Home Autori Articoli di

ARTICOLI

Brodalumab per la psoriasi a placche

0

LEO Pharma ha annunciato i nuovi dati degli studi clinici di fase III che ampliano la base di evidenze sull’efficacia, la sicurezza e i benefici sulla qualità di vita dei pazienti in cura con brodalumab, farmaco biologico per chi soffre di psoriasi a placche da moderata a grave.

Per oltre due anni, i pazienti in trattamento con brodalumab mantengono PASI 100 più della metà dei casi e PASI 90 in più dei 3/4. Inoltre, i pazienti in trattamento con brodalumab hanno ottenuto significativi miglioramenti della qualità di vita rispetto ai pazienti trattati con placebo
Il trattamento con brodalumab a 2 anni ha garantito PASI 100 in più della metà dei casi e PASI 90 in più dei 3/4. Inoltre, brodalumab ha permesso di ottenere significativi miglioramenti della qualità di vita

I dati sono stati presentati al 26° Congresso della European Academy of Dermatology (EADV) a Ginevra, Svizzera.

Estensione dello studio AMAGINE-2 su brodalumab per la psoriasi

I risultati della fase di estensione dello studio AMAGINE-2 hanno confermato che brodalumab è in grado di mantenere la cute completamente libera da lesioni (PASI 100) in più della metà dei pazienti (56,2%, n=779) e la cute quasi completamente libera da lesioni (PASI 90) in più dei tre quarti dei pazienti (76,8%, n=779) con malattia da moderata a grave dopo due anni (120 settimane) di trattamento. Le percentuali di pazienti che hanno raggiunto elevati livelli di cute libera da lesioni sono paragonabili ai risultati ottenuti dopo il primo anno di trattamento (settimana 52), con rispettivamente il 53% e il 78% dei pazienti con PASI 100 e PASI 90. Alla settimana 120, brodalumab ha continuato ad essere ben tollerato con un profilo di sicurezza comparabile a quello osservato nello studio a 52 settimane.

Gli eventi avversi più comuni sono stati:

  • rino-faringite, 
  • infezione del tratto respiratorio superiore, 
  • artralgia,
  • mal di testa.

«Questi nuovi dati sono incoraggianti poiché dimostrano la potenziale efficacia e sicurezza a lungo termine di brodalumab e la sua capacità di garantire ai pazienti psoriasici livelli elevati e durevoli di cute libera da lesioni. È importante che le persone con la psoriasi a placche da moderata a grave abbiano a disposizione opzioni di trattamento che non solo li aiutino a ottenere una pelle sana e libera da lesioni, ma che abbiano anche la capacità di alleviare il considerevole impatto della malattia sulla loro vita di tutti i giorni» – spiega Ulrich Mrowietz, Psoriasis Centre, University Medical Centre, Schleswig-Holstein, Germania.

Analisi aggregata dei trial clinici di fase III, AMAGINE -1,-2,-3

L’impatto della psoriasi sulla qualità di vita è comparabile a quello di altre condizioni croniche come il diabete e le malattie cardiache. Misurare i miglioramenti della qualità della vita connessa alla salute è importante, in quanto riflettono l’esperienza del paziente e la percezione dell’impatto della malattia, fattori che non sono valutati nei punteggi PASI.

Le nuove analisi condivise degli studi di Fase III AMAGINE (-1,-2,-3,) hanno mostrato che con brodalumab, rispetto al placebo, sono stati raggiunti miglioramenti significativi nella qualità della vita, valutati con il questionario Dermatology Quality of Life Index (DLQI).

L’indice DLQI (Dermatology Quality of Life Index) è uno strumento comunemente utilizzato dai dermatologi per valutare:

  • l’impatto sulla qualità della vita delle malattie della pelle in aree quali lavoro e attività sociali,
  • i sintomi,
  • sentimenti dei pazienti sulla loro condizione.

I dati presentati a EADV si riferiscono alle risposte a specifiche sezioni di questo questionario globale DLQI.

Alla settimana 12, più del 59% dei pazienti in terapia con brodalumab ha riferito che la psoriasi non aveva più alcun impatto negativo sulla qualità di vita globale rispetto al 6% dei pazienti con placebo. Sono stati riportati in particolare significativi miglioramenti nelle attività quotidiane e nel tempo libero, così come nella vita lavorativa e scolastica. Inoltre, alla settimana 12, il 43% dei pazienti in trattamento con brodalumab non provava più imbarazzo o disagio a causa della psoriasi.

Impatti della psoriasi

La psoriasi è una condizione grave e cronica, che condiziona la salute fisica emotiva e mentale. La sua origine sistemica rimane sconosciuta. Le persone che vivono con la psoriasi sono a rischio crescente di sviluppare gravi comorbilità che condizionano ulteriormente la qualità della vita. Il carico della malattia, pesante e di vasta portata, può essere disabilitante e stigmatizzante, con un sostanziale impatto negativo sui pazienti e i loro familiari. Per questi motivi la cute libera da lesioni e sintomi per un lungo periodo è un obiettivo fondamentale del trattamento. Questo vale specialmente per coloro che sono colpiti dalle forme più gravi della malattia.

«La psoriasi non è soltanto una condizione della pelle: l’impatto complessivo della malattia è spesso sottovalutato – dichiara Gitte Pugholm Aabo, presidente e CEO di LEO Pharma. – In LEO Pharma siamo impegnati a sostenere i pazienti con soluzioni innovative, come brodalumab, che possano aiutarli a vivere una vita migliore, libera dalla psoriasi».

«I pazienti con psoriasi moderata-grave, che in Italia sono circa 150.000, attualmente hanno diverse opzioni terapeutiche; tuttavia ci sono ancora ampie aree di miglioramento nelle attuali terapie – spiega Giampiero Girolomoni, direttore di Dermatologia, Università degli Studi di Verona. – Brodalumab è un farmaco biologico innovativo, molto efficace, che permette ai pazienti di avere una pelle completamente pulita con rapidità e per lungo tempo. È un farmaco assai interessante in quanto consente di ottenere risultati clinici di efficacia non raggiungibili dalle terapie oggi disponibili».

In linea con le stime mondiali, circa il 3% della popolazione italiana di età superiore a 18 anni è affetta da psoriasi. In particolare la forma a placche caratterizza circa l’80% dei casi di psoriasi. Di questi, si stima che circa il 10-12% sia colpito da una forma grave o complicata di psoriasi che può richiedere anche il ricovero ospedaliero.

Brodalumab

Brodalumab è l’unico anticorpo monoclonale completamente umano che inibisce selettivamente la subunità A del recettore IL-17. Legandosi a questo recettore specifico sulle cellule della pelle, invece di inibire i mediatori infiammatori liberi, brodalumab blocca l’attività biologica di diverse citochine pro-infiammatorie IL-17, che sono coinvolte nello sviluppo della psoriasi a placche. Questo meccanismo di azione è differente da quello degli altri farmaci biologici per la psoriasi attualmente disponibili.

Brodalumab ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte della Commissione Europea a luglio 2017.

A luglio 2016 LEO Pharma ha sottoscritto un accordo di partnership con AstraZeneca che concede a LEO Pharma la licenza esclusiva per sviluppare e commercializzare brodalumab in Europa. Fuori dall’Europa, la Valeant Pharmaceuticals detiene i diritti commerciali globali per brodalumab, eccetto in Giappone e in alcuni altri Paesi dell’Asia, dove i diritti sono detenuti dalla Kyowa Hakko Kirin.

Studi AMAGINE su brodalumab per la psoriasi

Il programma di studi clinici di fase III sulla psoriasi per brodalumab è costituito da tre trial: AMAGINE-1 (n=661), AMAGINE-2 (n=1831) e AMAGINE-3 (n=1881). I risultati hanno dimostrato che brodalumab 210mg a 12 settimane permetteva di raggiungere più pazienti con cute completamente esente da lesioni (PASI 100) rispetto ai pazienti trattati con ustekinumab [AMAGINE-2: il 44% (n=272) contro il 22% (n=65), p<0,001; AMAGINE-3: il 37% (n=229) contro il 19% (n=58), p<0,001].

Nello studio AMAGINE-1 l’83% dei pazienti in trattamento con brodalumab 210mg, a 12 settimane, ha raggiunto PASI 75 rispetto al 3% dei pazienti trattati con placebo [83,3% (n=185) contro 2,7% (n=6), p<0,001] e il 76% dei pazienti ha raggiunto un successo sPGA (static Physician’s Global Assessment) rispetto all’1% di pazienti trattati con placebo [75,7% (n=168) contro 1,4% (n=3), p<0,001].

Nei trial AMAGINE più della metà (53-56%) dei pazienti in trattamento continuativo con brodalumab hanno raggiunto PASI 100 alla settimana 52.

Dopo quattro settimane di trattamento con brodalumab, i pazienti hanno anche riferito un miglioramento della qualità di vita. Dopo 12 settimane di trattamento, 7 pazienti su 10 (72%, n=29/40, p<0,0001) hanno riferito che la psoriasi non compromette più la loro qualità di vita (DLQI 0/1) rispetto al placebo (5%, n=2/37).

I dati dei trial randomizzati e controllati AMAGINE hanno dimostrato che brodalumab è ben tollerato, con un profilo di sicurezza accettabile.19 Gli eventi avversi più comuni sono stati artralgia (comune dolore), mal di testa, senso di fatica, diarrea e dolore orofaringeo (bocca e gola).

Articoli correlati

Psoriasi. Definizione

Psoriasi. Varianti cliniche e sintomatologia

Psoriasi. Eziologia

Sondaggio sulla percezione della psoriasi

ClearSkin Lovers per sensibilizzare sulla psoriasi

Tremelimumab e durvalumab per il mesotelioma

0

Lo studio NIBIT-MESO-1 ha valutato l’associazione di due anticorpi immunomodulanti nel trattamento del mesotelioma: un anti-CTLA4, tremelimumab e un anti-PDL1, durvalumab.

Luana Calabrò, principal investigator del trial sulla combinazione di tremelimumab e durvalumab per il mesotelioma
Luana Calabrò, principal investigator del trial sulla combinazione di tremelimumab e durvalumab per il mesotelioma

I dati finali di efficacia dello studio sono stati presentati alla 18° World Conference on Lung Cancer, in Giappone.

Lo studio è stato promosso dalla Fondazione NIBIT – Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori e guidato da Luana Calabrò dell’U.O.C. Immunoterapia Oncologica, parte del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese.

Lo studio NIBIT-MESO-1 ha raggiunto il suo obiettivo primario: il 27,5% dei pazienti coinvolti nello studio infatti ha ottenuto una risposta obiettiva. Il 65% dei pazienti ha ottenuto anche un obiettivo secondario dello studio raggiungendo un controllo della malattia (inteso sia come risposta sia come stabilità di malattia). Questi risultati, se confermati, candidano la combinazione di anti-CTLA4 e anti-PDL1 a potenziale trattamento standard per il mesotelioma, in prima e in seconda linea.

«NIBIT-MESO-1 è il terzo studio che abbiamo concluso valutando l’efficacia clinica di anticorpi immunomodulanti nel mesotelioma, ed è il primo a studiarne una loro combinazione in questa patologia – afferma il presidente della Fondazione NIBIT Michele Maio, direttore del CIO dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, autore del libro “Il corpo anticancro”. – La Dottoressa Calabrò è stata la prima al mondo ad utilizzare questa strategia terapeutica nel mesotelioma pleurico, ruolo che recentemente le è stato riconosciuto a livello internazionale dalla prestigiosa rivista scientifica Lancet Oncology».

«Credo che lo studio NIBIT-MESO-1 sia un altro esempio di come la ricerca indipendente svolta in Italia possa fornire importanti informazioni iniziali che poi permettono di sviluppare studi registrativi più ampi – conclude Michele Maio – e possa aprire nuovi fronti di attività di sperimentazioni cliniche in settori, quali ad esempio i tumori rari, nei quali l’industria farmaceutica inizialmente ha minore interesse nell’investire risorse».

I risultati dello studio NIBIT-MESO-1 su tremelimumab e durvalumab per il mesotelioma

I dati finali dello studio hanno evidenziato l’efficacia della combinazione di tremelimumab e durvalumab nei pazienti con mesotelioma: dei 40 pazienti arruolati nello studio, 11 (27,5%) hanno raggiunto l’obiettivo della risposta clinica parziale, 26 (65%) hanno raggiunto il disease control rate, ovvero la riduzione o la stabilizzazione della progressione di malattia. Anche i dati di sicurezza sono incoraggianti: solo il 17,5% dei pazienti ha avuto una tossicità di grado severo, ma comunque controllata da adeguato trattamento per risolvere gli effetti collaterali.

Un risultato positivo, importante e promettente, perché al momento non vi sono farmaci efficaci nel controllare la malattia e nel migliorare la sopravvivenza a lungo termine dei pazienti affetti da mesotelioma. Il trattamento standard in prima linea è rappresentato infatti dalla chemioterapia, che ad oggi però non ha dato risultati soddisfacenti, mentre in seconda linea non c’è ancora un trattamento standard.

«Al momento non vi sono terapie efficaci per curare il mesotelioma maligno e l’immunoterapia potrebbe aprire importanti prospettive di cura: quello che ci auspichiamo per il futuro è che questa nuova strategia terapeutica possa diventare il trattamento standard anche per questa patologia – dichiara Luana Calabrò, principal investigator del trial – non soltanto nei pazienti pretrattati, laddove non ci sono farmaci attualmente disponibili, ma anche in prima linea, in sostituzione del trattamento chemioterapico, unico trattamento standard al momento disponibile».

Altri studi su combinazioni di farmaci immunoterapici per il trattamento del MMP

«Sulla base dei risultati positivi dello studio NIBIT-MESO-1, come Fondazione NIBIT abbiamo in attivazione ulteriori studi con nuove combinazioni di farmaci immunoterapici anche nel mesotelioma, mentre è attualmente in corso uno studio registrativo internazionale, che il nostro Centro di Immuno-Oncologia di Siena coordina a livello nazionale, di combinazione dell’anti-CTLA4 ipilimumab e dell’anti-PD-1 nivolumab vs chemioterapia: se i risultati complessivi di questi studi saranno positivi la combinazione di differenti farmaci immunoterapici potrà sperabilmente diventare il nuovo standard terapeutico nel mesotelioma».

L’immunoncologa Luana Calabrò, classe 1971, ha alle spalle una carriera ultraventennale, con un’intensa attività di ricerca clinica: ha partecipato a circa 100 trial clinici e contribuito a oltre 50 pubblicazioni su riviste internazionali. NIBIT-MESO-1 è il primo studio che guida come principal investigator. Dal 2006 Luana Calabrò fa parte del Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori, un “all-star team” di ricercatori che sta tenendo alto il nome dell’Italia in tutto il mondo, facendosi alfiere dell’immunoterapia e delle nuove prospettive nella lotta contro i tumori che questo innovativo approccio terapeutico sta delineando.

Fondazione NIBIT sta portando avanti diversi studi che hanno l’obiettivo di sviluppare nuove possibili combinazioni di immunoterapia in differenti istotipi tumorali e migliorare i risultati ottenuti finora con i trattamenti disponibili. La ricerca clinica della Fondazione è focalizzata in questo momento su alcuni sottogruppi e particolari setting clinici di pazienti per i quali non vi sono strategie terapeutiche efficaci, come appunto i pazienti con mesotelioma, ma anche i pazienti con melanoma metastatico con metastasi cerebrali, che hanno prognosi e andamento clinico più sfavorevoli e fino ad oggi erano esclusi dagli studi clinici.

Articoli correlati

Mesotelioma maligno della pleura (MMP)

Trabectedina per mesotelioma maligno di tipo sarcomatoide

Pembrolizumab per melanoma, tumore del polmone e mesotelioma

Pembrolizumab per melanoma, tumore del polmone e mesotelioma

Mesotelioma maligno della pleura (MMP)

0

Il mesotelioma maligno della pleura (MMP) è un tumore raro (meno dell’1% di tutti i tumori) e aggressivo. È dimostrata la relazione causale tra il mesotelioma maligno pleurico e l’esposizione a fibre libere di amianto, in particolare di crisotilo, crocidolite e amosite.

Irma Dianzani illustra uno studio dell'UPO sulla predisposizione genetica al mesotelioma maligno della pleura
Irma Dianzani illustra uno studio dell’UPO sulla predisposizione genetica al mesotelioma maligno della pleura che può aprire nuove prospettive terapeutiche

Il MMP è l’unica neoplasia conosciuta della pleura.

In base al tipo di cellule di cui è costituito, il mesotelioma maligno della pleura è classificato in tre istotipi:

  • epitelioide, il più comune (fino al 70% dei casi),
  • sarcomatoide,
  • bifasico, (composto da cellule epitelioidi e sarcomatoidi in percentuali variabili).

Attualmente, la prognosi per il mesotelioma pleurico maligno è infausta, con sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi inferiore al 10%.

Soltanto il 10-17% dei soggetti esposti ad alti livelli di fibre diamianto sviluppa il mesotelioma (MMP).

Inoltre, sono state individuate famiglie in cui il MMP si presenta in proporzioni maggiori rispetto alla popolazione generale. Queste due osservazioni avallano il ruolo di una predisposizione ereditaria che rende i soggetti portatori più vulnerabili e incrementa il loro rischio individuale di sviluppare il MMP.

Finora era stato scoperto un solo gene (BAP1) in grado di aumentare il rischio determinato dall’esposizione all’amianto nei pazienti che presentano mutazioni germinali (cioè ereditate e presenti in tutte le cellule dell’organismo). Nei soggetti portatori di versioni mutate di BAP1 si osserva un alto rischio di sviluppare una serie di tumori diversi, tra cui il MMP.

Studio sui fattori genetici di rischio del MMP

Un​o​ studio ha messo in evidenza che il 10% dei pazienti con MMP è portatore di fattori di rischio genetici ereditati di cui è già noto il ruolo determinante nello sviluppo di altri tumori (per esempio il tumore mammario e quello ovarico). ​Questa condizione potrebbe favorire la risposta alla terapia.

Lo studio è stato condotto su 93 pazienti della zona di Casale Monferrato che erano stati esposti in passato a fibre di amianto. I casi con i fattori di rischio (cioè mutazioni ereditate), tuttavia, avevano avuto una esposizione inferiore. Ciò indica che la presenza delle mutazioni aumenta la sensibilità all’esposizione alle fibre.

«La presenza di questi fattori – spiega Irma Dianzani, professore ordinario di Patologia generale presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’UPO – potrebbe prevedere una risposta clinica del mesotelioma a un certo tipo di farmaci, per analogia con quanto riportato per altri tumori. Il nostro studio, pertanto, approfondisce i meccanismi di cancerogenesi delle fibre di amianto e pone le basi per una medicina di precisione anche per il mesotelioma pleurico».

Lo studio è stato ideato e condotto da un gruppo di ricercatori della Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale (Irma Dianzani, Corrado Magnani, Caterina Casadio, Renzo Boldorini, Marta Betti, Daniela Ferrante, Anna Aspesi, Marika Sculco) in collaborazione con ricercatori dell’Università di Torino (Giuseppe Matullo, Elisabetta Casalone, Luisella Righi), il CPO Piemonte (Centro di riferimento per l’epidemiologia e la Prevenzione Oncologica, Dario Mirabelli), e medici degli Ospedali di Alessandria e Casale Monferrato. Il gruppo di ricercatori include Marika Sculco, vincitrice di una borsa Bando dei Talenti per giovani ricercatori 2016, parzialmente cofinanziata dal CUSA (Centro Universitario per gli Studi sull’Amianto dell’UPO). I dati dello studio sono stati pubblicati a luglio 2017 (Betti et al., Cancer Letters 2017).

«Il lavoro pubblicato sulla rivista Cancer Letters – prosegue Irma Dianzani – prova che molti altri geni possono aumentare il rischio di mesotelioma da esposizione all’amianto. Lo studio, dimostra che ben il 10% di essi è portatore di lesioni genetiche ereditarie in una serie di geni coinvolti nella riparazione dei danni del DNA. Era già noto che mutazioni in questi geni causassero un alto rischio di sviluppare una serie di tumori, ma non si sapeva che fossero coinvolte anche nello sviluppo del MMP. I pazienti portatori delle lesioni genetiche identificate, infatti, erano stati esposti a quantitativi di asbesto significativamente minori rispetto a tutti gli altri pazienti che non avevano tali mutazioni e ciò consente di ipotizzare che essi fossero particolarmente sensibili all’amianto (come verosimilmente ad altri agenti cancerogeni)».

Ciò che ha destato grande interesse tra i ricercatori è che pazienti con cancro ovarico, portatrici di mutazioni negli stessi geni coinvolti nella riparazione del DNA danneggiato, mostrano una peculiare risposta ai farmaci PARP inibitori. Questa osservazione potrebbe far pensare che tale risposta sia possibile anche per i pazienti con mesotelioma e mutazioni analoghe.

Studio sulla suscettibilità ereditaria allo sviluppo di neoplasie

Lo studio pubblicato su Cancer Letters a luglio 2017 è stato seguito da un altro lavoro focalizzato sull’analisi di tumori metastatici di vario tipo, con esclusione del mesotelioma (Robinson et al., Nature 2017). Il 10% dei pazienti, anche il quel caso, presentava mutazioni ereditate negli stessi geni e nella stessa proporzione della casistica dello studio di UPO.

«Il nostro studio sul mesotelioma riporta una situazione generale valida per tutti i tumori – conclude la docente. – Una parte dei pazienti oncologici presenta una particolare suscettibilità ereditaria allo sviluppo di neoplasie, dovuta a una ridotta capacità di difesa nei confronti dei cancerogeni in genere. Questi pazienti potrebbero, però, rispondere a un certo tipo di farmaci. In definitiva la stessa debolezza che li ha resi più sensibili al cancerogeno potrebbe essere un’arma vincente contro il loro stesso tumore».

Trattamento del mesotelioma maligno della pleura

Il trattamento è palliativo e può necessitare di chirurgia per ridurre la dispnea causata dal versamento pleurico.

La chemioterapia standard (pemetrexed/cisplatino) può attenuare la sintomatologia e ridurre la massa del tumore.

Il dolore può essere trattato con oppiacei o, se è localizzato, con radioterapia, utile anche per le disseminazioni metastatiche che possono formarsi lungo il percorso della fibra di amianto e le infiltrazioni della parete toracica. In particolare, la radioterapia a intensità modulata (IMRT, intensity-modulated radiotherapy) ha permesso di ottenere, in alcuni casi, un buon controllo locale, proteggendo gli organi adiacenti.

Le terapie in studio comprendono:

  • l’immunoterapia (anche come associazione di due anticorpi immunomodulanti),
  • un triplice inibitore orale di angiochinasi (nintedanib),
  • la terapia genica,
  • il trattamento anche di seconda linea degli istotipi sarcomatoide e bifasico con trabectedina anche in combinazione con inibitori bcl-2 (come obatoclax e venetoclax),
  • la terapia fotodinamica.

Articoli correlati

Trabectedina per mesotelioma maligno di tipo sarcomatoide

Pembrolizumab per melanoma, tumore del polmone e mesotelioma

Tremelimumab e durvalumab per il mesotelioma

Indagine “Il dolore neuropatico da fuoco di sant’Antonio: il vissuto dei pazienti”

0

Un’indagine di DoxaPharma fotografa il vissuto dei pazienti con nevralgia posterpetica, principale complicanza dell’Herpes zoster, conosciuto anche come fuoco di sant’Antonio.

Ne emerge un grande impatto sulla qualità di vita di chi è colpito da questa malattia, un’esperienza difficile caratterizzata da un dolore persistente, definito da forte a insopportabile dalla quasi totalità degli intervistati.

La prevenzione è possibile, grazie a una sola dose di vaccino, prevista in forma gratuita in tutta Italia per i 65enni dal nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale: ma il 74% degli intervistati (3 su 4) non è a conoscenza di questa opportunità vaccinale, che avrebbe potuto evitare loro il dolore causato dalla nevralgia posterpetica.

[metaslider id=27463]

La durata media della malattia è risultata di di 5-6 mesi, con un grave impatto sulla qualità di vita e compromissione delle normali attività quotidiane e lavorative. Un dolore severo, insopportabile; un’esperienza difficile, come “entrare in un tunnel di cui non si vede la fine” è il vissuto dei pazienti con nevralgia posterpetica che emerge dall’indagine realizzata da DoxaPharma per MSD Italia.

L’intervista “Il dolore neuropatico da fuoco di sant’Antonio: il vissuto dei pazienti” ha coinvolto oltre 200 persone tra i 60 e i 70 anni colpite da questa patologia che colpisce in Italia il 20% dei pazienti che hanno l’Herpes zoster, pari a circa 30.000 soggetti.

Caratterizzata nella sua fase acuta da un dolore persistente e di elevata intensità, giudicato tra “forte” e “insopportabile” dal 98% degli intervistati, la nevralgia posterpetica comporta di conseguenza un forte impatto sulla quotidianità: oltre il 40% del campione dichiara che il dolore provato ha compromesso la sua vita professionale, con una perdita di circa 13 giorni lavorativi. Inoltre, il 55% degli intervistati ha sottolineato che nella fase più acuta non è stato più in grado di gestire autonomamente diverse attività quotidiane.

L’importanza dell’informazione sulle possibilità preventive del fuoco di sant’Antonio

«La nevralgia posterpetica è una complicanza frequente dell’infezione da Herpes zoster, meglio conosciuta come fuoco di sant’Antonio – dichiara Sandro Giuffrida, direttore della U.O.C. di Igiene e Sanità Pubblica dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria. – Peraltro questo dolore ha la particolarità di essere molto resistente alle comuni terapie antalgiche: solo un paziente su due riferisce infatti un’attenuazione del dolore a seguito dell’utilizzo di farmaci. Per questo motivo è determinante il ruolo della prevenzione».

«Ma su questa patologia – avverte Sandro Giuffrida – c’è un gap comunicativo reale e rilevante: la percezione del rischio di ammalarsi di zoster è elevata soltanto nelle persone che hanno conosciuto la malattia per averla contratta personalmente o per averla sperimentata attraverso un familiare o un amico. Chi non ha la percezione del rischio, in genere, non sa nemmeno che esiste un vaccino che può prevenire la malattia. Per questo motivo è importante informare la popolazione circa il maggior rischio che si corre, oltre i 60 anni, o se affetti da patologie croniche, di contrarre l’Herpes zoster e contemporaneamente far sapere che, grazie alla vaccinazione, è possibile ridurre di molto la possibilità di contrarre la malattia».

Uno degli aspetti più significativi rilevato dall’indagine riguarda la scarsa conoscenza dell’Herpes zoster, a partire dalla sua relazione con episodi pregressi di varicella. Infatti, soltanto il 50% degli intervistati è a conoscenza che l’Herpes zoster è correlato alla varicella, contratta molti anni prima. Si tratta di una importante carenza informativa in quanto un terzo degli intervistati dichiara di non aver avuto alcuna informazione in proposito, con un conseguente ritardo anche dal punto di vista diagnostico. L’alleanza tra Sanità pubblica e ASL potrebbe avere un’importanza cruciale per veicolare l’informazione e per il ruolo svolto dai medici di medicina generale, che sono i principali o comunque i primi e più diretti referenti dei pazienti anziani e dei soggetti più a rischio, e difatti spesso il medico di famiglia è tra i primi a diagnosticare una nevralgia posterpetica, per il 32% degli intervistati.

Il ruolo del medico di famiglia nella prevenzione di Herpes zoster

«Il contributo del Medico di Medicina Generale rispetto alla vaccinazione contro Herpes zoster è fondamentale – spiega Tommasa Maio, medico di Medicina Generale, Responsabile Area Vaccini FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) – dal momento che è in grado di individuare più facilmente i soggetti a rischio e può fare un’azione di avvicinamento e consapevolezza laddove sussista una resistenza dei pazienti verso la vaccinazione, oltre che di educazione, dando loro le informazioni necessarie sul vaccino».

«Il medico di famiglia è quello che più frequentemente è a contatto con i cittadini per diverse motivazioni, c’è un contatto prolungato nel tempo e una relazione molto diretta. Tutto ciò – aggiunge Tommasa Maio – permette di instaurare un rapporto di grande fiducia, di fare prevenzione, counselling e dare motivazione. Senza considerare che la presenza dei medici di famiglia sul territorio è assolutamente capillare. È chiaro, detto ciò, che l’elemento organizzativo potrà fare veramente la differenza, per questa come per altre vaccinazioni».

Il diritto a non soffrire inutilmente

«È fondamentale veder tutelato e rispettato il diritto a non soffrire inutilmente, evitare il dolore e le sofferenze non necessari – dichiara Sabrina Nardi, direttore Coordinamento nazionale delle Associazioni di Malati Cronici (CnAMC) presso Cittadinanzattiva onlus. – Il dolore deve essere prevenuto quando possibile, riconosciuto e trattato negli altri casi perché riguarda la qualità della vita della persona e la qualità dell’assistenza e delle cure erogate».

«Indubbiamente – conclude Sabrina Nardi – esiste ancora, nonostante i passi in avanti a livello normativo, una sorta di retaggio culturale riguardo al dolore, considerato come parte ineludibile della malattia, da sopportare. E invece può limitare fortemente le attività quotidiane della persona e la sua indipendenza, soprattutto nei casi in cui il dolore è considerato insopportabile. Non stupisce che gli intervistati dichiarino che hanno dovuto rinunciare al lavoro e chiedere il supporto di un caregiver, perché il dolore che hanno riferito è di un livello molto alto e importante. L’impatto è fortissimo sia dal punto di vista economico che psicologico: vedere ridotta la propria autonomia non è mai un’esperienza piacevole, ancor di più quando si tratta di persone anziane».

Articoli correlati

Vaccino anti Herpes zoster

Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio

Vaccinazione anti Herpes zoster in Italia

Techdow, sbarca in Italia la prima azienda “aori”

0

Armonia, onestà, responsabilità, integrità, “aori”, appunto, sono i principi con cui Techdow si presenta sul mercato italiano.

Controllata dalla holding Hepalink, gruppo industriale quotato alla Borsa di Shenzen, Techdow Pharma è il maggior produttore mondiale di eparine e prima big pharma orientale ad aver avuto l’autorizzazione alla vendita dei propri farmaci sul mercato europeo.

Techdow si appresta a lanciare anche nel nostro Paese il primo biosimiliare dell’enoxaparina sodica
Techdow si appresta a lanciare anche nel nostro Paese il primo biosimiliare dell’enoxaparina sodica

Dopo UK, Germania e Polonia, Techdow si appresta a lanciare anche nel nostro Paese il primo biosimiliare dell’enoxaparina sodica.

Con un valore di oltre 1 miliardo di euro, il mercato europeo rappresenta il 63% delle vendite mondiali di enoxaparina e l’Italia, con circa 250 milioni, è uno dei Paesi più importanti per la compagnia cinese che attualmente esporta il principio attivo in più di 50 nazioni, fornendolo anche alle grandi case farmaceutiche occidentali.

Obiettivi di crescita nel vecchio continente

Fondata nel 2004, Techdow è parte della holding Hepalink, solido gruppo industriale con 20 anni di storia, fortemente votato all’innovazione e all’impegno in Ricerca e Sviluppo, dal 2010 quotato alla Borsa di Shenzen. In Europa l’azienda si è dotata di proprie strutture per il marketing e le vendite e punta a conquistare con la sua enoxaparina una market share superiore al 30%, a 3 anni dal lancio, per raggiungere il 50% entro i primi 5 anni. Anche in Italia gli obiettivi di crescita sono molto ambiziosi: acquisire nel 2018 almeno il 12-15% del mercato del principio attivo, contribuendo a generare risparmi per il SSN, grazie al costo inferiore del biosimilare rispetto al farmaco originator. Risparmi che, secondo le previsioni, potrebbero arrivare a quasi 27 milioni di euro nei primi 3 anni.

Biosimilare, una scelta sostenibile

 Giorgio Foresti, designato prossimo Amministratore Delegato di Techdow Pharma Italy
Giorgio Foresti, designato prossimo Amministratore Delegato di Techdow Pharma Italy

«Techdow si propone come partner di medici, Regioni e pazienti, per una scelta sostenibile – spiega Giorgio Foresti, designato prossimo Amministratore Delegato di Techdow Pharma Italy. – Nel nostro Paese, tuttavia, l’azienda non vede semplicemente un ulteriore sbocco alla vendita dei propri prodotti, ma una piazza strategica per implementare un percorso di investimenti crescenti. Parliamo di circa 5 milioni di euro nel 2018, 8 milioni nel 2019 e 12 nel 2020. A questo si aggiunge l’interesse per il patrimonio di competenze e know-how rappresentato dal comparto farmaceutico italiano, in un’ottica di future acquisizioni. Il primo passo dell’ingresso in Italia sarà con il biosimiliare dell’enoxaparina, ma l’azienda ha attualmente una promettente pipeline in ambito biotech che, nei prossimi anni, le consentirà di proporre prodotti innovativi in aree terapeutiche quali Oncologia, Cardiovascolare, Diabete».

API di qualità

L’alta qualità dei principi attivi di Techdow è attestata dal fatto che l’azienda sia il primo e unico produttore cinese di enoxaparina sodica ad aver superato i controlli sulle buone prassi di fabbricazione (le “Good Manufacturing Practices” GMP) in USA, Europa, Australia, Brasile e Cina. Un’ulteriore conferma degli elevati standard produttivi è il fatto che il 27% dello staff aziendale sia occupato in funzioni di Quality Assurance e Quality Control.

Oltre all’impegno in R&D e nello sviluppo di sistemi di garanzia della qualità, Techdow si caratterizza per un’eccellente capacità di industrializzazione e per l’utilizzo di tecnologie produttive all’avanguardia, basate sull’impiego di macchinari made in Italy per il confezionamento ad alta velocità delle siringhe pre-riempite (Curti – Marchesini). La capacità produttiva dei nuovi impianti, che utilizzano le migliori tecnologie europee, è di 100 milioni di siringhe pre-riempite all’anno.

Il risparmio per il SSN

Inhixa® è il biosimilare dell’enoxaparina sodica che Techdow si appresta a introdurre sul mercato italiano.

Oggi la spesa annua per l’enoxaparina in Italia ammonta a circa 250 milioni di euro. La disponibilità del primo biosimilare, pari per efficacia e sicurezza all’originator ma commercializzato con un costo inferiore del 26%, contribuirà a ridurla.

«Ipotizzando una sua penetrazione nel 15% del mercato per il primo anno di commercializzazione, nel 23% per il secondo e nel 30% per il terzo anno, è possibile stimare un saving a carico del SSN pari a 5,1 milioni di euro nell’anno 1, a 8,2 milioni nell’anno 2 e a 13,6 milioni nell’anno 3, con un risparmio a tendere di oltre 34 milioni», illustra Francesco Saverio Mennini, Direttore Centro per la Valutazione Economica e HTA (CEIS – EEHTA), Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. «Queste previsioni sono in linea con quanto sta accadendo in relazione a biosimilari già presenti sul mercato, per altre patologie, a partire dal 2015».

Enoxaparina sodica

L’enoxaparina sodica potenzia l’effetto dell’antitrombina III, contribuendo a bloccare la formazione di nuovi coaguli e a controllare quelli esistenti. La sovrapponibilità in termini di qualità, sicurezza ed efficacia del biosimilare rispetto al farmaco di riferimento è stata dimostrata dagli studi pre-clinici e clinici richiesti dal rigoroso iter di approvazione dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e anche da un’ulteriore indagine comparativa condotta su 299 pazienti in 14 centri europei.

Disponibile come soluzione iniettabile in siringhe pre-riempite e somministrato sottocute, enoxaparina biosimilare è autorizzato per la prevenzione del tromboembolismo venoso (TEV), in particolare in pazienti sottoposti a chirurgia o a rischio di sviluppare coaguli perché costretti a letto da una malattia, come anche per il trattamento della trombosi venosa profonda (TVP), dell’angina instabile, dell’infarto miocardico e per prevenire la formazione di coaguli nella circolazione extracorporea in corso di emodialisi.

Vaccinazione anti Herpes zoster in Italia

0

L’unica prevenzione disponibile contro l’Herpes zoster e la sua più frequente complicanza, la nevralgia posterpetica (PHN), è il vaccino anti Herpes zoster di MSD, Zostavax®, indicato per i soggetti di età pari o superiore a 50 anni.

Offerta della vaccinazione anti Herpes zoster in Italia
Offerta della vaccinazione anti Herpes zoster in Italia

La vaccinazione anti Herpes zoster in Italia è prevista in forma gratuita dal nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, inserito nei Livelli Essenziali d’Assistenza (LEA) che raccomanda la vaccinazione dei 65enni.

«Non bisogna sottovalutare l’importanza di proteggere migliaia di persone, in grande maggioranza adulte e anziane, da una malattia estremamente invalidante, evitando loro il dolore da nevralgia posterpetica e le sue conseguenze particolarmente pericolose per i soggetti che vi incorrono, in gran parte persone fragili – dichiara Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato di MSD Italia. – Vaccinare tutta la popolazione, con un’attenzione proprio verso le fasce di età più fragili e, dunque, gli anziani, è l’unico modo per prevenire le conseguenze dolorose e gravi associate al fuoco di sant’Antonio. Abbiamo la possibilità di farlo con un vaccino somministrato in una sola dose, che ha dimostrato nella vita reale efficacia e tollerabilità: dati a lungo termine (8 anni dalla vaccinazione) indicano un’efficacia del 69% nel prevenire la nevralgia posterpetica, principale complicanza dell’Herpes Zoster».

«Si tratta – continua Nicoletta Luppi – di una risorsa preziosa per contribuire a un invecchiamento in salute, considerando anche i vantaggi della somministrazione in unica dose, per le ASL e per i Medici di Medicina Generale, ma soprattutto per il paziente stesso: un aspetto, quest’ultimo, particolarmente importante in chiave di aderenza alle vaccinazioni dei pazienti anziani, solitamente piuttosto bassa. Nel nostro Paese, si auspica che l’offerta gratuita del vaccino, insieme a un’informazione corretta sui vantaggi della vaccinazione, attraverso la voce del medico di famiglia ma anche con campagne di sensibilizzazione, possano contribuire ad aumentare la consapevolezza della possibilità di prevenire l’Herpes zoster, evitando a pazienti anziani e spesso già fragili di dover fronteggiare un dolore implacabile come quello causato dalla nevralgia posterpetica».

I risultati di un’analisi di costo-efficacia di una campagna vaccinale anti Herpes zoster rispetto all’attuale strategia terapeutica sulla popolazione italiana tra i 60 e i 79 anni dimostra che l’intervento vaccinale anti Herpes zoster risulta essere costo efficace e sostenibile per il Servizio Sanitario Nazionale.

Il vaccino è approvato in 60 Paesi in tutto il mondo e ne sono state distribuite più di 39 milioni di dosi. Il vaccino può essere somministrato per via sottocutanea o intramuscolare. La posologia prevede la somministrazione di una sola dose.

Si tratta di un vaccino vivo attenuato in grado di rafforzare l’immunità naturale contro VZV per controllare la riattivazione e la replicazione del virus e pertanto prevenire l’Herpes zoster e ridurne la severità.

Il vaccino riduce significativamente:

  • i casi di Herpes zoster,
  • i casi di nevralgia posterpetica (PHN),
  • il dolore e la severità della patologia.

L’efficacia del vaccino anti Herpes zoster è stata dimostrata da studi condotti su più di 60.000 persone. A oltre 30.000 di queste è stato somministrato il vaccino.

Il vaccino Zostavax ha un’ampia esperienza di utilizzo sul campo. In Inghilterra per esempio, è raccomandato per tutti i soggetti dai 70 ai 74 anni di età con una strategia di recupero a 78-79 anni. La campagna vaccinale è iniziata già a partire dal 2013 e ha raggiunto più del 50% della popolazione coinvolta in queste fasce di età.

Studi sull’efficacia del vaccino anti Herpes zoster

In uno studio condotto su 38.546 uomini e donne dai 60 anni in su che non avevano alcuna precedente storia di Herpes zoster, il vaccino ha ridotto del 51% il rischio di sviluppare l’Herpes zoster e del 67% i casi di nevralgia posterpetica rispetto al placebo.

Un altro studio, Zoster Efficacy and Safety Trial (ZEST), è stato condotto in persone di età compresa tra 50 e 59 anni. Nello studio ZEST, il vaccino ha ridotto del 70% il rischio di sviluppare l’Herpes zoster rispetto al placebo (95% CI, 54-81).

Uno studio a lungo termine (8 anni di distanza dalla vaccinazione) ha confermato che l’efficacia del vaccino nella prevenzione della nevralgia posterpetica si mantiene stabile. Infatti nella fascia di età 60-69 anni tale efficacia è pari a 71% (95% CI, 54-81).

Un’analisi HTA condotta dall’EUnetHTA, un network di esperti indipendente, ha riconosciuto il valore dell’efficacia clinica e di campo del vaccino anti Herpes Zoster di MSD.

Indagine di DoxaPharma sui pazienti con nevralgia posterpetica e sulla conoscenza della possibilità di vaccinazione anti Herpes zoster

Dall’indagine di DoxaPharma “Il dolore neuropatico da Fuoco di Sant’Antonio: il vissuto dei pazienti” emerge una bassa conoscenza della frequenza di:

  • fuoco di sant’Antonio: 1 persona su 4 che ha contratto il virus della varicella,
  • nevralgia posterpetica: 1 persona su 5 fra i soggetti affetti da Herpes zoster).

Inoltre, il 74% dei soggetti intervistati da DoxaPharma non sapeva che è disponibile la Vaccinazione anti Herpes zoster in Italia. La maggior parte di loro ha dichiarato che si sarebbe vaccinata se avesse saputo della disponibilità del vaccino. Sulla base della propria esperienza di malattia, consiglierebbe quindi il vaccino a parenti e conoscenti.

Articoli correlati

Vaccino anti Herpes zoster

Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio

Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio

0

Il fuoco di sant’Antonio o Herpes zoster è una malattia comune e dolorosa che colpisce il nervo sensitivo e la cute circostante. È causato dalla riattivazione del virus varicella-zoster (VZV), lo stesso virus che causa la varicella.

Herpes zoster o fuoco di sant'Antonio
Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio è causato dallo stesso virus responsabile della varicella. Può dare nevralgia posterpetica e altre complicazioni gravi e prolungate anche negli anni

Dopo la guarigione dalla varicella, infatti, il virus varicella-zoster (VZV) o human herpesvirus 3 (HHV-3) rimane latente nei gangli sensitivi del midollo spinale e tronco encefalo.

Il VZV è un DNA-virus dell’ordine Herpesvirales, famiglia Herpesviridae, sottofamiglia Alphaherpesvirinae, genere Varicellovirus.  Ha il nucleocapside a simmetria icosaedrica composto da 162 capsomeri circondato da membrana virale.

Il sistema immunitario normalmente funzionante ne impedisce la riattivazione. Tuttavia, l’immunodeficienza secondaria o il naturale declino del sistema immunitario, generalmente a partire dai 50 anni di età, possono comportare la riattivazione del virus.

Sintomi di Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio

La sintomatologia è caratterizzata da:

  • mal di testa,
  • affaticamento,
  • malessere generale,
  • dolore, bruciore, prurito o fitte nell’area cutanea interessata che presenta inizialmente eritema e bolle piene di liquido. Queste, dopo alcuni giorni  si aprono e si trasformano in croste.

La fase acuta dura da 2 a 4 settimane.

Nevralgia posterpetica (PHN) o dolore neuropatico da Herpes zoster

Per alcune persone l’Herpes zoster può portare a complicanze debilitanti e potenzialmente gravi.

La complicanza più comune è nota come nevralgia posterpetica (PHN), un dolore nevralgico persistente e di intensità severa nell’area interessata dall’Herpes zoster, che le persone avvertono dopo la guarigione delle lesioni cutanee.

La PHN può persistere per mesi o addirittura per anni.

Il dolore, di tipo neuropatico, è una conseguenza diretta della risposta al danno al nervo periferico causata dalla replicazione del virus nelle terminazioni nervose.

La nevralgia posterpetica è uno stato doloroso prolungato avvertito come bruciore, fitte o sensazione di martellamento.

In alcune persone la PHN si manifesta in forma così severa da impedire il proseguimento di una vita normale: persino un leggero soffio di vento contro la pelle può essere doloroso e angosciante.

Si valuta che la PHN possa colpire tra il 10 e il 20% dei soggetti di età >50 anni che hanno contratto il fuoco di sant’Antonio. In Italia si stima che la PHN colpisca quasi il 10% dei soggetti: praticamente quasi 2 soggetti ogni ora.

Altre complicanze di Herpes zoster

L’Herpes zoster si associa a complicazioni in circa la metà dei pazienti adulti colpiti.

A seconda della localizzazione del virus, le complicanze possono comportare:

  • danni all’occhio con cheratite e/o uveite (Herpes zoster oftalmico o frontale) se la localizzazione del virus è il nervo oftalmico o prima branca del trigemino. Tardivamente, si possono manifestare anche glaucoma, cataratta, uveite cronica o ricorrente, cicatrici o neovascolarizzazioni corneali, episclerite e retinite,
  • perdita dell’udito e/o paralisi facciale temporanea o permanente e/o vertigine possono comparire se l’infezione è a carico dei gangli dell’VIII nervo cranico e del ganglio genicolato del nervo faciale. Si parla, in questi casi, di Herpes zoster oticus o di Herpes genicolato o sindrome di Ramsay Hunt,
  • infezioni cutanee, cerebrali e viscerali (epatiti, polmoniti, meningiti ecc.),
  • paralisi dei muscoli innervati dai nervi colpiti.

Diffusione di Herpes zoster

In Europa, quasi ogni adulto (oltre il 95%) ha contratto la varicella ed è quindi a rischio di sviluppare il fuoco di sant’Antonio.

Sono circa 1,7 milioni i nuovi casi registrati ogni anno in Europa.

Non è possibile prevedere chi si ammalerà di Herpes zoster, ma invecchiando, il sistema immunitario si indebolisce, quindi aumenta la possibilità che il virus si riattivi: due casi su tre di Herpes zoster si manifestano dopo i 50 anni.

In Italia si registrano 157.000 nuovi casi ogni anno (quasi 18 casi ogni ora) pari a un’incidenza di 6,3 per 1.000 persone/anno.

Trattamenti per il fuoco di sant’Antonio

L’obiettivo delle cure è di limitare il più possibile la replicazione del virus e alleviare il dolore che accompagna la fase acuta. Farmaci antivirali vengono prescritti per limitare la durata e la severità dell’infezione, possibilmente entro le 72 ore successive alla comparsa dell’eruzione cutanea.

Per il trattamento del dolore può essere necessario combinare più terapie.

Nel dolore da neuropatia posterpetica i comuni analgesici antinfiammatori sono inefficaci e le linee guida evidence-based specifiche raccomandano l’utilizzo di farmaci antiepilettici e antidepressivi o preparazioni topiche associate a farmaci e a trattamenti non farmacologici.

Misure preventive contro Herpes zoster o fuoco di sant’Antonio

Oltre al vaccino anti varicella infantile, è disponibile un vaccino anti Herpes zoster autorizzato in Europa per l’immunizzazione degli adulti sopra i 50 anni, somministrabile con una singola iniezione sottocutanea o intramuscolare.

Impatto economico

I costi di Herpes zoster e della sua complicanza più importante, la nevralgia posterpetica, non sono associati soltanto a cure e ospedalizzazione. Dopo il primo manifestarsi della patologia, infatti, alcuni pazienti possono andare in pensione anticipatamente o diventare sempre più dipendenti dal caregiver.

Uno studio condotto in Italia mette in evidenza che il budget impact a livello nazionale di Herpes zoster e nevralgia posterpetica si attesta attorno ai 49 milioni di euro/anno tra costi diretti e indiretti; questi ultimi rappresentano un terzo dei costi totali.

Articoli correlati

Vaccino anti Herpes zoster

Nuova strategia vaccinale anti HPV, anti varicella e anti Herpes zoster

Vaccinazione anti Herpes zoster in Italia

Il dolore neuropatico da Fuoco di Sant’Antonio: il vissuto dei pazienti

Autorizzato in Europa il primo generico di Copaxone 40 mg/ml per la SM recidivante

0

È stato autorizzato in Europa il primo generico di Copaxone 40 mg/ml di Teva. Il generico a base del principio attivo glatiramer acetato 40 mg/ml è indicato per il trattamento di pazienti con forme recidivanti di SM.

È stato autorizzato in Europa il primo generico di Copaxone 40 mg/ml di Teva a base del principio attivo glatiramer acetato 40 mg/ml per la SM recidivante
È stato autorizzato in Europa il primo generico di Copaxone 40 mg/ml di Teva a base del principio attivo glatiramer acetato 40 mg/ml per la SM recidivante

Mylan ha annunciato che il suo partner Synthon ha ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio in Europa di glatiramer acetato soluzione iniettabile da 40 mg/ml, equivalente di Copaxone® 40 mg/ml di Teva, indicato per il trattamento di pazienti con forme recidivanti di sclerosi multipla (SM).

Questa approvazione completa l’autorizzazione del 2016 di glatiramer acetato soluzione iniettabile da 20 mg/ml, già disponibile in diversi mercati europei.

Il CEO di Mylan, Heather Bresch, ha commentato:

«Siamo soddisfatti dell’approvazione di glatiramer acetato soluzione iniettabile da 40 mg/ml e siamo lieti di guidare la commercializzazione e la vendita di questo importante prodotto nei nostri mercati europei. Mylan riconosce la complessità delle cure per la Sclerosi Multipla e le sfide affrontate dai pazienti. Questa autorizzazione rafforza il nostro impegno nell’aiutare pazienti e operatori sanitari, fornendo opzioni di trattamento alternative per meglio soddisfarne le esigenze. L’approvazione sottolinea inoltre la capacità di Mylan di commercializzare prodotti complessi in tutto il mondo».

Il generico Mylan di Copaxone in Europa

Mylan è partner di Synthon, che sviluppa e fornisce i prodotti glatiramer acetato soluzione iniettabile da 20 mg/ml e 40 mg/ml per l’Europa, e ha i diritti esclusivi di distribuzione e fornitura per i prodotti destinati a Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica d’Irlanda, Svizzera, Grecia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Cipro e Malta.

Articoli correlati

Glatiramer acetato per la SM non controindicato in gravidanza

Nuova formulazione di glatiramer acetato per la sclerosi multipla recidivante

La Corte Suprema USA sul caso Copaxone

Sclerosi multipla. Definizione

Sclerosi Multipla. Eziologia

Sclerosi multipla. Varianti cliniche

Sclerosi multipla. Sintomatologia

Autorizzato in EU farmaco orale per sclerosi multipla

Dimetilfumarato per sclerosi multipla recidivante

Alemtuzumab per sclerosi multipla

Alemtuzumab disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

Cladribina per sclerosi multipla

Cladribina per la sclerosi multipla, EMA accetta la domanda di MAA

Daclizumab per la sclerosi multipla recidivante

Nuove terapie per le forme primariamente progressive di sclerosi multipla

Natalizumab per la sclerosi multipla

Nuova formulazione di glatiramer acetato per la sclerosi multipla recidivante

Teriflunomide disponibile in Italia per il trattamento della sclerosi multipla

Malattie del sistema nervoso e recettori metabotropici del glutammato

0

I recettori metabotropici per il glutammato (mGlu) sono proteine di membrana che rispondono all’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore eccitatorio del Sistema Nervoso Centrale. Essi quindi risultano cruciali nella trasmissione di segnali tra le cellule del sistema nervoso.

In numerose malattie del sistema nervoso sono coinvolti i recettori metabotropici per il glutammato che rappresentano un potenziale bersaglio per nuove terapie
In numerose malattie del sistema nervoso sono coinvolti i recettori metabotropici per il glutammato che rappresentano un potenziale bersaglio per nuove terapie

I recettori mGlu sono considerati uno dei più promettenti bersagli verso i quali indirizzare terapie innovative contro diverse patologie neurologiche e psichiatriche, come:

Il fatto che i recettori mGlu abbiano un ruolo in uno spettro così ampio di disturbi è dovuto all’importanza che riveste l’acido glutammico. Oltre a rappresentare un elemento cruciale nel trasferimento dell’informazione tra cellule nervose, l’acido glutammico è infatti fortemente coinvolto nei cosiddetti meccanismi di plasticità sinaptica, in altri termini la capacità che le connessioni tra un neurone e l’altro hanno di adattarsi all’ambiente, la base dei meccanismi di apprendimento e memoria.

I recettori mGlu

Sono proteine inserite nella membrana cellulare che rispondono all’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore eccitatorio del Sistema Nervoso Centrale. Non solo è uno dei responsabili del trasferimento dell’informazione tra cellule nervose ma anche di quei meccanismi cosiddetti di plasticità sinaptica, in altri termini la capacità che le connessioni tra un neurone e l’altro hanno di adattarsi all’ambiente, la base dei meccanismi di apprendimento e memoria.

In particolare, l’acido glutammico interagisce con due categorie di recettori di membrana:

  • quelli “ionotropici”, che formano canali ionici e permettono il passaggio degli ioni sodio e degli ioni calcio dallo spazio extracellulare all’interno della cellula nervosa,
  • quelli mGlu, che operano mediante meccanismi biochimici complessi (denominati meccanismi di trasduzione del segnale).

I recettori mGlu si dividono in 8 sottotipi, presenti in modo diverso nelle varie regioni del Sistema Nervoso Centrale. Essi operano in maniera diversa regolando la neurotrasmissione e i meccanismi di plasticità sinaptica.

I farmaci allo studio per le malattie del sistema nervoso che sfruttano i recettori metabotropici del glutammato

Ormai da anni le principali industrie farmaceutiche investono nello sviluppo di farmaci che interagiscono con i recettori mGlu cercando di ottenere potenza e selettività della loro azione. I vari tipi di farmaci si comportano in modo diverso:

  • Agonisti ortosterici: si sostituiscono al glutammato attivando i recettori,
  • Modulatori allosterici positivi o PAM: amplificano l’azione del glutammato prodotto e rilasciato dalle cellule nervose,
  • Antagonisti competitivi: spiazzano il glutammato dal sito di legame sui recettori mGlu impedendone l’azione,
  • Modulatori allosterici negativi o NAM: inibiscono la funzione recettoriale interagendo con un sito diverso rispetto a quello occupato dal glutammato.

Un settore in via di sviluppo è inoltre l’optofarmacologia, cioè il controllo attraverso la luce di molecole ad azione farmacologica, applicata alle possibilità di intervento sui recettori mGlu.

Il Congresso Internazionale sui Recettori Metabotropici del Glutammato

Il 9° Congresso Internazionale sui Recettori Metabotropici del Glutammato si è tenuto a Taormina dal 1° al 6 ottobre 2017.

Patrocinato dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), il meeting, che dal 1993 si svolge con cadenza triennale, rappresenta il punto di riferimento mondiale per questo specifico settore delle neuroscienze.

«Questo Meeting – illustra Ferdinando Nicoletti, organizzatore del congresso, responsabile del Laboratorio di Neurofarmacologia del Neuromed e Professore Ordinario di Farmacologia dell’Università La Sapienza di Roma – rappresenta un aggiornamento di fondamentale importanza per lo studio dei meccanismi di base dei recettori mGlu in fisiologia e patologia e per lo sviluppo di farmaci innovativi di interesse neurologico e psichiatrico».

Durante il congresso sono stati approfonditi i seguenti argomenti:

  • optofarmacologia applicata alle possibilità di intervento sui recettori mGlu,
  • studio delle caratteristiche strutturali e funzionali di questa categoria di recettori, con una particolare attenzione al loro ruolo nei meccanismi di apprendimento e di memoria,
  • nuove possibilità terapeutiche che i recettori mGlu offrono in diverse condizioni cliniche e patologie,
  • sviluppo di nuovi farmaci mGlu, in particolare, studio del design molecolare e della validazione dei target farmacologici.

Il congresso rappresenta un vero crocevia internazionale tra le ricerche più avanzate e le possibili applicazioni cliniche, come sottolinea Nicoletti, che nel 1986 ha contribuito alla scoperta degli mGlu:

«Le principali aziende farmaceutiche che investono nelle neuroscienze partecipano al meeting e inviano i loro ricercatori per la presentazione di dati sperimentali e clinici. Si tratta di un congresso in cui la rappresentanza di studiosi stranieri eccede quella degli italiani, con una prevalenza di ricercatori di altissimo livello provenienti dagli USA, da tutti i Paesi europei, dal Giappone, dalla Cina, dalla Corea e dall’Australia».

Cannabis per uso terapeutico

0

Il 28 settembre 2017, le commissioni riunite di Giustizia e Affari sociali della Camera dei Deputati hanno concluso l’esame degli emendamenti al Testo Unificato riguardante le “Disposizioni in materia di coltivazione e somministrazione di cannabis ad uso medico”. Gli obiettivi di questo Atto sono:

  • assicurare una qualità standardizzata della Cannabis per uso terapeutico,
  • definire chiare indicazioni terapeutiche della cannabis prescrivibili dalla classe medica,
  • aprire a nuovi studi e ricerche scientifiche,
  • garantire l’equità nell’accesso di pazienti a trattamenti con cannabis ad uso terapeutico.

Il testo unificato delle proposte di legge è passato all’esame del Senato.

Nuova proposta di legge sul'uso della cannabis per uso terapeutico all'esame del Senato. Dal congresso SIGR: "La terapia con endocannabinoidi in malattie autoimmuni"
Nuova proposta di legge sul’uso della cannabis per uso terapeutico all’esame del Senato. Durante il congresso SIGR: “La terapia con endocannabinoidi in malattie autoimmuni”

Di pari passo con i riconoscimenti giuridici che comunque non lasciano spazi alla legalizzazione della cannabis per uso ludico e personale, le indagini scientifiche confermano l’efficacia del sistema endocannabinoide, presente in quasi tutto l’organismo umano, in particolare nel sistema immunitario, grazie ai recettori CB-1 e CB-2 del Tetrahydrocannabinolo (THC).

Durante il 4° Congresso Nazionale della Società Italiana di GastroReumatologia (SIGR), si è parlato di “Terapia con endocannabinoidi nelle malattie autoimmuni“.

«Degli oltre 60 componenti contenuti nella pianta di Cannabis sativa, il THC è il principale ingrediente con proprietà psicotrope insieme al cannabidiolo CBD, non psicoattivo – spiega Laura Bazzichi, reumatologa dell’A.O.U. di Pisa, al 4° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gastro Reumatologia SIGR. – Oltre 25 anni di studi sperimentali dimostrano l’influenza immuno-modulante dei cannabinoidi sul sistema immunitario, nelle attività dei linfociti T e B, delle cellule NK, della microglia e dei macrofagi. Modelli in vitro e in vivo indicano che i cannabinoidi modulano la produzione e la funzione delle sostanze infiammatorie (citochine) in fase acuta con un aumento del livello di quelle anti-infiammatorie. A ciò corrisponde un miglioramento di alcuni sintomi delle malattie autoimmuni che interessano il 3% della popolazione mondiale».

Per quanto riguarda il meccanismo d’azione, «studi preclinici nelle malattie infiammatorie croniche intestinali condotti su modelli animali sembrano suggerire un ruolo omeostatico dei componenti del sistema endocannabinoide (ECS) nell’intestino – interviene con cautela Vincenzo Bruzzese, Past President della Società Italiana di Gastro Reumatologia. – Di conseguenza, si ritiene che la valorizzazione del segnale endocannabinoide sia una risposta ai disturbi infiammatori e miri a ripristinare l’equilibrio del tessuto o dell’organo offeso».

Alcune ricerche sull’uso terapeutico della Cannabis

La ricerca scientifica ha indagato possibili usi medici di alcuni componenti della cannabis soprattutto riguardo la terapia del dolore, per coadiuvare il trattamento di alcune patologie, diminuire i disturbi infiammatori o ridurre fastidiosi sintomi correlati a varie malattie (do­lore, nausea etc.).

Studio sull’uso della Cannabis per la malattia di Crohn

In un trial del 2014 [(Naftali T, Mechulam R Lev LB Konikoff FM, Cannabis for inflammatory bowel disease, Digestive Dis. 2014; 32(4): 468-74] controllato con placebo, i ricercatori hanno trattato 21 pazienti malati di Crohn. A 11 di questi è stata somministrata Cannabis, agli altri, invece, placebo. Tra gli 11 pazienti, 5 hanno manifestato piena remissione entro la fine del processo mentre 10 su 11 hanno mostrato miglioramenti dei sintomi, rispetto a soli 4 su 10 del gruppo di controllo con placebo.

In realtà, la prevalenza di studi osservazionali con dimensioni del campione estremamente piccole, la durata breve dello studio, l’eterogeneità delle condizioni reumatiche e dei prodotti somministrati consentono soltanto conclusioni limitate. Non sono ancora stati stabiliti i cannabinoidi specifici, nonché appropriate condizioni mediche, dosi ottimali e modalità di somministrazione, per massimizzare gli effetti benefici evitando eventuali effetti nocivi del cannabinoide.

Studio sull’uso della Cannabis per l’encefalomielite allergica

Yoonkyung Do et al. (Activation through cannabinoid receptors 1 e 2 on dendritic cells triggers, J. Immunol. 2016) ha utilizzato Dexanabinol (HU-211), un cannabinoide sintetico non psicotropico, per il trattamento di encefalomielite allergica sperimentale osservando una significativa riduzione dei sintomi clinici della malattia e dell’infiammazione associata. Yoonkyung ha inoltre evidenziato che il trattamento con THC può beneficiare i pazienti con sclerosi multipla attraverso la sua capacità di indurre l’apoptosi nelle cellule dendritiche che partecipano attivamente nella presentazione dell’autoantigene che avvia l’autoimmunità.

Malattie nelle quali la Cannabis ha dimostrato efficacia

«Gli eventi avversi dei cannabinoidi sono da considerarsi relativamente modesti ma è comunque necessario accertarsi dei benefici clinici insieme al profilo di sicurezza e alle interazioni farmacologiche. A fronte di un’insufficiente e condizionata informazione sull’uso medicinale della Cannabis – avvisa Laura Bazzichi – i medici si trovano oggi indotti a prescrivere il trattamento con cannabinoidi nei casi più studiati come la sclerosi multipla, malattie infiammatorie croniche intestinali e fibromialgia. Contrariamente alla comprovata efficacia sul dolore e la rigidità nelle suddette malattie, la valutazione nell’artrite reumatoide rappresenta ancora una promessa terapeutica».

La comunità scientifica è comunque d’accordo nell’affermare che «la vasta espressione di CB2 sulle cellule immunitarie fa intuire un legame con l’autoimmunità. Prove sperimentali in vitro e in vivo hanno già stabilito l’efficacia della Cannabis terapeutica in malattie quali:

  • artrite reumatoide,
  • diabete tipo 1,
  • sclerosi sistemica,
  • fibromialgia,
  • lupus eritematoso sistemico,

dimostrando una correlazione tra attività di malattia e cannabinoidi. Considerando la cronicità delle malattie autoimmuni, il significato di trovare un trattamento farmacologico che abbia effetti avversi relativamente bassi è di primaria importanza» prosegue Laura Bazzichi.

Differenza tra Cannabis coltivata per uso medico e Cannabis coltivata per uso illecito

Laura Bazzichi sottolinea:

«Va detto ovviamente che la sostanza reperi­bile attraverso il mercato illegale è ben altra cosa rispetto a quella impiegata per uso medico. La sua pericolosità riguarda sia la qualità della sostanza che la quantità di principio attivo in essa contenuto, che può essere presente in concentrazioni variabili».

Le varietà di Cannabis disponibili sul mercato illecito negli ultimi anni hanno visto aumentare notevolmente le percentuali di THC a discapito di quelle del CBD.

Si assiste quindi ad un aumento della potenza dal punto di vista degli effetti psicotropici esilaranti dei prodotti. Una varietà di Cannabis disponibile nel mercato illecito, denominata “skunk”, ha portato infatti le percentuali di THC dal 3-4% al 12-18%, a fronte di percentuali di CBD dell’1,5% circa. La conseguenza è un aumento del rischio di sviluppare psi­cosi, come osservato in alcuni utilizzatori di questa specie di Cannabis defini­ta “molto potente”. (Di Forti et al., High potency cannabis and the risks of psychosis, British J. of Psych. Dec. 2009).

Articoli correlati

Il dolore cronico e la terapia del dolore

Nuove tariffe nazionali per la vendita al pubblico dei medicinali

Il costo del dolore

Artrite reumatoide

Qualità della vita con artrite reumatoide in uno studio di AbbVie

Artrite reumatoide: impatto della malattia ed efficacia dei PDTA

Censimento delle malattie reumatiche basato sulle esenzioni-ticket

Malattie infiammatorie croniche intestinali

Malattia di Crohn

Diabete. Definizione e nosografia

Misure per contrastare il diabete in Europa

Differenze di genere nelle malattie gastro reumatologiche

Lupus eritematoso sistemico e sole: gestire la malattia in estate

La fibromilagia