam) 1,5 g è un antibiotico per infusione endovenosa costituito dall’associazione di ceftolozane solfato e di tazobactam sodico
Zerbaxa (ceftolozane/tazobactam) 1,5 g è un antibiotico per infusione endovenosa costituito dall’associazione di ceftolozane solfato e di tazobactam sodico

Il parere positivo, annunciato da MSD in un comunicato, sarà valutato dalla Commissione Europea (CE) che potrà concedere l’autorizzazione all’immissione in commercio dell’associazione ceftolozane/tazobactam con procedura centralizzata per il trattamento negli adulti delle infezioni complicate intra-addominali e delle vie urinarie compresa la pielonefrite acuta.

Zerbaxa

Zerbaxa (ceftolozane/tazobactam) 1,5 g è un antibiotico per infusione endovenosa costituito dall’associazione di ceftolozane solfato e di tazobactam sodico.

Ceftolozane solfato è una cefalosporina.

Tazobactam sodico è un inibitore delle beta-lattamasi.

Le reazioni avverse più comuni (≥ 5% dei pazienti) che si sono verificate con l’uso di ceftolozane/tazobactam sono state: cefalea (5,8%) nello studio relativo alle infezioni complicate delle vie urinarie; nausea (7,9%), diarrea (6,2%) e piressia (5,6%) nello studio relativo alle infezioni intra-addominali complicate.

Zerbaxa ha già ottenuto l’approvazione negli Stati Uniti per l’uso negli adulti con

  • infezioni complicate delle vie urinarie, causate dai batteri Gram-negativi: Escherichia coliKlebsiella pneumoniae, Proteus mirabilis e Pseudomonas aeruginosa;
  • infezioni complicate intra-addominali, causate dai batteri Gram-negativi e Gram-positivi: Enterobacter cloacae, Escherichia coli, Klebsiella oxytoca, Klebsiella pneumoniae, Proteus mirabilis, Pseudomonas aeruginosaBacteroides fragilis, Streptococcus anginosus, Streptococcus constellatus e Streptococcus salivarius (in questi casi, Zerbaxa deve essere utilizzato in associazione a metronidazolo).

L’associazione ceftolozane/tazobactam, come tutti gli antibiotici, deve essere utilizzata solamente se la causa accertata dell’infezione è uno dei batteri verso i quali il farmaco si è dimostrato efficace. In questo modo si riduce lo sviluppo di resistenze agli antibiotici.
Il tipo di terapia antibiotica deve essere selezionato in considerazione dei risultati delle colture e dei test di sensibilità antibiotica o, in assenza di questi, dei dati epidemiologici e di sensibilità antibiotica caratteristici della zona geografica.

 

Sufentanil sub-linguale per il dolore post-operatorio

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Zalviso® è un  sistema portatile per l’auto-somministrazione di sufentanil sub-linguale di Grünenthal per il trattamento del dolore post-operatorio nei pazienti adulti.

Zalviso: sistema portatile per l’auto-somministrazione di sufentanil sub-linguale
Parere positivo del CHMP per Zalviso: sistema per l’auto-somministrazione di sufentanil sub-linguale per il trattamento del dolore post-operatorio

Zalviso ha ottenuto il parere positivo dal CHMP (Comitato per i medicinali per uso umano) dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) in merito all’autorizzazione alla commercializzazione nei paesi UE e SSE (paesi dell’Area Economica Europea).

Il parere positivo del Comitato, annunciato da Grünenthal attraverso un comunicato, sarà esaminato dalla Commissione Europea (CE), la quale potrà concedere l’autorizzazione all’immissione in commercio con procedura centralizzata.

Zalviso per il dolore post-operatorio

Zalviso permette ai pazienti operati di assumere, in ambiente ospedaliero, le compresse da 15 microgrammi dell’agonista oppioide sufentanil sub-linguale attraverso un dispositivo portatile non invasivo, pre-programmato e di semplice utilizzo.
I pazienti, attraverso questo sistema, possono auto-dosare la formulazione per controllare e ridurre il dolore post-operatorio in mniera autonoma e al meglio in base alle proprie esigenze.
Questo sistema permette quindi di evitare le problematiche connesse alle terapie antidolorifiche attualmente disponibili per trattare il dolore come gli effetti collaterali caratteristici degli oppioidi, le difficoltà d’uso delle pompe a infusione e le somministrazioni invasive richieste per l’infusione di altri farmaci.

Grünenthal ha acquisito Zalviso in licenza da AcelRx Pharmaceuticals e ne detiene i diritti in Europa e Australia mentre AcelRx mantiene i diritti in America, Asia e Africa.

HM61713 per carcinoma polmonare EGFR positivo

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Boehringer Ingelheim e Hanmi Pharmaceutical hanno annunciato in un comunicato un accordo di collaborazione per lo sviluppo di HM61713, terapia sperimentale mirata anti-EGFR di terza generazione, per il trattamento del carcinoma polmonare, positivo per mutazioni EGFR.

HM61713 è un farmaco in sperimentazione per il carcinoma polmonare
HM61713 è un farmaco in sperimentazione per il carcinoma polmonare

L’accordo prevede la cessione della licenza esclusiva e dei diritti di commercializzazione in tutto il mondo, ad eccezione della Corea del Sud, della Cina e di Hong Kong ed è subordinato al via libera delle autorità per la concorrenza statunitense (ai sensi dell’Hart-Scott-Rodino Antitrust Improvements Act) e ad analoghi requisiti al fuori degli Stati Uniti, oltre alle altre consuete condizioni per il closing.

HM61713

HM61713 è un inibitore tirosin-chinasico di terza generazione ad azione irreversibile e selettiva sulle mutazioni EGFR.

HM61713 è una terapia orale.

I risultati iniziali degli studi clinici di Fase I/II dimostrano una notevole efficacia e un profilo di sicurezza favorevole per questo farmaco [Park K. et al. Updated safety and efficacy results from phase I/II study of HM61713 in patients (pts) with EGFR mutation positive non-small cell lung cancer (NSCLC) who failed previous EGFR-tyrosine kinase inhibitor (TKI). J Clin Oncol May 2015; 33(Suppl.15): 8084]
HM61713  è attualmente in Fase II di sviluppo clinico, in pazienti che presentano carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con mutazioni T790M, resistenti a precedenti terapie mirate anti-EGFR.

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Epatite C. Procedura accelerata per grazoprevir/elbasvir

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La domanda per l’immissione in commercio (MAA) di grazoprevir/elbasvir per il trattamento dell’epatite C cronica, presentata da MSD, è stata accettata dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), che avvierà la revisione con procedura accelerata. Lo annuncia MSD in un comunicato.

Combinazione grazoprevir/elbasvir in una compressa per monosomministrazione giornaliera per il trattamento dell'epatite C cronica
L’EMA valuta con procedura accelerata la domanda per l’immissione in commercio di grazoprevir/elbasvir per il trattamento dell’epatite C cronica

Grazoprevir/elbasvir

La combinazione grazoprevir/elbasvir (100 mg/50 mg) è una terapia sperimentale che contiene grazoprevir ed elbasvir in un’unica compressa da assumere una volta al giorno per il trattamento dei pazienti adulti con epatite C cronica, genotipi (GT) 1, 3, 4 o 6.

Grazoprevir è un inibitore della proteasi NS3/4A.

Elbasvir è un inibitore del complesso di replicazione NS5A dell’HCV.

Procedura accelerata e terapia fortemente innovativa

La procedura accelerata è riservata dall’EMA ai farmaci che rispondono a bisogni di cura insoddisfatti o apportano sostanziale miglioramento rispetto alle possibilità di terapie disponibili, con ripercussioni favorevoli sulla sanità pubblica. L’intero iter sarà controllato dal Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP).
La domanda si fonda sui risultati di diversi studi: i trial clinici pivotal C-Edge e i trial clinici C-Surfer, C-Salvage e C-Swift che hanno valutato grazoprevir/elbasvir (100 mg/50 mg), con o senza ribavirina, in pazienti con epatite C cronica. Questi studi hanno incluso diversi genotipi e popolazioni di pazienti già trattati in precedenza o affetti da cirrosi o con co-infezione da HIV o che presentavano insufficienza renale cronica in stadio 4 e 5.

Grazoprevir/elbasvir ha anche ricevuto la designazione di terapia fortemente innovativa da parte della Food and Drug Administration (FDA) in aprile 2015 per pazienti con epatite C cronica da HCV genotipo 1 e insufficienza renale terminale in dialisi e per i pazienti con con epatite C cronica da HCV genotipo 4.
La FDA attribuisce la descrizione di terapia fortemente innovativa ai farmaci che hanno dimostrato negli studi clinici di apportare miglioramenti significativi nel trattamento di patologie o condizioni gravi o potenzialmente mortali.

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Disturbi della tiroide

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Le cellule follicolari della tiroide producono due ormoni: la tetraiodotironina (tiroxina, T4) e la triiodotironina (T3). Questi si legano ai recettori nucleari delle cellule e modulano l’espressione di numerosi geni, regolando il metabolismo basale e proteico, glucidico, lipidico.

La sintesi degli ormoni tiroidei è controllata dall’ormone TSH (tireotropo o tireostimolante o tireotropina) prodotto dall’ipofisi anteriore. Questo è a sua volta regolato dal’ormone ipotalamico TRH (TSH Releasing Hormone), secondo un meccanismo di retroazione negativa.

Le cellule parafollicolari della tiroide (cellule C) secernono l’ormone calcitonina che ha la funzione di abbassare la calcemia e favorire la fissazione del calcio nelle ossa.

malattie della tiroide
Malattie della tiroide

I disturbi più frequenti della tiroide riguardano l’eccesso o la carenza di ormoni tiroidei dovuti all’alterazione della funzionalità tiroidea.

Ipotiroidismo e ipertiroidismo possono portare ad ansia, disturbi mestruali e difficoltà a dormire.

Ipotiroidismo

Si parla di ipotiroidismo quando la ghiandola tiroidea è poco attiva e non produce abbastanza ormoni. Ciò significa che le cellule del corpo non possono ottenere sufficienti ormoni tiroidei per funzionare correttamente e il metabolismo del corpo rallenta.

L’ipotiroidismo può avere molte cause, tra cui malattie autoimmuni, danni alla ghiandola tiroidea, troppo o troppo poco iodio e radioterapia.

I sintomi dell’ipotiroidismo non trattati di solito si accentuano e possono causare complicazioni più gravi e addirittura diventare pericolosi per la vita.

Tra i sintomi della carenza di ormoni tiroidei (ipotiroidismo), i più importanti sono:

  • stitichezza,
  • mancanza di motivazione,
  • mancanza di concentrazione,
  • depressione,
  • aumento di peso.

Ipertiroidismo

Si parla di ipertiroidismo quando la ghiandola tiroidea è iperattiva liberando troppo ormone tiroideo nel sangue. Questo determina l’accelerazione del metabolismo generale.

L’ipertiroidismo è più frequente nelle giovani donne.

La maggior parte dei casi di ipertiroidismo è causata da una condizione chiamata malattia di Graves. In questa condizione, gli anticorpi attivano la tiroide, causandone un aumento delle dimensioni e della secrezione. Un’altra forma di ipertiroidismo è caratterizzata da noduli nella ghiandola tiroidea, che aumentano i livelli di ormoni tiroidei nel sangue.

I sintomi dell’eccesso di ormone tiroideo includono perdita di peso e irritabilità.

L’ipertiroidismo non corretto può comportare gravi complicazioni.

Prevalenza dei disturbi della tiroide

Il rischio di disturbi della tiroide interessa circa 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. [Khan A, Khan MM, Akhtar S. Thyroid disorders, etiology and prevalence. J Med Sci 2002;2:89–94]. 

I disturbi della tiroide si manifestano in circa 200 milioni di persone in tutto il mondo. In alcuni paesi quasi il 50% delle persone non ricevono una diagnosi. [Thyroid Foundation of Canada. About thyroid disease].

All’età di 60 anni, il 17% delle donne e l’8% degli uomini soffrono di una tiroide poco attiva. La ghiandola tiroidea poco attiva è più comune nelle donne che negli uomini e diventa più frequente con l’aumento dell’età.

Una ghiandola tiroidea iperattiva è 10 volte più comune nelle donne che negli uomini, soprattutto tra i 20 e i 40 anni, ma può trovarsi a qualsiasi età.

I disturbi della tiroide sono in aumento, anche nel sesso maschile e guadagnano il secondo posto delle malattie endocrine dopo il diabete per numero di casi. I pazienti interessati sono 500mila soltanto in Italia.

Ormoni tiroidei e rischio di fratture ossee

Le forme subcliniche di ipotiroidismo anche nei maschi aumentano il rischio di fratture ossee, così come sottolineato anche da una metanalisi pubblicata su JAMA(2015; 313(20):2055-2065) e riportato in un comunicato stampa di Cuem (Clinical Update Endocrinologia e Metabolismo).

La ricerca ha preso in esame oltre 70mila uomini, al 5,8% dei quali è stata riscontrata una forma subclinica di ipotiroidismo e al 3,2% ipertiroidismo subclinico, quelle condizioni in cui i valori ormonali sono al limite della patologia.
«Lo studio, che ha preso in considerazione un numero pari di uomini e donne ha mostrato che un basso livello di TSH e una tiroide che tende a funzionare troppo sono associati a un più alto rischio di fratture d’anca e vertebrali, il doppio del rischio dei soggetti con valori tiroidei normali – spiega Andrea Giustina, professore ordinario di Endocrinologia presso l’università di Brescia – La relazione tra ormoni tiroidei e fragilità ossea è data da un aumento del turn-over osseo causato anche da un lieve eccesso di ormoni tiroidei circolanti».

Un basso livello di TSH è associato ad un rischio di 1,6 volte superiore di fratture d’anca e di 1,9 volte per tutte le ossa. Mentre i soggetti con una tiroide pigra non sembrano avere aumentato rischio di fragilità scheletrica.

Noduli alla tiroide

I noduli tiroidei sono in maggioranza benigni e molti possono essere tenuti sotto osservazione senza necessità di trattamento. Lo spiega Sebastiano Filetti, presentando i dati dello studio italiano pubblicato su JAMA:

«I noduli sono un evento molto frequente nella popolazione generale e interessano dal 30% al 50% delle persone. Nella maggior parte dei casi non danno disturbi e vengono scoperti durante controlli casuali. Di questi, l’80% sono formazioni benigne, il 16,5% hanno un profilo indeterminato da sottoporre quindi a ulteriori controlli. Soltanto il 3,5% presenta un sospetto di malignità».

«Nel nostro studio multicentrico abbiamo sottoposto un gruppo di 993 pazienti a follow up con una ecografia annuale e controlli dei dosaggi FT4 e TSH evidenziando che a 5 anni il 66% dei noduli rimane stabile, il 15,4% cresce di dimensioni (sia pure lentamente, parliamo di circa 5 mm in 5 anni) e, dato rilevante, il 18% tende a regredire. In questa coorte di pazienti solo il 9% presentava nuovi noduli al controllo. Abbiamo individuato un profilo più a rischio di crescita: si tratta di soggetti che hanno più noduli, età inferiore ai 43 anni e indice di massa corporea superiore a 28. Questi presentano un rischio  maggiore di andare incontro ad un aumento di dimensioni del nodulo tiroideo» – continua Filetti.

«L’incidenza minore della patologia nodulare tiroidea negli uomini non deve essere un pretesto per abbassare la guardia – conclude Giustina. – Infatti, quando il nodulo tiroideo si riscontra in un paziente maschio, ha più probabilità di essere un tumore maligno. Anche una ricerca pubblicata su BMC Cancer di aprile (2015 n.d.r.) ha mostrato che l’incidenza di microcarcinoma papillare in pazienti con patologie tiroidee benigne sottoposti a intervento chirurgico era del 16-17% in entrambi i sessi».

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Abatacept per artrite reumatoide

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Nuovi dati su abatacept e meteotrexato nell’artrite reumatoide dimostrano migliori prospettive per i pazienti con malattia aggressiva trattati precocemente rispetto ai pazienti trattati con solo metotrexato e suggeriscono una risposta migliore con abatacept rispetto ad adalimumab.

Studi sull'uso di abatacept + metotrexato nell'artrite reumatoide
Studi sull’uso di abatacept + metotrexato nell’artrite reumatoide

I dati dello studio AVERT (Assessing Very Early Rheumatoid arthritis Treatment), presentati all’EULAR 2015 e diffusi da Bristol-Myers Squibb in un comunicato, suggeriscono una risposta clinica più veloce e un numero maggiore di pazienti in remissione libera da terapia in pazienti trattati precocemente con abatacept più metotrexato rispetto ai pazienti trattati con solo metotrexato.

I dati esporativi dello studio AMPLE sui pazienti con ACPA (anticorpi anti-proteine citrullinate, biomarkers di malattia aggressiva) elevati al basale suggeriscono una risposta migliore con abatacept rispetto ad adalimumab.

Gli studi di Fase IIIb AVERT e AMPLE hanno coinvolto pazienti con artrite reumatoide attiva da moderata a grave e biomarker di malattia aggressiva, come gli ACPA (anticorpi anti-proteine citrullinate) e fattore reumatoide (RF) entrambi associati a una progressione più severa della patologia e a danno articolare.

I risultati suggeriscono una correlazione tra gli ACPA e la risposta al trattamento e forniscono ulteriori dati sull’utilizzo di abatacept più metotrexato (MTX) in questi pazienti.

Nell’artrite reumatoide, le cellule T attivate nella risposta immunitaria inducono processi infiammatori a cascata che portano alla produzione di auto-anticorpi. Inibire l’attivazione delle cellule T nella risposta immunitaria può aiutare a ridurre la formazione e il livello degli auto-anticorpi.

Un’analisi post-hoc dallo studio AVERT ha dimostrato che in pazienti trattati con abatacept più MTX la percentuale di quelli che ha mantenuto la remissione definita in base al DAS28 (DAS28 <2,6) dopo interruzione del farmaco è risultata più alta in pazienti con durata di malattia uguale o inferiore ai tre mesi (33%), rispetto ai pazienti con durata di malattia più lunga (da 3 a 6 mesi, 14,7%; oltre 6 mesi, 10,2%). Una durata di malattia inferiore si è associata anche con una risposta clinica più rapida.

I dati esplorativi dello studio AVERT hanno valutato l’impatto di abatacept più MTX su differenti tipi di ACPA e l’eventuale correlazione con la risposta clinica. Questi dati suggeriscono che abatacept in combinazione con MTX è più efficace nei pazienti che all’inizio dello studio erano positivi per ACPA di tipo IgM (Immunoglubulina M) rispetto a quelli che erano negativi per quel tipo di anticorpo nonché in quelli con siero-conversione (da ACPA positivi a negativi) nel tempo rispetto a quelli senza siero-conversione (il 61,5% ha raggiunto la remissione booleana rispetto al 41,2%), suggerendo che l’impatto sugli ACPA è associato a un beneficio clinico per i pazienti con artrite reumatoide.

«Questi dati sono tra i primi a dimostrare il possibile impatto di una terapia biologica sugli ACPA nelle fase precoci dell’artrite reumatoide caratterizzata da elevata attività autoimmune e dalla presenza di autoanticorpi – afferma T.W.J. Huizinga, MD, PhD, Leiden University Medical Center, Leiden (Olanda) – i risultati forniscono ulteriori indicazioni sul ruolo dei markers di risposta biologica per definire la malattia e gestire la terapia».

Inoltre, un’analisi esplorativa dello studio AMPLE suggerisce che livelli più alti di ACPA al basale sono correlati a una migliore risposta clinica con abatacept più MTX rispetto a adalimumab più MTX.

Quando i pazienti sono stati divisi in quartili in base al livello di ACPA al basale, sono state osservate differenze significative nella risposta tra i pazienti nel quartile con il livello più alto (Q4) verso i Q1-3 in termini di DAS28 (PCR) e HAQ-DI (p=0,003 e p=0,021, rispettivamente) nel braccio trattato con abatacept, mentre con adalimumab le differenze di trattamento tra Q4 e Q1-3 non sono risultate significative (p = 0,358 e p = 0,735).

«Queste analisi forniscono informazioni promettenti sulla progressione della malattia – spiega Douglas Manion, M.D., Head of Specialty Development, Bristol-Myers Squibb – con ulteriori indagini, potremo avere altre informazioni sull’uso di abatacept più metrotressato in pazienti con artrite reumatoide precoce, attiva, da moderata a grave».

Nuove analisi dallo studio AVERT (abatacept + metotressato vs. metotressato)

Risultati di AVERT in funzione della durata di malattia al basale: remissione con farmaco e senza farmaco in funzione della durata di malattia al basale nello studio AVERT (abatacept versus metotressato in pazienti con artrite reumatoide precoce). VP Bykerk, et al.

L’analisi post-hoc ha esaminato la relazione tra durata di malattia ed effetti di abatacept più MTX verso MTX sulla remissione definita in base al DAS28 (DAS28 [PCR] < 2,6) e il miglioramento della funzione fisica (HAQ-DI; riduzione > 0,3 unità rispetto al basale). L’analisi ha coinvolto i seguenti sottogruppi: 36 pazienti trattati con abatacept più MTX e 48 con MTX con < 3 mesi di durata di malattia; 34 pazienti pazienti trattati con abatacept più MTX e 29 con MTX con > 3 e < 6 mesi di durata di malattia; 49 pazienti trattati con abatacept più MTX e 39 con MTX con durata di malattia > 6 mesi. I risultati hanno mostrato che la combinazione di abatacept e MTX ha fornito benefici maggiori rispetto a MTX in monoterapia nei pazienti con una durata di malattia <3 mesi: il 33% di questi pazienti ha mantenuto la remissione DAS28 contro il 14,7% dei pazienti con una durata di malattia da > 3 a < 6 mesi e il 10,2% con una durata di malattia > 6 mesi. I pazienti con durata di malattia < 3 mesi hanno mostrato inoltre la risposta clinica più rapida con abatacept più MTX; già al ventinovesimo giorno il 25% dei pazienti con durata di malattia < 3 mesi trattati con abatacept più MTX ha raggiunto la remissione DAS28 in confronto all’11,8% dei pazienti con durata di malattia da > 3 a < 6 e al 6,1% dei pazienti con durata di malattia > 6 mesi e all’8,3% con solo MTX (durata di malattia < 3 mesi). Nel braccio trattato con MTX, il 10,4% dei pazienti con durata di malattia < 3 mesi ha mantenuto la remissione DAS28, in confronto al 13,8% dei pazienti con durata di malattia da > 3 mesi a < 6 mesi e al 5,1% con durata di malattia > 6 mesi.

AVERT ACPA – Efficacia in funzione dei livelli di CCP2 al basale e della siero-conversione
Effetto della situazione sierologica degli anti-CCP2 IgM sui risultati di efficacia dopo trattamento con abatacept più metotressato nello studio AVERT. TWJ Huizinga, et al.

Questa analisi ha esplorato la relazione tra gli ACPA dei pazienti e la sieroconversione ed i risultati di efficacia in termini di percentuali di remissione a 12 mesi (la remissione è stata valutata usando CDAI, SDAI, criteri booleani e DAS28 [PCR] < 2,6) e di variazione media nel tempo di DAS28 (PCR) e HAQ-DI. Un totale di 200 dei 342 pazienti inclusi nell’analisi erano anti-CCP2 IgM positivi al basale: abatacept più MTX (n = 66), abatacept in monoterapia (n = 62) e MTX (n = 72). I risultati hanno mostrato che i pazienti ACPA-IgM positivi trattati con abatacept più MTX hanno raggiunto i miglioramenti medi maggiori nel DAS28 (PCR) e nel HAQ-DI nel tempo, così come la remissione con tutti e quattro gli indici, rispetto ai pazienti che erano ACPA-IgM negativi al basale. Inoltre, il 61,5% dei pazienti nel gruppo abatacept più MTX che hanno avuto una siero-conversione (da ACPA-IgM positivi al baseline a ACPA-IgM negativi al mese 12) ha raggiunto la stringente remissione booleana, rispetto al 41,2% che è rimasto positivo, suggerendo una relazione tra remissione e impatto sugli ACPA IgM.

Nuove analisi dallo studio AMPLE

AMPLE è il primo studio di non-inferiorità, testa a testa, in adulti con artrite reumatoide di confronto tra farmaci biologici, abatacept e adalimumab, in combinazione con MTX. I nuovi dati comprendono un’analisi esplorativa che ha esaminato i risultati in pazienti con artrite reumatoide precoce, stratificati rispetto al livello degli ACPA.

Confronto sui Patient Reported Outcomes in funzione della stratificazione per ACPA al basale nello studio AMPLE: effetto del livello degli anticorpi anti-CCP2 al basale sui Patient Reported Outcomes dopo trattamento con abatacept sottocute o adalimumab. J Sokolove, et, al.

Questa analisi post-hoc ha valutato i Patient Reported Outcomes (PROs) in 388 pazienti raggruppati in quartili in base a livelli crescenti degli ACPA (Q1 = 28-235 AU/ml; Q2 = 236-609 AU/ml; Q3 = 613-1046 AU/ml; Q4 = 1060-4894 AU/ml). I pazienti per quartile erano 97. Il numero di pazienti per gruppo di trattamento in ogni quartile era (abatacept, adalimumab): Q1 = 42, 55; Q2 = 51, 46; Q3 = 46, 5; Q4 = 46, 51. I PROs valutati includevano dolore, qualità della vita, disabilità e funzione fisica. I risultati hanno mostrato che i pazienti con i livelli di ACPA più alti trattati con abatacept più MTX hanno riportato miglioramenti maggiori rispetto a quelli nei quartili ACPA più bassi rispetto a dolore, funzionalità fisica e risultati clinici. Queste differenze sono state meno evidenti tra i pazienti trattati con adalimumab.

Lo studio AVERT

AVERT è uno studio di Fase IIIb, con controllo attivo, su 351 pazienti adulti con sintomi di artrite reumatoide da moderata a grave da meno di due anni, ACPA positivi, con un DAS28-PCR > 3,2 e naïve al trattamento con MTX e farmaci biologici. I pazienti sono stati randomizzati a 12 mesi di trattamento settimanale in uno di tre gruppi: abatacept 125 mg sottocute più MTX; abatacept 125 mg sottocute in monoterapia; MTX in monoterapia. I pazienti che hanno ottenuto un punteggio DAS28-PCR < 3,2 (ovvero una bassa attività di malattia) dopo la fase di trattamento di 12 mesi sono potuti entrare in un periodo di di ulteriori 12 mesi, durante il quale tutto il trattamento, abatacept, MTX e steroidi, è stato interrotto. Gli endpoint co-primari consistevano nel confronto tra la percentuale di pazienti con DAS28-PCR < 2,6 al mese 12 e sia al mese 12 che 18 con la terapia di combinazione rispetto al solo MTX.

A 12 mesi, un numero significativamente superiore di pazienti in terapia di combinazione con abatacept più MTX ha ottenuto la remissione DAS28 (60,9% per abatacept più MTX 42,5%, per MTX in monoterapia; p = 0,010). Risultati simili a 12 mesi sono stati riscontrati con misure di efficacia più stringenti, tra cui la remissione booleana (37,0% abatacept più MTX; 22,4% MTX in monoterapia), la remissione CDAI (42% abatacept più MTX; 27,6% MTX in monoterapia) e la remissione SDAI (42% abatacept più MTX; 25% MTX in monoterapia). Benefici maggiori sono stati osservati con la terapia di combinazione rispetto al solo MTX anche sugli endpoint di risonanza magnetica, inclusi miglioramenti relativi a sinovite e osteite e una minore progressione del danno articolare. In particolare, a 12 mesi le variazioni medie rispetto al basale, misurate con metodo RAMRIS, osservate nei gruppi trattati con abatacept più MTX, abatacept in monoterapia e MTX in monoterapia sono risultate rispettivamente di -2,35, -1,4 e -0,68 per il punteggio della sinovite; di -2,58, -1,36 e -0,68 per il punteggio dell’osteite; di 0,19, 1,47 e 1,52 per il punteggio dell’erosione.

Gli eventi avversi seri, le infezioni serie e le interruzioni dovute a eventi avversi seri sono stati comparabili a quelli dei pazienti trattati con MTX. Rispettivamente, nei gruppi trattati con abatacept in combinazione e con MTX in monoterapia, i tassi di eventi avversi seri sono stati 6,7% e 7,8%, di infezioni totali del 57,1% e 59,5%, di infezioni serie del 0,8% e 0%, di neoplasie del 0,8% e 0,9% e di eventi autoimmuni del 0,8% e 2,6%.

Lo studio AMPLE (abatacept più MTX vs adalimumab più MTX)

AMPLE è uno studio di Fase IIIb, randomizzato, investigator-blinded, multinazionale della durata di 24 mesi con un endpoint primario di efficacia a 12 mesi (non-inferiorità in termini di ACR20). Lo studio ha incluso 646 pazienti adulti naïve al trattamento con farmaci biologici con artrite reumatoide attiva da moderata a grave e risposta insufficiente al MTX; 318 nel gruppo abatacept più MTX e 328 nel gruppo adalimumab più MTX. I pazienti sono stati stratificati per attività di malattia e randomizzati ad abatacept 125 mg sottocute settimanalmente o adalimumab 40 mg ogni due settimane, entrambi con MTX. L’endoint primario era determinare la non-inferiorità di abatacept più MTX rispetto a adalimumab più MTX in termini di risposta ACR20 a 12 mesi. Gli endpoint secondari includevano le reazioni nel sito di iniezione, la non-progressione radiografica valutata attraverso il metodo Sharp/Van der Heijde (mTSS), la sicurezza e la persistenza in terapia.

I risultati completi a un anno dello studio sono stati pubblicati sul numero di Gennaio 2013 di Arthritis & Rheumatism, la rivista ufficiale mensile dell’American College of Rheumatology. I dati all’anno 2 sono stati coerenti con quelli dell’anno 1. Anche a due anni è stato valutato il raggiungimento della non-progressione radiografica, con l’85% dei pazienti del gruppo abatacept e l’84% dei pazienti del gruppo adalimumab. A 24 mesi, i dati di sicurezza in generale erano simili per entrambi i gruppi, inclusi la frequenza degli eventi avversi (92,8% e 91,5% rispettivamente con abatacept e adalimumab), degli eventi avversi seri (13,8% e 16,5%) e delle neoplasie (2,2% e 2,1%).

L’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide (AR) è una patologia sistemica, cronica, autoimmune caratterizzata da infiammazione del rivestimento delle articolazioni (o sinovia), che provoca danni articolari con dolore cronico, rigidità, gonfiore e affaticamento. L’AR limita la mobilità delle persone che ne sono affette e riduce la funzionalità articolare. Le donne sono maggiormente colpite da questa patologia rispetto agli uomini e rappresentano il 75% delle diagnosi di artrite reumatoide.

Abatacept

Abatacept (sia nella formulazione in polvere per concentrato per soluzione per infusione che nella formulazione soluzione iniettabile) in combinazione con metotressato è indicato per il trattamento dell’artrite reumatoide attiva da moderata a grave in pazienti adulti che hanno avuto una risposta insufficiente alla precedente terapia con uno o più farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARDs) incluso metotressato (MTX) o un inibitore del Fattore di Necrosi Tumorale (TNF)-alfa. Sono stati dimostrati una inibizione della progressione del danno articolare ed un miglioramento della funzione fisica durante il trattamento di combinazione con abatacept e metotressato.

Abatacept (nella formulazione in polvere per concentrato per soluzione per infusione) in combinazione con metotressato è anche indicato per il trattamento dell’artrite idiopatica giovanile poliarticolare (juvenile idiopathic arthritis, JIA) da moderata a grave in pazienti pediatrici dai 6 anni di età ed oltre che hanno avuto una risposta insufficiente agli altri DMARDs, incluso almeno un inibitore del TNF.

L’uso di abatacept non è raccomandato in combinazione con inibitori del TNF. Abatacept non è raccomandato per l’uso in combinazione con altre terapie biologiche per l’artrite reumatoide, come anakinra. Abatacept è da utilizzarsi sotto la guida di un medico o di un operatore sanitario professionista.

Abatacept è disponibile in Italia, approvato da AIFA e rimborsato in classe H, sia nella formulazione sottocutanea sia in quella endovenosa.

Un business inossidabile

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Con una conduzione rimasta nei decenni rigorosamente familiare, Wolhfarth è un produttore di pompe e di filtri indirizzati per lo più al confezionamento di farmaci e cosmetici, che dalla sede di Sordio, presso Lodi, dialoga con successo in tutto il mondo con i colossi del settore.

WOLHFARTH
Bruno Wolhfarth, con la figlia Rossella e il nipote Marco Parapetti

La storia della società ha avuto inizio con le intuizioni di Bruno Wolhfarth, il fondatore che, con un certo anticipo sui tempi, comprese le potenzialità dell’inox per le applicazioni di tipo farmaceutico e alimentare. Dalla sua conoscenza dei processi di lavorazione e dalla sua esperienza nella progettazione di macchine dedicate, sono sorti i brevetti e le tecnologie sulle quali la società lombarda basa a tutt’oggi la sua popolarità.

La sede di Wolhfarth
La sede di Wolhfarth

«Le nostre pompe», hanno detto a Notiziario Chimico Farmaceutico l’amministratrice Rossella Wolhfarth, figlia del capostipite, e il nipote di questi Marco Parapetti, attivo come responsabile tecnico-commerciale, «sono utilizzate per il trasferimento di liquidi, creme o pomate, alle linee di packaging. Dai recipienti di preparazione esse portano il prodotto alle confezionatrici, grazie alla loro forza auto-adescante, che è in grado di gestire anche sostanze di particolare densità e viscosità, quali per esempio pomate, emulsioni, creme per la cura del corpo».

Elettropompa Wolhfarth Rapid R.50
Elettropompa Wolhfarth Rapid R.50

Quanto invece ai filtri, che rappresentano l’altro fiore all’occhiello nel portfolio del costruttore, hanno la prerogativa di brillantare e di sterilizzare, mediante l’utilizzo di cartoni filtranti. La loro caratteristica è quella di avere piastre di forma rotonda, che consente cioè di non utilizzare guarnizioni, con un brevetto risalente a 50 anni fa, ma più che mai attuale, soprattutto in campo farmaceutico, dove la facilità di smontaggio e di pulizia è un dettaglio della massima importanza. «La filtrazione con cartoni filtranti consente di ottenere un prodotto brillante, mantenendone la corposità», hanno riferito i due intervistati, «e questa peculiarità risulta determinante quando si ha a che fare con le essenze, per esempio, o con i profumi e gli articoli di pregio, per i quali la brillantezza e la corposità sono dei valori fondamentali; e quando si gestiscono dei volumi produttivi relativamente contenuti, compresi fra un minimo di 500 e un massimo di 9.000 litri-ora».

Filtro Wolhfarth serie Farminox
Filtro Wolhfarth serie Farminox

La gamma di Wolhfarth vede fra i suoi protagonisti principali i filtri a piastre della serie Farminox, in grado di lavorare con cartoni filtranti di differente porosità, a seconda del grado di filtrazione che si intende ottenere. E accanto a questi le elettropompe Rapid, impiegate per il trasporto di prodotti fluidi, semifluidi e densi per le industrie farmaceutiche, cosmetiche, e per le più recenti realtà in espansione della cosmeceutica e dell’erboristica.

Inimitabili perché semplici

La semplicità del design è uno degli altri tratti distintivi della proposta societaria, e agevola le operazioni di smontaggio e pulizia delle macchine: «Ma è importante il fatto che ogni nostro manufatto sia ricavato da barre di acciaio inox piene», hanno detto Rossella Wolhfarth e Marco Parapetti, «per fresatura e tornitura. Essi non richiedono cioè lavorazioni di stampaggio né di rivestimento anti-porosità, presentando un grado di rugosità superficiale già perfetto, del tutto in linea con le norme di riferimento».

Proprio l’adeguamento alle normative ha rappresentato uno dei passaggi cruciali dell’evoluzione del produttore lodigiano, facilitato a lungo dal carico innovativo delle sue tecnologie, ma in seguito inevitabilmente costretto a ulteriori ricerche, sfociate però in altrettanti vantaggi sulla concorrenza. «Nelle nostre produzioni», hanno argomentato Rossella Wolhfarth e Marco Parapetti, «le componenti meccaniche sono difficilmente modificabili e la loro concezione ispirata alle idee di originalità, di pulizia e di semplicità, è destinata a durare nel tempo, tanto che i nuovi Ingegneri di nostri importanti clienti storici, come Lepetit, Pfizer, Bayer, Manetti & Roberts, Laboratori Derivati Organici, ne apprezzano il design innovativo, a circa mezzo secolo dai primi brevetti. Quello su cui invece si può fare ricerca e innovazione sono le giranti in elastomero all’interno delle elettropompe e i componenti elettrici.

Certificati per la qualità

I materiali impiegati per la costruzione delle macchine destinate all’industria farmaceutica devono rispondere alle normative europee dei materiali a contatto. «Per questo motivo», hanno detto Wolhfarth e Parapetti, «indirizziamo la ricerca soprattutto sui materiali che compongono le giranti inserite all’interno delle elettropompe, dal momento che il corpo della pompa e gli elementi del filtro non hanno problemi di idoneità, essendo ricavati dalla barra piena di acciaio AISI 316L. Inoltre», hanno proseguito gli intervistati; «abbiamo realizzato le giranti in silicone bianco, certificato FDA e stiamo realizzando le giranti in neoprene certificato FDA e resistente all’alcool. Per l’industria chimica, le giranti in Dutral garantiscono la resistenza agli acidi, ed è nostra intenzione proseguire sulla strada della ricerca di materiali sempre più resistenti e versatili per consentire l’utilizzo con la più vasta gamma di prodotti possibile. Del resto non facciamo che seguire le orme del fondatore della società, che per il contatto con sostanze particolarmente acide e aggressive ha introdotto l’uso del Titanio anziché dell’acciaio per la costruzione del corpo pompa».

Per quanto riguarda l’equipaggiamento elettrico delle elettropompe, Wolhfarth è certificata Tüv per le esecuzioni Atex, richieste per l’impiego in ambienti potenzialmente esplosivi, spesso presenti nelle industrie chimiche e farmaceutiche. I motori elettrici seguono l’attuale evoluzione, in ottemperanza alle normative per il risparmio energetico.

Il modello di business adottato da Wolhfarth si rivolge direttamente agli utilizzatori italiani e stranieri: «Spesso, le multinazionali con sede in Italia richiedono le nostre macchine per i loro nuovi stabilimenti all’estero», hanno affermato con soddisfazione Rossella Wolhfarth e Marco Parapetti, «e nonostante la nostra piccola dimensione in questo modo, dopo 50 anni di attività, siamo presenti in molte parti del mondo. Nell’Unione Europea, esportiamo soprattutto in Belgio, Francia e Germania, ma intravediamo ancora ampi spazi di crescita. Per incrementare le nostre esportazioni stiamo per tornare a partecipare alle più importanti fiere, a cominciare dal prossimo Simei a Milano. Tuttavia crediamo sia giusto procedere per piccoli passi, lasciando sempre un margine di espansione futura».

Intanto il produttore, che ha celebrato proprio quest’anno il cinquantesimo anniversario della sua attività, esporta in Paesi quali la Giordania, dove serve l’industria veterinaria, farmaceutica e cosmetica; gli Emirati Arabi Uniti, fra i leader per la produzione di profumi, e non da ultimo a Cuba, con cui, hanno riferito e concluso gli intervistati, «intratteniamo rapporti commerciali di reciproca stima e soddisfazione da oltre vent’anni, con la fornitura di filtri e pompe per il settore farmaceutico, degli emoderivati, e della dermocosmesi farmaceutica».

Qualificazione del personale

Nel campo vastissimo del training GMP, è di rilevante importanza “formare per qualificare”, cioè “convalidare” il personale, per ottenere, da persone diverse, un comportamento sempre aderente alle attese e omogeneo.

L’argomento è stato approfondito da Giuliana Gabet, Adriana Cotti, Sara Farotti e Michela Rosi del Gruppo di Studio Assicurazione Qualità di AFI e presentato da Gabet durante il 55° Simposio dell’Associazione.

Nel processo di qualificazione del personale è fondamentale, in particolare, progettare il training più opportuno, variando il tipo e la qualità della formazione da fornire alle varie persone.

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Pianificare il training in base all’analisi del rischio

La scelta si può eseguire in modo efficace, basandosi su una analisi del rischio che tenga conto della criticità delle varie operazioni eseguite (soprattutto la vestizione e il comportamento in asepsi, le analisi microbiologiche, la generazione di dati importanti per il rilascio del lotto, come le analisi del CQ), considerando le difficoltà nell’eseguire correttamente un compito delicato e importante (per esempio la sperlatura di iniettabili, le operazioni di cleaning manuale) e la pericolosità di alcune sostanze e di alcune apparecchiature.

L’analisi del rischio fornirà le priorità degli interventi di formazione da eseguire (Risk Priority Number = Severity x Detectability x Probability), in base alle quali pianificare il training.

Scopo di una formazione efficace è minimizzare l’errore umano

Gli obiettivi della formazione sono:

  • salvaguardare la salute dei consumatori e degli operatori;
  • ottenere una buona economia aziendale.

Perciò è importante personalizzare la formazione sui temi e sui problemi più urgenti per i diversi reparti, e spiegare in modo pratico e discutere con gli operatori le procedure operative, in modo che le operazioni eseguite siano poi “a prova di errore”.

Condividere con gli operatori dei vari reparti i difetti, le deviazioni e le non conformità rilevate negli ultimi anni, e consolidare invece il modo corretto di operare, è la strada migliore per ottenere che gli errori non si ripetano più.

Con una formazione efficace:

  • miglioriamo quindi la qualità dei prodotti (diminuendo errori e difetti);
  • diminuiamo i costi della non-qualità;
  • miglioriamo la sicurezza sul lavoro;
  • aumentiamo la consapevolezza, la competenza e la professionalità delle persone.