Lo studio “Il sistema dei farmaci generici in Italia – Scenari per una crescita sostenibile” realizzato da Nomisma per AssoGenerici conferma come il farmaco generico rappresenta un elemento fondamentale per il contenimento della spesa farmaceutica, malgrado finora rappresenti soltanto il 30% circa delle vendite complessive di farmaci a brevetto scaduto.
Dai farmaci generici opportunità di crescita sostenibile
Rimuovendo gli ostacoli che ancora impediscono il suo sviluppo, il farmaco generico potrebbe rappresentare una risorsa fondamentale anche per il singolo cittadino. Infatti, se tutti i farmaci che gli italiani acquistano direttamente (OTC, SOP e farmaci di fascia C soggetti a prescrizione, inclusa la fascia A dove il cittadino paga il differenziale di prezzo con il farmaco di marca) fossero generici, il risparmio che i cittadini otterrebbero arriverebbe a 1,4 miliardi di euro ogni anno. Questo risparmio privato andrebbe ad alimentare, secondo una propensione media al consumo calcolata dalla Banca d’Italia, un incremento dei consumi in altri settori dell’economia che, nell’ipotesi massima, sarebbe di circa 700 milioni di euro: una spinta per l’economia nazionale ben superiore a quella di misure “di stimolo” oggi in discussione, ottenibile senza ridurre l’accesso a un bene indispensabile come il farmaco, ma semplicemente reindirizzandolo. Rimuovere gli ostacoli che ancora frenano il settore del farmaco equivalente potrebbe determinare un aumento del turnover industriale nazionale fino a 540 milioni di euro circa, con un aumento dell’occupazione fino a quasi 20000 addetti aggiuntivi tra settore produttivo e indotto. E questo soltanto sulla base delle scadenze brevettuali che si attendono da oggi al 2020, che interessano farmaci che oggi generano un fatturato di 2,1 miliardi di euro.
Farmaci generici, un’ancora di salvezza
«Mi sembra evidente dalle conclusioni dello studio che se il farmaco generico ha rappresentato per la sanità italiana un’ancora di salvezza, lo ha fatto pur non esprimendo appieno tutto il suo potenziale. Di questo dovrebbe tenere conto il decisore politico alla ricerca di ulteriori risparmi, anziché ipotizzare soluzioni draconiane di breve incidenza sui bilanci ma molto rischiose per il comparto farmaceutico» dice il presidente di AssoGenerici Enrique Häusermann. «Ma al di là dell’aspetto direttamente sanitario, rimuovere gli ostacoli che ancora oggi incontrano le industrie europee del generico, per esempio permettendo la produzione per l’esportazione anche nel periodo di vigenza del brevetto verso Paesi dove il brevetto è già scaduto, potrebbe favorire lo sviluppo dell’apparato produttivo nazionale, l’aumento dell’occupazione, come dimostrato dallo studio di Nomisma, e anche migliorare la performance dell’economia nazionale. Non si tratta di andare a discapito degli altri attori dell’industria farmaceutica, anzi, ma di dare una nuova chance di sviluppo industriale a tutto il settore manifatturiero farmaceutico del nostro Paese».
«Siamo soddisfatti dei risultati dello studio» conclude Häusermann «anche perché confermano che quanto abbiamo sostenuto in questi anni – la necessità di rivedere i meccanismi di pay-back , di eliminare il patent linkage come impone l’Europa e di promuovere il ricorso a farmaci equivalenti e biosimilari – non è soltanto funzionale ai legittimi interessi di un settore produttivo, ma rappresenta un elemento chiave per conciliare la tutela della salute e le compatibilità di bilancio, il rilancio dell’economia e il welfare, la concorrenza e la salvaguardia dei diritti del cittadino».
Il Ministro della salute ha trasmesso alla Conferenza Stato-Regioni, per il previsto parere, lo schema di decreto per l’avvio, anche in via sperimentale, dello screening neonatale per la diagnosi precoce di una serie di patologie metaboliche ereditarie. Lo schema di decreto è stato predisposto grazie alla piena collaborazione tra il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, i rappresentanti delle regioni e delle Società scientifiche di settore.
Schema di decreto per l’avvio dello screening neonatale per la diagnosi precoce di patologie metaboliche ereditarie
«Grazie a questo provvedimento – ha dichiarato il Ministro Lorenzin – potranno essere rafforzati ed estesi gli attuali programmi di screening neonatale, per un’efficace prevenzione delle malattie metaboliche ereditarie, favorendo la massima uniformità nell’applicazione della diagnosi precoce neonatale sull’intero territorio nazionale. In questo modo si potrà evitare che i bambini affetti da queste patologie subiscano danni causati da un ritardo diagnostico».
Entro 48 ore dalla nascita, grazie a un esame non invasivo, sarà infatti possibile identificare un ampio gruppo di malattie prima che queste si manifestino clinicamente, evitando danni invalidanti al neonato e, in alcuni casi, la sua morte.
Per l’esecuzione degli screening sono stanziati dieci milioni di euro per anno, a decorrere dal 2015.
Daclatasvir, in combinazione con sofosbuvir, offre alti tassi di cura per un’ampia popolazione di pazienti con HCV, inclusi quelli con infezione da genotipo 3, malattia epatica avanzata e pazienti nei quali ha fallito un inibitore della proteasi, e permette di raggiungere percentuali di guarigione fino al 100%.
Daclatasvir, usato in associazione con sofosbuvir, è un regime orale, da assumere una volta al giorno
Bristol-Myers Squibb ha annunciato la decisione dell’AIFA di rimborsare come innovazione terapeutica daclatasvir, un potente inibitore pan-genotipico del complesso di replicazione NS5A (in vitro), per l’uso in associazione con altri medicinali nei genotipi 1, 3 e 4 per il trattamento dell’infezione cronica da virus dell’epatite C (HCV) in pazienti adulti.
Daclatasvir in associazione con sofosbuvir è un regime tutto orale senza interferone che ha fornito percentuali di guarigione fino al 100% negli studi clinici, inclusi i pazienti con genotipo 3, con malattia epatica avanzata, e coloro che hanno precedentemente fallito il trattamento con inibitori della proteasi.
Daclatasvir è il primo inibitore del complesso di replicazione NS5A approvato nell’Unione Europea per l’uso in associazione con altri farmaci contro l’Epatite C, con una durata del trattamento più breve (12 o 24 settimane) rispetto alle 48 settimane del trattamento con regimi a base di interferone e ribavirina. Daclatasvir aveva ricevuto la valutazione accelerata della CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use), iter riconosciuto per i nuovi farmaci di maggiore interesse per la salute.
Studio Ally 3
L’EASL ha incluso il regime a base di daclatasvir e sofosbuvir nelle linee guida 2015 per il trattamento dell’epatite C, come il primo trattamento per i pazienti con genotipo 3.
Il genotipo 3 rappresenta oggi il genotipo più difficile da curare. La sua natura più aggressiva è legata ai danni che provoca al fegato, a un maggiore aumento della steatosi e a un più alto rischio di carcinoma epato-cellulare. Rilevanti dati dello studio Ally 3, pubblicato su Hepatology, hanno dimostrato che, nei pazienti con genotipo 3, daclatasvir in combinazione con sofosbuvir, senza ribavirina, con 12 settimane di trattamento, ha raggiunto una risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane dalla fine del trattamento nel 90% dei pazienti naive e nell’86% dei pre-trattati.
Studio Ally 2
A dicembre 2014, la SIMIT ha inserito daclatasvir nelle linee guida per il trattamento delle coinfezioni HIV/HCV. I dati dello studio Ally 2 hanno dimostrato l’efficacia di daclatasvir nei pazienti coinfetti con HIV, indipendentemente dalle caratteristiche dei pazienti al basale, senza necessità di modificare la concomitante terapia, a conferma della flessibilità di daclatasvir.
Studio Ally 1
Durante il meeting annuale EASL è stato annunciato anche il raggiungimento degli endpoint primari nello studio Ally 1, lo studio clinico di fase III che ha preso in esame un regime terapeutico di 12 settimane a base di daclatasvir e sofosbuvir, somministrati una volta al giorno in associazione a ribavirina, per il trattamento dei pazienti con cirrosi avanzata o recidiva di HCV post-trapianto epatico. Il regime a base di daclatasvir ha dimostrato percentuali di guarigione del 94% nei pazienti trapiantati e altissime percentuali nei soggetti con cirrosi avanzata.
I dati dei programmi di uso compassionevole nell’Unione Europea (UE) si sono aggiunti alle evidenze cliniche a supporto dell’utilizzo dei regimi a base di daclatasvir per il trattamento dei pazienti con particolari condizioni della malattia (HCV) e che presentano elevati bisogni clinici ancora insoddisfatti.
Inoltre, il regime ha evidenziato basse percentuali di interruzione (<1%) dovute a eventi avversi (AEs). Il tasso di eventi avversi gravi (SAEs) riscontrato è stato basso (4,7). Gli eventi avversi più comuni sono stati astenia, cefalea e nausea. Negli studi clinici, i regimi basati su daclatasvir sono stati generalmente ben tollerati con basse percentuali di interruzioni. Gli studi su daclatasvir, in corso e completati, hanno incluso più di 6.000 pazienti in una serie di regimi sia interferon-free sia a base di interferone.
La sicurezza di daclatasvir nel trattamento dell’epatite C è stata dimostrata in diverse popolazioni che includono pazienti anziani, con malattia epatica avanzata, che hanno subito trapianto di fegato e con coinfezione da HIV. Nessuna problematica riguardo alla sicurezza è stata identificata in pazienti trattati con daclatasvir negli studi clinici e nel programma di accesso precoce.
I regimi raccomandati e la durata del trattamento per la terapia di associazione con daclatasvir includono:
Genotipo HCV e popolazione di pazienti
Trattamento
Durata
Genotipo 1 o 4 senza cirrosi
Daclatasvir + sofosbuvir
12 settimane.
Considerare di prolungare il trattamento a 24 settimane per pazienti con precedente trattamento incluso un inibitore della protesi NS3/4A.
Genotipo 1 o 4 con cirrosi compensata
Daclatasvir + sofosbuvir
24 settimane.Si può considerare di ridurre il trattamento a 12 settimane per pazienti non precedentemente trattati con cirrosi e fattori predittivi positivi come genotipo IL28B CC e/o bassa carica virale al basale.
Considerare di aggiungere ribavirina per pazienti con malattia epatica molto avanzata o altri fattori predittivi negativi come un precedente trattamento.
Genotipo 3 con cirrosi compensata e/o precedente trattamento
Daclatasvir + sofosbuvir + ribavirina
24 settimane.
Genotipo 4
Daclatasvir + peginterferone alfa + ribavirina
24 settimane di daclatasvir in associazione con 24-48 settimane di peginterferone alfa e ribavirina.
Se il paziente presenta HCV RNA non rilevabile ad entrambe le settimane di trattamento 4 e 12, tutti i 3 componenti del regime devono essere continuati per una durata totale di 24 settimane. Se il paziente raggiunge HCV RNA non rilevabile, ma non ad entrambe le settimane di trattamento 4 e 12, daclatasvir deve essere sospeso a 24 settimane e peginterferone alfa e ribavirina continuati per una durata totale di 48 settimane.
Daclatasvir in monoterapia non è raccomandato.
Daclatasvir è stato approvato in Europa ad agosto 2014 e in Brasile a Gennaio 2015. Daclatasvir è anche approvato in Giappone in combinazione con asunaprevir, un inibitore della proteasi NS3/4A. Il regime Dual daclatasvir + asunaprevir in Giappone è il primo trattamento tutto orale, senza interferone e ribavirina per pazienti con infezione cronica da HCV genotipo 1, inclusi quelli con cirrosi compensata.
Negli Stati Uniti, a marzo 2015, è stata presentata domanda alla FDA per il regime daclatasvir e sofosbuvir per il trattamento dei pazienti con genotipo 3.
Il nuovo Regolamento Europeo sulla sperimentazione clinica dei farmaci (536/2014), è stato voluto dall’Unione Europea per sostituire la direttiva 2001/20 sulla sperimentazione clinica, dato che tale direttiva ha portato a un marcato aumento di costi in Europa per la sperimentazione dei farmaci e a una conseguente diminuzione nel numero di studi clinici in Europa. In questo contesto AFI (Associazione Farmaceutici dell’Industria) e Regione Lombardia hanno organizzato un importante incontro a Milano il 14 aprile presso la sede della Regione, invitando relatori tra i più autorevoli di istituzioni (AIFA, EMA, Regioni), case farmaceutiche, CRO (società di ricerca a contratto), ospedali. All’incontro hanno assistito quasi 600 addetti ai lavori sia presenti sia in diretta streaming.
L’assessore Giovanni Melazzini ha aperto la giornata ricordando l’impegno in questo campo della Regione Lombardia, dove si svolge gran parte della ricerca clinica in Italia (60% delle sperimentazioni cliniche): verranno stanziate risorse fino a un miliardo di euro, anche grazie a fondi UE, per poter incrementare la ricerca.
Laura Pioppo di EMA (Agenzia Europea dei Medicinali) ha illustrato come EMA sta organizzando il Portale Europeo sulla sperimentazione clinica, ossia il database che permetterà di unificare la documentazione da utilizzare per le approvazioni delle sperimentazioni riducendo i tempi. Dati e parte dei documenti verranno divulgati per maggior trasparenza. Tutti i relatori sono concordi nell’affermare che per poter permettere una celere analisi della documentazione da parte di enti preposti (Comitati Etici e Autorità Competenti) e quindi un veloce avvio delle sperimentazioni, la burocrazia debba essere ridotta al minimo: in caso contrario si corre il rischio che i farmaci innovativi vengano sperimentati solo in paesi al di fuori della UE, pur essendo la stessa UE interessata al loro utilizzo.
Molto attesa e apprezzata è stata la relazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA , Sandra Petraglia): il calo delle sperimentazioni in Italia è marcato. In particolare tra il 2012 e il 2013 si sono registrati circa 100 studi clinici in meno su oltre 700, pur rimanendo invariata la quota di sperimentazioni svolte in Italia rispetto al resto d’Europa. Con una politica più attenta, l’Italia potrebbe aumentare la propria attrattiva in questo settore rispetto agli altri paesi europei, avendo tra i migliori clinici a livello mondiale. AIFA si sta impegnando affinché si possa arrivare preparati all’applicazione del regolamento; l’intenzione, per snellire il sistema ed evitare sovrapposizioni, è quella di creare un unico Comitato Etico o almeno un Comitato coordinatore. Altra causa di ritardi è il tempo impiegato da ogni singola amministrazione ospedaliera nella stipula del contratto con il promotore della sperimentazione: è quindi auspicabile un modello unico di contratto.
Hanno preso quindi la parola il Francesco De Santis per conto di Farmindustria e il Gianluca Fincato per conto di Assobiotech che hanno rimarcato come l’Italia, pur disponendo di centri di fama mondiale sia poco attrattiva per gli investimenti delle multinazionali farmaceutiche a causa di burocrazia e alti costi.
Il punto di vista del clinico è stato espresso da Luca Gianni dell’Ospedale San Raffaele di Milano che ha ricordato l’importanza della ricerca per i pazienti, i quali spesso ricevono farmaci per patologie difficilmente curabili anche grazie alle sperimentazioni, e per i clinici che, grazie alle sperimentazioni, trovano risposte a quesiti terapeutici.
Laura Canavacci (Regione Toscana), Liliana Burzilleri (Regione Lombardia), Paolo Casali (Comitato Etico dell’ Istituto dei Tumori) e Marco Trivelli (Ospedale Niguarda) hanno esposto nella sessione pomeridiana i punti di vista delle loro istituzioni, ricordando come la recente riorganizzazione e riduzione nel numero di Comitati Etici da parte delle regioni stesse abbia portato a una maggiore efficienza, pur persistendo ancora numerose difficoltà.
Kathryn Hutchinson (CRO AMS, UK) ha illustrato come si stanno organizzando i paesi esteri (Francia, Germania, Belgio, Olanda, UK) e quali problemi ha l’Italia nelle sperimentazioni cliniche: tempi lunghi, difformità di richieste da parte di Regioni, Comitati Etici, amministrazioni, costi elevati; è stato citato l’esempio di una sperimentazione svolta in Francia, UK e Italia dove sono stati spesi, solo per le tariffe da versare ad Autorità Competente e Comitati Etici, rispettivamente 0, 4.500 e oltre 40.000 €. In Francia vi è un’approvazione sola con unico Comitato Etico e questo rende tutto molto più semplice, veloce ed economico.
Identico concetto è stato espresso dal Sergio Scaccabarozzi di Roche, che ha portato l’esperienza di una multinazionale che investe molto sull’Italia per la sperimentazione clinica.
La giornata si è conclusa con una discussione moderata dallo scrivente (Lorenzo Cottini, High Research) e condotta con i moderatori della mattinata, Paola Minghetti, Guido Fedele, Carlo Tomino.
È unanime il giudizio che il regolamento possa e debba essere utilizzato come strumento di semplificazione della normativa e delle procedure, al fine di far aumentare gli investimenti nella ricerca clinica dei farmaci in Italia da parte dei promotori delle sperimentazioni.
In Italia ogni anno 500mila pazienti sviluppano un’infezione collegata all’assistenza ospedaliera e circa 2mila decessi sono direttamente riconducibili a questo tipo di problema.
Prevenire le infezioni in ospedale attraverso il risk management
Dopo l’allarme lanciato dal Governo inglese sull’inefficacia degli antibiotici e sui superbatteri, le infezioni ospedaliere rappresentano sempre più una crisi sanitaria che richiede una gestione preventiva e adeguata. Si tratta di un problema che potrebbe pesare fino a 1 miliardo di euro sulla Sanità italiana, quando il 20-30% di infezioni potrebbe essere prevenuto con l’attuazione di buone pratiche cliniche, l’utilizzo di tecnologie mediche appropriate e la messa a punto di adeguati meccanismi di controllo e di processo, anche da parte degli operatori sanitari. Questi temi sono stati affrontati nell’ambito del convegno “Il valore economico e sociale della qualità in Sanità. Prevenzione e gestione delle infezioni nell’esperienza della Regione Lazio”, organizzato dal Consiglio regionale del Lazio in collaborazione con Assobiomedica.
«Per rendere i nostri ospedali più sicuri – spiega Rodolfo Lena, presidente della commissione Salute – è fondamentale promuovere una cultura indirizzata a capire come e perché si sbaglia. Assunto che l’errore è ineliminabile, è opportuno che ogni organizzazione sanitaria si attivi al fine di ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni al paziente così come agli operatori sanitari. È pertanto importante – aggiunge Lena – che le esperienze positive vengano diffuse e condivise in modo da assicurare a qualsiasi cittadino, operato in qualsiasi struttura sanitaria, eguali livelli di sicurezza. Dobbiamo far leva sul fatto che le tecnologie e le competenze necessarie esistono: il salto di qualità può arrivare solo da una adeguata e competente regia di sistema, di cui la Regione Lazio si sta facendo e si farà carico con il prezioso apporto di professionisti e associazioni».
«Per evitare una gestione tardiva delle infezioni e la resistenza alla terapia antibiotica è sempre più urgente – dichiara Luigi Boggio, presidente Assobiomedicali di Assobiomedica – un approccio coordinato e preventivo tra reparti, ma anche tra strutture sanitarie e Regioni, volto ad avviare in maniera omogenea politiche sulla prevenzione dei rischi; formazione del personale sulle pratiche di controllo delle infezioni; utilizzo di metodiche e dispositivi appropriati per la pulizia, l’igiene e la disinfezione delle apparecchiature. Ciò significherebbe un risparmio annuale stimato di più di 500mila euro per struttura ospedaliera, oltre a una riduzione del 50% delle infezioni nosocomiali». «Alcune recenti esperienze di prevenzione e gestione delle infezioni in Regione Lazio – prosegue Pasquale Mosella, presidente Assodiagnostici di Assobiomedica – hanno dimostrato che la qualità è efficienza e che l’innovazione è risparmio:investire in prevenzione oggi significa minori complicanze e gestione delle cronicità domani».
L’Italia è uno dei mercati europei più maturi nel settore della nutraceutica: è quanto emerge dall’analisi di IMS Health Italia, società specializzata nell’offerta di servizi informativi e di soluzioni tecnologie dedicate al mondo healthcare, su dati provenienti da Austria, Belgio, Francia, Italia, Germania e Svizzera, presentati all’interno di Cosmofarma.
In aumento il mercato dei nutraceutici
I consumatori italiani sono particolarmente propensi all’utilizzo dei prodotti nutraceutici (intesi come i prodotti OTC non registrati in forma orale): nel 2014, infatti, la loro spesa pro capite ha raggiunto i 41 euro, a fronte dei 33 euro spesi, per esempio, dai vicini austriaci e belgi. Le cifre del valore del mercato nel 2014, nei canali farmacia, parafarmacia e corner della grande distribuzione, danno la proporzione di questa tendenza: con l’Italia al primo posto con 2,4 miliardi spesi, seguita dalla Germania con 1,4 miliardi e la Francia con 719 milioni. Il mercato dei nutraceutici in farmacia in Italia vale 2,2 miliardi (+7,3 %), i segmenti che crescono di più sono: antitosse (25,2%), prodotti per lo stomaco e apparato digerente (17,5%) e regolatori di colesterolo (16,1%).
«I prodotti nutraceutici sono entrati nel novero delle scelte dei medici specialisti» ha dichiarato Sergio Liberatore, general manager IMS Health Italia. «Sono spesso utilizzati in associazione alle terapie o come strumento di prevenzione, tendenza che ha implicazioni importanti nella sfera comunicativa tra medico, farmacista e paziente. Questo trend in atto rappresenta un’importante opportunità per il canale delle farmacie».
Il valore del canale farmacia nel 2014 è rimasto stabile (-0,3%): da una parte si è assistito a una contrazione del mercato rimborsato (-2,3%), e dall’altra parte a una crescita del mercato commerciale (+3,3%). Il mercato commerciale continua a registrare segno più anche nel 2015: nei primi due mesi dell’anno, infatti, è cresciuto del 3,9%. Questi i dati di IMS Health Italia, società specializzata nell’offerta di servizi informativi e di soluzioni tecnologie dedicate al mondo healthcare, presentati durante il Cosmofarma di Bologna.
Dermocosmesi e nutraceutica, opportunità per i farmacisti
Nei primi due mesi del 2015 il mercato commerciale è arrivato a coprire il 40% del fatturato della farmacia con un valore di 9,926 miliardi di Euro. Il 52,7% del valore è portato dagli OTC (farmaci da banco), seguiti da prodotti di parafarmacia (22,9%), igiene e bellezza (20,1%) e nutrizionali (4,2%).
La composizione tra mercato etico e mercato commerciale cambia tra le farmacie del nord Italia e quelle del sud: nelle regioni meridionali, infatti, c’è una maggiore dipendenza da mercato etico (62%), mentre nelle regioni settentrionali questa percentuale scende fino al 55 – 57%.
Le farmacie italiane riconoscono l’importanza sempre maggiore del mercato commerciale e secondo 300 farmacisti intervistati da IMS Health Italia, le categorie preferite di questo mercato sono dermocosmesi (54% di preferenze) e nutraceutica (38% di preferenze).
Dermocosmesi
La dermocosmesi in farmacia nel 2014 è cresciuta a valore del 2,2%, con un fatturato di 1,8 miliardi di euro, e nei volumi del 3,6%. I prodotti dermocosmetici sono presenti con un banco dedicato in 6 farmacia su 10, e, di queste, 4 farmacie hanno anche un addetta dedicata alla vendita.
Il mercato in Italia è formato da 694 aziende (presenti in farmacia), e di queste 120 occupano il 92% del fatturato.
Tra i prodotti, quelli dedicati alla cura del viso (20,4%) e quelli per la cura del corpo (14,2%) rappresentano maggiormente il mercato a valore.
Sono infine i prodotti con prezzo medio-basso, meno di 16 euro, a occupare il 33,6% del mercato (a valore), seguiti da prodotti con prezzo medio-alto (16-25 euro) con il 36,9% di mercato. Sebbene le quote a valore del mercato siano dominate da prodotti con prezzi medio-bassi e medio-alti, i prodotti che nel 2014 sono cresciuti di più sono stati i prodotti premium price (oltre i 50 euro) che sono aumentati del 13%.
Nutraceutica
In Italia nel 2014 il mercato della nutraceutica, formato da prodotti atti a integrare la normale dieta e a contribuire al benessere dell’organismo, è cresciuto a valore del 7,3% arrivando a toccare i 2,2 miliardi di euro di fatturato. Il mercato, cresciuto anche nei volumi (+5,5%), è rappresentato in Italia da oltre 1.675 aziende di cui le prime 10 generano il 25% del fatturato totale.
Tra i prodotti più venduti, il primo posto è occupato dai multivitaminici (22,9% del totale) seguiti dai probiotici (22,8%). I prodotti che presentano una crescita maggiore a valore sono prodotti dell’area analgesica (+11,9%), probiotici (+11,5%) e prodotti dell’area ginecologica (+5,3%). I prodotti nutraceutici incidono per il 5,6% sul totale dell’attività prescrittiva degli specialisti e rappresentano il 40% del consiglio in ambito commerciale. Sono soprattutto ginecologi, pediatri e urologi a prescrivere maggiormente prodotti nutraceutici: sul totale delle prescrizioni, infatti, questi specialisti prescrivono rispettivamente il 13,7%, 12,5% e 11,7% di prodotti nutraceutici.
«La domanda di prodotti per la salute e il benessere è in continua crescita» ha commentato Lorenzo Brambilla, direttore consumer health di IMS Health Italia. «Il mercato commerciale in generale, e nutraceutica e dermocosmesi in particolare, rappresentano settori da cui i farmacisti possono cogliere interessanti opportunità, basti pensare che nel 2014 il 75% degli italiani ha acquistato almeno un nutraceutico nel corso dell’anno e che il mercato della dermocosmesi cresce del 2% e ha un tasso di innovazione del 20%».
Il 15 e 16 maggio 2015, i dipendenti Phenomenex con le loro famiglie, amici, fornitori, clienti e tutti i cittadini interessati si impegneranno a confezionare 36.000 pasti destinati a bambini dei paesi in via di sviluppo. L’evento di impachettamento, sponsorizzato da Phenomenex e patrocinato dal Comune di Castel Maggiore, sarà ospitato nel Palatenda di Castel Maggiore (BO).
Volontari al lavoro per l’impacchettamento di pasti destinati a bambini
L’ufficio italiano di Phenomenex, nel corso degli anni, ha instaurato un rapporto di stretta fiducia con Stop Hunger Now Italia Onlus. SHN Italia Onlus organizza infatti eventi di impacchettamento di razioni alimentari che vengono poi inviate nelle zone più povere, bisognose di aiuto. Destinatari delle spedizioni sono le scuole: per una popolazione affamata, infatti, è più facile comprendere il valore dell’istruzione se la scuola è luogo che distribuisce cibo. Investire nell’infanzia, nella sua salute e nella sua istruzione, significa investire nel futuro. È questa la sfida che Alberto Albieri, general manager di Phenomenex Italia, ha raccolto e, con la passione e l’energia che lo cotraddistinguono, l’ha condivisa con i suoi collaboratori.
Per il terzo anno consecutivo, quindi, Phenomenex sponsorizzerà un evento di impacchettamento, finanziando l’acquisto della materia prima e accollandosi ogni onere organizzativo per l’impacchettamento di 36.000 razioni.
Partecipare a un evento di impacchettamento di pasti per bambini è un’occasione per fare squadra e scoprire che dedicare il proprio tempo al bene di Altri rende felici. È questo il segreto del successo dell’iniziativa.
Per aderire visitate il sito: www.shnitalia.it alla sezione News.
Phenomenex è impegnata nello sviluppo di soluzioni all’avanguardia nella chimica analitica e nel campo delle scienze separative. Le soluzioni Phenomenex nella cromatografia trovano applicazioni nella scoperta di nuovi farmaci e nello sviluppo in campo farmaceutico, nella diagnostica, nella sicurezza alimentare e nell’analisi ambientale.
Stop Hunger Now Italia Onlus (SHN Italia Onlus) nasce in Italia nel 2012 sulle orme di Stop Hunger Now USA, un’organizzazione internazionale non governativa con sede a Raleigh, in North Carolina. Il principale obiettivo dell’Associazione, ispirata dalla visione di un mondo senza fame, è di offrire alle popolazioni più vulnerabili cibo e aiuti umanitari, coinvolgendo direttamente i volontari nella realizzazione dei pasti attraverso il Programma di confezionamento, elemento cardine della propria attività. L’approccio è semplice: bambini e adulti collaborano in una sorta di “catena di montaggio” alla produzione di pasti disidratati, specificamente formulati per contrastare la malnutrizione.
Seasonique®, contraccettivo ormonale combinato (Coc) da assumere in continuo per tre mesi si affaccia sul mercato italiano con importanti opportunità terapeutiche.
La pillola che riduce a 4 i cicli mestruali in un anno
Seasonique di Teva è un’opzione contraccettiva orale in “continuo” che contiene 84 compresse a base di levonorgestrel, 0,15 mg e di etinilestradiolo, 0,03 mg e 7 compresse a base di solo etinilestradiolo in bassa concentrazione, 0,01 mg. Le compresse di Seasonique devono essere assunte ogni giorno per tre mesi. Ogni successiva confezione da 91 compresse è da incominciare il giorno dopo l’assunzione dell’ultima pillola della confezione precedente. Le compresse a base di solo etinilestradiolo sono da assumere nei sette giorni di “interruzione” al posto del placebo e consentono alle donne di avere quattro cicli programmati in un anno e di evitare i sintomi da sospensione che possono derivare da una brusca interruzione degli ormoni.
Seasonique è supportata da studi clinici estensivi e dall’esperienza sul campo. Inoltre, la sua percentuale di efficacia contraccettiva è del 99% se assunta correttamente. Resta inteso che, sospesa l’assunzione, la donna può da subito rimanere incinta.
Seasonique, grazie alla modalità di assunzione senza pausa per tre mesi, riduce a un solo sanguinamento trimestrale la mestruazione e consente di limitare il dolore associato alla sindrome premestruale e di determinare un beneficio in termini di anemia da carenza da ferro e una minor limitazione alla vita attiva e delle donne.
Concessa dall’Agenzia Italiana del Farmaco la rimborsabilità di empagliflozin per il trattamento del diabete di tipo 2 negli adulti. Sviluppato da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company, empagliflozin ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea nel maggio 2014, al fine di migliorare il controllo glicemico in monosomministrazione giornaliera, in compresse da 10 e 25 mg.
Diabete di tipo 2: empagliflozin ottiene la rimborsabilità in Italia
Empagliflozin appartiene alla classe degli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), proteina trasportatore responsabile di circa il 90% del riassorbimento da parte del rene del glucosio filtrato dal sangue. Nelle persone con diabete di tipo 2 si osserva una sovraespressione di SGLT2, che contribuisce all’innalzamento dei livelli glicemici. Empagliflozin riduce la capacità del rene di riassorbire il glucosio, inducendone l’escrezione attraverso le urine, con il vantaggio di ridurre i valori glicemici e l’HbA1c ed indurre una perdita di peso e la diminuzione della pressione arteriosa. A differenza della maggior parte dei trattamenti antidiabetici orali, gli inibitori del SGLT2 agiscono indipendentemente dalla funzionalità delle cellule beta pancreatiche e dall’azione dell’insulina.
«La terapia del diabete tipo 2 si arricchisce di un altro inibitore del riassorbimento renale di glucosio, empagliflozin. Questa classe di farmaci ha ribaltato un vecchio concetto che noi medici avevano imparato sui banchi e cioè che la glicosuria era un indice di scompenso glicemico. Ora l’eliminazione di glucosio attraverso il rene assume una connotazione positiva. Innanzitutto è prova dell’azione del farmaco e della sua efficacia nel migliorare i profili glicemici» dichiara Stefano Del Prato, direttore U.O. Malattie del Metabolismo e Diabetologia, Dipartimento Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa. «Inoltre, grazie alla perdita dell’eccesso di glucosio – continua Del Prato – facilita il calo ponderale e, grazie al conseguente modesto effetto diuretico, esercita un effetto favorevole sulla pressione arteriosa. Questi farmaci sono, infine, la riprova di un nuovo approccio della terapia del diabete tipo 2, sempre più mirata a correggere specifici difetti patogenetici e la possibilità di rendere ancora più individualizza la terapia».