Il connubio tra innovazione e gestione dei processi, in particolare degli acquisti di dispositivi medici in chirurgia può garantireun’assistenza migliore e sostenibile.
Gestione degli acquisti di dispositivi medici in chirurgia: se ne è parlato all’incontro “Slow Surgery 2.0. Qualità e sostenibilità in chirurgia”
Nel corso del Convegno “Slow Surgery 2.0. Qualità e sostenibilità in chirurgia”, promosso da Medtronic Italia gli esperti si sono confrontati sui temi della qualità, dell’efficienza e della sostenibilità nel mondo sanitario, soprattutto nel settore della chirurgia. Manager sanitari, rappresentanti istituzionali, chirurghi, economisti e associazioni pazienti hanno analizzato il rapporto tra innovazione e sostenibilità individuando le leve strategiche per far coesistere questi due aspetti.
La riorganizzazione del sistema ospedaliero è stata al centro del dibattito. In particolare, è stato illustrato il ruolo dell’HTA come strumento di valutazione e programmazione sanitaria.
Oggi la chirurgia equivale ad “alta tecnologia”, che corrisponde a qualità e sicurezza, requisiti indispensabili per la tutela del paziente. La garanzia di accesso alle migliori cure disponibili è, tuttavia, una sfida, in cui l’elemento cruciale è rappresentato dalla necessità di contenimento della spesa sanitaria.
È, quindi, necessario che i soggetti coinvolti nei processi decisionali siano messi nella condizione di conoscere le potenzialità dell’innovazione nelle sale operatorie, per poterne valutare i benefici e stabilire il rapporto costo-efficacia. Per questo motivo, è sempre più importante poter orientare l’adozione delle innovazioni, sviluppando sistemi di valutazione dell’appropriatezza, che possano garantire scelte strategiche e operative appropriate per il futuro.
Il modello hub e spoke: la concentrazione delle competenze in centri d’eccellenza
«L’incremento della specializzazione e della complessità tecnica impone un’alta qualificazione da parte dei singoli professionisti e delle proprie equipe – ha dichiarato Diego Piazza, presidente ACOI, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani – Tuttavia, l’erogazione dei servizi per un bacino di popolazione ristretto, non sempre consente lo sviluppo delle capacità professionali, in quanto agli specialisti non viene assicurato un flusso di pazienti adeguato».
«Partendo da questa considerazione – continua Piazza – sarebbe opportuno, al fine di una razionalizzazione del sistema e di un miglioramento della qualità delle prestazioni, sostenere il cosiddetto modello hub e spoke, che parte dal presupposto che, in determinate situazioni e complessità, siano necessarie competenze che devono essere concentrate in Centri ad alta specializzazione presso i quali vengono inviati i pazienti dagli ospedali del territorio. Il modello prevede, pertanto, la concentrazione dell’assistenza di maggior complessità in centri d’eccellenza e l’organizzazione dell’invio a questi hub da parte dei centri periferici dei pazienti che superano la soglia di complessità degli interventi effettuabili a livello periferico».
Per ognuno dei centri d’eccellenza sarà necessario individuare:
bacini di popolazione di riferimento,
processi e percorsi assistenziali,
caratteristiche funzionali, strutturali ed organizzative dei nodi della rete.
L’analisi costi/benefici per gli acquisti di dispositivi medici in chirurgia
«Un altro elemento da tenere in considerazione è quello che le nuove tecnologie debbano essere introdotte a seguito di un’accurata valutazione e misurazione della qualità che possono portare, producendo realmente un migliore outcome in sanità – afferma Marco Montorsi, presidente SIC (Società Italiana di Chirurgia). – Alla luce di tutto questo assumono particolare valore gli strumenti di analisi come l’HTA (Health Technology Assessment), nato per fornire una risposta operativa al divario tra le risorse limitate del Sistema Sanitario, la crescente domanda di salute e l’innovazione tecnologica, prendendo in considerazione gli aspetti clinici, economici, organizzativi, etici, sociali relativi all’introduzione di una nuova tecnologia».
«Il Ministero della Salute ha deciso di rilevare alcuni indicatori di performance di alcune aziende ospedaliere del nostro Paese, attraverso un sistema denominato Piano Nazionale Esiti, gestito da AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), che ha già portato alla pubblicazione di una serie di report» – conclude Montorsi.
«Se ottenere economie di scala per la riduzione di costi unitari può essere relativamente semplice, – aggiunge Diego Piazza – individuare beni e servizi con il migliore rapporto costo/beneficio è più complesso, perché richiede un lungo lavoro di analisi e coinvolgimento fra tutti gli operatori che operano nel sistema, dove il ruolo del chirurgo, soprattutto per quanto riguarda l’acquisto di medical device, è determinante. Evidentemente, questo è molto più facile in un sistema centralizzato, dove dovrebbero esserci chirurghi specializzati nella gestione di gare che abbiano competenze specifiche nella valutazione dei dispositivi inseriti nelle stesse».
È stato nominato il nuovo consiglio direttivo di FederSalus. Presidente è Marco Testa.
È stato nominato il nuovo consiglio direttivo di FederSalus, l’Associazione più rappresentativa del settore degli integratori alimentari. Marco Testa è il nuovo presidente
Marco Testa sale alla guida dell’Associazione più rappresentativa del settore degli integratori alimentari in un momento in cui l’industria è in evoluzione. Il futuro del settore si giocherà nei prossimi anni, alle prese con una filiera di valore, fiore all’occhiello del sistema economico e sociale del Paese, con un mercato in crescita e un quadro regolatorio non ancora definito.
Marco Testa, presidente FederSalus
Marco Testa (Vemedia Pharma S.r.l.) assume la carica di presidente FederSalus, l’Associazione italiana più rappresentativa del settore degli integratori alimentari.
Laureato in Business Administration e in Economia e Commercio, ha conseguito un MBA ed un dottorato in Business & Management, a indirizzo farmaco-economico, presso l’Università di Torino. Vanta una ventennale esperienza in ruoli di crescente responsabilità, in ambito farmaceutico e healthcare, maturata in gruppi multinazionali del settore. Ha ricoperto la carica di vicepresidente FederSalus dal 2015 e di consigliere delegato alla comunicazione e media relations dal 2014.
Nel corso del suo mandato, Marco Testa sarà affiancato dai Vicepresidenti Antonino Santoro (Difass S.r.l.) e Andrea Costa (SIIT S.r.l.).
«Anzitutto ringrazio tutte le aziende Associate e i componenti del nuovo Consiglio Direttivo per la fiducia accordatami – afferma il nuovo Presidente Marco Testa. – Il comparto degli integratori alimentariè ormai una solida realtà industriale, il secondo comparto per fatturato in farmacia dopo il farmaco su prescrizione, ma ha ancora la necessità di essere sostenuto, valorizzato e sviluppato. Il compito di FederSalus resta innanzitutto quello di qualificare il settore, focalizzando i nostri progetti sulla qualità dei prodotti, sia reale che percepita, potendo interpretare al meglio le esigenze del comparto soprattutto grazie alla nostra peculiare capacità di rappresentare, unici nel settore, tutta la filiera dell’integratore alimentare».
Rosanna Zancani (Scharper) rieletta nel ruolo di Tesoriere.
Le sfide che si annunciano per il nuovo consiglio sono importanti. L’affermazione dell’identità dell’integratore alimentare e del suo specifico ruolo di presidio della salute è la base del dialogo costruttivo con le Istituzioni, la Farmacia, il mondo medico e la Ricerca. I prossimi anni saranno all’insegna della continuità del percorso intrapreso per affermare una nuova categoria di prodotto, a metà strada tra il farmaco e l’alimento, di cui va riconosciuta una specifica identità regolatoria anche a beneficio del Sistema Sanitario Nazionale.
Secondo i dati pre-consuntivi raccolti dal Centro Studi di Ucima (Unione Costruttori Italiani Macchine Automatiche per il Confezionamento e l’Imballaggio), il giro d’affari del comparto macchine per il packaging dovrebbe superare i 6.300 milioni di euro, segnando un +2%.
In crescita il giro d’affari del comparto macchine per il packaging
I costruttori italiani di macchine automatiche per il confezionamento e l’imballaggio rafforzano nel 2016 la loro leadership mondiale, con un fatturato di settore che dovrebbe superare i 6.300 milioni di euro, contro i 6.197 milioni di fine 2015.
Crescita a doppia cifra sul mercato interno
Determinanti per il conseguimento di questo importante risultato le ottime performance sul mercato italiano che ha fatto registrare una crescita a doppia cifra del +10,4% raggiungendo i 1.194 milioni di euro.
Nei dodici mesi passati si è pertanto rafforzato il trend positivo in corso dal 2015, quando il fatturato realizzato sul mercato domestico era cresciuto del 2%.
«Siamo molto soddisfatti dell’andamento del mercato italiano, che rimane per tutte le aziende un’importante palestra per testare le più avanzate tecnologie sviluppate», dichiara il presidente di Ucima, Enrico Aureli.
«Siamo inoltre fiduciosi – aggiunge Aureli – che questo trend positivo possa continuare anche il prossimo anno, grazie alle agevolazioni previste nel Piano Industry 4.0 varato dal Governo e dal Ministro Calenda che ha confermato la sua attenzione verso il vero manifatturiero italiano».
Enrico Aureli, presidente Ucima, si dichiara soddisfatto dell’andamento del mercato interno delle macchine per il packaging
Stabili le vendite oltreconfine
Meno brillanti invece i risultati delle vendite di macchine per il packaging oltreconfine che restano stabili (-0,1% sul 2015 pari, in valori assoluti, a 4.997 milioni di Euro).
A incidere negativamente, i rallentamenti in atto in tre importanti regioni: Medio Oriente, Asia e Est Europa.
Secondo gli ultimi dati disagregati disponibili e relativi ai primi nove mesi dell’anno, infatti la macro regione Medio Oriente e Asia ha fatto registrare un calo del -7,6% mentre in Est Europa la contrazione è stata del -4,5%.
In particolare, tali risultati sono attribuibili alle crisi socio-economiche in atto in alcuni importanti mercati di sbocco: Turchia (-19,6%), Cina (-47,2%), Algeria (-18,3%), Arabia saudita (-11,5%).
Ancora in stallo inoltre il mercato brasiliano che crolla di un ulteriore -38,5%.
Positivo, al contrario, l’andamento in altri importanti mercati che sembrano aver dunque superato il difficile momento congiunturale: le performance migliori spettano a Indonesia (+23,8%) e Egitto (+15,2%).
Da record anche l’andamento del Messico: +35% sui primi nove mesi del 2015.
Caute le previsioni per il 2017
Per quanto riguarda il 2017, le previsioni dell’Associazione italiana dei costruttori di macchine per il packaging sono caute.
«La raccolta ordini sui mercati esteri ha registrato negli ultimi due trimestri una contrazione che probabilmente si rifletterà sui fatturati dei primi sei mesi del prossimo anno. L’onda lunga delle crisi diffuse a macchia di leopardo in vari Paesi del mondo continua a rallentare la nostra corsa», commenta Aureli.
«Crediamo pertanto di poter ragionevolmente prevedere il mantenimento del trend di crescita registrato quest’anno».
Chiesi Farmaceutici accoglie favorevolmente il report GOLD 2017, ma evidenzia alcune lacune del documento.
Le osservazioni di Chiesi Farmaceutici sulle GOLD 2017 evidenziano alcune lacune e incongruenze
In particolare, Chiesi identifica nelle raccomandazioni terapeutiche tre elementi fondamentali che necessitano di valutazioni approfondite e di una revisione ulteriore:
limitatezza delle evidenze a supporto
mancato allineamento con le indicazioni terapeutiche di prodotto approvate
discordanza con il recente orientamento dell’Agenzia Europea del Farmaco.
Il report GOLD rappresenta un importante documento strategico per medici e ricercatori ed è redatto da un comitato di esperti internazionali molto autorevoli nel settore.
L’evoluzione delle GOLD (Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease)
Il programma denominato Global Initiative Chronic Obstructive Lung Disease (GOLD) è stato avviato nel 1998 con l’obiettivo di elaborare raccomandazioni per la cura della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) sulla base dei dati scientifici più avanzati a disposizione.
Il report GOLD è utilizzato in tutto il mondo come “documento strategico” per i professionisti del settore sanitario che necessitino di uno strumento efficace per attuare i programmi di gestione nell’ambito dei vari sistemi sanitari nazionali.
Il primo report è stato pubblicato nel 2001. Ogni cinque anni (nel 2006 e nel 2011) ne sono state redatte le revisioni integrali. Dal 2013 in poi sono stati pubblicati annualmente gli aggiornamenti dell’edizione del 2011. Il report 2017 (Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease. Global Strategy for the Diagnosis, management, and Prevention of Chronic Obstructive Pulmonary Disease. 2017 Report), reso pubblico il 16 novembre 2016, contiene i dati più recenti e la riformulazione delle precedenti raccomandazioni sulla diagnosi, sulla valutazione e sulla terapia della BPCO e rappresenta la quarta revisione di rilievo.
Questa nuova revisione del documento costituisce un progresso apprezzabile rispetto all’aggiornamento pubblicato nel 2011.
Nell’aggiornamento 2011 venne introdotta la nuova classificazione dei pazienti nelle categorie A-B-C-D, basata sulla valutazione contemporanea di:
compromissione della funzionalità polmonare,
gravità dei sintomi,
rischio di future esacerbazioni.
L’inclusione di questi tre aspetti della valutazione clinica in uno schema bidimensionale ha posto un’ulteriore sfida nella classificazione dei pazienti. Ad esempio, successivamente è stato necessario suddividere le categorie di pazienti C e D in tre diverse sotto-categorie a seconda della presenza di uno o di entrambi i fattori di rischio, come lo stadio di compromissione del VEMS (Volume Espiratorio Massimo nel I Secondo) e il rischio di riacutizzazione.
Le osservazioni di Chiesi Farmaceutici sulle GOLD 2017
Tuttavia, nonostante ciò rappresenti uno degli elementi costitutivi del documento, vi sono elementi fondamentali che richiedono approfondimenti e chiarimenti.
«In alcune aree chiave, le evidenze cliniche riportate nella nuova edizione del report GOLD sono limitate poiché, come esplicitamente si afferma nel testo del report, le raccomandazioni terapeutiche si fondano solo in parte sugli esiti di studi clinici randomizzati – ha dichiarato Stefano Petruzzelli, chief medical officer e head of global clinical development di Chiesi Farmaceutici. – Nonostante nel report GOLD sia stata eliminata l’infiammazione dalla definizione della malattia, una parte considerevole della sezione dedicata alla fisiopatologia si incentra ancora sull’aspetto infiammatorio della BPCO, con maggiore attenzione agli effetti della reazione infiammatoria sulle piccole vie aeree. Tuttavia, nelle raccomandazioni terapeutiche, quest’aspetto fondamentale della malattia è stato tralasciato».
Nel testo del report si afferma che la terapia della BPCO stabile si propone l’obiettivo di ridurre la sintomatologia e il rischio di esacerbazione, ma successivamente si raccomanda di utilizzare i farmaci LABA/LAMA (LABA- long acting beta2 agonists, agonisti beta2-adrenergici a lunga durata / LAMA – long acting muscarinic antagonists, antagonisti muscarinici a lunga durata) anziché i LAMA (ad es. come impiego prioritario nei pazienti della categoria D), dove non è dimostrato che la combinazione LABA/LAMA possa ridurre in modo rilevante e clinicamente significativo il rischio di riacutizzazione rispetto ai LAMA.
Chiesi fa riferimento a “Wedzicha JA et al. Analysis of chronic obstructive pulmonary disease exacerbations with the dual bronchodilator QVA149 compared with glycopyrronium and tiotropium (SPARK): a randomised, double-blind, parallel-group study. Lancet Resp Med 2013; 1: 199-209” e a “Dhillon S. Tiotropium/olodaterol: a review in COPD. Drugs 2016; 76: 135-146”.
Secondo uno studio (Wedzicha JA et al. Indacaterol–Glycopyrronium versus Salmeterol–Fluticasone for COPD. N Engl J Med 2016; 374: 2222-2234), uno specifico farmaco LABA/LAMA ha ridotto le riacutizzazioni più efficacemente rispetto ad uno specifico prodotto ICS/LABA. Tuttavia, non solo quest’effetto non è stato comprovato nei pazienti con precedenti di riacutizzazioni multiple, ma lo studio non includeva nessun paziente della categoria C. Di conseguenza, la raccomandazione di passare dai farmaci LAMA ai LABA/LAMA è quanto meno discutibile e non è avvalorata da prove. È da rilevare che nel report GOLD 2017 compare l’esplicita affermazione secondo cui “mancano prove dirette per le raccomandazioni terapeutiche per i pazienti delle categorie C e D”.
Ancora più rilevante, continuano le osservazioni di Chiesi, è che la raccomandazione dei farmaci LABA/LAMA come opzione prioritaria per i pazienti della categoria D, nonché come “step up” rispetto ai LAMA nei pazienti della categoria C, non concorda con le indicazioni approvate di tutti i farmaci LABA/LAMA attualmente utilizzabili dagli operatori del settore (https://www.medicines.org.uk/emc/medicine/30495 e https://www.medicines.org.uk/emc/medicine/28949).
Le indicazioni approvate a livello regolatorio per questi prodotti si limitano essenzialmente all’attenuazione della sintomatologia ed è significativo che non ne prevedano l’uso nei pazienti con precedente storia di esacerbazioni.
In sintesi, pertanto, il report GOLD sembra raccomandare in pazienti ad alto rischio di riacutizzazione l’uso off label di questi farmaci, cioè con modalità diverse dalle indicazioni terapeutiche approvate. Tutto ciò nonostante l’affermazione contenuta nel medesimo report che il comitato GOLD non raccomanda terapie che non siano state approvate da almeno un importante ente regolatorio.
Inoltre, nel rapporto si cita ripetutamente il ben noto rischio di polmonite indotto dall’uso di cortisonici inalatori (i cosiddetti ICS). Un esplicito riferimento al favorevole rapporto tra rischio e beneficio dell’uso degli ICS nella BPCO (ossia la precisazione che la notevole riduzione delle riacutizzazioni supera ampiamente l’aumento del rischio di polmonite), avrebbe offerto una visione più equilibrata a sostegno delle raccomandazioni terapeutiche, come recentemente accertato dal Comitato europeo per la farmacovigilanza e la valutazione del rischio (European Pharmacovigilance Risk Assessment Committee o PRAC) e confermato dal Comitato per i Medicinali per uso umano (Committee for Medicinal Products for Human Use o CHMP) e dalla Commissione Europea. Infine, non si accenna al fatto che tale maggior rischio non equivale ad un aumentato rischio di decesso (Festic E et al. Association of Inhaled Corticosteroids with Incident Pneumonia and Mortality in COPD Patients; Systematic Review and Meta-Analysis. COPD 2016; 13: 312-326).
Conclude quindi Petruzzelli: «A nostro avviso il nuovo report GOLD non raggiunge l’obiettivo di chiarire con prove convincenti la strategia terapeutica per i pazienti della BPCO rispetto alle raccomandazioni precedenti, ma, purtroppo, in pratica complica ulteriormente la scelta degli strumenti terapeutici utilizzabili dai medici per ridurre i sintomi e il rischio di riacutizzazioni dei pazienti. Indubbiamente l’enorme quantità di dati prodotti dopo la pubblicazione del precedente report GOLD nel 2011 non solo merita una valutazione approfondita, ma se necessario potrebbero essere richiesti studi confermativi per attribuire alle raccomandazioni la persuasività conferita dalla solidità delle prove addotte. Proprio qui, a nostro avviso, è dove il nuovo report 2017 GOLD mostra le sue carenze».
ab medica presenta un dispositivo indossabile per persone con epilessia o disabilità motorie. Il dispositivo indossabile Cyberbrain è un apparecchio per la prevenzione, la diagnosi e la cura di un ampio spettro di disturbi cerebrali.
Un dispositivo indossabile per persone con epilessia o disabilità motorie permette codificare i segnali cerebrali in comandi motori e di segnalare crisi epilettiche in arrivo
Cyberbrainb è un caschetto leggero e non ingombrate destinato alle persone con epilessia o con problemi motori.
Per le persone che epilessia, monitora le funzioni cerebrali in tempo reale e segnala al medico quando una crisi epilettica sta per sopraggiungere.
Alle persone con disabilità motoria che sono state per esempio colpite da stroke o vittime di incidenti, invece, permette di compiere gesti e movimenti quotidiani, come spegnere e accendere le luci di casa o spostarsi con la sedia a rotelle negli ambienti domestici.
Le caratteristiche del dispositivo indossabile per persone con epilessia o disabilità motorie
Cyberbrainb indossabile, sviluppato dall’area ricerca e sviluppo di ab medica diretta dal neurochirurgo Pantaleo Romanelli(direttore scientifico), ha le seguenti caratteristiche:
è preventivo perché allerta le possibili crisi epilettiche,
non è invasivo in quanto si indossa,
è appropriato, si adatta cioè alla persona, riconosce i ritmi cerebrali alfa e beta
può inviare segnali all’esterno permettendo per esempio l’accensione di una lampadina,
è domiciliare, segue infatti il paziente nella sua vita quotidiana,
è economico perché non richiede ospedalizzazioni
è interattivo in quanto comunica parametri al personale medico, sempre in contatto.
Pantaleo Romanelli spiega:
«Oggi come oggi l’elettroencefalogramma è un esame che richiede una complessa preparazione preliminare e viene tipicamente eseguito in ospedale. Il dispositivo Cyberbrain indossabile è rivoluzionario proprio perché permette di rilevare le funzioni cerebrali anche da casa, in ambulanza o direttamente in pronto soccorso, e grazie al segnale wireless i dati possono essere analizzati dal medico in simultanea e a distanza».
Il progetto Cyberbrain
Questa apparecchiatura fa parte del più ampio progetto Cyberbrain che include anche Cyberbrain impiantabile, una neuroprotesi cerebrale wireless.
In occasione dell’edizione speciale de “Il Futuro della Sanità”, ab medica ha scelto di comunicare il tema dell’innovazione in sanità anche attraverso linguaggi meno tradizionali e scolastici, contaminati dall’incontro tra tecnica, tecnologia e cultura, affidando al Teatro Franco Parenti la stesura di una drammaturgia ad hoc: “Robot in cerca d’autore”. Il filo rosso che unisce la presentazione del dispositivo alla stampa alla pièce teatrale è il concetto di linguaggio che ha origine proprio nel cervello, in particolare nell’area di Broca, e di innovazione applicata alle neuroscienze. La drammaturgia dello spettacolo contiene un preciso riferimento al dispositivo Cyberbrain indossabile (con uno dei personaggi che si diletterà nello spegnere e accendere le luci del palco), oltre che alla robotica.
Al simposio “Uric Acid Cardiovascular Disease: back to pathophysiology” che si è tenuto a Bologna (01-03 dicembre 2016) organizzato dal DIMEC e dall’Università di Denver e promosso dalla Fondazione internazionale Menarini sono stati affrontati i temi:
livelli elevati di acido urico nel sangue aumentano i rischi cardiovascolari;
alimentazione e farmaci responsabili di alte concentrazioni di acido urico e colpevoli di favorire l’ipertensione;
a quali livelli intervenire, con farmaci ma anche con nutrienti.
Livelli alti di acido urico nel sangue aumentano i rischi cardiovascolari. Controllare l’alimentazione e le terapie farmacologiche può favorire la normalizzazione dell’uricemia
Attualmente il ruolo dell’acido urico nella malattia cardiovascolare viene attentamente considerato. Numerosi studi lo indicano come fattore di rischio indipendente per malattie sia cardiovascolari sia renali. Altri studi hanno mostrato che l’iperuricemia predice l’insorgere di ipertensione, sindrome metabolica, obesità, malattia renale e diabete.
L’aumento dell’uricemia nella popolazione generale
«Nella popolazione generale di molti paesi la concentrazione di acido urico nel sangue è in progressivo aumento. Negli Stati Uniti le prime osservazioni, risalenti al 1924, riportanovalori medi nella popolazione maschile di circa 3,5 mg/dL. Tali valori sono saliti a 6,0-6,5 mg/dL negli anni ’60 e sono in ulteriore aumento» avverte Claudio Borghi, docente del DIMEC-Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna e presidente del simposio dedicato al ruolo dell’acido urico nelle patologie cardiovascolari.
Durante l’incontro, è stato confermato che la presenza di elevati livelli di acido urico ha un ruolo nella comparsa di problemi circolatori, come la gotta, e rappresenta anche un fattore di rischio per eventi cardiovascolari e malattie renali, soprattutto in pazienti con ipertensione, insufficienza cardiaca e diabete.
«Il problema non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Variazioni analoghe sono state rilevate in Europa, Cina, Nuova Zelanda –aggiunge Borghi. – Lo studio NHANES, condotto su 18.825 soggetti adulti di entrambi i generi, ha dimostrato la presenza di valori elevati di uricemia superiori a 7,0 mg/dL nel 21,2% degli uomini e a 5,7 mg/dL nel 21,6% nelle donne in età fertile. Ed è elevata, fra questi soggetti, la percentuale di quelli che non seguono alcun trattamento dietetico o farmacologico, con un progressivo aumento dei casi di gotta».
Sebbene le stime parlino di circa 13 milioni di italiani con l’uricemia oltre la norma, la maggior parte non lo sa. Pochi, infatti, la controllano, pochissimi di routine. Soltanto il 2% della popolazione sa che cosa sia l’acido urico o ha mai misurato la sua concentrazione nel sangue. Il 70% di chi ha misurato almeno una volta l’uricemia non ripete il test, oppure lo ripete di rado.
Acido urico e mortalità cardiovascolare
«Lo stesso studio NHANES conferma un’associazione indipendente tra elevati livelli di acido urico e mortalità cardiovascolare, sia nel sesso femminile sia in quello maschile – sottolineaBorghi. – E nello studio MRFIT (Multiple Risk Factor Interevention Trial Study), un’altra indagine epidemiologica effettuata su 7978 ipertesi, con follow-up di circa 7 anni, l’acido urico risulta essere un fattore prognostico indipendente di eventi cardiovascolari».
Alimentazione e acido urico
L’aumento dei livelli di acido urico è verosimilmente dipendente da modificazioni dell’alimentazione. «In tutto il mondo si è verificato un importante incremento di ipertensione, e di valori di acido urico. Negli ultimi decenni si è verificato un grande aumento nel consumo di bevande gassate e zuccherate, contemporaneo all’aumento di ipertensione e obesità – avverte Daniel Feig dell’University of Alabama a Birmingham, Stati Uniti. – L’iperuricemia indotta da diete troppo ricche di zuccheri potrebbe avere un ruolo nell’aumento mondiale di prevalenza dell’ipertensione. Anche l’ingestione di altri alimenti, come i pasti grassi ricchi di carni rosse e di bevande alcoliche, in particolare la birra, possono contribuire ad aumentare i valori di acido urico e quindi favorire una maggiore diffusione dell’ipertensione».
Farmaci e acido urico
Anche alcuni farmaci, tra cui proprio i farmaci per il controllo della pressione, possono alzare i livelli di acido urico.
«Diversi farmaci antipertensivi comunemente utilizzati, come i farmaci diuretici o i beta-bloccanti, possono avere come effetto collaterale l’aumento dei livelli di acido urico –conferma Stefano Taddei, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa. – Si tratta in generale di innalzamenti molto modesti, ma che il medico dovrebbe prendere in considerazione, soprattutto quando tratta pazienti affetti da iperuricemia o da gotta. Alcuni farmaci antipertensivi però contribuiscono anche a ridurre l’acido urico: nello studio LIFE (Losartan Intervention for Endpoint Reduction in Hypertension Study), utilizzando il losartan, un antagonista dell’angiotensina II, si è osservata una positiva relazione tra la riduzione del livelli di acido urico e della pressione, rispetto al beta-bloccante atenololo».
Ma a quale livello di acido urico bisogna intervenire, e come? Secondo Claudio Ferri, Divisione di Medicina Interna e Nefrologia all’Università dell’Aquila, diversi dati indicano che livelli di acido urico oltre il range di normalità, cioè con un valore superiore a 5,0 mg/dL, favoriscono la comparsa di sindrome metabolica.
«Alti livelli di acido urico sono direttamente correlati con indice di massa corporea, circonferenza addominale, pressione del sangue, livelli di glucosio e insulina, trigliceridi. In più l’incremento dei livelli di acido urico, anche a concentrazioni relativamente basse, è associato a un rischio cardiovascolare elevato –spiega Ferri. – Sotto un profilo pratico, diventa sempre più importante investigare la possibilità di ridurre i livelli di acido urico nella popolazione generale sotto il livello di 5,0 mg/dL».
«Ènecessario prima di tutto modificare l’approccio alimentare nella popolazione generale e successivamente utilizzare nuovi e potenti farmaci inibitori dell’acido urico come febuxostat. Infine indagare la possibilità che alcuni nutrienti, quali kampferolo (presente in cavolfiore, cavolo cappuccio, cavolo verza, cavolo nero, cavolo rosso, cavolo riccio, cavolini di Bruxelles, crescione, ravanello, rucola, senape), baicalina (presente nella scutellaria, una pianta erbacea perenne) e caffeina possano cooperare nel ridurre una concentrazione elevata di acido urico nei soggetti asintomatici» conclude Claudio Ferri.
UCB annuncia che The Lancet ha pubblicato i risultati completi dello studio Exxelerate su certolizumab pegol vs adalimumab per l’artrite reumatoide.
Lo studio ha dimostrato:
efficacia della pratica clinica dello switch immediato
profilo di efficacia e sicurezza comparabile tra certolizumab pegol e adalimumab.
Presentati di risultati definitivi dello studio Exxelerate di confronto diretto certolizumab pegol vs adalimumab per l’artrite reumatoide
Lo studio EXXELERATE, per la prima volta, ha messo a confronto due trattamenti all’interno della stessa classe terapeutica degli anti-TNF in pazienti con artrite reumatoide.
Lo studio ha messo a confronto CIMZIA (Certolizumab pegol) più metotrexato (MTX) vs HUMIRA (Adalimumab) più MTX in pazienti adulti con artrite reumatoide (AR) da moderata a grave con risposta inadeguata al MTX. Lo studio non ha raggiunto gli endpoint primari per la superiorità, non dimostrando una differenza statisticamente significativa tra l’efficacia terapeutica di CIMZIA e HUMIRA in combinazione con MTX, sia nelle valutazioni a breve termine (12 settimane) che a lungo termine (2 anni). Tuttavia, i dati dello studio hanno dimostrato che il passaggio immediato da una terapia anti-TNF all’altra, senza un periodo di wash-out, è stato vantaggioso per alcuni pazienti.
Il profilo di sicurezza osservato nei due anni è comparabile tra CIMZIA e HUMIRA, anche in quei pazienti che sono passati direttamente da un trattamento all’altro senza periodo di wash-out.
«Siamo molto lieti che questo studio sia stato accettato da The Lancet. Prima di Exxelerate le evidenze a supporto dell’uso di un anti-TNF dopo una mancata risposta ad un primo trattamento con anti-TNF era limitata poiché nessuno studio aveva valutato l’efficacia di un passaggio immediato da un anti-TNF all’altro. Exxelerate, tra le altre informazioni importanti, fornisce prove a sostegno dell’approccio treat-to-target, sottolineando l’importanza di decisioni cliniche a tre mesi dall’inizio della terapia. I medici, seguendo questo approccio e passando ad un secondo anti-TNF alla settimana 12 in caso di inadeguata risposta, possono massimizzare il potenziale beneficio della terapia con anti-TNF. Questo permette anche la precoce identificazione, entro sei mesi, dei pazienti che non hanno una risposta adeguata alla terapia anti-TNF e che quindi potrebbero beneficiare di una terapia con un diverso meccanismo d’azione» ha detto Josef S. Smolen, Department of Medicine 3, Division of Rheumatology, Medical University of Vienna, Austria.
Questi risultati sono stati presentati anche nella sessione plenaria del congresso annuale dell’American College of Rheumatology / Association for Rheumatology Health Professionals (ACR / ARHP) a Washington, D.C.
Exxelerate è uno studio testa a testa, di superiorità di Fase IV, della durata di 24 mesi (104 settimane), randomizzato, a gruppi paralleli e in singolo cieco.
Lo studio è stato disegnato per valutare l’efficacia a breve e a lungo termine di Certolizumab pegol (CZP) rispetto ad Adalimumab (ADA), entrambi in associazione con metotrexato (MTX), per il trattamento di pazienti affetti da artrite reumatoide (AR) da moderata a grave che non hanno risposto in modo adeguato al MTX.
Gli endpoint primari dello studio sono stati la percentuale di pazienti con risposta ACR20 alla settimana 12 (il 20% di miglioramento della conta delle articolazioni gonfie e tumefatte, un miglioramento del 20% in almeno tre dei seguenti cinque criteri: valutazione del paziente, valutazione del medico, scala del dolore, questionario su disabilità / funzionalità e proteine della fase acuta) e percentuale di pazienti che ha raggiunto una bassa attività di malattia (DAS28 [VES] ≤3,2) alla settimana 104.
Pazienti naïve ai biologici (n = 915) con AR da moderata a grave e una risposta inadeguata al MTX, sono stati assegnati in modo casuale al basale (settimana 0) a ricevere, in un rapporto 1:1:
una dose di carico standard di CZP 400 mg alle settimane 0, 2 e 4 + MTX, seguita da CZP 200 mg Q2W + MTX.
ADA 40 mg Q2W + MTX con placebo somministrato anche alle settimane 0, 2 e 4 per mantenere lo studio in cieco.
Il dosaggio di MTX è stato mantenuto tra 15-25 mg/settimana per via orale o per via sottocutanea, un solo aggiustamento della dose è stato consentito tra la settimana 12 e la settimana 52, e tra la settimana 52 e la settimana 104. Per i pazienti che non tolleravano questi dosaggi di MTX, la dose poteva essere ridotta a 10 mg/settimana dopo la settimana 12.
Alla settimana 12, i pazienti sono stati classificati come responder se raggiungevano una bassa attività di malattia [DAS28 (VES) ≤3,2] oppure se avevano una riduzione di DAS28 rispetto al basale ≥1,2.
La risposta dei pazienti alla settimana 12 ha determinato il tipo di trattamento che i pazienti hanno ricevuto da questo momento in poi. I pazienti responder alla settimana 12 hanno continuato con il loro trattamento iniziale fino alla settimana 104. I pazienti non-responder alla settimana 12 hanno cambiato trattamento, sia da CZP ad ADA che viceversa, a seconda del trattamento iniziale durante la fase di randomizzazione. Alla settimana 24 i soggetti che avevano raggiunto una bassa attività di malattia, definita come DAS28 (VES) ≤3,2 oppure una riduzione di DAS28 (VES) ≥1,2 rispetto alla settimana 12, hanno continuato il trattamento fino alla settimana 104, quelli invece che non hanno raggiunto uno di questi obiettivi sono usciti dallo studio.
I pazienti e gli sperimentatori erano in cieco fino alla settimana 12, dopo solo gli sperimentatori erano in cieco fino alla settimana 104.
I risultati dello studio Exxelerate
Le principali evidenze emerse:
efficacia della pratica clinica dello switch immediato: se, fino ad oggi, si verificava una mancata risposta dei pazienti ad un primo trattamento con anti-TNF, i clinici si orientavano sul passaggio ad una terapia con diverso meccanismo d’azione, senza valutare invece altri anti-TNF. I risultati dello studio dimostrano invece che il passaggio immediato da una terapia anti-TNF all’altra, senza dover attendere un periodo di wash-out, è vantaggioso per i pazienti ed evidenzia inoltre l’importanza di valutare le decisioni cliniche a tre mesi dall’inizio della terapia, massimizzando così i benefici per i pazienti della terapia con anti-TNF
sebbene gli endpoint primari di superiorità di CIMZIA vs HUMIRA non siano stati raggiunti, i risultati dello studio attestano che il profilo di efficacia e sicurezza osservato nei due anni è comparabile tra CIMZIA e HUMIRA
i risultati sono stati presentati nella sessione plenaria del congresso annuale dell’American College of Rheumatology / Association for Rheumatology Health Professionals (ACR / ARHP) Annual Meeting di Washington, D.C.
La percentuale di pazienti che ha raggiunto una risposta ACR20 a tre mesi è stata del 69,2% vs il 71,4% rispettivamente per CIMZIA e per HUMIRA, e la percentuale di pazienti che ha raggiunto uno stato di bassa attività di malattia (LDA: Low Disease Activity) a due anni è stata rispettivamente del 35,5% vs il 33,5%.
Nello studio, il 14,7% dei pazienti che ha ricevuto CIMZIA [n = 67] e il 12,9% dei pazienti che ha ricevuto HUMIRA [n = 59] non ha risposto alla terapia iniziale a tre mesi, con una risposta alla 12a settimana di LDA o DAS28 (VES) ≥ 1,2.
A tre mesi, 65 pazienti trattati con CIMZIA e 57 pazienti trattati con HUMIRAsono passati immediatamente al trattamento con l’altro farmaco senza un periodo di wash-out (i pazienti che passavano da HUMIRA a CIMZIA hanno ricevuto la dose di carico di CIMZIA). Di questi pazienti, il 57,9% trattati con CIMZIA (n = 33/57) e il 61,5% trattati con HUMIRA (n = 40/65) ha risposto nelle 12 settimane successive, raggiungendo uno stato di LDA o di riduzione DAS28 (VES) dalla settimana 12 ≥ 1,2.
Gli endpoint secondari di efficacia tra CIMZIA e HUMIRAevidenziano la percentuale di pazienti che ha raggiunto rispettivamente la LDA alle settimane 6 (20,5% e 18,1%), 12 (30,4% e 29,7%) e 52 (41,6% e 38,3%).1 La variazione rispetto al basale dell’indice HAQ-DI alla settimana 104 era – 0.62 e – 0,72 e la funzione fisica nominale (HAQ-DI ≤ 0,2522) è stata raggiunta rispettivamente dal 20,3% e dal 22,2% dei pazienti (CIMZIA vs HUMIRA).
Per la popolazione arruolata nello studio (n = 915), il profilo di sicurezza complessivo è risultato simile tra i due farmaci inclusa l’incidenza per 100 anni-paziente degli eventi avversi emersi durante il trattamento (TEAEs, 139,9 e 134,8), degli eventi avversi seri emersi durante il trattamento (SAE, 9,4 e 7,7), delle infezioni gravi e delle infestazioni (2,2 e 2,0), rispettivamente per CIMZIA e HUMIRA (definita dal trattamento al momento dell’insorgenza dell’evento avverso). Per quei pazienti che sono passati da un inibitore del TNF all’altro, non sono state segnalate gravi infezioni o infestazioni nel periodo di 70 giorni dopo il passaggio immediato al trattamento con l’altro farmaco.
Indicazioni terapeutiche di CIMZIA in EU/EEA
Artrite reumatoide
CIMZIA, in combinazione con metotrexato (MTX), è indicato per:
il trattamento dell’artrite reumatoide (AR) attiva di grado da moderato a grave in pazienti adulti quando la risposta ai farmaci antireumatici modificanti la malattia (DMARDs, disease-modifying anti-rheumatic drugs), incluso il MTX, sia risultata inadeguata. CIMZIA può essere somministrato in monoterapia in caso di intolleranza al MTX o quando un trattamento continuativo con MTX sia inappropriato;
il trattamento dell’AR grave, attiva e progressiva in adulti non precedentemente trattati con MTX o con altri DMARDs.
CIMZIA ha mostrato di ridurre la velocità di progressione del danno articolare valutato radiograficamente e di migliorare la funzione fisica quando somministrato in combinazione con MTX.
Spondiloartrite assiale
CIMZIA è indicato per il trattamento di pazienti adulti con spondiloartrite assiale attiva grave, che include:
Spondilite anchilosante (SA): adulti con spondilite anchilosante attiva grave che hanno avuto una risposta inadeguata o che sono intolleranti ai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS);
Spondiloartrite assiale senza evidenza radiografica di spondilite anchilosante (SA): adulti con spondiloartrite assiale attiva grave senza evidenza radiografica di spondilite anchilosante ma con segni obiettivi di infiammazione rilevati tramite livelli aumentati di proteina-C reattiva (PCR) e/o risonanza magnetica per immagini (RMI), che hanno avuto una risposta inadeguata o che sono intolleranti ai FANS.
Artrite psoriasica
CIMZIA, in combinazione con MTX, è indicato per il trattamento dell’artrite psoriasica attiva negli adulti quando la risposta alla precedente terapia con DMARD sia risultata inadeguata.
CIMZIA può essere somministrato in monoterapia in caso di intolleranza al metotrexato o quando un trattamento continuativo con metotrexato sia inappropriato.
Nuovi risultati provenienti dal Registro GLORIA-AF, evidenziano alti livelli di aderenza al trattamento con dabigatran nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare.
Un’analisi del Programma di Registro GLORIA-AF dimostra che dabigatran per la FANV favorisce l’aderenza alla terapia
Boehringer Ingelheim ha annunciato i risultati di una nuova analisi del Programma di Registro GLORIA®-AF. Il programma mondiale GLORIA-AF ha analizzato quasi 3.000 pazienti affetti da fibrillazione atriale non valvolare. L’analisi del programma GLORIA-AF ha evidenziato che, i pazienti con nuova diagnosi di fibrillazione atriale non valvolare (FANV), in trattamento con dabigatran etexilato, hanno avuto una probabilità di rimanere in trattamento rispettivamente del 76,6% a un anno e del 69,2% a due anni.
I risultati sono stati presentati al congresso annuale della Società Americana di Ematologia (ASH) di San Diego, CA.
«Il rischio di ictus nei pazienti con FANV è 5 volte superiore rispetto alla popolazione generale e l’obiettivo del trattamento anticoagulante è quello di ridurre questo rischio. È fondamentale che sia i medici sia i pazienti comprendano l’importanza di proseguire il trattamento e il rischio che potrebbe derivare dall’interruzione – ha dichiarato Jonathan Halperin, M.D., the Robert and Harriet Heilbrunn Professor of Medicine presso la Icahn School of Medicine del Mount Sinai, autore dello studio e componente dello Steering Committee del GLORIA-AF. – In generale, quasi la metà dei pazienti interrompe la terapia anticoagulante orale dopo un solo anno, pertanto, constatare, in questa nuova analisi del Registro GLORIA-AF, alti livelli di aderenza al trattamento con dabigatran è estremamente incoraggiante».
L’analisi del Programma di Registro GLORIA-AF
L’analisi presenta dati real life su 2.937 pazienti in trattamento con dabigatran in oltre 1.000 centri in 44 Paesi.
L’88% dei pazienti era stato considerato ad alto rischio di ictus (ad es. con punteggio CHA2DS2-VASc pari o superiore a 2), e diversi pazienti presentavano altre patologie concomitanti alla FANV, come ipertensione (78,9%), diabete (22,7%) e scompenso cardiaco (24,9%).
«Quest’ultima analisi del Registro GLORIA-AF evidenzia che la maggioranza dei pazienti in trattamento con dabigatran segue il trattamento come prescritto dal medico. Comprendere come i farmaci vengano utilizzati nella pratica clinica quotidiana e le ragioni per cui alcuni pazienti interrompano la cura, ci permetterà di dare supporto alla classe medica nell’identificare nuove modalità per migliorare gli outcome – ha dichiarato Jörg Kreuzer, vice president Medicine, Therapeutic Area Cardiovascular, Boehringer Ingelheim. – Dabigatran è l’unico anticoagulante orale non-antagonista della vitamina K per il quale esista, e sia disponibile in tutto il mondo, un inattivatore specifico. Questo aspetto, unitamente all’ampio corpus di dati proveniente dalla pratica clinica nella vita reale, offre a medici, pazienti e ai loro familiari un’ulteriore rassicurazione nella riduzione del rischio di ictus nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare».
GLORIA-AF (Global Registry on Long-Term Oral Antithrombotic Treatment in Patients with Atrial Fibrillation)
GLORIA-AF è un programma di registro mondiale sull’utilizzo a lungo termine di terapie anticoagulanti orali per la prevenzione dell’ictus correlato a fibrillazione atriale non valvolare, nella pratica clinica quotidiana. Il registro esamina i comportamenti prescrittivi dei medici nel trattare la fibrillazione atriale, oltre ai fattori che guidano le loro decisioni.
Lo studio raccoglie i dati sulla sicurezza e sull’efficacia a lungo termine di una serie di anticoagulanti compresi warfarin, acido acetilsalicilico (aspirina) e anticoagulanti orali diversi dagli antagonisti della vitamina K, per la prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale, oltre ai dati sugli esiti nei pazienti.
Il Programma di Registro arruolerà sino a 56.000 pazienti, con nuova diagnosi di fibrillazione atriale a rischio di ictus e coinvolgerà sino a 2.200 centri in quasi 50 Paesi.
Dabigatran etexilato
Dabigatran è un inibitore diretto della trombina (IDT).Gli IDT ottengono potenti effetti antitrombotici, bloccando in maniera specifica l’attività della trombina, l’enzima centrale nel processo di formazione di coaguli (trombi). A differenza degli antagonisti della vitamina K, che agiscono in maniera variabile, tramite i diversi fattori della coagulazione, dabigatran realizza un’anticoagulazione efficace, prevedibile e riproducibile con basso potenziale di interazione con altri farmaci e nessuna interazione con il cibo, senza richiedere il monitoraggio regolare della coagulazione né aggiustamenti di dosaggio.
L’esperienza clinica con dabigatran supera i 5 milioni di anni/paziente per tutte le indicazioni per cui il farmaco è stato approvato nel mondo. Dabigatran è sul mercato da oltre 7 anni ed è approvato in più di 100 Paesi.
Le indicazioni per cui dabigatran è attualmente approvato sono le seguenti:
Prevenzione di ictus e embolia sistemica in pazienti adulti con fibrillazione atriale non-valvolare (FANV), con uno o più fattori di rischio, quali precedente ictus o attacco ischemico transitorio (TIA); età 75 anni; insufficienza cardiaca (Classe NYHA ≥ II); diabete mellito; ipertensione.
Prevenzione primaria di episodi tromboembolici in pazienti adulti sottoposti a chirurgia sostitutiva elettiva totale dell’anca o del ginocchio.
Trattamento della trombosi venosa profonda (TVP) e dell’embolia polmonare (EP) e prevenzione delle recidive di TVP e EP negli adulti.
Dabigatran è l’unico nuovo anticoagulante orale per il quale esiste un farmaco approvato che ne inattiva in maniera specifica l’effetto: idarucizumab. L’inibitore dell’anticoagulante, idarucizumab è approvato nell’Unione Europea e negli Stati Uniti per l’impiego in pazienti adulti trattati con dabigatran, qualora si renda necessario inattivare rapidamente l’effetto anticoagulante prima di procedere con interventi chirurgici d’urgenza/interventi di emergenza o in caso di sanguinamento non controllato o che possa mettere a rischio la vita del paziente.
I risultati completi dello studio GLAGOV dimostrano che evolocumab, in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata, ha determinato una regressione della placca aterosclerotica statisticamente significativa in pazienti con malattia coronarica.
Circa due pazienti su tre hanno ottenuto la regressione della placca aterosclerotica grazie al trattamento con evolocumab in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata
Lo studio GLAGOV ha valutato se il trattamento con evolocumab modifica l’accumulo di placca aterosclerotica nelle coronarie di pazienti già in terapia statinica ottimizzata.
Lo studio ha utilizzato l’imaging dell’ultrasonografia intravascolare (IVUS) al basale e alla settimana 78.
Amgen ha annunciato che i risultati completi dello studio GLAGOV sono stati presentati al Congresso dell’American Heart Association (AHA) 2016 nella Sessione “Late-Breaking Clinical Trials” e contemporaneamente pubblicati sul Journal of the American Medical Association (JAMA).
Lo Studio GLAGOV (Valutazione Mondiale di Regressione della Placca con un Anticorpo inibitore di PCSK9 Misurata con Ecografia Endovascolare)
GLAGOV (GLobal Assessment of Plaque ReGression with a PCSK9 AntibOdy as Measured by IntraVascular Ultrasound) è uno studio di Fase III, multicentrico, randomizzato in doppio cieco, controllato verso placebo. GLAGOV ha valutato l’effetto di evolocumab in termini di riduzione del volume percentuale dell’ateroma in 78 settimane.
Sono stati arruolati 968 pazienti che erano in terapia con una statina a dosaggio stabile da almeno quattro settimane e che avevano valori di colesterolo LDL ≥ 80 mg/dL o compresi fra 60 e 80 mg/dL con:
un fattore di rischio cardiovascolare maggiore (definito come vasculopatia aterosclerotica non-coronarica, infarto del miocardio o ricovero per angina instabile nei due anni precedenti o diabete mellito di tipo 2) o
tre fattori di rischio cardiovascolare minore (definito come tabagismo, ipertensione, bassi livelli di colesterolo HDL, storia familiare di coronaropatia prematura, proteina C-reattiva ad alta sensibilità ≥ 2mg/L o età ≥ 50 anni negli uomini e ≥ 55 anni nelle donne).
I pazienti sono stati randomizzati secondo un rapporto 1:1 in due gruppi di trattamento per ricevere evolocumab 420 mg o placebo in iniezione sottocute una volta al mese.
La terapia ottimizzata con statina è stata definita con atorvastatina al dosaggio di almeno 20 mg/die o equivalente, titolata per ottenere una riduzione del colesterolo LDL secondo le linee guida per macro-regione geografica. Per tutti i pazienti è stata raccomandata una terapia con statina ad alta intensità (equivalente ad atorvastatina 40 mg/die o superiore). Per i pazienti con colesterolo LDL>100 mg/dL (2,6 mmol/L) non in terapia con statina altamente efficace è stata necessaria l’attestazione degli sperimentatori sul perché tali dosaggi sono stati ritenuti non appropriati.
I pazienti presentavano al basale un valore medio di colesterolo LDL pari a 92,5 mg/dL in entrambi i gruppi di trattamento.
Al basale il 98% dei pazienti arruolati in entrambi i bracci dello studio era in trattamento con statine di intensità da alta a moderata.
L’endpoint primario era la variazione di PAV rispetto al basale alla settimana 78 verso placebo, rilevata con IVUS, una tecnologia di imaging ad alta risoluzione che consente di quantificare l’ateroma coronarico.
Gli endpoint secondari hanno incluso la regressione PAV (qualsiasi riduzione rispetto al basale); variazione TAV rispetto al basale alla settimana 78; e regressione (qualsiasi riduzione rispetto al basale) di TAV.
I risultati dello studio GLAGOV
Lo studio ha raggiunto il suo endpoint primario dimostrando che il trattamento con evolocumab ha determinato una regressione statisticamente significativa rispetto al basale del volume percentuale dell’ateroma (PAV), ovvero la percentuale del lume dell’arteria occupata dalla placca.
I pazienti nel gruppo di trattamento con evolocumab hanno avuto una diminuzione del 0,95% di PAV rispetto al basale verso un aumento dello 0,05% nei pazienti del braccio di controllo (braccio con Repatha p<0,0001; braccio con placebo p=0,78). La differenza fra i due gruppi è stata statisticamente significativa (p<0,0001).
Inoltre, l’aggiunta di evolocumab ha prodotto una regressione della placca in PAV in una percentuale di pazienti maggiore rispetto a quelli in trattamento con placebo (rispettivamente 64,3% contro 47,3%, p<0,0001).
I pazienti nel gruppo di trattamento con Repatha hanno mostrato una riduzione media del volume totale normalizzato dell’ateroma (TAV), il quale rappresenta una misura del volume della placca, pari a 5,8 mm³ rispetto a 0,9 mm³ nel gruppo di pazienti trattati con placebo (braccio con Repatha p<0,0001; braccio con placebo p=0,45).
Inoltre, evolocumab in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata ha determinato una regressione di TAV in una percentuale di pazienti maggiore rispetto al placebo (rispettivamente 61,5% contro 48,9%, p=0,0002).
Nelle 78 settimane di trattamento, il valore medio di colesterolo LDL ponderato nel tempo nel gruppo di pazienti in trattamento con evolocumab è stato di 36,6 mg/dL. Questo rappresenta una riduzione del 59,8%, rispetto al valore di 93 mg/dL dei pazienti trattati con placebo.
Alla settimana 78, il valore medio di colesterolo LDL nei pazienti trattati con evolocumab è stato di 29 mg/dL, che rappresenta una riduzione del 68% rispetto al basale, mentre per i pazienti trattati con placebo il valore è stato di 90 mg/dL.
I commenti ai risultati dello studio GLAGOV su evolocumab
«Lo studio GLAGOV rappresenta una pietra miliare per il trattamento dell’ipercolesterolemia, i cui risultati sono estremamente interessanti – commenta Furio Colivicchi, direttore Uoc di Cardiologia, ACO San Filippo Neri (Roma) – non solo è il primo studio nel quale sono stati raggiunti livelli di colesterolemia LDL così bassi (36 mg/dL), ma è anche il primo studio nel quale si è dimostrata una regressione importante della placca aterosclerotica con un inibitore del PCSK9 rispetto alla terapia statinica ottimizzata. Sebbene conoscessimo l’efficacia terapeutica di questo farmaco in termini di riduzione dell’ipercolesterolemia, fino ad oggi non avevamo nessun dato sugli effetti vascolari. Vale la pena sottolineare che i pazienti nel braccio di controllo erano in trattamento con statine ad alto dosaggio, lo stato dell’arte dell’attuale terapia. Sono dati interessanti sia da un punto di vista scientifico sia clinico».
«Sulla base di studi svolti in precedenza non sapevamo se lo Studio GLAGOV avrebbe mostrato un’ulteriore regressione della placca con livelli di colesterolo LDL al di sotto di 60 mg/dL – ha affermato Stephen J. Nicholls, M.D., Ph.D., professore di cardiologia e vice direttore dell’Ospedale e Istituto di Ricerca Sud Australiano di Adelaide, Australia. – Uno dei risultati più straordinari di GLAGOV è proprio la continua riduzione della placca a livelli di colesterolo LDL molto al di sotto delle soglie comunemente accettate».
Sean Harper ha ulteriormente commentato: «I risultati inequivocabili di GLAGOV eliminano qualsiasi dubbio scientifico sull’efficacia di Repatha nel ridurre il colesterolo LDL e sul suo impatto di fondamentale importanza sul processo patologico sottostante. Continuiamo a essere preoccupati del fatto che molti pazienti incontrino ostacoli per l’accesso alla terapia con Repatha nonostante le raccomandazioni terapeutiche del loro medico. Non vediamo l’ora di vedere i risultati dello studio FOURIER, il nostro studio sugli outcome clinici, e continueremo a collaborare con le Istituzioni Nazionali e regionali per assicurare l’accesso a questo farmaco ai pazienti che hanno bisogno di un’ulteriore riduzione del colesterolo LDL».
Il profilo di sicurezza di evolocumab nello studio GLAGOV
Lo studio GLAGOV ha confermato il profilo di sicurezza di Repatha. L’incidenza degli eventi avversi emergenti correlati al trattamento è stata comparabile nei due gruppi (rispettivamente 67,9% evolocumab, 79,8% placebo). Gli eventi avversi di rilevanza clinica esaminati in questo studio includevano mialgia (7% evolocumab, 5.8% placebo), recente diagnosi di diabete mellito (3,6% evolocumab; 3,7% placebo), eventi neurocognitivi (1,4% evolocumab; 1,2% placebo), reazioni nel sito di iniezione (0,4% evolocumab; 0% placebo). Nello studio GLAGOV sono stati osservati raramente anticorpi leganti (0,2% 1 paziente nel braccio con evolocumab) e nessun paziente è risultato positivo agli anticorpi neutralizzanti.
L’analisi esplorativa
Un’analisi esplorativa ha valutato il livello di riduzione della placca in 144 pazienti con livelli basali di colesterolo LDL al di sotto di 70 mg/dL (il target di riferimento della terapia secondo le linee guida). In tale analisi, i pazienti hanno avuto una diminuzione della placca aterosclerotica e dell’impatto ad essa associato ancora maggiore rispetto al basale (cambiamento del volume percentuale dell’ateroma): -1,97% nei pazienti in trattamento con Repatha rispetto al -0,35% nei pazienti in trattamento con placebo (p<0,0001). Inoltre, in questo sottogruppo, l’81,2% dei pazienti in trattamento con Repatha ha ottenuto una regressione della placca rispetto al 48% di quelli in terapia con placebo (p<0,0001).
Sebbene lo studio non sia stato disegnato per misurare gli effetti sugli eventi cardiovascolari, un’analisi esplorativa ha rivelato che eventi cardiovascolari maggiori sono avvenuti nel 12,2% dei pazienti in trattamento con evolocumab rispetto al 15,3% di quelli in trattamento con placebo. La maggior parte di questi sono state rivascolarizzazioni coronariche (10,3% evolocumab; 13,6% placebo) seguite da infarto del miocardio (2,1% evolocumab; 2,9% placebo). Tutti gli altri eventi cardiovascolari si sono verificati in ≤0,8% dei pazienti in entrambi i gruppi di trattamento
«La comunità scientifica conduce da tempo studi per valutare l’impatto dei farmaci ipolipemizzanti sulla regressione dell’aterosclerosi utilizzando tecniche di imaging. Questo studio dimostra che la massima riduzione del colesterolo LDL con Repatha può effettivamente far regredire la malattia coronarica aterosclerotica rispetto alla sola terapia con statine – ha dichiarato Sean E. Harper, M.D., vice presidente esecutivo eicerca & sviluppo di Amgen. – Infatti, in questo studio circa due terzi dei pazienti in terapia con Repatha, la maggior parte dei quali era già in terapia di base con statine ad alta intensità, ha presentato una riduzione della placca e dell’impatto ad essa associato».
Evolocumab
Evolocumab (Repatha®) è un inibitore della proproteina convertasi subtilisina/kexina tipo 9 (PCSK9), indicato per il trattamento di particolari popolazioni di pazienti con livelli di colesterolo LDL elevati.
Evolocumab, sviluppato dai ricercatori Amgen, è un anticorpo monoclonale completamente umano.
La PCSK9 è una proteina deputata alla degradazione dei recettori LDL che, quindi, riduce la capacità del fegato di eliminare il colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”, dal sangue. Evolocumab si lega alla proteina PCSK9 impedendole di legarsi a sua volta ai recettori delle LDL sulla membrana epatica. In assenza della PCSK9, sulla membrana epatica sono presenti più recettori delle LDL in grado di eliminare il colesterolo LDL dal sangue.
Uno studio clinico di outcome, il FOURIER, è attualmente in corso e include circa 27.500 pazienti. Il trial è disegnato in modo da valutare gli effetti del trattamento con evolocumab, in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata, sulla riduzione del rischio di incorrere in eventi cardiovascolari in pazienti con patologia aterosclerotica clinicamente evidente. Lo studio ha completato l’arruolamento dei pazienti nel Giugno 2015.
L’endpoint primario è costituito da eventi cardiovascolari maggiori definiti come endpoint composito di morte cardiovascolare composita, infarto del miocardio, ictus, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica.
L’endpoint chiave secondario è l’endpoint composito della somma della morte per causa cardiovascolare, infarto del miocardio e ictus. Lo studio è pianificato che continui fino a quando almeno 1.630 pazienti non avranno raggiunto l’endpoint secondario, dimostrando così di aver raggiunto il 90% di potenza per rilevare una riduzione relativa di almeno il 15% su tale di questo endpoint.
Repatha è attualmente in commercio in più di 40 Paesi, inclusi Stati Uniti, Giappone, Canada e nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea.
In Italia è in corso l’iter negoziale per la rimborsabilità del farmaco.
Apeptico e Mediolanum Farmaceutici siglano un accordo di collaborazione per la ricerca & sviluppo e la licenza del peptide terapeutico solnatide
Apeptico e Mediolanum Farmaceutici siglano un accordo di collaborazione per la ricerca & sviluppo e la licenza del peptide terapeutico solnatide
Solnatide sta per entrare in fase clinica IIb nel trattamento di due patologie polmonari potenzialmente fatali ed è in studio per diverse forme letali di edema polmonare.
Solnatide
La solnatide è un peptide terapeutico sviluppato da Apeptico per l’attivazione della clearance alveolare.
La solnatide (INN) è un equivalente strutturale di sintesi di un dominio di una proteina umana.
La molecola è sviluppata da Apeptico per il trattamento di diverse forme letali di edema polmonare.
Formulazioni liquide e in polvere di solnatide possono essere somministrate direttamente nel polmone per inalazione in aerosol di particelle di diametro di 5 micron o meno.
Apeptico ha completato con successo due studi randomizzati e controllati di fase IIa:
uno in pazienti con ARDS (sindrome da distress respiratorio acuto)
uno in pazienti con PGD (insufficienza primaria dell’impianto) dopo trapianto di polmone.
Solnatide è in procinto di entrare in fase clinica IIb nel trattamento di queste due patologie polmonari potenzialmente fatali.
Inoltre, sono in corso studi per valutare l’efficacia della solnatide nel trattamento di:
edema polmonare d’alta quota (HAPE),
pseudo-ipoaldosteronismo di tipo 1b (PHA type 1b)
edema polmonare cardiogeno severo.
L’accordo tra Apeptico e Mediolanum Farmaceutici per la Ricerca & Sviluppo e la Licenza di solnatide
Secondo i termini dell’Accordo, Apeptico riceverà un pagamento in contanti iniziale, quale contributo ai costi di R&S, seguito da altri pagamenti legati all’avanzamento del progetto. Apeptico fornirà inoltre a Mediolanum il prodotto finito. In cambio, Mediolanum ottiene una licenza esclusiva per la solnatide in diversi mercati europei.
Commentando l’Accordo, Bernhard Fischer, Amministratore delegato di Apeptico,ha dichiarato:
«Siamo lusingati che questo progetto abbia potuto suscitare l’interesse di Mediolanum, una società farmaceutica europea estremamente dinamica. Sono certo che il know-how di Apeptico nel settore, unitamente alla visione e alle capacità commerciali di Mediolanum, costituiscano gli strumenti migliori per consentire a questa terapia innovativa di giungere nel modo più rapido possibile a tutti i pazienti che ne hanno ed avranno bisogno».
Alessandro del Bono, amministratore delegato di Mediolanum Farmaceutici, ha commentato:
«Il 2016 è stato un anno estremamente fruttuoso per Mediolanum, particolarmente sul fronte R&D. Siamo felici di aver siglato questo accordo con Apeptico, un’azienda all’avanguardia dell’innovazione nella ricerca e sviluppo di peptidi terapeutici per patologie polmonari. L’aggiunta di solnatide alla nostra pipeline di sviluppo è in linea con la nostra continua ricerca di soluzioni innovative per la gestione di condizioni cliniche per le quali sussiste ancora un importante bisogno terapeutico non soddisfatto».
Cristina Del Bono, Direttore del Licensing e Business Development di Mediolanum, ha aggiunto:
«Siamo orgogliosi di poter collaborare con Apeptico nel loro sforzo di sviluppare e portare al mercato una nuova opzione per il trattamento di pazienti affetti da ARDS (Sindrome da Distress Respiratorio Acuto) e PGD (Insufficienza Primaria dell’Impianto) dopo trapianto polmonare, due condizioni potenzialmente fatali per le quali ad oggi non esiste alcuna cura soddisfacente. Oltre che nell’ARDS e nella PGD, la solnatide ha ricevuto la designazione di farmaco orfano dall’EMA anche nell’edema polmonare da alta quota (HAPE) e nell’ipoaldosteronismo potassico di tipo 1b, altre due condizioni estremamente severe. È il secondo accordo che Mediolanum conclude nell’area dei prodotti orfani; ciò conferma e consolida l’impegno e la volontà di Mediolanum di essere un attore importante anche in questo settore».