Con l’obiettivo di porre un freno all’eccessivo consumo di antibiotici e di fermare il conseguente dilagare del fenomeno dell’antibiotico-resistenza che provoca ogni anno 25.000 morti e più di un miliardo e mezzo in spese sanitarie e perdite di produttività nella sola Europa, nell’ambito del Programma di innovazione e ricerca “Horizon 2020”, la Commissione Europea ha istituito un premio dal valore di un 1 milione di euroche verrà assegnato alla persona o al team in grado di sviluppare un test rapido in grado di identificare per tutti i pazienti la necessità o meno di essere trattati con antibiotici. I criteri di aggiudicazione del premio richiedono che il test sia poco costoso, di facile e intuitivo utilizzo per gli operatori sanitari e soprattutto senza conseguenze per i pazienti.
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Tramite l’utilizzo del test rapido ideato dal team di ricerca, i medici saranno in grado di sapere rapidamente se i pazienti con infezioni del tratto respiratorio superiore (come raffreddore, bronchite e otiti) possano essere trattate in modo sicuro anche senza ricorrere agli antibiotici. Infatti, le infezioni del tratto respiratorio superiore sono una delle ragioni principali per la prescrizione di antibiotici, anche se molte di queste infezioni sono dovute a virus per i quali gli antibiotici non sono né efficaci né necessari.
«La crescente resistenza agli antibiotici è una delle maggiori sfide per la tutela della salute pubblica che oggi ci troviamo a combattere e per la quale abbiamo bisogno di trovare nuove modalità di intervento al fine di impedire che i pazienti muoiano a causa di infezioni che sono state trattate con successo per decenni, fino a quando il fenomeno dell’antibiotico-resistenza ha reso i farmaci a disposizione inefficaci. Sentiamo sempre di più la necessità e l’urgenza di accompagnare nuove classi di antibiotici alla registrazione sul mercato, parallelamente alla necessità di intraprendere misure preventive atte ad evitare sovra-prescrizioni e quindi sovra-utilizzo. Nell’ambito del programma Horizon 2020 stiamo continuando a contribuire a salvare vite umane e a ridurre di un miliardo e mezzo di euro le spese sanitarie e le perdite in termini di produttività dell’Unione europea causati ogni anno dal fenomeno dell’antibiotico-resistenza», afferma il Commissario Europeo per la Ricerca, la scienza e l’innovazione Carlos Moedas.
Uno studio internazionale ha identificato un nuovo gene associato alla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). La ricerca, pubblicata su Science, rappresenta uno sforzo sinergico della scienza mondiale alla quale hanno partecipato anche due neurologi e ricercatori italiani: Vincenzo Silani e Nicola Ticozzi dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano – Centro “Dino Ferrari”, Università degli Studi di Milano, che hanno coordinato il Consorzio Slagen, costituito da sei centri di ricerca italiani esperti nella ricerca sulla Sla.
Nello studio multicentrico i ricercatori hanno confrontato il genoma di 2.874 pazienti Sla con 6.405 individui sani e hanno identificato un eccesso di mutazioni nel gene TBK1, codificante per la proteina TANK-binding kinase 1.
Nuovo passo avanti negli studi sulla genetica della Sla
«La Sla è una malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni motori, determinando una paralisi progressiva di tutta la muscolatura. La malattia è letale in 3-5 anni e, a tutt’oggi, non esiste terapia efficace. L’attuale mancanza di farmaci in grado di curare la Sla è in gran parte una diretta conseguenza delle scarse conoscenze circa le cause e i meccanismi che determinano la malattia. Negli ultimi anni gli studi sulla genetica della Sla hanno iniziato a far luce su questi meccanismi, consentendo la creazione in laboratorio di nuovi modelli di malattia, fondamentali per lo studio di nuove molecole e farmaci» precisa Vincenzo Silani.
«Sebbene l’esatto ruolo biologico della proteina non sia pienamente compreso – spiega Vincenzo Silani -, si ritiene che TBK1 sia coinvolta, assieme ad altri geni associati alla Sla, nei processi di autofagia, cioè quei meccanismi con cui i motoneuroni sono in grado di eliminare i componenti cellulari danneggiati. Si ritiene che l’alterazione di questi meccanismi determini un progressivo accumulo di proteine anomale all’interno delle cellule, portandole a morte. La scoperta delle mutazioni in TBK1 suggerisce quindi che alterazioni nei processi di autofagia e degradazione proteica possano essere determinanti nel causare la Sla. Sarà quindi di estremo interesse studiare questo nuovo meccanismo patogenetico nell’obiettivo di sviluppare terapie neuroprotettive efficaci».
Il lavoro pubblicato su Scienceè stato supportato da AriSLA – Fondazione Italiana di ricerca per la SLA, nell’ambito dei progetti Exomefals e Novals, beneficiari di un Grant di AriSLA (2009/2012) e co-finanziato grazie al contributo delle donazioni del 5×1000 per gli Enti della Ricerca Sanitaria del Ministero della Salute.
Il freddo può determinare un indebolimento delle difese immunitarie dell’organismo, causando malessere, infiammazioni e infezioni possono colpire le vie urinarie (IVU). La bassa reattività del sistema immunitario, prevalentemente nella fascia d’età compresa tra i 18 e 30 anni e negli anni successivi alla menopausa, può far sì che un vasto gruppo di batteri colonizzi vescica e uretra.
Dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari, dossier sugli integratori indicati per il benessere delle vie urinarie delle donne
La terapia principale utilizzata per risolvere queste infezioni prevede l’assunzione di antibiotici.
L’Osservatorio AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari – Area Integratori Alimentari) segnala alcuni strumenti indicati da Giovanni Scapagnini, biochimico clinico e docente presso l’Università del Molise, da affiancare ai trattamenti medici.
L’utilizzo dei probiotici sembra essere una preziosa risorsa sia per la capacità di ripristinare la normale flora batterica anche vaginale, sia per la capacità di produrre metaboliti in grado di contenere la carica batterica patogena.
Il D-mannosio è invece uno zucchero semplice, in grado di prevenire l’adesione di alcuni ceppi batterici alle cellule dell’uroepitelio, mentre nel mirtillo americano sono presenti due composti in grado di ostacolare la colonizzazione di batteri uro-patogeni.
Una delle possibilità più promettenti nel favorire il benessere femminile e nel prevenire gli episodi di UVI prevede l’impiego di principi attivi di origine vegetale. Tra questi, ricordiamo:
L’uva ursina sembra essere in grado di aumentare l’idrofobicità della superficie dei germi, causando la diminuzione del potere di adesione alle cellule ospiti.
Barosma betulina è una pianta utile sia per il suo effetto diuretico, sia per il suo potere antimicrobico, mentre l’olio essenziale estratto dalla salvia e dal ginepro inibiscono diversi agenti patogeni urinari.
Il Coleus forskohlii è un attivatore del AMP ciclico, che favorisce quindi l’espulsione degli E. coli dalle cellule uroteliali.
La berberina è un alcaloide di origine vegetale presente in molte piante della famiglia delle Berberidacee (Coptis chinensis, Hydrastis canadensis, Phellodendron amurense) e in altre specie vegetali. I suoi estratti e decotti hanno mostrato una significativa attività antimicrobica.
Il ricorso a probiotici, D-Mannosio ed estratti fitoterapici rappresenta quindi un valido rimedio per il benessere delle vie urinarie femminili, soprattutto durante la stagione fredda.
Sul corretto utilizzo degli integratori alimentari: www.integratoriebenessere.it e la APP “Integratori”, sviluppata in collaborazione con l’Unione Nazionale Consumatori (UNC), scaricabile gratuitamente per Apple e Android sul sito Integratori e Benessere.
Risposta virologica sostenuta a 12 settimane (SVR12) nel 96% dei casi trattati con Harvoni® (ledipasvir 90 mg/sofosbuvir 400 mg) per epatite C di genotipo 1 e 4 tra i pazienti con infezione da HIV.
Studio di fase III su Harvoni dimostra guarigione (SVR12) dall’epatite C nel 96% dei pazienti coinfettati da HIV
Gilead Sciences ha annunciato i risultati di uno studio di Fase III, ION-4, che ha valutato Harvoni, STR (single tablet regimen, regime a singola compressa) con somministrazione una volta al giorno, per il trattamento dei genotipi 1 o 4 dell’infezione da virus dell’epatite cronica C (HCV) tra i pazienti co-infettati con HIV. Nello studio, il 96% (n = 321/335) dei pazienti con HCV ha ottenuto una risposta virologica sostenuta a 12 settimane dopo il completamento della terapia (SVR12). I pazienti che raggiungono la SVR12 sono considerati guariti dall’infezione da HCV.
“Questo studio fornisce una forte evidenza che le persone co-infettate con HIV possono ottenere tassi molto elevati di guarigione dall’epatite C con un regime antivirale di associazione ad azione diretta”, ha dichiarato Susanna Naggie, MD, MHS, Direttore della Ricerca sulle Malattie Infettive presso il Duke Clinical Research Institute e capo ricercatore per lo studio ION-4. “Questi alti tassi di guarigione sono stati osservati nella maggior parte delle sotto-popolazioni storicamente difficili da trattare, inclusi i pazienti che avevano fallito un precedente trattamento e quelli con cirrosi”.
ION-4 è uno studio clinico di Fase III, multicentrico, in aperto che ha esaminato l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità del trattamento con Harvoni per 12 settimane in 335 pazienti con HCV di genotipo 1a (75%), 1b (23%) o 4 (2%) e co-infezione da HIV-1. Lo studio ha incluso pazienti con infezione da HCV naïve al trattamento (45%) e già trattati in precedenza (55%), compresi pazienti con cirrosi compensata (20%), in soppressione virologica per HIV con uno dei tre regimi antiretrovirali HIV (ARV): tenofovir ed emtricitabina con efavirenz (Atripla®), raltegravir o rilpivirina (Complera®).
Le percentuali di SVR12 non sono state influenzate in modo significativo da un eventuale trattamento precedente dalla presenza di cirrosi o in funzione del tipo di regime ARV. Nessun paziente ha interrotto Harvoni a causa di un evento avverso. Dei 14 pazienti che non hanno raggiunto la SVR12, due sono andati incontro ad un fallimento virologico durante il trattamento (probabilmente a causa di poca compliance, secondo parere del medico), 10 hanno avuto una recidiva virologica post-trattamento, uno non si è presentato alla visita di follow up e uno è deceduto per cause non correlate al farmaco in studio. Gli eventi avversi più comunemente riportati sono stati cefalea (25%), affaticamento (21%) e diarrea (11%).
Harvoni ha ricevuto l’approvazione regolatoria negli Stati Uniti per il trattamento dell’infezione da virus dell’epatite cronica C di genotipo 1 nei pazienti adulti. Sulla base dei risultati dello studio clinico ION-4, Gilead ha in programma di integrare la documentazione per la New Drug Application presso la US Food and Drug Administration per Harvoni, al fine di includere i risultati di questo studio nelle sue indicazioni. Harvoni ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio in Europa nel novembre 2014: la scheda tecnica include anche i dati provenienti da un piccolo studio condotto su pazienti co-infetti con HIV-HCV (Eradicate).
Boehringer Ingelheim ha avanzato richiesta di autorizzazione alla commercializzazione per idarucizumab* a EMA, a FDA e all’autorità regolatoria canadese per l’utilizzo in pazienti che necessitino di una rapida azione di contrasto degli effetti dell’anticoagulante orale dabigatran etexilato.
Boehringer Ingelheim richiede la procedura accelerata a tutte e tre le autorità regolatorie.
Idarucizumab per contrastare gli effetti dell’anticoagulante dabigatran etexilato
Idarucizumab è uno specifico reversal agent per gestire le situazioni di emergenza (es. intervento chirurgico d’urgenza, traumi, ecc), in pazienti in trattamento con dabigatran.
Idarucizumab ha ottenuto la designazione di Breakthrough Therapy da parte della FDA.
La richiesta a EMA, FDA e autorità canadese si basa sui risultati di studi clinici di idarucizumab su volontari, tra cui persone anziane e con insufficienza renale, come i dati di fase I che hanno dimostrato la capacità di idarucizumab di produrre un’immediata, completa e persistente azione di contrasto dell’attività anticoagulante di dabigatran senza alcun effetto protrombotico e come i dati disponibili sui primi pazienti che hanno completato lo studio RE-VERSE AD™, studio internazionale di fase III nel quale Boehringer Ingelheim continua a valutare idarucizumab in pazienti in trattamento con dabigatran per i quali è richiesto un intervento di emergenza o abbiano un importante episodio di sanguinamento in atto.
Dabigatran etexilato
Dabigatran etexilato è un inibitore diretto della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione di coaguli (trombi), utilizzato per la prevenzione e il trattamento delle malattie tromboemboliche acute e croniche. A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran realizza un’anticoagulazione efficace, prevedibile e riproducibile con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.
Le indicazioni per cui dabigatran è attualmente approvato sono le seguenti:
Prevenzione dell’ictus e delle embolie sistemiche in pazienti con fibrillazione atriale non-valvolare e un fattore di rischio per l’ictus;
Prevenzione primaria di eventi di tromboembolismo venoso in pazienti che si sottopongono a chirurgia elettiva di sostituzione totale dell’anca o del ginocchio;
Trattamento di trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP ed EP negli adulti.
Gilead annuncia nuovi dati di studi di fase III per il regime sperimentale in singola compressacon tenofovir alafenamide (TAF) per infezione da HIV. Il regime contenente TAF ha dimostrato non inferiorità rispetto a Stribild® e parametri renali e ossei migliori.
Combinazione elvitegravir, cobicistat, emtricitabina e tenofovir alafenamide in singola compressa
Gilead Sciences ha annunciato i risultati a 48 settimane di due studi di Fase III (Studi 104 e 111) che hanno valutato il suo STR (single tablet regimen, regime a singola compressa) sperimentale (con somministrazione una volta al giorno) contenente elvitegravir 150 mg, cobicistat 150 mg, emtricitabina 200 mg e tenofovir alafenamide (TAF) 10 mg (E/C/F/TAF) per il trattamento dell’infezione da HIV-1 nei pazienti adulti naïve al trattamento. Il regime con TAF è risultato statisticamente non inferiore a Stribild® di Gilead (contenente elvitegravir 150 mg, cobicistat 150 mg, emtricitabina 200 mg e tenofovir disoproxil fumarato 300 mg), sulla base delle percentuali di pazienti con livelli di HIV-1 RNA inferiori a 50 copie/ml. Una seconda analisi ha rilevato che i pazienti trattati con il regime TAF avevano anche parametri renali e ossei significativamente migliori di quelli dei pazienti trattati con Stribild.
Gli Studi 104 e 111 – la cui durata originariamente prevista era di 96 settimane, ma che è stata estesa a 144 settimane – sono studi di Fase III, controllati, randomizzati, in doppio cieco, condotti su 1733 adulti con infezione da HIV naïve al trattamento. All’atto dell’arruolamento, il 15% dei soggetti era composto da donne, il 43% da non-bianchi e il 23% aveva viremie pari a >100.000 copie/ml. I pazienti sono stati randomizzati 1:1 a ricevere un STR di E/C/F/TAF o Stribild. Le conte mediane di CD4 al basale erano pari a 404 cellule/μl per i pazienti nel braccio E/C/F/TAF e 406 cellule/μl per quelli nel braccio Stribild. L’endpoint primario era la risposta virologica a 48 settimane secondo il FDA Snapshot Algorithm in un’analisi pre-specificata degli studi combinati.
L’endpoint primario è stato raggiunto, poiché E/C/F/TAF è risultato non inferiore a Stribild, per quanto riguarda la percentuale di pazienti con HIV RNA <50 copie/ml alla settimana 48. Il cambiamento medio della conta di CD4 alla settimana 48 è stato pari a 211 cellule/μl per i pazienti nel braccio E/C/F/TAF e a 181 cellule/μl nel braccio Stribild (p = 0,024).
A 48 settimane, il 92,4% (n = 800/866) dei pazienti che assumevano E/C/F/TAF e il 90,4% (n = 784/867; IC -0,7%-4,7%, p = 0,13) dei pazienti trattati con Stribild hanno raggiunto livelli di HIV RNA inferiori a 50 copie/ml. Queste analisi hanno rilevato che il tasso di successo virologico tra i due regimi è stato simile nei vari sottogruppi di pazienti (stratificati per età, sesso, razza, livello di HIV-1 RNA al basale, conta di CD4 al basale).
Gli eventi avversi più comunemente riportati (di qualsiasi grado di severità) sono stati: diarrea (17% vs 19%), nausea (15% vs 17%), mal di testa (14% vs 13%) e infezione delle vie respiratorie superiori (11% vs 13%), rispettivamente nei bracci E/C/F/TAF e Stribild.
Le interruzioni a causa di eventi avversi sono state limitate in entrambi i bracci di trattamento (0,9% (n = 8) per E/C/F/TAF rispetto all’1,5% (n = 13) per Stribild).
Non ci sono state segnalazioni di tubulopatia renale prossimale (inclusa la sindrome di Fanconi) in nessuno dei gruppi.
Nello 0,8% dei pazienti nel braccio E/C/F/TAF e nello 0,6% di quelli nel braccio Stribild si è verificato fallimento virologico con comparsa di resistenza.
Un’analisi separata ha studiato l’effetto dei due regimi sui parametri di laboratorio renali, ossei e relativi ai livelli plasmatici di lipidi. Per esaminare la funzionalità renale sono stati condotti molteplici test di funzione glomerulare e tubulare, i quali sono stati tutti statisticamente in favore del regime E/C/F/TAF. L’analisi ha rilevato anche una differenza statisticamente significativa nella variazione media del tasso di filtrazione glomerulare stimato (eGFR) rispetto al basale alla settimana 48, a favore del regime a base di TAF (-6,6 ml/min per E/C/F/TAF vs -11,2ml/min per Stribild nello studio 104 (p <0,001); -5,7 ml/min per E/C/F/TAF vs -11,9 ml/min per Stribild nello studio 111 (p <0,001)). L’analisi ha anche riscontrato che la densità minerale ossea (BMD) era ridotta in misura significativamente maggiore tra i pazienti trattati con Stribild rispetto ai pazienti che assumevano E/C/F/TAF (anca: -2,86 vs -1,30, p <0,001; colonna vertebrale: – 2,95 vs -0,66, p <0,001). Infine, i pazienti con E/C/F/TAF avevano valori di lipidi plasmatici più elevati dei pazienti con Stribild, il che sembra essere coerente con le variazioni osservate con altri regimi non basati su TDF.
Gli studi sono attualmente in corso, secondo un protocollo in cieco. Dopo la settimana 96, i pazienti continueranno a prendere in cieco il farmaco in studio, fino all’apertura del trattamento; a quel punto a tutti sarà data la possibilità di partecipare a un’estensione rollover in aperto e di ricevere E/C/F/TAF.
Oltre agli Studi 104 e 111, sono stati annunciati i risultati di diversi altri studi con E/C/F/TAF. In particolare, lo Studio 112 in aperto di 48 settimane supporta l’efficacia e la sicurezza di E/C/F/TAF nei pazienti affetti da HIV con compromissione della funzionalità renale da lieve a moderata (CrCl ≥30 ml/min) (Abstract 795/Pozniak). Lo studio ha incluso 242 pazienti con soppressione virologica che erano passati da regimi con o senza TDF a E/C/F/TAF. Lo studio ha rilevato che il 92% dei partecipanti ha mantenuto la soppressione virologica alla settimana 48. Non si è verificato alcun cambiamento significativo nel eGFR rispetto al basale, e sono stati osservati miglioramenti significativi in altri marcatori della funzionalità renale, inclusi i parametri di funzionalità del tubulo renale prossimale e una diminuzione di proteinuria (UPCR >200 mg/g) e albuminuria (UACR ≥30 mg/g). Alla settimana 48 sono stati anche osservati miglioramenti della BMD rispetto al basale (anca e colonna vertebrale) (mediana di 0,9% e 1,9%, rispettivamente). Infine, i valori lipidici nei pazienti che prima dello studio avevano assunto regimi non contenenti TDF sono diminuiti, mentre i lipidi a digiuno sono aumentati tra coloro che avevano assunto regimi contenenti TDF prima dell’arruolamento nello studio.
E/C/F/TAF è un prodotto sperimentale e la sua efficacia e sicurezza non sono ancora state determinate dalla FDA o dall’EMA.
Una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) per E/C/F/TAF nell’Unione Europea è stata pienamente convalidata. La revisione della domanda di AIC da parte dell’EMA è attualmente in corso, ai sensi della procedura centralizzata di autorizzazione, la quale – quando finalizzata – fornisce un’autorizzazione all’immissione in commercio in tutti i 28 Stati membri dell’Unione europea.
Sulla base dei dati iniziali degli Studi 104 e 111, Gilead ha presentato alla US Food and Drug Administration una New Drug Application per E/C/F/TAF. Ai sensi del Prescription Drug User Fee Act, l’agenzia ha fissato la data per la decisione finale al 5 novembre 2015. Se approvato, E/C/F/TAF sarebbe il primo STR di Gilead a contenere TAF.
TAF è un inibitore nucleotidico della trascrittasi inversa (NRTI), che ha dimostrato un’elevata efficacia antivirale a una dose 10 volte inferiore a quella di Viread® di Gilead (tenofovir disoproxil fumarato, TDF), oltre a un miglioramento, rilevato negli studi clinici, dei parametri renali e ossei. “TAF rilascia elevati livelli di tenofovir direttamente nelle cellule infette da HIV”, ha spiegato David Wohl, MD, Professore Associato di Medicina, Divisione Malattie Infettive, University of North Carolina at Chapel Hill, e autore principale dell’analisi di efficacia di E/C/F/TAF. “Questo significa che i pazienti beneficiano di un’elevata efficacia a una dose notevolmente bassa”.
Il Comitato europeo per i Medicinali per Uso Umano (CHMP, Committee for Medicinal Products for Human Use) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha espresso un parere positivo per Humira (adalimumab) per il trattamento della psoriasi cronica a placche grave nei bambini e negli adolescenti a partire dai quattro anni di età. Se verrà autorizzato all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea, Humira potrebbe diventare il primo trattamento disponibile per i pazienti a partire dai quattro anni con psoriasi a placche grave che hanno avuto una risposta inadeguata (o sono candidati inadatti) alla terapia topica e alle fototerapie.
Parere favorevole del CHMP dell’EMA all’approvazione di adalimumab nella psoriasi infantile
La psoriasi a placche cronica, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si verifica nello 0,70% della popolazione pediatrica, con nessuna differenza significativa per quanto riguarda il genere, con caratteristiche simili alla patologia dell’adulto, ma con lesioni tipicamente più piccole e sottili e meno squamose.
Il parere positivo si basa sui risultati di uno studio di Fase III. L’esame della domanda di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) è in corso, nell’ambito della procedura centralizzata di approvazione. Se verrà rilasciata, l’autorizzazione sarà valida in tutti i 28 Stati Membri dell’Unione europea, nonché in Islanda, Liechtenstein e Norvegia.
Dalla sua prima autorizzazione – ottenuta 12 anni fa – Humira è stato approvato in oltre 87 Paesi. Attualmente viene utilizzato per trattare più di 843.000 pazienti in tutto il mondo, con 10 indicazioni approvate a livello globale.
Indicazioni terapeutiche di Humira nell’UE
Artrite reumatoide
Humira, in combinazione con metotressato, è indicato per:
il trattamento dell’artrite reumatoide attiva da moderata a grave nei pazienti adulti, quando la risposta ai farmaci anti-reumatici modificanti la malattia, ivi incluso metotressato, è stata inadeguata;
il trattamento dell’artrite reumatoide grave, attiva e progressiva negli adulti non trattati in precedenza con metotressato.
Quando viene somministrato in combinazione con metotressato, Humira ha dimostrato di ridurre il tasso di progressione del danno articolare – valutato mediante radiografie – e di migliorare la funzionalità fisica.
Artrite idiopatica giovanile in forma poliarticolare
Humira, in combinazione con metotressato, è indicato per il trattamento dell’artrite idiopatica giovanile poliarticolare attiva nei bambini a partire dai 2 anni e negli adolescenti che hanno avuto una risposta inadeguata a uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia (DMARD, disease-modifying anti-rheumatic drug). Humira non è stato studiato nei bambini di età inferiore ai 2 anni.
Artrite associata a entesite
Humira è indicato per il trattamento dell’artrite attiva associata a entesite nei pazienti a partire dai 6 anni che hanno avuto una risposta inadeguata – o che sono intolleranti – alla terapia convenzionale.
Spondilite anchilosante (SA)
Humira è indicato per il trattamento di pazienti adulti con spondilite anchilosante attiva grave che hanno avuto una risposta inadeguata alla terapia convenzionale.
Spondiloartrite assiale senza evidenza radiografica di SA
Humira è indicato per il trattamento di pazienti adulti con spondiloartrite assiale grave senza evidenza radiografica di SA, ma con segni oggettivi di infiammazione evidenziati da CRP elevata e/o MRI, che hanno avuto una risposta inadeguata – o che sono intolleranti – ai farmaci anti-infiammatori non steroidei.
Artrite psoriasica
Humira è indicato per il trattamento dell’artrite psoriasica attiva e progressiva negli adulti, quando la risposta a precedenti trattamenti con farmaci anti-reumatici modificanti la malattia è stata inadeguata. HUMIRA ha dimostrato di ridurre il tasso di progressione del danno articolare periferico, come misurato da radiografia, nei pazienti con sottotipi simmetrici poli-articolari della malattia e di migliorare la funzionalità fisica.
Psoriasi
Humira è indicato per il trattamento della psoriasi cronica a placche da moderata a grave nei pazienti adulti che non hanno risposto (oppure che hanno una controindicazione, o che sono intolleranti) ad altre terapie sistemiche, incluse ciclosporina, metotressato o PUVA.
Malattia di Crohn
Humira è indicato per il trattamento del morbo di Crohn da moderatamente a gravemente attivo nei pazienti adulti che non hanno avuto una risposta, nonostante un trattamento completo e adeguato con un
corticosteroide e/o un immunosoppressore, oppure sono intolleranti o presentano controindicazioni mediche per tali terapie.
Malattia di Crohn in età pediatrica (indicazione in attesa di autorizzazione in Italia)
Humira è indicato per il trattamento del morbo di Crohn gravemente attivo nei pazienti pediatrici (a partire dai 6 anni) che hanno avuto una risposta inadeguata alla terapia convenzionale – inclusa la terapia nutrizionale primaria – a un corticosteroide e un immunomodulatore, oppure sono intolleranti o presentano controindicazioni per tali terapie.
Colite ulcerosa
Humira è indicato per il trattamento della colite ulcerosa da moderatamente a gravemente attiva nei pazienti adulti che hanno avuto una risposta inadeguata alla terapia convenzionale, inclusi corticosteroidi e 6-mercaptopurina (6-MP) o azatioprina (AZA), oppure sono intolleranti o presentano controindicazioni mediche per tali terapie.
Alfa Wassermann e Sigma-Tau, importanti gruppi farmaceutici italiani con forte presenza anche a livello internazionale, annunciano la sigla di un accordo per un progetto di aggregazione industriale che prevede la costituzione di una nuova società in cui confluiranno le attività farmaceutiche dei due gruppi.
L’operazione di aggregazione non riguarderà il business delle malattie rare di Sigma-Tau nè alcune partecipazioni finanziarie in aziende del settore pharma e malattie rare internazionali che rimarranno in capo alla famiglia Cavazza.
L’azionariato della nuova società vedrà la maggioranza (75% ) in capo alla famiglia Golinelli (Alfa Wassermann). Alcuni componenti della famiglia Cavazza avranno una quota del 20% e Intesa Sanpaolo, già azionista di Sigma-Tau, manterrà l’attuale quota del 5%.
Con questa operazione nascerà un Gruppo che si posizionerà in Italia tra i primi cinque operatori del settore farmaceutico sia per prodotti da prescrizione che per quelli di automedicazione. A livello internazionale sarà direttamente presente in 18 Paesi, fra cui USA, Cina, Russia e diversi Paesi Europei. Il nuovo Gruppo avrà inizialmente un fatturato di oltre 900 milioni di Euro con prospettive di crescita e un organico di circa 2.800 dipendenti, di cui circa 1.840 operanti in Italia e 960 nelle sedi estere. Le sedi operative in Italia saranno: Bologna, Milano, Pomezia, Alanno e Sermoneta. In queste ultime tre localizzazioni sono situati gli insediamenti produttivi che utilizzano tecnologie all’avanguardia.
Per quanto concerne le aree terapeutiche, il Gruppo avrà una posizione di primo piano nell’
Ortopedia-reumatologia, area cardio-metabolica, diabetologia, gastroenterologia le aree terapeutiche di primo piano, oltre a posizioni significative in quelle vascolare e ginecologica.
La dimensione del nuovo Gruppo consentirà investimenti significativi in Ricerca & Sviluppo.
Il progetto di aggregazione dovrebbe perfezionarsi entro il primo quadrimestre del 2015.
Sono oltre 2 milioni gli italiani colpiti da malattie infiammatorie croniche immuno-mediate (Immune-mediated Inflammatory Diseases IMID), come artrite reumatoide, malattia di Crohn e psoriasi, ma, a causa dei costi elevati, pochi hanno accesso alle terapie biologiche, che negli ultimi 15 anni hanno rivoluzionato lo scenario di cura.
Con l’entrata in commercio del primo biosimilare di un anticorpo monoclonale (infliximab) approvato dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) nelle malattie infiammatorie croniche immuno-mediate, ogni anno si potrebbero risparmiare 4.000 euro a paziente, per un totale di oltre 3 milioni che consentirebbero di trattare almeno 260 persone in più.
48 milioni di euro in 5 anni il risparmio stimato passando gradualmente al biosimilare infliximab
Studio di budget impact relativo a infliximab biosimiliare
Nel delicato equilibrio tra le attuali esigenze di contenimento della spesa e l’imprescindibile obiettivo di garantire ai pazienti le migliori cure, i biosimilari possono infatti fornire un valido contributo: a fronte di un’efficacia e sicurezza comparabili a quelle dell’originator, hanno un costo inferiore, che può generare risparmi consistenti, come illustrato dallo studio di budget impact relativo a infliximab biosimiliare, presentato a Bergamo durante il convegno “Biosimilari. Prospettive future e strategie di gestione tra razionalizzazione della spesa e tutela dei pazienti“, organizzato da Health Publishing and Services (HPS), con il grant incondizionato di Mundipharma
«Partendo da un dato di letteratura che prevede in Italia una prevalenza di IMID, a inizio 2015, pari a circa 2.268.000 pazienti (di cui 10.324 trattati con infliximab originator) e un’incidenza, ovvero i nuovi casi, di 107.372 pazienti (di cui 521 indirizzati alla terapia con l’anticorpo monoclonale di riferimento), i soggetti in cura con il farmaco biotech risulterebbero essere quasi 10.900», illustra Carlo Lucioni, direttore di ricerca di HPS e autore dello studio. «La nostra analisi ha ipotizzato che il 5% dei pazienti già in cura con infliximab originator e il 50% dei nuovi pazienti eleggibili al trattamento con questo farmaco biologico impiegasse il biosimilare, che ha un costo inferiore del 25%. In tal modo, potremmo ottenere nei 12 mesi un risparmio potenziale di circa 3 milioni di euro, che consentirebbe di curare circa 260 pazienti in più. Prospettando nel periodo 2015-2019 una graduale crescita dell’utilizzo del biosimiliare (dal 5 al 25% dei pazienti già in terapia con infliximab originator e dal 50 al 90% dei nuovi pazienti candidabili), è stato calcolato un risparmio potenziale annuo nel 2019 pari a circa 16 milioni di euro e uno cumulato nei cinque anni di circa 48 milioni, con i quali si potrebbe estendere il trattamento a quasi 4.000 persone in più, per 12 mesi. Il risparmio per ogni paziente trattato col biosimilare può essere stimato pari a circa 4.000 euro all’anno».
La possibilità di allargare il numero di malati che accedono al biologico è cruciale, non solo perché queste terapie hanno modificato la storia naturale delle IMID, rallentandone la progressione, ma anche perché una quota non trascurabile di pazienti non risponde al trattamento di prima linea e potrebbe trarre beneficio da un impiego precoce dei medicinali biotech. Il problema dell’accesso è quindi sempre più dibattuto nelle diverse aree terapeutiche attinenti le malattie infiammatorie croniche, come la reumatologia, la gastroenterologia e la dermatologia.
Resistenze infondate all’uso dei biosimilari
Permangono, tuttavia, resistenze sull’utilizzo dei biosimilari, dovute al loro essere “simili ma non identici” all’originator, eppure sono farmaci sottoposti a uno stringente iter approvativo da parte dell’ EMA.
«Il biosimilare è sviluppato in modo da risultare sovrapponibile in termini di qualità, sicurezza, efficacia e immunogenicità», spiega Armando Genazzani, professore di Farmacologia, Università del Piemonte Orientale A. Avogadro durante il “Biosimilari. Prospettive future e strategie di gestione tra razionalizzazione della spesa e tutela dei pazienti”, organizzato a Bergamo da Health Publishing and Services (HPS), con il grant incondizionato di Mundipharma.
«Tra i principi attivi – continua Genazzani – possono esservi differenze minime, ma una certa variabilità strutturale è intrinseca ai complessi processi produttivi che impiegano cellule viventi: la si osserva anche tra lotti differenti di uno stesso originator. Un biosimilare viene approvato solo se tali variazioni non ne influenzano qualità, sicurezza ed efficacia. L’EMA richiede, infatti, un “esercizio di comparabilità”, per dimostrare la sovrapponibilità analitica (chimico-fisica e biologica), pre-clinica (studi di farmacocinetica e farmacodinamica in vitro e in vivo) e clinica (studi sull’uomo) del biosimilare rispetto al medicinale di riferimento. Tale “esercizio” è richiesto anche ad aziende titolari di prodotti brand, in caso di modifiche nel proprio processo produttivo. L’iter di approvazione è molto rigoroso, nessun passo è automatico o privo di valutazione scientifica da parte delle Autorità regolatorie. Il biosimilare di infliximab, ad esempio, è stato sottoposto a 54 test e studi pre-clinici e a 2 studi clinici».
Bayer Healthcare annuncia che, a seguito delle evidenze scientifiche di efficacia e sicurezza mostrate dallo studio X-VeRT, la scheda tecnica di rivaroxaban è stata aggiornata includendo il trattamento di pazienti sottoposti a cardioversione elettrica, per i quali rappresenta l’unica alternativa efficace e ben tollerata, rispetto agli antagonisti della vitamina K nella protezione del rischio ictus.
Rivaroxaban in monosomministrazione giornaliera è, ad oggi, l’unico nuovo anticoagulante orale a poter essere utilizzato in questa tipologia di pazienti (sia naive alla terapia anticoagulante sia in terapia con rivaroxaban o altro anticoagulante), per il quale sono disponibili precise indicazioni per l’impiego sia nella cardioversione immediata (guidata da Ecografia Trans-Esofacgea – TEE) sia in caso di cardioversione ritardata.
Rivaroxaban è in grado di offrire ai pazienti con fibrillazione atriale un’efficace protezione antitrombotica prima, durante e dopo la procedura di cardioversione elettrica, riducendo il rischio di instabilità della scoagulazione e consentendo interventi elettivi di cardioversione.
Il trattamento dei pazienti sottoposti a cardioversione elettrica è stato inclusio nelle indicazioni di rivaroxaban
La cardioversione è una procedura che viene praticata comunemente, in pazienti con fibrillazione atriale, per ripristinare il ritmo sinusale (o farmacologicamente o mediante una scossa elettrica). Senza adeguata terapia anticoagulante i pazienti sottoposti all’intervento rischiano complicanze tromboemboliche, con percentuali di rischio di ictus del 5-7%. È evidente, pertanto, la necessità di una terapia anticoagulante costantemente efficace, per prevenire la formazione di trombi che ne mettono a rischio la vita, prima, durante e dopo l’intervento. “La prassi fino ad oggi è stata l’utilizzo di anticoagulanti orali classici, come il warfarin – precisa Riccardo Cappato del Centro di Aritmologia Clinica ed Elettrofisiologia dell’Università di Milano, IRCCS Policlinico San Donato, di San Donato Milanese e Co-Principal Investigator dello studio X-VeRT – che però presentava tutti i vincoli legati a questa tipologia di trattamento in termini di flessibilità e maneggevolezza, adesso superati dalla strategia terapeutica con rivaroxaban”.
Lo Studio X-VeRT
X-VeRT è il primo studio prospettico su rivaroxaban in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione, con l’intento di fornire informazioni importanti sull’utilità e i vantaggi pratici nella cardioversione immediata e ritardata, rispetto agli antagonisti della vitamina K. Lo studio X-VeRT fa parte del vasto programma di valutazione di rivaroxaban in corso su oltre 275.000 pazienti, tra studi clinici e real life.